ELZEVIRI E NON ELZEVIRI[17]

La poesia è diventata civetta. Sembra si sia finalmente accorta

d’essere un po’ invecchiata, di non potersi più fidare delle sue grazie

naturali per allettar la gente a corteggiarla; ed eccola in cerca di

tutti i lenocinii della toeletta, f di tutti i segreti della sarta e

del profumiere. Bisogna vedere come perda il tempo allo specchio, e

come s’industrii a nascondere i guasti degli anni sulla sua faccia di

zittellona. Una volta si contentava d’un vestitino modesto, d’un par

di scarpine con su un semplice fiocco di nastro, e mostrava altiera

e baldanzosa il suo visino fresco, le sue labbra di corallo, i suoi

grandi occhi lampeggianti di luce divina. Le trecce, appena annodate

alla nuca, le balzavano qua e là sulle spalle d’alabastro ad ogni

muover di passo, e le sue canzoni volavan per l’aria spensieratamente,

festosamente, come quelle dell’usignuolo, un vero inno della giovinezza

e dell’amore, cantato in aperta campagna, alla luce del sole, fra gli

alberi fioriti, tra le valli piene di ombre e di mormorii. Ah, il bel

tempo d’allora! E come le si correva dietro alla vaga incantatrice

che ci ripeteva ad alta voce quello che la giovinezza e l’amore ci

susurravano basso dentro il petto!

Oggi è tutt’altro. La sua bellezza è ita via. La freschezza della pelle

vien simulata dai cosmetici; l’oro della capigliatura è un prodotto

dall’_auricome_ a dieci franchi la boccetta con la relativa istruzione.

Lei ha paura del sole; riceve nel salotto, colle persiane socchiuse,

colle tendine abbassate, in una penombra seducente ma ingannatrice,

che dà valore a quel che non vale. La sua conversazione ha tutte le

procaci libertà degli anni vissuti, ma non ha più le grazie inconscie,

le innocenti malizie, le allegre storditezze della giovinetta dalle

risa argentine. La poesia è diventata civetta; non comparisce che in

elzeviro.

Uno dei miei amici suol chiamare gli elzeviri _la poesia della

poesia_. Infatti son proprio carini quei volumetti in trentaduesimo,

dalla carta palliduccia, dalla copertina gialla, dai frontespizii

rossi e neri, dai fregi a rabeschi, dai caratterini minuti, sottili,

che allineano i versi sveltamente entro i margini larghissimi e le

pagine quasi bianche. Non bisogna essere addirittura bibliofili per

lasciarsi cogliere dalle lusinghe di queste piccole Circi tipografiche,

che promettono tanto e spesso mantengono così poco: hanno una malìa

particolare. Quando n’è montato soltanto un volume sopra le sbarre

dei vostri scaffali, state sicuri che si chiamerà dietro tutti gli

altri, anche a vostro dispetto. Fanno così bella mostra! Mettono

una macchietta così gaia dietro le vetrine, accanto a quei volumi e

volumoni serii, mutrioni, affogati dentro la rilegatura di cuoio a

guisa di severi magistrati nelle larghe pieghe della loro toga!

_La poesia della poesia!_ È un motto atroce. Come se il

sentimento poetico si fosse tutto rifugiato nella forma esteriore,

nell’accidentalità tipografica! Come se quelle strofe, o quei versi

sciolti, stampati altrimenti, non potessero avere un valore, nè

produrre alcun effetto! La poesia dev’essere invecchiata davvero, se

non le si usa più nemmeno il rispetto della galanteria.

Ma lasciamo andare. Vecchia o no, è sempre una donna, una gran dama,

uno di quegli esseri delicati, raffinati, c’hanno ancora qualcosa

di attraente che cercherebbesi invano presso altre persone. Vi son

dei momenti nella vita nei quali riesce dolce il rinchiudersi in un

piccolo salotto, da solo a sola, con lei. Ha l’arte della conversazione

squisita, della frase gentile; l’arte di rendere interessante perfino

le cose futili e triviali, di condir le sciocchezze con un sorriso che

piace, per quanto talvolta ci apparisca forzato, di spargere una stilla

di spirito sulle cose comuni, o un po’ di profumo sopra le sgradevoli,

di velarne abilmente i difetti, e arricchirne la miseria con la sua

eleganza sempre dignitosa, anche quando è affettata. Spesso, nelle

ore più liete, ritrova la spigliatezza dei suoi bei tempi; solletica,

inebria, esalta, apre degli spiragli che neppur sospettavate potessero

esistere, vi comunica il languore delizioso del dormiveglia, vi rende

fanciulli tutt’occhi ed orecchie, attenti alle sue fole, ai suoi

rimpianti di un mondo che fu, alle sue aspirazioni d’un mondo che non

sarà mai. La sua parola, cadenzata come una musica ed insistente come

un ritornello, vi rimescola le forze assopite dell’età irragionevole.

La vecchia maga, la vecchia dama galante non ha che quell’ora,

quell’unico momento per soggiogarvi col suo prestigio; ma, quando

venite fuori dal suo salotto, quando avete terminato la fantastica

conversazione con lei, non dite ingratamente che non ci abbiate

guadagnato proprio nulla... Vi resta, se non altro, un senso gentile

che, di quando in quando, in mezzo al frastuono assordante della

vita, ha il suo pregio anch’esso: fa riposare i vostri nervi senza

assonnarli del tutto. Se vi capita di trovarla nel momento propizio,

ringraziatela; e perdonatele, per riguardo di questo, le inconcludenze,

le chiacchiere vuote, le smancerie da zittellona, le stupidaggini

barbogie che v’è toccato di sopportare qualche altra volta.

Ecco, per esempio, questa volta (ve l’assicuro) la troviamo nel momento

buono. Ha il solito belletto dell’elzeviro, ma ci si presenta a braccio

d’uno dei suoi più fidi cavalieri serventi, Vittorio Betteloni, che

la corteggia da parecchi anni con la costanza d’un vero innamorato.

Su questi gentili foglietti color _chamois_ il Betteloni ha fissato

qualcuno degli interminabili _bavardarges_ della sua vecchia dama. Oh,

come sono deliziosi! Si capisce subito ch’egli sia dei più intimi,

dei privilegiati. Con lui ella adopera i modi più semplici e più

naturali, usa il grande artificio di non far scorgere alcun artificio,

se non tenta quello, impossibile, di non adoperarne nessuno. Ma la sua

elegante semplicità riesce aggradevole anche quando lascia sospettare

di esser un effetto voluto, cercato e raggiunto per via d’un’abilità

consumata.

Si passa un magnifico quarto d’ora. Quel Vittorio Betteloni è

invidiabile! La vecchia dama non lo tratta come gli altri. Con lui non

fa la sostenuta. Se sentiste che confidenze! Alcune volte vi sembra che

non sia più lei che parli, la grande signora aristocratica; parla così

alla buona, senza costringervi a sbarrar gli occhi dalla meraviglia e

dalla sorpresa, senza farvi distendere i muscoli dello spirito perchè

afferriate qualcosa che vorrebbe essere un concetto sublime e non

è che un non senso! Ho detto _bavardarges_; ma, veramente, manca la

frivolezza che implica questa graziosa parola francese. Qui abbiamo

un che di garrulo, di facile, di espansivo e di tenero, ma insieme

un che di malinconico e di sereno: la tristezza vi è sorridente. La

gran dama ha vissuto molto, ha provato troppe cose. L’emozione, quando

la coglie, non la prende mai alla sprovveduta; e lei se ne fa beffe,

delicatamente, con grazia, nel punto stesso che la subisce. Ma che

accenti ritrova, fin per le cose più umili! Un volgare fatto diverso,

udite, assume nella sua bocca l’elevata intonazione della tragedia

greca:

Una fanciulla sedicenne e ignara

Degli inganni d’Amore a lui si diede

Che sedurla si piacque

Sotto sembianza di gentil garzone.

Ed or che il testimone

Ella del proprio errore in grembo porta

Per vergogna e dolore

Insoffribil la vita le si rende....

E via così, con la semplicità delle ballate del Goethe. La piccola

tragedia si dibatte nel cuor della fanciulla tra la _Voce della vita_

la _Voce d’uno spirito_, la _Voce del terrore_ alla quale si mescola

quella della _Morte_ che sembra una carezza severa, ma piena d’affetto.

Vieni fanciulla, posa

In seno a me la testa:

Nelle mie braccia ascosa.

. . . . . . . . . .

L’arcano sonno avrai

Da cui non si ridesta

Occhio a pianger più mai.

Ma di solito la gran dama non è mai triste; è _rêveuse_, senza essere

però sentimentale, e al Betteloni concede proprio le sue confidenze...

stavo per dire più umane, perchè son quelle che riguardano i sentimenti

della famiglia e della casa. Quando va su questo tema, diventa

un incanto l’ascoltarla. Che adulatrice quella vecchia dama! Come

parla bene, all’orecchio del suo cavaliere, delle cose che lei sa di

riuscirgli più care! Quel _Piccolo mondo_ è un vasto poema nelle sue

minuscole proporzioni. L’emozione comincia alle prime note, e cresce e

si svolge, tra lagrime e sorrisi, entro le domestiche mura.

O alti stipi addossati a la parete

Seggioloni, erti letti e mense gravi,

O vecchi arredi a cui le meste e liete

Vicende e i sensi noti fur degli avi;

Io vi ammiro in silenzio e quasi provo

Vergogna d’esser io vostro padrone.

Chè il serio aspetto vostro assai m’impone

E pur meschino in faccia a voi mi trovo...

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Io rifeci la casa a poco a poco

Che fu della mia gente antico nido:

Or più non move il fioco

Suono dall’età spenta

Da queste mura, ma il giocondo grido

Dell’avvenir parmi che intorno io senta.

E l’_idilio domestico_ si compie, e il primogenito sbuccia, come un

fiore, sotto il tetto della casa rifatta, e l’inno della felicità

paterna finisce, sommessamente, in una vera preghiera.

È una delle poche volte che l’elzeviro mantiene le sue allettanti

promesse.

— Ma è proprio poesia questa, che va così terra terra? Questa, che al

partito di esser semplice, schietta, alla mano, sacrifica persino....

— Capisco, capisco! Accordatemi che qui c’è una nota affatto insolita

per noi italiani, e vi concederò facilmente che ci si può trovare, qua

e là, un po’ d’eccesso nella misura. Accordatemi che queste confidenze

riprodotte dal Betteloni, che questi _bavardages_ d’un minuto della

vecchia dama galante lasciano una gentile e durevole impressione, e vi

concederò che qualche volta la povera vecchia ha delle intermittenze,

delle stanchezze, e che allora il suo cavalier servente ha torto a

prestarle la sua attenzione.... Ma si tratta, ricordatevene, d’un vero

innamorato. È molto che, innamorato com’è, non senta la tentazione

di domandarle più di quello che ora gli potrebbe concedere.... Senza

dubbio, il Betteloni lo sa meglio di noi che è vecchia; e forse non

tanto lo seduce il presente, quanto il passato di lei. Colle vecchie

signore galanti accade spesso così.

Quello che non vorrà mai sentir parlare di vecchiezza della poesia

è l’autore della _In solitudine_, un innamorato timido, ma cotto,

stracotto, che ha tutte le arditezze dei timidi, e tutti gli entusiasmi

di chi s’affonda in una unica passione nella vita. Delle cattive lingue

hanno tentato di dargli ad intendere che la poesia era morta. E lui:

Quando avran tutti obliata

La tua luce, la tua fè,

Su quell’urna abbandonata

Resterò solo con te.

. . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . .

Nella notte dell’oblìo

Dove sei, penetrerò

Chi ti spense fosse un Dio,

Io, sol io, ti desterò!

Ecco quello che ha risposto il timido innamorato; non l’avrebbero

pensato neppure i più intraprendenti. Tanta passione e tanta fede

ispirano rispetto. L’autore dell’_In solitudine_ è della stoffa

degli apostoli, dei paladini. Ha il sacro fuoco degli uni, il valore

ardimentoso degli altri. La sua timidezza si riduce infine a un riserbo

eccessivo, a una modestia quasi incredibile a questi lumi di luna. La

vecchia dama l’ha ammaliato, l’ha irretito in modo ch’egli non vede e

non sente che per gli occhi e per gli orecchi di lei. Trovato un cuor

giovine (cosa rara più che non sembri), avido d’emozioni, facile a

riscaldarsi, straboccante d’affetto, se n’è subito impossessata e in

maniera che sarà difficile poterla scacciare di lì.

Notate intanto ch’egli non è un ingenuo. È ammalato anche lui della

grande malattia del secolo, il dubbio; è uno spirito aperto a tutte

le voci della riflessione filosofica e della scienza positiva che gli

arrivano da ogni parte in varie lingue, perchè è un mezzo poliglotta

questo erede ripulito del Dafni etneo, vissuto a lungo, come l’antico,

fra i boschi e le lave ai piedi del grande vulcano. Ma il sentimento

predomina in lui, enormemente. La riflessione filosofica, il concetto

scientifico, appena gli sian penetrati nella mente, subiscono una

rapida elaborazione; e, al calore dell’imaginazione che li fonde con

facilità, si trasformano in sentimento. La sua fede nella vecchia

dama galante, la sua cecità d’innamorato provengon da questo. È

inutile volergli far capire che l’apparente bellezza di lei è tutto

un inganno dei cosmetici: ci risponderà che siamo matti o peggio. La

poesia, secondo lui non può invecchiare; ha l’immortalità delle dee;

è stata e sarà sempre la sublime divinatrice che rischiarerà coi suoi

lampi il pensiero umano e precorrerà la scienza; il mondo riceverà la

luce finale da un sacerdote di lei. Con che convinzione profonda ce

l’afferma!

Qual balen passeran queste notti,

Spunteran le novissime aurore,

Compiransi i gran sogni interrotti,

Altra luce sul mondo verrà.

Dopo quest’altra voce migliore

Udrà il mondo ridesto e smarrito;

Sui distrutti frammenti più ardito

Altri il saldo avvenir pianterà.

. . . . . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . . . . .

Egli è il vate da lungo promesso

Ogni gente lo attende, lo vuole;

Precursor, ne sospiro l’amplesso

Io l’annunzio da questo a quel mar.

Altri irrida alle strane parole;

E che importa alla salda mia fede?

Più lontan d’ogni irriso ella vede

Un gran sol nella notte spuntar.

Infatti nell’_In solitudine_ non ci sentiamo più nel salotto, ma

nel tempio, un tempio vasto quanto l’universo. Ci troviamo in faccia

all’immensa Natura, in riva agli oceani, sulle montagne, tra i boschi,

rapiti nella contemplazione del cielo stellato, assorti ad ascoltare le

incessanti voci degli esseri che si mescolano in un’infinita armonia,

in un sol palpito d’affetto. Cupi silenzii, tenebre misteriose, suoni

rivelatori d’ignoti linguaggi e d’ignote creature, sfingi che si

presentano rigide e scure sul limitare della vita e ci accompagnano,

con glaciale taciturnità, fino al termine dell’esistenza, presentimenti

pieni di terrore, slanci di speranza che vibrano da un punto all’altro

dell’universo....

O prima essenza, o magica

Virtù che tutto sei,

Natura e mondo ed anima

Ch’agiti i sensi miei,

Nel più diverso aspetto

Una tu sei; calore,

Fecondità ed amore

Materia ed intelletto.

Se in me tu sola palpiti.

Se in me tu sola vivi,

Svelati a te medesima;

Detta tu stessa e scrivi;

. . . . . . . . . . . . .

. . . . . . . . . . . . .

È invan che più t’asconda

Agl’implacati studi.

Forza è che il sen denudi

Iside vereconda!

La vecchia dama sa con chi ha da fare: non ha mutato stile con lui. È

con questi antichi artifizii che lo scalda, lo entusiasma, gli infonde

l’ebbrezza divina e se lo tiene strettamente attaccato, devoto, capace

del sacrifizio di tutto sè stesso.

E i responsi (non possono chiamarsi diversamente), i responsi

confidatigli dalla sua dea lui ce li presenta in modo quasi primitivo,

in due volumi d’oltre mille e dugento pagine, che fanno a prima vista

un effetto niente bello. Siamo proprio agli antipodi della lindura dei

graziosi volumetti in elzeviro. Ma la sua Dea ha forse bisogno di così

vili lenocinii? Però, vinta la diffidenza, ispirata dalla rozzezza

esteriore, scopriamo subito il miracolo della passione e della fede.

Nel trascrivere le confidenze della vecchia dama, il giovane innamorato

ci mette molto del suo. Prima di tutto la sincerità, una qualità di

primo ordine. Perfino le cose stantie ringiovaniscono e si ritemprano

passando a traverso il suo cuore. Quando par già di sentire una melodia

ben nota, ecco delle variazioni sul tema che la rendono quasi originale

per l’espressione tutta propria ch’egli le dà. Sincerità importa anche

slancio, foga, entusiasmo. Un soffio caldo agita tutte queste pagine

che mormorano, col fremito delizioso delle foglie in primavera, come

cose animate. Ma la passione e l’entusiasmo non gli impediscono d’esser

talvolta sincero anche colla stessa dama.

Musa gentil, non t’impancar cotanto,

Non levar tanto la cervice al ciel,

Lascia il sermoneggiar, tomba del canto,

Creder lascia le genti al lor vangel.

Buia è la notte, sassoso il cammino,

Che far vorrai? Convergi altrove il vol;

Luce apportar vorrai col lumicino

Dove a tant’uopo fioca lampa è il sol?

Allora la vecchia muta tono, allora lo sue confidenze prendono un’aria

gaia. Non più _Psiche_, non più il _Cielo_, non più _Alla Natura_,

o _Effusioni_ e simili soggetti, ma qualcosa di lieve, di fresco, di

giovanile, per esempio _Ravvedimento, Sulle montagne, Noie autunnali,

Altalena, Neve, Il bagno_, dove una maggiore eleganza di forme

avrebbe certamente giovato a far spiccare di più la gentile trovata

e l’ispirazione.... E quando la vecchia accenna di voler tornare al

serio, il povero innamorato si fa piccino, e colla graziosa smorfia

d’un fanciullo viziato la svia e ne la distoglie:

Odo, o panni, un sordo rombo

Di più voci in un confuse;

Sento un peso come piombo

Sulle palpebri socchiuse;

Mentre l’anima sonnecchia

Mentre l’occhio mi si appanna.

Musa, cantami all’orecchia

Qualche vecchia ninna nanna.

E lei, compiacente:

Ninna nanna! Era una volta

La natura immensurata

Nelle tenebri sepolta....

una ninna nanna seria, seria, nuova, che culla dolcemente e fa

fantasticare come una musica di Beethoven.

Da quest’_In solitudine_ si potrebbe tirar fuori un interessante

_elzeviro_, d’un gusto un po’ aspro per certa sprezzatura della

forma, ma sano, ma muscoloso, come non è facile trovarne molti fra gli

elzeviri più in voga. Sul frontispizio potrebbe anche leggersi il nome

dell’autore, Tommaso Cannizzaro, che non ha nessuna ragione di tenersi

nascosto... Ma sì! andate a parlare di cosmetici per la sua dama a

questo benedettissimo innamorato!

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 25 / 48 题