La poesia è diventata civetta. Sembra si sia finalmente accorta
d’essere un po’ invecchiata, di non potersi più fidare delle sue grazie
naturali per allettar la gente a corteggiarla; ed eccola in cerca di
tutti i lenocinii della toeletta, f di tutti i segreti della sarta e
del profumiere. Bisogna vedere come perda il tempo allo specchio, e
come s’industrii a nascondere i guasti degli anni sulla sua faccia di
zittellona. Una volta si contentava d’un vestitino modesto, d’un par
di scarpine con su un semplice fiocco di nastro, e mostrava altiera
e baldanzosa il suo visino fresco, le sue labbra di corallo, i suoi
grandi occhi lampeggianti di luce divina. Le trecce, appena annodate
alla nuca, le balzavano qua e là sulle spalle d’alabastro ad ogni
muover di passo, e le sue canzoni volavan per l’aria spensieratamente,
festosamente, come quelle dell’usignuolo, un vero inno della giovinezza
e dell’amore, cantato in aperta campagna, alla luce del sole, fra gli
alberi fioriti, tra le valli piene di ombre e di mormorii. Ah, il bel
tempo d’allora! E come le si correva dietro alla vaga incantatrice
che ci ripeteva ad alta voce quello che la giovinezza e l’amore ci
susurravano basso dentro il petto!
Oggi è tutt’altro. La sua bellezza è ita via. La freschezza della pelle
vien simulata dai cosmetici; l’oro della capigliatura è un prodotto
dall’_auricome_ a dieci franchi la boccetta con la relativa istruzione.
Lei ha paura del sole; riceve nel salotto, colle persiane socchiuse,
colle tendine abbassate, in una penombra seducente ma ingannatrice,
che dà valore a quel che non vale. La sua conversazione ha tutte le
procaci libertà degli anni vissuti, ma non ha più le grazie inconscie,
le innocenti malizie, le allegre storditezze della giovinetta dalle
risa argentine. La poesia è diventata civetta; non comparisce che in
elzeviro.
Uno dei miei amici suol chiamare gli elzeviri _la poesia della
poesia_. Infatti son proprio carini quei volumetti in trentaduesimo,
dalla carta palliduccia, dalla copertina gialla, dai frontespizii
rossi e neri, dai fregi a rabeschi, dai caratterini minuti, sottili,
che allineano i versi sveltamente entro i margini larghissimi e le
pagine quasi bianche. Non bisogna essere addirittura bibliofili per
lasciarsi cogliere dalle lusinghe di queste piccole Circi tipografiche,
che promettono tanto e spesso mantengono così poco: hanno una malìa
particolare. Quando n’è montato soltanto un volume sopra le sbarre
dei vostri scaffali, state sicuri che si chiamerà dietro tutti gli
altri, anche a vostro dispetto. Fanno così bella mostra! Mettono
una macchietta così gaia dietro le vetrine, accanto a quei volumi e
volumoni serii, mutrioni, affogati dentro la rilegatura di cuoio a
guisa di severi magistrati nelle larghe pieghe della loro toga!
_La poesia della poesia!_ È un motto atroce. Come se il
sentimento poetico si fosse tutto rifugiato nella forma esteriore,
nell’accidentalità tipografica! Come se quelle strofe, o quei versi
sciolti, stampati altrimenti, non potessero avere un valore, nè
produrre alcun effetto! La poesia dev’essere invecchiata davvero, se
non le si usa più nemmeno il rispetto della galanteria.
Ma lasciamo andare. Vecchia o no, è sempre una donna, una gran dama,
uno di quegli esseri delicati, raffinati, c’hanno ancora qualcosa
di attraente che cercherebbesi invano presso altre persone. Vi son
dei momenti nella vita nei quali riesce dolce il rinchiudersi in un
piccolo salotto, da solo a sola, con lei. Ha l’arte della conversazione
squisita, della frase gentile; l’arte di rendere interessante perfino
le cose futili e triviali, di condir le sciocchezze con un sorriso che
piace, per quanto talvolta ci apparisca forzato, di spargere una stilla
di spirito sulle cose comuni, o un po’ di profumo sopra le sgradevoli,
di velarne abilmente i difetti, e arricchirne la miseria con la sua
eleganza sempre dignitosa, anche quando è affettata. Spesso, nelle
ore più liete, ritrova la spigliatezza dei suoi bei tempi; solletica,
inebria, esalta, apre degli spiragli che neppur sospettavate potessero
esistere, vi comunica il languore delizioso del dormiveglia, vi rende
fanciulli tutt’occhi ed orecchie, attenti alle sue fole, ai suoi
rimpianti di un mondo che fu, alle sue aspirazioni d’un mondo che non
sarà mai. La sua parola, cadenzata come una musica ed insistente come
un ritornello, vi rimescola le forze assopite dell’età irragionevole.
La vecchia maga, la vecchia dama galante non ha che quell’ora,
quell’unico momento per soggiogarvi col suo prestigio; ma, quando
venite fuori dal suo salotto, quando avete terminato la fantastica
conversazione con lei, non dite ingratamente che non ci abbiate
guadagnato proprio nulla... Vi resta, se non altro, un senso gentile
che, di quando in quando, in mezzo al frastuono assordante della
vita, ha il suo pregio anch’esso: fa riposare i vostri nervi senza
assonnarli del tutto. Se vi capita di trovarla nel momento propizio,
ringraziatela; e perdonatele, per riguardo di questo, le inconcludenze,
le chiacchiere vuote, le smancerie da zittellona, le stupidaggini
barbogie che v’è toccato di sopportare qualche altra volta.
Ecco, per esempio, questa volta (ve l’assicuro) la troviamo nel momento
buono. Ha il solito belletto dell’elzeviro, ma ci si presenta a braccio
d’uno dei suoi più fidi cavalieri serventi, Vittorio Betteloni, che
la corteggia da parecchi anni con la costanza d’un vero innamorato.
Su questi gentili foglietti color _chamois_ il Betteloni ha fissato
qualcuno degli interminabili _bavardarges_ della sua vecchia dama. Oh,
come sono deliziosi! Si capisce subito ch’egli sia dei più intimi,
dei privilegiati. Con lui ella adopera i modi più semplici e più
naturali, usa il grande artificio di non far scorgere alcun artificio,
se non tenta quello, impossibile, di non adoperarne nessuno. Ma la sua
elegante semplicità riesce aggradevole anche quando lascia sospettare
di esser un effetto voluto, cercato e raggiunto per via d’un’abilità
consumata.
Si passa un magnifico quarto d’ora. Quel Vittorio Betteloni è
invidiabile! La vecchia dama non lo tratta come gli altri. Con lui non
fa la sostenuta. Se sentiste che confidenze! Alcune volte vi sembra che
non sia più lei che parli, la grande signora aristocratica; parla così
alla buona, senza costringervi a sbarrar gli occhi dalla meraviglia e
dalla sorpresa, senza farvi distendere i muscoli dello spirito perchè
afferriate qualcosa che vorrebbe essere un concetto sublime e non
è che un non senso! Ho detto _bavardarges_; ma, veramente, manca la
frivolezza che implica questa graziosa parola francese. Qui abbiamo
un che di garrulo, di facile, di espansivo e di tenero, ma insieme
un che di malinconico e di sereno: la tristezza vi è sorridente. La
gran dama ha vissuto molto, ha provato troppe cose. L’emozione, quando
la coglie, non la prende mai alla sprovveduta; e lei se ne fa beffe,
delicatamente, con grazia, nel punto stesso che la subisce. Ma che
accenti ritrova, fin per le cose più umili! Un volgare fatto diverso,
udite, assume nella sua bocca l’elevata intonazione della tragedia
greca:
Una fanciulla sedicenne e ignara
Degli inganni d’Amore a lui si diede
Che sedurla si piacque
Sotto sembianza di gentil garzone.
Ed or che il testimone
Ella del proprio errore in grembo porta
Per vergogna e dolore
Insoffribil la vita le si rende....
E via così, con la semplicità delle ballate del Goethe. La piccola
tragedia si dibatte nel cuor della fanciulla tra la _Voce della vita_
la _Voce d’uno spirito_, la _Voce del terrore_ alla quale si mescola
quella della _Morte_ che sembra una carezza severa, ma piena d’affetto.
Vieni fanciulla, posa
In seno a me la testa:
Nelle mie braccia ascosa.
. . . . . . . . . .
L’arcano sonno avrai
Da cui non si ridesta
Occhio a pianger più mai.
Ma di solito la gran dama non è mai triste; è _rêveuse_, senza essere
però sentimentale, e al Betteloni concede proprio le sue confidenze...
stavo per dire più umane, perchè son quelle che riguardano i sentimenti
della famiglia e della casa. Quando va su questo tema, diventa
un incanto l’ascoltarla. Che adulatrice quella vecchia dama! Come
parla bene, all’orecchio del suo cavaliere, delle cose che lei sa di
riuscirgli più care! Quel _Piccolo mondo_ è un vasto poema nelle sue
minuscole proporzioni. L’emozione comincia alle prime note, e cresce e
si svolge, tra lagrime e sorrisi, entro le domestiche mura.
O alti stipi addossati a la parete
Seggioloni, erti letti e mense gravi,
O vecchi arredi a cui le meste e liete
Vicende e i sensi noti fur degli avi;
Io vi ammiro in silenzio e quasi provo
Vergogna d’esser io vostro padrone.
Chè il serio aspetto vostro assai m’impone
E pur meschino in faccia a voi mi trovo...
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Io rifeci la casa a poco a poco
Che fu della mia gente antico nido:
Or più non move il fioco
Suono dall’età spenta
Da queste mura, ma il giocondo grido
Dell’avvenir parmi che intorno io senta.
E l’_idilio domestico_ si compie, e il primogenito sbuccia, come un
fiore, sotto il tetto della casa rifatta, e l’inno della felicità
paterna finisce, sommessamente, in una vera preghiera.
È una delle poche volte che l’elzeviro mantiene le sue allettanti
promesse.
— Ma è proprio poesia questa, che va così terra terra? Questa, che al
partito di esser semplice, schietta, alla mano, sacrifica persino....
— Capisco, capisco! Accordatemi che qui c’è una nota affatto insolita
per noi italiani, e vi concederò facilmente che ci si può trovare, qua
e là, un po’ d’eccesso nella misura. Accordatemi che queste confidenze
riprodotte dal Betteloni, che questi _bavardages_ d’un minuto della
vecchia dama galante lasciano una gentile e durevole impressione, e vi
concederò che qualche volta la povera vecchia ha delle intermittenze,
delle stanchezze, e che allora il suo cavalier servente ha torto a
prestarle la sua attenzione.... Ma si tratta, ricordatevene, d’un vero
innamorato. È molto che, innamorato com’è, non senta la tentazione
di domandarle più di quello che ora gli potrebbe concedere.... Senza
dubbio, il Betteloni lo sa meglio di noi che è vecchia; e forse non
tanto lo seduce il presente, quanto il passato di lei. Colle vecchie
signore galanti accade spesso così.
Quello che non vorrà mai sentir parlare di vecchiezza della poesia
è l’autore della _In solitudine_, un innamorato timido, ma cotto,
stracotto, che ha tutte le arditezze dei timidi, e tutti gli entusiasmi
di chi s’affonda in una unica passione nella vita. Delle cattive lingue
hanno tentato di dargli ad intendere che la poesia era morta. E lui:
Quando avran tutti obliata
La tua luce, la tua fè,
Su quell’urna abbandonata
Resterò solo con te.
. . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . .
Nella notte dell’oblìo
Dove sei, penetrerò
Chi ti spense fosse un Dio,
Io, sol io, ti desterò!
Ecco quello che ha risposto il timido innamorato; non l’avrebbero
pensato neppure i più intraprendenti. Tanta passione e tanta fede
ispirano rispetto. L’autore dell’_In solitudine_ è della stoffa
degli apostoli, dei paladini. Ha il sacro fuoco degli uni, il valore
ardimentoso degli altri. La sua timidezza si riduce infine a un riserbo
eccessivo, a una modestia quasi incredibile a questi lumi di luna. La
vecchia dama l’ha ammaliato, l’ha irretito in modo ch’egli non vede e
non sente che per gli occhi e per gli orecchi di lei. Trovato un cuor
giovine (cosa rara più che non sembri), avido d’emozioni, facile a
riscaldarsi, straboccante d’affetto, se n’è subito impossessata e in
maniera che sarà difficile poterla scacciare di lì.
Notate intanto ch’egli non è un ingenuo. È ammalato anche lui della
grande malattia del secolo, il dubbio; è uno spirito aperto a tutte
le voci della riflessione filosofica e della scienza positiva che gli
arrivano da ogni parte in varie lingue, perchè è un mezzo poliglotta
questo erede ripulito del Dafni etneo, vissuto a lungo, come l’antico,
fra i boschi e le lave ai piedi del grande vulcano. Ma il sentimento
predomina in lui, enormemente. La riflessione filosofica, il concetto
scientifico, appena gli sian penetrati nella mente, subiscono una
rapida elaborazione; e, al calore dell’imaginazione che li fonde con
facilità, si trasformano in sentimento. La sua fede nella vecchia
dama galante, la sua cecità d’innamorato provengon da questo. È
inutile volergli far capire che l’apparente bellezza di lei è tutto
un inganno dei cosmetici: ci risponderà che siamo matti o peggio. La
poesia, secondo lui non può invecchiare; ha l’immortalità delle dee;
è stata e sarà sempre la sublime divinatrice che rischiarerà coi suoi
lampi il pensiero umano e precorrerà la scienza; il mondo riceverà la
luce finale da un sacerdote di lei. Con che convinzione profonda ce
l’afferma!
Qual balen passeran queste notti,
Spunteran le novissime aurore,
Compiransi i gran sogni interrotti,
Altra luce sul mondo verrà.
Dopo quest’altra voce migliore
Udrà il mondo ridesto e smarrito;
Sui distrutti frammenti più ardito
Altri il saldo avvenir pianterà.
. . . . . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . . . . .
Egli è il vate da lungo promesso
Ogni gente lo attende, lo vuole;
Precursor, ne sospiro l’amplesso
Io l’annunzio da questo a quel mar.
Altri irrida alle strane parole;
E che importa alla salda mia fede?
Più lontan d’ogni irriso ella vede
Un gran sol nella notte spuntar.
Infatti nell’_In solitudine_ non ci sentiamo più nel salotto, ma
nel tempio, un tempio vasto quanto l’universo. Ci troviamo in faccia
all’immensa Natura, in riva agli oceani, sulle montagne, tra i boschi,
rapiti nella contemplazione del cielo stellato, assorti ad ascoltare le
incessanti voci degli esseri che si mescolano in un’infinita armonia,
in un sol palpito d’affetto. Cupi silenzii, tenebre misteriose, suoni
rivelatori d’ignoti linguaggi e d’ignote creature, sfingi che si
presentano rigide e scure sul limitare della vita e ci accompagnano,
con glaciale taciturnità, fino al termine dell’esistenza, presentimenti
pieni di terrore, slanci di speranza che vibrano da un punto all’altro
dell’universo....
O prima essenza, o magica
Virtù che tutto sei,
Natura e mondo ed anima
Ch’agiti i sensi miei,
Nel più diverso aspetto
Una tu sei; calore,
Fecondità ed amore
Materia ed intelletto.
Se in me tu sola palpiti.
Se in me tu sola vivi,
Svelati a te medesima;
Detta tu stessa e scrivi;
. . . . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . . .
È invan che più t’asconda
Agl’implacati studi.
Forza è che il sen denudi
Iside vereconda!
La vecchia dama sa con chi ha da fare: non ha mutato stile con lui. È
con questi antichi artifizii che lo scalda, lo entusiasma, gli infonde
l’ebbrezza divina e se lo tiene strettamente attaccato, devoto, capace
del sacrifizio di tutto sè stesso.
E i responsi (non possono chiamarsi diversamente), i responsi
confidatigli dalla sua dea lui ce li presenta in modo quasi primitivo,
in due volumi d’oltre mille e dugento pagine, che fanno a prima vista
un effetto niente bello. Siamo proprio agli antipodi della lindura dei
graziosi volumetti in elzeviro. Ma la sua Dea ha forse bisogno di così
vili lenocinii? Però, vinta la diffidenza, ispirata dalla rozzezza
esteriore, scopriamo subito il miracolo della passione e della fede.
Nel trascrivere le confidenze della vecchia dama, il giovane innamorato
ci mette molto del suo. Prima di tutto la sincerità, una qualità di
primo ordine. Perfino le cose stantie ringiovaniscono e si ritemprano
passando a traverso il suo cuore. Quando par già di sentire una melodia
ben nota, ecco delle variazioni sul tema che la rendono quasi originale
per l’espressione tutta propria ch’egli le dà. Sincerità importa anche
slancio, foga, entusiasmo. Un soffio caldo agita tutte queste pagine
che mormorano, col fremito delizioso delle foglie in primavera, come
cose animate. Ma la passione e l’entusiasmo non gli impediscono d’esser
talvolta sincero anche colla stessa dama.
Musa gentil, non t’impancar cotanto,
Non levar tanto la cervice al ciel,
Lascia il sermoneggiar, tomba del canto,
Creder lascia le genti al lor vangel.
Buia è la notte, sassoso il cammino,
Che far vorrai? Convergi altrove il vol;
Luce apportar vorrai col lumicino
Dove a tant’uopo fioca lampa è il sol?
Allora la vecchia muta tono, allora lo sue confidenze prendono un’aria
gaia. Non più _Psiche_, non più il _Cielo_, non più _Alla Natura_,
o _Effusioni_ e simili soggetti, ma qualcosa di lieve, di fresco, di
giovanile, per esempio _Ravvedimento, Sulle montagne, Noie autunnali,
Altalena, Neve, Il bagno_, dove una maggiore eleganza di forme
avrebbe certamente giovato a far spiccare di più la gentile trovata
e l’ispirazione.... E quando la vecchia accenna di voler tornare al
serio, il povero innamorato si fa piccino, e colla graziosa smorfia
d’un fanciullo viziato la svia e ne la distoglie:
Odo, o panni, un sordo rombo
Di più voci in un confuse;
Sento un peso come piombo
Sulle palpebri socchiuse;
Mentre l’anima sonnecchia
Mentre l’occhio mi si appanna.
Musa, cantami all’orecchia
Qualche vecchia ninna nanna.
E lei, compiacente:
Ninna nanna! Era una volta
La natura immensurata
Nelle tenebri sepolta....
una ninna nanna seria, seria, nuova, che culla dolcemente e fa
fantasticare come una musica di Beethoven.
Da quest’_In solitudine_ si potrebbe tirar fuori un interessante
_elzeviro_, d’un gusto un po’ aspro per certa sprezzatura della
forma, ma sano, ma muscoloso, come non è facile trovarne molti fra gli
elzeviri più in voga. Sul frontispizio potrebbe anche leggersi il nome
dell’autore, Tommaso Cannizzaro, che non ha nessuna ragione di tenersi
nascosto... Ma sì! andate a parlare di cosmetici per la sua dama a
questo benedettissimo innamorato!