DON GIOVANNI[16]

Il Don Giovanni del Byron non è quello della leggenda. Che fiero uomo

è questo qui! Non ha scrupoli di sorta, nè cogli uomini, nè con Dio:

non ha altra legge che il suo capriccio, non altro movente che il suo

piacere. Tormentato da una terribile smania dell’ignoto, lo cerca più

volentieri nella donna, perchè nella donna, come ha detto uno dei

panegiristi di lui, _tutto è mistero: l’anima, la persona, fin gli

stessi vestiti_. Corrotto, incredulo, scettico, cinico, è sincerissimo

nei suoi vizii e vi si butta con una specie d’ingenuità. Quando dice:

t’amo ad una donna che, pochi momenti dopo, abbandonerà con la più

completa indifferenza, Don Giovanni parla da vero gentiluomo; non

mente. La sua costanza d’un giorno sarebbe una bugia, e lui è incapace

di tale bassezza. Non ama che sè stesso e tutto quello che ha rapporto

colla sua felicità personale. Se la donna, se l’amico vengon meno alle

promesse d’un bene che lui credeva di trovarvi, perchè dovrà restar

fedele a quell’amante e a quell’amico che non valgon più nulla per lui?

— Ma la donna gli ha sacrificato la sua famiglia, la sua verginità, la

sua pace, tutto!... — Ebbene, che importa? Tanto peggio per lei.

In questa guerra contro la società, Don Giovanni passa di trionfo in

trionfo, e se ne inebria: per poco non s’irrita della sua costante

buona fortuna. Gli han ripetuto cento volte che ci sia un Dio, il

quale arresta sul meglio il passo tracotante dei malvagi. Sarebbe stato

lietissimo d’incontrarlo quest’_Ignoto_, e buttarglisi a traverso il

cammino, per dargli il gambetto; ci avrebbe rimesso volentieri anche

l’osso del collo. Fandonie! Dio non s’è dato la pena di scomodarsi; e

lui, l’irresistibile conquistatore, è andato avanti, gustando tutti

i frutti proibiti dell’amore, della scienza, della piena libertà

di sè stesso; prepotente colla legge, assassino cogli sciagurati

che osano risentirsi delle sue infamie; sempre più impertinente con

quell’_Ignoto_ da cui vien lasciato fare e disfare secondo che il

capriccio lo spinga.

Da questa foga, da questa sbrigliatezza, che la bellezza corporale e

la gioventù rendon quasi legittime perfino agli occhi delle stesse

persone da lui offese e danneggiate, scaturisce un senso di grande

simpatia pel felice e audacissimo peccatore. Quando gli sentiamo

sfuggir di bocca il beffardo invito alla statua del Commendatore e

vediamo la statua accennare che accetta: quando, nel pieno dell’orgia,

picchia alla sala del palazzo dei Marana quel terribile convitato,

no, non siamo lieti, non siamo soddisfatti del castigo che pende sul

capo del peccatore indurito. Un senso di compassione ci rimescola

il petto; il castigo ci sembra eccessivo. Povero Don Giovanni! Gli

avevamo già perdonato. La bellezza, la gioventù, la passione, saran

sempre delle ottime scuse. Infine che aveva egli fatto, se non seguire

gli stimoli della sua vigorosa natura? S’era forse creato da sè così

capriccioso, così incostante, così insofferente d’ogni impedimento e

d’ogni indugio se vi era un desiderio d’appagare, un fiore da cogliere,

un frutto d’assaporare? Certamente da questo rigoglio, ben maturato,

sarebbe uscito un uomo di genio. Don Giovanni, tenetelo a mente, non

è una persona volgare. In quella sua foga di passioni s’intravvede

un’aspirazione a qualcosa d’elevato che sta più in là, che trascende

l’istinto animale; per questo, forse, la leggenda spagnuola, nata tra

i roghi dell’Inquisizione, s’affretta a scaraventarlo nell’inferno. Oh,

da quel libertino, da quel bestemmiatore poteva sgusciar fuori un uomo

politico, o un pensatore... All’inferno!

Il Don Giovanni della leggenda, il Don Giovanni di Molière apparisce

proprio un gigante dirimpetto al gracile e femminile figliuolo di

Donna Ines e di Don Josè, all’amante di Donna Giulia, al discepolo di

Don Pedrillo, al compagno di letto della bella Dudù nei dormitorii del

Harem, al favorito dell’imperatrice di Russia cantato dal Byron. Già,

neppure il poeta lo prende sul serio. Se lo canta, è _faute de mieux_.

Che interesse posson destargli tanti altri eroi sbucciati di mese in

mese su per le colonne dei giornali e durati appena un giro di luna

nella facile ammirazione del volgo? Meglio Don Giovanni. L’eroe, pel

poeta, è un mero pretesto. Il vero eroe del poema è lui, il suo immenso

sdegno, il suo immenso odio, la sua immensa ironia. Poema? Non lo dite

nemmen per ridere. La prima vittima del poeta sarà appunto questo

compiacente strumento della sua vendetta contro quel _cant_ inglese

che l’ha costretto ad esiliarsi a ventun’anno e lo farà morire su terra

straniera. Come siamo lontani dalla mirabile creazione della leggenda

che il genio di Molière ha fissato nella prosa immortale della sua

commedia! È un’altra atmosfera. Quel felice peccatore è figlio del

Rinascimento: questo qui è un prodotto malaticcio della falsa civiltà

inglese della prima metà di questo secolo.

Come? Don Giovanni non è uno spagnuolo di Siviglia? Suo padre non è

l’idalgo Don Josè dal purissimo sangue gotico senza miscela saracena o

giudea?... Sua madre, la devota e dotta Donna Ines...

Sì, sì; precisamente. Ma al poeta non importa gran fatto che gli

prestiate piena fede. Traducete Spagna in Inghilterra; sarà più esatto:

parlando di Siviglia egli non guarda che a Londra; il suo Guadalquivir

è il Tamigi. Mio Dio! Tutte le leggi della creazione poetica sono qui

diabolicamente rovesciate. Appena la malìa del suo genio vi ha prodotto

un’illusione, ed eccolo lesto a distruggerla. Siete sotto l’impressione

d’una commozione dolcissima? Ed ecco ch’egli divaga, canzona, diventa

maledico, vi fa impazientire, insulta alla vostra emozione, alla

vostra buona fede, al vostro buon gusto, per l’unico piacere di farvi

dispetto. È un cattivo? Un matto? Un ammalato? Un po’ di tutto insieme,

ma più che altro è un vero poeta, con una personalità sorprendente.

Ogni suo verso, ogni sua strofa sono un pezzo del suo cuore. Quel

suo sarcasmo non è una posa: quella bile, prima di versarsi nelle

interminabili digressioni, gli ha rimescolato tutte le viscere e lo ha

fatto realmente soffrire. Quando maltratta i suoi personaggi, quando

gli sbatte di qua e di là, come un gatto che scherzi voluttuosamente

col topolino sua preda, quando gli addenta e gli insanguina, credete

ch’egli l’abbia precisamente con essi? Eh via! I fantasmi poetici non

potrebbero eccitarlo in tal modo. Il suo dente morde delle carni vere,

il suo veleno uccide delle persone reali. Poema? Niente affatto. È la

satira elevata alla potenza d’epopea: una forma nuova dell’arte, un

capolavoro. Che volete altro?

Il tempo lo ha reso innocuo; il tempo lo ha spogliato di tutto quello

che al suo apparire lo fece un oggetto d’ammirazione e d’orrore.

«Prostituzione sì trista, sì gratuita, sì dispregevole del genio forse

non è mai stata veduta.» — «Noi abbiamo per la prima volta, nella

storia della nostra letteratura, una grand’opera che non poggia che

sulla licenza, sulle bestemmie e sulle imagini più impure.» — «Delle

quattrocento strofe che ci stanno dinanzi non ve n’è una che possa

dirsi poetica. Non vi è spirito bastante per dirle comiche, non estro

tale da chiamarle liriche; nè alla didattica possono pretendere,

fuorchè coll’insegnamento del male.» «Di quest’immorale Odissea

non possono esservi due diverse opinioni; quand’anche i sentimenti

religiosi del lettore fossero rilassati al massimo grado, ei rimarrebbe

scosso dalla manifesta licenza del poema.» — «Di un poema tanto

corrotto che nessun editore ha voluto porvi il nome, sebbene molti

librai si disonorino vendendolo, che cosa può dirsi?» — Ho scelto

a caso nei giornali del tempo. Lo stesso Goethe, pubblicando un suo

saggio di traduzione, un frammento del primo canto, credeva giusto

dover scrivere: «Se ci sarà rimproverato di propagare in Germania, per

mezzo d’una nostra traduzione, un simile scritto, e di far conoscere

ad una nazione semplice, onesta, parifica, l’opera più immorale che

la poesia abbia mai prodotta, noi risponderemo che questo saggio di

traduzione non è destinato ad esser letto da tutti.»

Gran giustiziere che è il tempo! Gran rimedio che è il tempo! Di tutto

questo noi ci accorgiamo appena. L’ironia s’è già spiegata come una

forma particolare del pensiero moderno e il Don Giovanni, non che farci

ribrezzo, ci alletta e ci seduce colle pure grazie dell’arte. Quel

mondo ch’egli voleva distrurre è già ridotto in polvere da un pezzo;

non ne son rimasti in piedi che i fantasmi poetici da lui creati, ed

anche questi non tutti. L’ironia del poeta è già stata sorpassata ed

ha perduto valore, come l’ironia del suo maestro, il Voltaire. Un altro

elemento più intimo e più efficace lavora nel nostro spirito e ci rende

superiori ai sentimenti ed alle idee che formarono nel 1818 la grande

originalità del _Don Giovanni_. Però non bisogna scordarsi che, se

siamo andati più innanzi, il Voltaire e il Don Giovanni ci entrino bene

per qualche cosa.

Il _Don Giovanni_ fu concepito e composto in Italia dal 1818 al 1822.

Una lettera scritta da Venezia al Moore, dopo aver compiuto il primo

canto, ha un passo che ci dipinge lo stato dell’animo del poeta:

«V’auguro la buona notte con una benedizione veneziana: _benedetto

ti e la tera che ti farà_. Non è gentile? Più gentile ancora la

riputereste se l’aveste udita, come io due ore fa, dalle labbra d’una

fanciulla veneta, di splendidi occhi.... una di quelle donne di cui

può farsi ogni cosa. Io son sicuro che se le mettessi un pugnale in

mano, ella l’immergerebbe dove io volessi; ed anche in me, se l’avessi

ad offendere. Io amo questa specie di animali, e son sicuro che avrei

preferito Medea a tutte le donne. _Voi forse stupirete di queste

parole, pensando ai miei avvenimenti passati; ma io avrei potuto

perdonare i pugnali, o i veleni, e ogni cosa, ma non la premeditata

desolazione in cui venni immerso, allorchè stavo solo accanto al mio

focolare, coi miei penati infranti ai miei piedi. Credete voi che io

abbia dimenticato o possa dimenticare?_»

No, non può dimenticare. La parte migliore di lui è rimasta

profondamente piagata: non il suo affetto soltanto, ma anche il suo

orgoglio d’uomo, di poeta, di lord. Lo spirito gli s’è inasprito

divorando il proprio dolore, ruminandolo, esagerandolo, rendendolo

irrimediabile. La poesia riducesi in lui ad un colpo di febbre con cui

la natura svia, di tempo in tempo, altri eccessi più pericolosi che

covano in quell’organismo eccedente di forza e potrebbero rapidamente

disfarlo: eccessi di vanità, eccessi di passioni brutali, eccessi

d’affetto, eccessi di tenerezze profonde, e di odii non meno profondi,

eccessi di orgie, eccessi di astinenze, eccessi d’ogni cosa: la sua

poesia non è altro, perchè la sua poesia è tutto lui. Egli non sa

disfarsi in nessun modo della propria personalità; e s’arrabbia che

i critici la riconoscano sotto le spoglie di tutti i suoi personaggi.

Intanto è appunto per questo che il _Don Giovanni_ riesce il suo vero

capolavoro. In esso il poeta si sente più libero, e lascia le briglie

sul collo al focoso cavallo del suo genio. A parlare propriamente, in

tutti quei sedici canti lui non racconta, ma continua bizzarramente il

perpetuo soliloquio della sua anima in pena. «Sotto quegli arabeschi,

dice un suo biografo, che somigliano a quelli del Vaticano e alle

decorazioni della Farnesina, c’è sempre il suo tratto caratteristico,

l’intensità del pensiero, del sentimento e della passione.» Il

poeta ride, sghignazza, canzona, motteggia con ironia ora fina, ora

grossolana, ma dietro tal velo sottilissimo trasparisce l’uomo tristo

del nord colla coscienza turbata dai grandi problemi della vita e

dell’eternità.

Evidentemente quest’apparenza gli costa uno sforzo. Nei primi canti è

ancora sotto il fascino della propria concezione poetica ed è, quasi

suo malgrado, più gaio, più vario, insomma più poeta. La sua ironia è

spesso alata come una farfalla e scherza tra i fiori follemente. C’è

un caldo soffio di vita, di sensazioni, di voluttà, di impressioni

fresche, immediate che vivifica tutti quei begli episodii, e si

comunica al lettore. Il poeta è contento dell’opera sua, e questa

contentezza trasparisce dall’intonazione stessa del lavoro. Egli sa di

aver fatto un _poema umano_. «Voi avete tanti poemi _divini_, scrive

al Maurray che lo consigliava d’intraprendere una grand’opera; vi par

dunque nulla l’averne scritto uno _umano_? senza nulla di quelle vostre

maledette e logore macchine?» Ma lo sforzo, la tensione non durano, e

l’opera languisce, affaticando poeta e lettore, ad una volta, da metà

di via in poi. Ma che vuol dir questo? Il capolavoro non ne soffre. Una

nuova forma poetica era già stata creata, o meglio aveva già trovato

finalmente il suo perfetto organismo. Gli organismi iniziali di cotesta

nuova forma erano apparsi da un pezzo nella letteratura italiana col

Morgante, coll’Orlando e, più giù, con quella vivace poesia in dialetto

che si fa perdonare molto facilmente nel Buratti, nel Porta e nel Baffo

la poco conveniente qualità del soggetto. Fu il Pellico, in Milano,

che rivelò al Byron questi nostri poeti vernacoli, i quali valgono più

di parecchi dei famosi della nostra accademica letteratura: il Byron

ne rimase incantato. «Lord Byron ha fatto _Beppo_ e si è levato fino

al _Don Giovanni_ perchè ha letto Buratti» dice Stendhal. Secondo lui

quella rivelazione del Pellico _decida de l’avenir poétique de Lord

Byron_.

Ma il Byron s’era preparato a questa forma colla sua mirabile

traduzione del Morgante. Però quale differenza! L’ironia qui non è

quasi inconsapevole, esitante come nel Pulci e nell’Ariosto, ma piena e

consapevole della sua forza: e ad essa s’accoppia la satira che spesso

la vince e la sopraffà colla sua formidabile virulenza. La forma s’è

finalmente spiegata con tutta la larga ricchezza del suo organismo;

e se nella _Namouna_ e nel _Mardoche_ del Musset ci parrà, più tardi,

immensamente più vicina alla perfezione e stavo per dire la perfezione

stessa, non bisogna dimenticare che il _Don Giovanni_, dirimpetto alla

_Namouna_ e al _Mardoche_, ha tutto il pregio della difficoltà nuova,

vinta con intuizione artistica senza pari. Poi nel _Don Giovanni_

abbiamo il mondo a dirittura, l’umanità intiera coi suoi vizii, col

suo ridicolo, colla sua ipocrisia, qualche volta colla sua naturale e

selvaggia bontà, mentre quelli rappresentano soltanto il salotto e il

_boudoir_ colle tendine abbassate e la penombra.

Il _Don Giovanni_ tradotto in italiano è come un’onda che dopo lungo

corso ritorna alla sorgente. Il Goethe lo chiamava l’_intraducibile

Don Giovanni_, guardando all’indole impacciata della lingua tedesca.

Parrebbe che così non dovesse essere per l’italiano; ma io credo che le

difficoltà siano proprio uguali, se non maggiori. Dopo il cinquecento

la nostra forma poetica s’arresta, si cristallizza, diventa un che

d’inorganico. Il Morgante e l’Orlando rimangono senza prole. Per trovar

qualcosa che valga bisogna rivolgersi ai poeti vernacoli, ai quali

l’impaccio dell’imitazione classica non ha messo freni di tradizioni,

di formule e di pregiudizii di scuole.

Come rendere col nostro stile poetico freddo, compassato, inamidato

la pazza e, qualche volta, anche sguaiata scioltezza di queste stanze

diaboliche del Don Giovanni, che mutano tono ad ogni momento, non si

fanno scrupolo di nulla, ridono e piangono allo stesso punto, lanciano

la parola brutale in mezzo a una riflessione filosofica, celebrano

l’inferno colle dolcezze della musica del paradiso e parlano del cielo

colla sfolgorante bestemmia dell’inferno?

Vittorio Betteloni non s’è lasciato scoraggiare da queste

considerazioni ed ha continuato la prova che prima aveva tentato col

semplice episodio di _Aidea_. Insieme a lui, e facendo più lesto, il

signor Enrico Casali si è lasciato allettare dal medesimo pericolo ed

ha dato l’intiero _Don Giovanni_, in ottava rima anche lui. Sforzi

coraggiosi, sforzi degni di lode; specialmente pel Betteloni c’ha

saputo dare alla sua traduzione una veste assai più letteraria di

quella del Casali quantunque un po’ a spese della fedeltà ora della

lettera, ora dello spirito dell’originale. Però io son convinto della

perfetta inutilità e vanità di queste e di altre possibili prove d’una

traduzione poetica del _Don Giovanni_. La traduzione di Vittorio

Betteloni ha qua e là tale aria di freschezza e di spigliatezza da

far dimenticare che si legga una traduzione,... purchè non s’abbia la

malinconia di far dei confronti col testo. Un giudice competentissimo,

il Carducci ha scritto che _è delle migliori versioni poetiche moderne

ed è la migliore versione in ottava rima che abbia l’Italia da quella

in poi della_ PULCELLA _fatta dal Monti. Finisca il Don Giovanni e

basta_, gli ha detto il Carducci distogliendolo dall’affaticarsi in

altre traduzioni come quella, stupenda, dell’Assuero dell’Hamerling. Se

io avessi la stessa autorità del Carducci, oserei dirgli, al contrario:

_lasci il Don Giovanni al punto che è, e basti_.

Il vero _Don Giovanni_ è tutto in questi sei primi canti: e un saggio

di traduzione così, relativamente, ben riuscito potrà esser utile, a

questi lumi di luna di frollezza poetica, pei molti che non sono nel

caso di leggere il testo. «C’è una malattia di cuore e di spirito nello

stile del Don Giovanni, dice il Taine, come in quello di Swift. Quando

un uomo fa il buffone con le lagrime agli occhi, vuol dire che la sua

imaginazione è avvelenata. Questa sorta di riso è uno spasimo e dà

all’uno l’indurimento di cuore e la follìa all’altro, l’eccitazione

e il disgusto. Byron s’esauriva, o per lo meno il poeta s’esauriva

in lui. Gli ultimi canti del _Don Giovanni_ strascicano; l’allegria

diventa sforzata, le bizzarrie diventano divagazioni; il lettore già

sente avvicinarsi la noia.»

Non idolatriamo i grandi. Abbiamo l’intera traduzione in prosa del

Rusconi e quella in versi (chi li preferisce) del Casali, tutte e due

abbastanza fedeli per dare un’idea dell’originale. A che pro una terza

che non varrà mai l’equivalente del lavoro, degli stenti e del prezioso

tempo che costerà? S’appaghi il Betteloni della lieta accoglienza che

gl’italiani già fanno a Donna Giulia, ad Aidea, a Dudù, rincontrandole

nelle sue forbite e cristalline ottave; e lasci dormire in pace

l’imperatrice Caterina e Lady Adelina Amandevil e le altre. Non valgono

punto quelle lì.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 24 / 48 题