PIETRO COSSA[18]

Durante la prima rappresentazione della _Cecilia_ del Cossa ricordavo

alcune parole dettemi, parecchi anni fa, nel simpatico _foyer_ del

teatro Niccolini di Firenze.

Il signor Caiani aveva ridotto quel _foyer_ un salottino di ritrovo

per gli artisti e i giornalisti. Le pareti erano coperte di ritratti

fotografici di tutte le celebrità drammatiche, scrittori ed attori;

i busti in marmo del Vestri, della Ristori, di Tommaso Salvini e

d’Ernesto Rossi si rizzavano sopra quattro colonnine in diversi punti

del salotto; il Vestri paffuto, colle gote un po’ cascanti e un fino

sorriso sulle labbra; la Ristori nel fiore della sua plastica bellezza,

una vera figura greca degna dello scalpello di Fidia, altiera, con un

collo divino e una fronte sublime (ne vedremo fra poco al Dal Verme,

ahimè! soltanto i vestigi!); Ernesto Rossi da Amleto, se non sbaglio, e

un po’ _poseur_ anche nel marmo; Tommaso Salvini col suo viso rotondo,

col suo sguardo severamente sereno e i suoi grandi baffi ricurvi.

Ogni sera, prima delle rappresentazioni, il _foyer_ era affollatissimo.

Ferdinando Martini, allora non deputato nè professore ma parlatore

briosissimo, vi faceva scoppiettare i suoi frizzi tra una freddura e

l’altra del Costetti, un motto del Bellotti-Bon e un tratto satirico

del povero Francesco Coletti rapito troppo presto alle sue farse e

che non ha avuto successori. Erano discussioni calorosissime, piene

d’entusiasmo e di passione, nelle quali si finiva ordinariamente col

parlar tutti ad una volta e col non capire nemmeno da sè stesso quel

che ognuno diceva. Tra quelle braccia agitantisi, tra quelle teste

scaldate appariva, quasi paciera, la sorridente figura del Caiani,

un impresario modello, colla sua bella barba bianca e i suoi modi di

gentiluomo, un appassionato del suo teatro, che viveva in quel piccolo

nido dalle nove del mattino fino al tocco dopo la mezzanotte, quasi non

potesse respirare altr’aria che quella di lì.

Vi si vedeva qualche volta, di sfuggita, un vecchietto cortino,

grassoccio, con una barba grigia a collana e un par di baffi tagliati

a spazzola impiastricciati di tabacco, un vero topo di teatro che

in quarant’anni, diceva, aveva perduto soltanto due o tre prime

rappresentazioni e una ventina di recite. Le sue visite erano corte.

Non s’era quasi mai dato il caso che il sipario venisse tirato su e

lui non fosse al suo posto, alla prima fila dei banchi. Arrivava,

periodicamente, mezz’ora prima che incominciasse lo spettacolo;

dava una capatina nel _foyer_, stringeva la mano al Caiani, salutava

qualche conoscente e poi montava frettoloso la gradinata che porta

in teatro; aveva una grande paura che qualche importuno non gli

rubasse quel cantuccio oramai diventato sua proprietà per diritto di

possesso. Io spesso gli tenevo dietro, spinto dalla curiosità. Era una

persona interessante anche per la sua stranezza. Non poteva patire i

susurroni, i fischiatori. Quando nelle rappresentazioni tempestose si

sentiva gridare: alla porta! alla porta! si poteva esser sicuri che

il gridatore fosse lui. Allora si rizzava sui piedi, si voltava con

un viso arcigno, colla papalina di traverso e un gran paio di occhiali

sul naso, cercando tra la folla i disturbatori per fulminarli col suo

sguardo inviperito. Per lui una rappresentazione era qualcosa di sacro,

una funzione, che so io? un sacrificio sull’altare dell’arte... I

profani non ci avean che vedere: alla porta! alla porta!

Non mancava di cultura, e aveva un’ammirazione sconfinata pel teatro

francese e per lo Shakspeare. Quando si rappresentava qualche commedia

del Dumas il giovane e dello Augier era per lui una serata di festa.

Alle più belle scene, a quelle scene fine, piene di spirito e di

malizie, vigorosamente satiriche, non sapeva star fermo; si voltava

e rivoltava per guardare in viso gli altri e trovarvi un’ammirazione

uguale alla sua; e sorrideva, ammiccava, scoteva la sua testa da

burattino, si sfregava le mani, e faceva un gesto, un gesto tutto

proprio, che significava mille cose e soprattutte: Ah! di questa roba

noi non se ne fa! Che peccato!

In quegli anni il nostro teatro era entrato in un’attività che fece

nascere tante belle speranze e tante magnifiche illusioni. Le commedie

nuove pullulavano: il pubblico applaudiva, incoraggiava, la stampa gli

teneva bordone. Da Torino, da Milano, da Firenze era una continuata

ripercussione di applausi. Il vecchietto non partecipava a quegli

entusiasmi, e ad ogni nuova commedia italiana faceva delle smorfie

significative, delle spallate, e diceva: se son rose fioriranno! A

lui faceva rabbia quello che lui, con un vocabolo del gergo teatrale,

chiamava lo _spolvero_: intendeva la rettorica, le frasi vuote,

le tirate. Soleva dire che lo _spolvero_ fosse una nostra malattia

gentilizia della quale difficilmente saremmo guariti. Lo _spolvero_,

secondo lui, mutava aspetto e foggia, si camuffava da patriottismo, da

sentimentalità, da cento altre cose, ma infine era sempre _spolvero_,

cioè rettorica. Aveva notato che ordinariamente ogni cinque anni lo

_spolvero_ mutava tenore. E quando vedeva qualche produzione che ne

introducesse un genere nuovo, si grattava la testa con tutte e due le

mani ed esclamava: Poveri a noi! Ne abbiamo almeno per cinque anni!

Rammento la sera che fu data la _Celeste_. Il vecchietto si contorceva

sul suo banco, come s’avesse avuto dei dolori di corpo. Il bersagliere

(era il Monti) recitava la sua descrizione della battaglia di San

Martino, il pubblico urlava dei bravo senza fine, batteva le mani; ed

io che guardavo il mio vecchietto lo vedevo colla testa fra i pugni,

quasi ogni verso di quella descrizione fosse una legnata tra capo e

collo per lui. Poi veniva la Celeste (era la Marchi che allora, da

amorosa, non aveva tutte le smancerie che ha ora da prima donna) e

sciorinava anche lei la sua brava descrizione, il sogno, colla famosa

apparizione dell’anima purgante della sua mamma, un’altra cavatina che

il pubblico affogava in un subisso di applausi, mentre il vecchietto

abbassava il capo e si calcava la papalina fin sopra le orecchie,

appoggiando la fronte alla spalliera del banco dinnanzi. Terminato lo

spettacolo, volli interrogarlo, cogli occhi:

— Caro signore; rispose, eccoci condannati a dieci anni d’idilio! È una

fatalità!

E il bravo uomo non s’ingannava.

Presentato il mio interlocutore del _foyer_ del Niccolini, ecco le

parole alle quali accennavo.

In quella settimana era stata rappresentata una commedia d’uno

dei nostri più celebri e più permalosi scrittori drammatici. Un

trionfo, non si dice nemmeno. Giovanni Sabatini che allora scriveva

le rassegne teatrali in un giornale politico morto di tisi in un

anno, lo _Appennino_, aveva citato una delle più belle _tirate_ di

quella commedia, dichiarandola uno _squarcio di vera eloquenza_.

Io, dal pianterreno della _Nazione_, avevo messo fuori una stonatura

fra quel coro di inni pindarici in lode del nuovo capolavoro: avevo

avuto perfino l’imprudenza di citare appunto quella tirata come un

rettoricume triviale. Il mio articolo era parso un’indegnità, un

delitto di leso patriottismo. La sera dopo, entrando nel _foyer_ del

Niccolini, autori drammatici e attori mi fecero un’accoglienza molto

fredda: parecchi, cordialissimi con me il giorno innanzi, non mi resero

nemmeno il saluto. Mi vidi sfuggito, scartato come un uomo messo al

bando. Rimasi di sasso, mortificatissimo. Solo il Coletti, che sapeva

di quella specie di congiura ordita contro di me, mi venne incontro, mi

prese a braccetto e mi condusse in teatro.

Il vecchietto era al suo posto: andai a sedere dietro a lui. Terminato

il primo atto della produzione, mi si rivolse tutt’allegro e mi strinse

la mano.

— Bravo! bravo! Picchiamo forte! Ho letto il suo articolo con piacere!

Mi sfogai con lui, narrandogli quello che m’era accaduto. Fece due

o tre delle sue solite spallate, e, finita la rappresentazione, mi

trascinò nel _foyer_. C’era il solo Caiani che mi venne incontro e

mi fece le sue scuse, lui che non ci entrava per nulla. Allora il

vecchietto, sdraiatosi sul divano accanto al busto della Ristori, col

suo puro accento fiorentino e la sua voce un po’ nasale, riprese a

dirmi:

— Bravo! Non si lasci scoraggiare. E poi mi cantano di risorgimento

del nostro teatro! Spolvero! caro mio, spolvero! Non se lo vogliono

sentir dire; ma è così. Accidenti agli _spolverai_! (un vocabolo creato

da lui). Guà! ci vuol pazienza; siamo fatti a questo modo. Senta: io

sono un ignorante; però un po’ di praticaccia l’ho acquistata. E se

mi sentissi pruder le mani per iscrivere una commedia, la stia sicuro,

non farei come questi signori d’autori italiani che pare caschino dal

mondo della luna, come se il teatro lo cominciassero loro. O la storia

che c’è per nulla? Dico la storia del teatro. Rifare il già fatto è

fatica sprecata. L’arte progredisce, l’arte lascia degli addentellati.

E di qui bisogna cominciare se s’ha buone braccia da lavoro. Ah! quei

diavoli di francesi! La sanno lunga. In vent’anni, in mezzo secolo

che progresso! Dai drammoni spettacolosi di quel boia di Dumas padre

(un talentaccio da sbalordire, un vulcano in continua eruzione) dai

drammi di similoro shakesperiano del Vittor Hugo (un talentone, bisogna

convenirne, che fa restare a bocca aperta) dagl’imbrogli di quel

Bosco teatrale dello Scribe, eccoli già al _Demi-monde_, all’_Ami des

femmes_, al _Fils de Giboyer_ a _Maître Guerin_! Questi son passi!

Passi? Corse a dirittura! Corse di centinaia di miglia! E noi siamo

sempre lì, a baloccarci collo _spolvero_: lei m’intende. Saremmo capaci

di ricominciare colla commedia dell’arte. O non me lo son sentito dire

giorni fa da quel brav’omo del Dall’Ongaro: e lo diceva sul serio,

lui, un professore di letteratura drammatica! Gli risi sul muso. Per

me, se abbiamo forza nella schiena, è dal _Demi-monde_, dal _Fils de

Giboyer_ che bisognerebbe staccare il passo. Se no è inutile, guà! Ma

sì! Noi siamo grinte da ricucinare l’Alfieri e da riscaldare i cavoli

del Niccolini. Muteremmo la salsa, tanto per darla ad intendere al

pubblico; però, volta e rivolta, la sostanza sarebbe sempre quella.

Cavatine, duetti, predicozzi, trilli e fioriture! Non son sicuro di

morire che non abbia a veder rimesso a novo il dramma storico, magari

in versi: all’idillio già ci siamo. Ma io l’ho anche col pubblico. Se

il pubblico facesse il suo dovere! C’è da strabiliare. Non è quello

stesso che applaudisce alla _contessa d’Ange_, ad _Oliviero di Chalin_?

Non è lo stesso che gusta _Giboyer_ e _Maître Guerin_? Eppure, dategli

domani _Celeste_ (è inutile, è più forte di lui) si lascia illudere

dallo spolvero; va in brodo di giuggiole ai madrigali e alle tirate.

Lo spolvero, sicuro! Vuol dire che l’abbiamo nel sangue. Una volata di

lirismo ci fa proprio il solletico; un personaggio sentimentale ci fa

venire i lucciconi. Tenerezza di cuore! L’artificiale, lo sdolcinato,

il falso; siamo sempre lì, non se n’esce. Io mi ci guasto il fegato. E

poi mi cantano il risorgimento del nostro teatro. _Spolverai_, che non

sono altro! Vede? Io son persuaso che non ci sia punto rimedio; ma, se

fossi nei suoi panni, continuerei a picchiare di santa ragione. Temo

una ricaduta nella tragedia, nel dramma storico! Poveri a noi! Sarà il

trionfo dello spolvero! Non ne leveremo le peste! Vi affogheremo fino

al collo! Lei ride, Caiani: lei guarda alla cassetta. Ma lei non è

minchione, e su, in palco, non lo si vede che a certe commedie che so

io: e le _spolverate_ le lascia digerire a noi disgraziati... Digerire?

Dico male. Forse che il vento si digerisce? Ci rigonfia come tamburi.

Il vecchietto s’era alzato con uno scatto, e picchiatosi sulla pancia

preparavasi ad andar via, quando gli caddero gli occhi sopra il

cartellone appiccato alla parete.

— Che! Domani una tragedia nuova? Di un avvocato? O non ha da impiegar

meglio il suo tempo questo sor Bacchini?.... Ma se l’ho detto io! E poi

vogliono il risorgimento del nostro teatro! _Spolverai_, che non sono

altro!... —

E mentre queste parole mi si risvegliavano nella memoria, la

rappresentazione della _Cecilia_ procedeva trionfalmente! Apostrofi a

Venezia; cortigiane che descrivevano, come in un poema didattico, il

carnovale della grande repubblica; fioriture; concettini che espressi

in prosa, farebbero ridere; tutt’era fatto segno ad applausi, a

chiamate, ad entusiasmi incredibili. Al quarto atto, gran duetto fra

tenore e soprano.

CECILIA. Oh, se potessi

Rivelarti la perfida battaglia

Che mi scompone l’anima! Consiglio

Sacrilego fu il mio, non ascoltarlo!

Venezia che t’accolse e ti protegge

Sia la tua patria, e in mezzo ai monumenti

Della sua gloria, eleva imperituro

Anche quello al tuo nome; e se ti morde

Cura della Grimani che tradisti

Forse per me, rivivi al primo affetto.

Io tel consento; per pietà di lei

La mia povera mamma ebbe tranquille

L’ore supreme della stanca vita.

E non sarà mai pare al benefizio

L’immensità della sciagura mia....

Non debbo essere ingrata, nell’ebbrezza

Del mio dolore omai trovo la sola

Voluttà che per me non è delitto!

Ma non t’oblierò: dalla miseria

Della mia solitudine piangendo

Lo spirto mio t’aleggierà d’intorno,

E nel dì che vedrò discolorarsi

L’ultima volta l’armonia del mondo,

Il mio sospiro alla fuggente luce

Sarà, Giorgio, il tuo nome!

BARB. (_con grande passione_). Non parlarmi

Così, Cecilia! Tu sei l’arte mia,

La mia patria, il mio Dio, nè temo forza

Che mi stacchi da te. Non ti conturbi

Rimorso. N’hai solenne giuramento.

Assai pria ch’io vedessi il tuo sorriso

Languir sentiva l’infelice fiamma;

Nato di vanità, scandalo e scherno

Della gente che va per le superbe

Sale patrizie, e invidia del volgo,

Non seppe mai nobilitarmi il core,

E quando volli pure ad ogni costo

Riamare colei che fu la tua

Benefattrice, il core ebbi ribelle....

Perchè? Nol so; l’amor come la fede,

Sdegna la violenza, e non ragiona,

E s’anco non dovessi su la terra

Incontrarti più mai, da quella fredda

Cenere non potrebbe arte d’incanto

Suscitare una povera favilla!

Fissi nell’astro che dal ciel ne irraggia,

Corriam, Cecilia, lieti di speranza

Incontro all’avvenire, ed obbliamo

Il passato! Sconforti, gelosie,

Smisurati ardimenti, impeti pazzi;

Vizii, virtù che fecero tempesta

Della mia giovinezza, omai son echi

Fievoli di ricordi che la mente

Più non intende, pagine strappate

Dal libro della vita; ella incomincia

Solamente per me dalla beata

Ora che tu m’amasti!....

E più in là altro duetto fra soprano e baritono, fra Cecilia e il Morto

da Feltre: non mancava che la musica. Il pubblico chiamava fuori i

cantanti, cioè gli attori, come se la musica ci fosse stata.

Intanto il mio vecchietto di Firenze mi ronzava importunamente nella

testa col suo puro accento fiorentino e la voce un po’ nasale: _Rifare

il già fatto è fatica sprecata! L’arte progredisce, l’arte lascia degli

addentellati!_ — E mi sdegnavo col pubblico che, infine quella sera

era alquanto scusabile. Lo autore, un uomo d’ingegno, stava lì, sul

palcoscenico, venuto a posta da Roma per sentirne il verdetto; e il

pubblico voleva mostrarsi gentile con quell’uomo d’ingegno che ha delle

qualità di artista, se non è (debbo dirlo?) un talento drammatico.

Povero pubblico! Dopo aver assistito alla quinta rappresentazione

della _Cecilia_, ti ho fatto ragione. Ho capito che quella sera ti

arrampicavi su pei vetri, t’attaccavi anche ai rasoi. Non trovavi

il dramma, i caratteri, la passione e cedevi di buona voglia,

di proposito, alla tua natura _spolveraia_, avrebbe detto il mio

vecchietto. Alla quinta sera, caro pubblico, t’ho quasi ammirato. Le

belle descrizioni, le magnifiche tirate ti si scandevano nell’orecchio

solennemente, ma tu stavi cheto, ma tu ammonivi con qualche zitto i due

o tre soliti entusiasti che non mancano mai, forse per dar a bere che

se n’intendono più degli altri; e ti si perdonava facilmente quel po’

d’entusiasmo da cui venivi scaldato ai soliti duetti (i pezzi di forza

del dramma) perchè insomma, si sa, era più forte di te: lo _spolvero_

ti faceva il solletico, e tu non sapevi resistere.

E tutte e due le volte, uscendo dal teatro, sentivo ancora

nell’orecchio la voce stridente del vecchietto:

— Ahimè, n’avremo almeno per altri dieci anni!

Ah! ma lui, che ora riposa sotto una bianca lapide di marmo nel

cimitero di San Miniato, non prevedeva che la malattia potesse tanto

complicarsi; e non prevedeva che all’idilio, alla leggenda mediovale

(due generi nuovi! dice la gente seria) si potessero unire il dramma

storico in cinque atti e le commedie togate, e le scene greche e tutta

la valanga archeologica!

Mi par di vederlo rannicchiarsi ben bene nella sua cassa mortuaria,

felice d’averla scappata bella, andando al mondo di là. Al suo solito

strizza gli occhi, fa le smorfie, ed alza le spalle, brontolando fra

gli assiti:

— E vogliono il risorgimento del teatro italiano! Spolverai, che non

sono altro!

Povero vecchio! Ti stringo la mano a traverso la tua cassa da morto,

come direbbe Garibaldi.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 26 / 48 题