Il Don Giovanni del Byron non è quello della leggenda. Che fiero uomo
è questo qui! Non ha scrupoli di sorta, nè cogli uomini, nè con Dio:
non ha altra legge che il suo capriccio, non altro movente che il suo
piacere. Tormentato da una terribile smania dell’ignoto, lo cerca più
volentieri nella donna, perchè nella donna, come ha detto uno dei
panegiristi di lui, _tutto è mistero: l’anima, la persona, fin gli
stessi vestiti_. Corrotto, incredulo, scettico, cinico, è sincerissimo
nei suoi vizii e vi si butta con una specie d’ingenuità. Quando dice:
t’amo ad una donna che, pochi momenti dopo, abbandonerà con la più
completa indifferenza, Don Giovanni parla da vero gentiluomo; non
mente. La sua costanza d’un giorno sarebbe una bugia, e lui è incapace
di tale bassezza. Non ama che sè stesso e tutto quello che ha rapporto
colla sua felicità personale. Se la donna, se l’amico vengon meno alle
promesse d’un bene che lui credeva di trovarvi, perchè dovrà restar
fedele a quell’amante e a quell’amico che non valgon più nulla per lui?
— Ma la donna gli ha sacrificato la sua famiglia, la sua verginità, la
sua pace, tutto!... — Ebbene, che importa? Tanto peggio per lei.
In questa guerra contro la società, Don Giovanni passa di trionfo in
trionfo, e se ne inebria: per poco non s’irrita della sua costante
buona fortuna. Gli han ripetuto cento volte che ci sia un Dio, il
quale arresta sul meglio il passo tracotante dei malvagi. Sarebbe stato
lietissimo d’incontrarlo quest’_Ignoto_, e buttarglisi a traverso il
cammino, per dargli il gambetto; ci avrebbe rimesso volentieri anche
l’osso del collo. Fandonie! Dio non s’è dato la pena di scomodarsi; e
lui, l’irresistibile conquistatore, è andato avanti, gustando tutti
i frutti proibiti dell’amore, della scienza, della piena libertà
di sè stesso; prepotente colla legge, assassino cogli sciagurati
che osano risentirsi delle sue infamie; sempre più impertinente con
quell’_Ignoto_ da cui vien lasciato fare e disfare secondo che il
capriccio lo spinga.
Da questa foga, da questa sbrigliatezza, che la bellezza corporale e
la gioventù rendon quasi legittime perfino agli occhi delle stesse
persone da lui offese e danneggiate, scaturisce un senso di grande
simpatia pel felice e audacissimo peccatore. Quando gli sentiamo
sfuggir di bocca il beffardo invito alla statua del Commendatore e
vediamo la statua accennare che accetta: quando, nel pieno dell’orgia,
picchia alla sala del palazzo dei Marana quel terribile convitato,
no, non siamo lieti, non siamo soddisfatti del castigo che pende sul
capo del peccatore indurito. Un senso di compassione ci rimescola
il petto; il castigo ci sembra eccessivo. Povero Don Giovanni! Gli
avevamo già perdonato. La bellezza, la gioventù, la passione, saran
sempre delle ottime scuse. Infine che aveva egli fatto, se non seguire
gli stimoli della sua vigorosa natura? S’era forse creato da sè così
capriccioso, così incostante, così insofferente d’ogni impedimento e
d’ogni indugio se vi era un desiderio d’appagare, un fiore da cogliere,
un frutto d’assaporare? Certamente da questo rigoglio, ben maturato,
sarebbe uscito un uomo di genio. Don Giovanni, tenetelo a mente, non
è una persona volgare. In quella sua foga di passioni s’intravvede
un’aspirazione a qualcosa d’elevato che sta più in là, che trascende
l’istinto animale; per questo, forse, la leggenda spagnuola, nata tra
i roghi dell’Inquisizione, s’affretta a scaraventarlo nell’inferno. Oh,
da quel libertino, da quel bestemmiatore poteva sgusciar fuori un uomo
politico, o un pensatore... All’inferno!
Il Don Giovanni della leggenda, il Don Giovanni di Molière apparisce
proprio un gigante dirimpetto al gracile e femminile figliuolo di
Donna Ines e di Don Josè, all’amante di Donna Giulia, al discepolo di
Don Pedrillo, al compagno di letto della bella Dudù nei dormitorii del
Harem, al favorito dell’imperatrice di Russia cantato dal Byron. Già,
neppure il poeta lo prende sul serio. Se lo canta, è _faute de mieux_.
Che interesse posson destargli tanti altri eroi sbucciati di mese in
mese su per le colonne dei giornali e durati appena un giro di luna
nella facile ammirazione del volgo? Meglio Don Giovanni. L’eroe, pel
poeta, è un mero pretesto. Il vero eroe del poema è lui, il suo immenso
sdegno, il suo immenso odio, la sua immensa ironia. Poema? Non lo dite
nemmen per ridere. La prima vittima del poeta sarà appunto questo
compiacente strumento della sua vendetta contro quel _cant_ inglese
che l’ha costretto ad esiliarsi a ventun’anno e lo farà morire su terra
straniera. Come siamo lontani dalla mirabile creazione della leggenda
che il genio di Molière ha fissato nella prosa immortale della sua
commedia! È un’altra atmosfera. Quel felice peccatore è figlio del
Rinascimento: questo qui è un prodotto malaticcio della falsa civiltà
inglese della prima metà di questo secolo.
Come? Don Giovanni non è uno spagnuolo di Siviglia? Suo padre non è
l’idalgo Don Josè dal purissimo sangue gotico senza miscela saracena o
giudea?... Sua madre, la devota e dotta Donna Ines...
Sì, sì; precisamente. Ma al poeta non importa gran fatto che gli
prestiate piena fede. Traducete Spagna in Inghilterra; sarà più esatto:
parlando di Siviglia egli non guarda che a Londra; il suo Guadalquivir
è il Tamigi. Mio Dio! Tutte le leggi della creazione poetica sono qui
diabolicamente rovesciate. Appena la malìa del suo genio vi ha prodotto
un’illusione, ed eccolo lesto a distruggerla. Siete sotto l’impressione
d’una commozione dolcissima? Ed ecco ch’egli divaga, canzona, diventa
maledico, vi fa impazientire, insulta alla vostra emozione, alla
vostra buona fede, al vostro buon gusto, per l’unico piacere di farvi
dispetto. È un cattivo? Un matto? Un ammalato? Un po’ di tutto insieme,
ma più che altro è un vero poeta, con una personalità sorprendente.
Ogni suo verso, ogni sua strofa sono un pezzo del suo cuore. Quel
suo sarcasmo non è una posa: quella bile, prima di versarsi nelle
interminabili digressioni, gli ha rimescolato tutte le viscere e lo ha
fatto realmente soffrire. Quando maltratta i suoi personaggi, quando
gli sbatte di qua e di là, come un gatto che scherzi voluttuosamente
col topolino sua preda, quando gli addenta e gli insanguina, credete
ch’egli l’abbia precisamente con essi? Eh via! I fantasmi poetici non
potrebbero eccitarlo in tal modo. Il suo dente morde delle carni vere,
il suo veleno uccide delle persone reali. Poema? Niente affatto. È la
satira elevata alla potenza d’epopea: una forma nuova dell’arte, un
capolavoro. Che volete altro?
Il tempo lo ha reso innocuo; il tempo lo ha spogliato di tutto quello
che al suo apparire lo fece un oggetto d’ammirazione e d’orrore.
«Prostituzione sì trista, sì gratuita, sì dispregevole del genio forse
non è mai stata veduta.» — «Noi abbiamo per la prima volta, nella
storia della nostra letteratura, una grand’opera che non poggia che
sulla licenza, sulle bestemmie e sulle imagini più impure.» — «Delle
quattrocento strofe che ci stanno dinanzi non ve n’è una che possa
dirsi poetica. Non vi è spirito bastante per dirle comiche, non estro
tale da chiamarle liriche; nè alla didattica possono pretendere,
fuorchè coll’insegnamento del male.» «Di quest’immorale Odissea
non possono esservi due diverse opinioni; quand’anche i sentimenti
religiosi del lettore fossero rilassati al massimo grado, ei rimarrebbe
scosso dalla manifesta licenza del poema.» — «Di un poema tanto
corrotto che nessun editore ha voluto porvi il nome, sebbene molti
librai si disonorino vendendolo, che cosa può dirsi?» — Ho scelto
a caso nei giornali del tempo. Lo stesso Goethe, pubblicando un suo
saggio di traduzione, un frammento del primo canto, credeva giusto
dover scrivere: «Se ci sarà rimproverato di propagare in Germania, per
mezzo d’una nostra traduzione, un simile scritto, e di far conoscere
ad una nazione semplice, onesta, parifica, l’opera più immorale che
la poesia abbia mai prodotta, noi risponderemo che questo saggio di
traduzione non è destinato ad esser letto da tutti.»
Gran giustiziere che è il tempo! Gran rimedio che è il tempo! Di tutto
questo noi ci accorgiamo appena. L’ironia s’è già spiegata come una
forma particolare del pensiero moderno e il Don Giovanni, non che farci
ribrezzo, ci alletta e ci seduce colle pure grazie dell’arte. Quel
mondo ch’egli voleva distrurre è già ridotto in polvere da un pezzo;
non ne son rimasti in piedi che i fantasmi poetici da lui creati, ed
anche questi non tutti. L’ironia del poeta è già stata sorpassata ed
ha perduto valore, come l’ironia del suo maestro, il Voltaire. Un altro
elemento più intimo e più efficace lavora nel nostro spirito e ci rende
superiori ai sentimenti ed alle idee che formarono nel 1818 la grande
originalità del _Don Giovanni_. Però non bisogna scordarsi che, se
siamo andati più innanzi, il Voltaire e il Don Giovanni ci entrino bene
per qualche cosa.
Il _Don Giovanni_ fu concepito e composto in Italia dal 1818 al 1822.
Una lettera scritta da Venezia al Moore, dopo aver compiuto il primo
canto, ha un passo che ci dipinge lo stato dell’animo del poeta:
«V’auguro la buona notte con una benedizione veneziana: _benedetto
ti e la tera che ti farà_. Non è gentile? Più gentile ancora la
riputereste se l’aveste udita, come io due ore fa, dalle labbra d’una
fanciulla veneta, di splendidi occhi.... una di quelle donne di cui
può farsi ogni cosa. Io son sicuro che se le mettessi un pugnale in
mano, ella l’immergerebbe dove io volessi; ed anche in me, se l’avessi
ad offendere. Io amo questa specie di animali, e son sicuro che avrei
preferito Medea a tutte le donne. _Voi forse stupirete di queste
parole, pensando ai miei avvenimenti passati; ma io avrei potuto
perdonare i pugnali, o i veleni, e ogni cosa, ma non la premeditata
desolazione in cui venni immerso, allorchè stavo solo accanto al mio
focolare, coi miei penati infranti ai miei piedi. Credete voi che io
abbia dimenticato o possa dimenticare?_»
No, non può dimenticare. La parte migliore di lui è rimasta
profondamente piagata: non il suo affetto soltanto, ma anche il suo
orgoglio d’uomo, di poeta, di lord. Lo spirito gli s’è inasprito
divorando il proprio dolore, ruminandolo, esagerandolo, rendendolo
irrimediabile. La poesia riducesi in lui ad un colpo di febbre con cui
la natura svia, di tempo in tempo, altri eccessi più pericolosi che
covano in quell’organismo eccedente di forza e potrebbero rapidamente
disfarlo: eccessi di vanità, eccessi di passioni brutali, eccessi
d’affetto, eccessi di tenerezze profonde, e di odii non meno profondi,
eccessi di orgie, eccessi di astinenze, eccessi d’ogni cosa: la sua
poesia non è altro, perchè la sua poesia è tutto lui. Egli non sa
disfarsi in nessun modo della propria personalità; e s’arrabbia che
i critici la riconoscano sotto le spoglie di tutti i suoi personaggi.
Intanto è appunto per questo che il _Don Giovanni_ riesce il suo vero
capolavoro. In esso il poeta si sente più libero, e lascia le briglie
sul collo al focoso cavallo del suo genio. A parlare propriamente, in
tutti quei sedici canti lui non racconta, ma continua bizzarramente il
perpetuo soliloquio della sua anima in pena. «Sotto quegli arabeschi,
dice un suo biografo, che somigliano a quelli del Vaticano e alle
decorazioni della Farnesina, c’è sempre il suo tratto caratteristico,
l’intensità del pensiero, del sentimento e della passione.» Il
poeta ride, sghignazza, canzona, motteggia con ironia ora fina, ora
grossolana, ma dietro tal velo sottilissimo trasparisce l’uomo tristo
del nord colla coscienza turbata dai grandi problemi della vita e
dell’eternità.
Evidentemente quest’apparenza gli costa uno sforzo. Nei primi canti è
ancora sotto il fascino della propria concezione poetica ed è, quasi
suo malgrado, più gaio, più vario, insomma più poeta. La sua ironia è
spesso alata come una farfalla e scherza tra i fiori follemente. C’è
un caldo soffio di vita, di sensazioni, di voluttà, di impressioni
fresche, immediate che vivifica tutti quei begli episodii, e si
comunica al lettore. Il poeta è contento dell’opera sua, e questa
contentezza trasparisce dall’intonazione stessa del lavoro. Egli sa di
aver fatto un _poema umano_. «Voi avete tanti poemi _divini_, scrive
al Maurray che lo consigliava d’intraprendere una grand’opera; vi par
dunque nulla l’averne scritto uno _umano_? senza nulla di quelle vostre
maledette e logore macchine?» Ma lo sforzo, la tensione non durano, e
l’opera languisce, affaticando poeta e lettore, ad una volta, da metà
di via in poi. Ma che vuol dir questo? Il capolavoro non ne soffre. Una
nuova forma poetica era già stata creata, o meglio aveva già trovato
finalmente il suo perfetto organismo. Gli organismi iniziali di cotesta
nuova forma erano apparsi da un pezzo nella letteratura italiana col
Morgante, coll’Orlando e, più giù, con quella vivace poesia in dialetto
che si fa perdonare molto facilmente nel Buratti, nel Porta e nel Baffo
la poco conveniente qualità del soggetto. Fu il Pellico, in Milano,
che rivelò al Byron questi nostri poeti vernacoli, i quali valgono più
di parecchi dei famosi della nostra accademica letteratura: il Byron
ne rimase incantato. «Lord Byron ha fatto _Beppo_ e si è levato fino
al _Don Giovanni_ perchè ha letto Buratti» dice Stendhal. Secondo lui
quella rivelazione del Pellico _decida de l’avenir poétique de Lord
Byron_.
Ma il Byron s’era preparato a questa forma colla sua mirabile
traduzione del Morgante. Però quale differenza! L’ironia qui non è
quasi inconsapevole, esitante come nel Pulci e nell’Ariosto, ma piena e
consapevole della sua forza: e ad essa s’accoppia la satira che spesso
la vince e la sopraffà colla sua formidabile virulenza. La forma s’è
finalmente spiegata con tutta la larga ricchezza del suo organismo;
e se nella _Namouna_ e nel _Mardoche_ del Musset ci parrà, più tardi,
immensamente più vicina alla perfezione e stavo per dire la perfezione
stessa, non bisogna dimenticare che il _Don Giovanni_, dirimpetto alla
_Namouna_ e al _Mardoche_, ha tutto il pregio della difficoltà nuova,
vinta con intuizione artistica senza pari. Poi nel _Don Giovanni_
abbiamo il mondo a dirittura, l’umanità intiera coi suoi vizii, col
suo ridicolo, colla sua ipocrisia, qualche volta colla sua naturale e
selvaggia bontà, mentre quelli rappresentano soltanto il salotto e il
_boudoir_ colle tendine abbassate e la penombra.
Il _Don Giovanni_ tradotto in italiano è come un’onda che dopo lungo
corso ritorna alla sorgente. Il Goethe lo chiamava l’_intraducibile
Don Giovanni_, guardando all’indole impacciata della lingua tedesca.
Parrebbe che così non dovesse essere per l’italiano; ma io credo che le
difficoltà siano proprio uguali, se non maggiori. Dopo il cinquecento
la nostra forma poetica s’arresta, si cristallizza, diventa un che
d’inorganico. Il Morgante e l’Orlando rimangono senza prole. Per trovar
qualcosa che valga bisogna rivolgersi ai poeti vernacoli, ai quali
l’impaccio dell’imitazione classica non ha messo freni di tradizioni,
di formule e di pregiudizii di scuole.
Come rendere col nostro stile poetico freddo, compassato, inamidato
la pazza e, qualche volta, anche sguaiata scioltezza di queste stanze
diaboliche del Don Giovanni, che mutano tono ad ogni momento, non si
fanno scrupolo di nulla, ridono e piangono allo stesso punto, lanciano
la parola brutale in mezzo a una riflessione filosofica, celebrano
l’inferno colle dolcezze della musica del paradiso e parlano del cielo
colla sfolgorante bestemmia dell’inferno?
Vittorio Betteloni non s’è lasciato scoraggiare da queste
considerazioni ed ha continuato la prova che prima aveva tentato col
semplice episodio di _Aidea_. Insieme a lui, e facendo più lesto, il
signor Enrico Casali si è lasciato allettare dal medesimo pericolo ed
ha dato l’intiero _Don Giovanni_, in ottava rima anche lui. Sforzi
coraggiosi, sforzi degni di lode; specialmente pel Betteloni c’ha
saputo dare alla sua traduzione una veste assai più letteraria di
quella del Casali quantunque un po’ a spese della fedeltà ora della
lettera, ora dello spirito dell’originale. Però io son convinto della
perfetta inutilità e vanità di queste e di altre possibili prove d’una
traduzione poetica del _Don Giovanni_. La traduzione di Vittorio
Betteloni ha qua e là tale aria di freschezza e di spigliatezza da
far dimenticare che si legga una traduzione,... purchè non s’abbia la
malinconia di far dei confronti col testo. Un giudice competentissimo,
il Carducci ha scritto che _è delle migliori versioni poetiche moderne
ed è la migliore versione in ottava rima che abbia l’Italia da quella
in poi della_ PULCELLA _fatta dal Monti. Finisca il Don Giovanni e
basta_, gli ha detto il Carducci distogliendolo dall’affaticarsi in
altre traduzioni come quella, stupenda, dell’Assuero dell’Hamerling. Se
io avessi la stessa autorità del Carducci, oserei dirgli, al contrario:
_lasci il Don Giovanni al punto che è, e basti_.
Il vero _Don Giovanni_ è tutto in questi sei primi canti: e un saggio
di traduzione così, relativamente, ben riuscito potrà esser utile, a
questi lumi di luna di frollezza poetica, pei molti che non sono nel
caso di leggere il testo. «C’è una malattia di cuore e di spirito nello
stile del Don Giovanni, dice il Taine, come in quello di Swift. Quando
un uomo fa il buffone con le lagrime agli occhi, vuol dire che la sua
imaginazione è avvelenata. Questa sorta di riso è uno spasimo e dà
all’uno l’indurimento di cuore e la follìa all’altro, l’eccitazione
e il disgusto. Byron s’esauriva, o per lo meno il poeta s’esauriva
in lui. Gli ultimi canti del _Don Giovanni_ strascicano; l’allegria
diventa sforzata, le bizzarrie diventano divagazioni; il lettore già
sente avvicinarsi la noia.»
Non idolatriamo i grandi. Abbiamo l’intera traduzione in prosa del
Rusconi e quella in versi (chi li preferisce) del Casali, tutte e due
abbastanza fedeli per dare un’idea dell’originale. A che pro una terza
che non varrà mai l’equivalente del lavoro, degli stenti e del prezioso
tempo che costerà? S’appaghi il Betteloni della lieta accoglienza che
gl’italiani già fanno a Donna Giulia, ad Aidea, a Dudù, rincontrandole
nelle sue forbite e cristalline ottave; e lasci dormire in pace
l’imperatrice Caterina e Lady Adelina Amandevil e le altre. Non valgono
punto quelle lì.