Quando il Barbey d’Aurevilly scriveva i suoi articoli intorno al
Goethe e al Diderot, dovea essere proprio sublime in quel suo piccolo
appartamento di vecchio celibe, colla sua veste da camera tutta
orlata di trine come quella di una marchesa _de l’ancien régime_,
col viso dipinto e i baffi incerati ad ago! Dovea esser sublime
quando, stretto nel suo solito busto a stecche di balena (egli porta
dei busti per far meglio spiccare la sveltezza della sua vita e un
po’, forse, per reggersi diritto) quando col soprabito della foggia
di trent’anni fa, abbottonato fin sotto il mento, coll’immensa
tuba dalle falde rovesciate in su e un pochino inclinata con aria
spaccona sull’orecchio, la mazzettina dal pomo dorato palleggiata
fra le mani, scendeva dalla sua casa per le vie di Parigi, caldo
ancora dell’entusiasmo del suo lavoro, dando occhiate di compassione
ai grossolani borghesi che si fermavano a guardarlo. — _Gare à
l’iconoclaste!_ Ho atterrato due colossi! — Doveva aver l’aria di
gridare così.
Il suo volume infatti porta l’epigrafe: _Iconoclaste_.
Quel che piace in questo vecchio brontolone è la franchezza, e stavo
per dire l’impertinenza delle sue opinioni. Lo scritto sembra stampato
con inchiostro color di bile. La nervosità accidentata dello stile
mette sotto occhio con evidenza, più che un temperamento, una figura. È
impossibile non imaginarsi un personaggio secco, lungo, bruno, qualcosa
tra il Mefistofele, il don Basilio e un marchese del secolo scorso. È
impossibile non sentire una voce un po’ roca, che parli a scossettine,
sprezzosamente, fra un colpetto di tosse e l’altro, con delle piccole
pause che significano: — Eh? eh? Li concio bene questi signori?
Lui crede sinceramente di far un atto di coraggio dicendo quelle che
gli sembrano delle novità, delle vere scoperte. S’è arrampicato sul
piedistallo delle statue colossali del Goethe e del Diderot, ha dato
un colpo qua, un colpo là, ha fatto volar per aria qualche piccola
scheggia di granito, ha fatto della polvere che gli è andata negli
occhi, e per questo s’imagina che le statue debbano essere cadute giù,
giacchè lui più non le veda.
Ah! quel Goethe egli lo ha addirittura sullo stomaco. _Quell’immensa
personalità che riempie fino agli orli il secolo XIX e chiude tutti gli
orizzonti del pensiero moderno_ (pag. III), lo secca, lo irrita per la
sua _insupportable ubiquité_! A lui francese, romantico e cattolico,
Goethe deve naturalmente riuscire _insupportable_. Romantico, il
naturalismo del poeta tedesco offende le sue vaporose idealità e lo
lascia freddo e disgustato; cattolico, il panteismo indiano, più
che spinoziano, dal quale è animata ogni creazione letteraria ed
anche la vita stessa del Goethe rivolta la sua fiera intolleranza di
credente e di fanatico; francese, la gloria di Goethe gli ha l’aria
d’una invasione artistica e intellettuale che ha precesso e prodotto
l’invasione tedesca del settanta, e il suo _chauvinisme_ non può
ingojarla. I lavori del Faivre sulle opere scientifiche del Goethe,
del Caro sulla _Filosofia del Goethe_, del Mézieres sulla vita e le
opere letterarie del Goethe per poco non gli paion delitti di leso
patriottismo. Se c’è qualcosa che lo consoli è il pensiero che infine
il Goethe non sia altro che un figlio mal riuscito del Diderot. E
così, dopo aver dato botte da orbo al figlio, va addosso al padre con
tutta la sua rabbia di sagrestano. Giacchè col Diderot ce l’abbia anche
perchè è il redattore dell’_Enciclopedia_, il filosofo materialista,
il nemico della religione, l’ateo e (cosa che dalla parte di Barbey
d’Aurevilly sorprende molto) il romanziere sudicio della _Religieuse_
e dei _Bijoux indiscrets_. Barbey d’Aunevilly ha dimenticato _Les
Diaboliques_, che la sua penna cattolica scrisse senza nessuna scusa,
nemmeno quella dell’arte!
Ho detto ch’egli creda sinceramente far atto di coraggio. Ma le
novità, buttate fuori con la vivace intonazione d’un oracolo, sono già
vecchie da un pezzo, e le sue grandi scoperte non sono niente affatto
delle scoperte. Egli ha veduto ammassare una catasta di volumi colle
due edizioni delle opere complete del Goethe tradotte dal Porchart e
delle opere complete del Diderot raccolte dall’Azzerat; si è messo
in testa che il pubblico, che gli ammiratori dei due grandi uomini
confondano tutte le opere loro nella medesima ammirazione; il _Fausto_
e _Clavijo_; _Werther_ e il _Divano_; i drammi sentimentali _Le père
de famille, Le Fils naturel_ e _Le Neveu de Rameau_; _Les Bijoux
indiscrets_, l’_Essai sur le beau_ e la storia di Madame la Pommeray
nel _Jacques le fataliste_ e i _Salons_; ed eccolo a combattere dei
fantasmi, come il pazzo Don Chisciotte, a sventrare degli otri e delle
vesciche che ha prima compiacentemente gonfiati.
Edmondo Scherer è l’opposto di lui, d’ingegno, di carattere, di
convinzioni religiose. Ha gusto squisito, raffinato e una coltura
profonda. Dal protestantismo è passato a uno stato di scetticismo
scientifico che dà ai suoi giudizii l’impronta d’una serenità elevata,
di un’imparzialità severa. Ebbene; le conchiusioni letterarie dello
studio dello Scherer sul Diderot differiscono in poco, quasi in
nulla da quelle del Barbey d’Aurevilly. Solamente quando si termina
di leggere lo studio del Barbey d’Aurevilly si prova una specie di
picca che fa rivoltare il nostro spirito: l’esagerazione vi nuoce alla
verità; la passione e i secondi fini ci fan diffidare, anche quando
siam sicuri della giustizia d’un apprezzamento. Ci riman l’impressione
d’una superchieria voluta esercitare sopra di noi; ci riman
l’impressione indistinta o d’una canzonatura o d’una ciarlataneria
cercata di nascondere col luccichio delle pagliuzze di similoro della
forma. Invece, terminato di leggere lo studio dello Scherer, la figura
del Diderot resta impressa negli occhi come nel somigliantissimo
ritratto del Garand, del quale il Diderot diceva doversi esclamare:
_ecco il vero Pulcinella!_
Lo Scherer non è indulgente. Come carattere, egli ammira poco Diderot.
Non sa perdonargli il gusto per le cose sconce. «Da un lato emozioni
generose e qualche volta elevate, dall’altra un’immaginazione sudicia
che non è un semplice difetto dello spirito, come si vorrebbe far
credere, ma una prova di depravazione, incompatibile affatto col
pudore, colla dignità personale, colla elevatezza morale. In Diderot
ci sono due sorgenti ugualmente facili a sgorgare, una di sensibilità
amabile e di onesti sentimenti, l’altra di discorsi grossolani ed
infetti.»
Letterariamente il suo giudizio non è meno severo. «Diderot, più che un
artista è un improvvisatore. Ha tutti i doni dell’improvvisazione: la
facilità, l’abbondanza, il calore; presa la penna in mano, le idee e i
vocaboli gli s’affollano nella mente: tutto l’esser suo n’è commosso,
e l’emozione lo rende eloquente. Per compenso, egli non compone mai.
Non si preoccupa di transizioni, nè di gradazioni. Non sente il bisogno
della perfezione. Per questo interessa più che non diletti.»
Egli conchiude col dire che sul conto del Diderot ci saranno sempre
dei pareri discordi. I lettori che amano le cose forti non saranno
urtati dai suoi difetti; gli uomini di gusto non potranno ammirare
completamente un uomo che ne aveva così poco. Ma oggi Diderot guadagna
terreno. La raffinatezza ha ceduto il posto all’amore per le cose
violenti: la scienza degli effetti che si frena e sa dissimularsi fa
largo alla forza che sfoggia, che s’agita e si prodiga.
Il Barbey d’Aurevilly dice la stessa cosa, a modo suo. Diderot fu uno
spirito senza unità, senza solidità, senza consistenza, senza nessuna
delle qualità primordiali e sacre del genio. Fu un gran cervello
anarchico, ed ebbe le due anarchie, quella del cervello e quella del
cuore. Non filosofo, non critico, non drammaturgo, a che si riduce
l’immenso Diderot che pareva un Creso del pensiero? A un novelliere di
ristrette proporzioni. _Rien que cela sous l’enjolivement des phrases,
mais rien que cela!_
Il Barbey d’Aurevilly, come francese, ha rabbia che il Goethe sia,
più assai che il Diderot, l’idolo e l’ideale del secolo XIX... «La
salamandra che si chiamava Diderot e che viveva nel fuoco dello
spirito, nel fuoco del cuore, nel fuoco dei sensi, nel fuoco dello
entusiasmo, nel fuoco dell’allegria, nel fuoco delle lagrime, in
tutti i fuochi che l’uomo, di essenza immortale, può accendere sulla
terra colla fiaccola sublime delle sue facoltà, vi si è consumato... E
Goethe, questa gelatina coagulata, vive sempre!» È il tono di tutto il
libro.
A me pare che lo Scherer abbia torto nell’attribuire la voga che
riguarda il Diderot ad una ragione molto secondaria: il gusto
prevalente per le cose violenti. L’unica ragione per cui il Diderot
guadagna terreno, e ne guadagnerà sempre più, è il suo pregio
principale: la sincera e forte impronta della propria personalità
lasciata in tutte le sue opere. Il segreto della simpatia ch’egli
ispira è tutto in quelle poche righe di uno dei suoi _Salons_. «È
per me e pei miei amici che io leggo, rifletto, scrivo, medito,
intendo, guardo e sento. Nella loro assenza, il mio affetto riferisce
tutto ad essi. Io penso incessantemente alla loro felicità. Una
bella linea mi colpisce? Lo sapranno. Incontro un bel tratto? Ne
saranno messi a parte. Ho sotto gli occhi uno spettacolo incantevole?
Senza avvedermene, io ne medito la descrizione per loro. Io ho loro
consacrato l’uso di tutti i miei sensi, di tutte le mie facoltà, ed è
forse questa la ragione per cui tutto si esagera, tutto si arricchisce
un po’ nella mia immaginazione e nei miei discorsi: ed essi qualche
volta me ne fanno rimprovero, gl’ingrati!» Diderot infatti non fa altro
che discorrere, anche quando non fa altro che scrivere e scrivere.
I diversi soggetti che gli vengon sotto la penna sono un seguito di
digressioni, come quando gli accadeva di parlare per delle ore intiere,
saltando da un argomento all’altro, picchiando sulle cosce dei suoi
ascoltatori come sulla sponda d’una tribuna, non si frenando in nulla
durante il focoso monologo, interminabile eruzione di sentimenti e di
idee.
In Diderot noi riconosciamo subito un vero uomo moderno con tutto
l’impaccio e tutta la franchezza del borghese, ed anche con tutta
la grossolanità. Ogni pagina dei suoi scritti contiene una schietta
confessione. Qua la sua ghiottoneria, lì la sua distrazione, altrove la
sua timidità e la sua sensibilità. A proposito della quale una volta
disse: «Affermando che la sensibilità è la caratteristica della bontà
dell’animo e della mediocrità del genio, ho fatto una confessione
che non è punto ordinaria, perchè se la Natura ha creato un’anima
sensibile, questa è la mia.» Tutto quello che lui scrive esce dal fondo
del suo essere, come tutto quello che lui fa. Una lettera a madamigella
Volland, scritta a quarantasette anni, una vera lettera di fuoco,
trova riscontro nel suo entusiasmo alla vista del Grimm tornato dopo un
viaggio di otto mesi, nella gioia provata alla terza rappresentazione
del _Philosophe sans le savoir_ di Sedaine, una gioia, che fece
esclamare il freddo Sedaine: _Ah! monsieur Diderot, que vous êtes
beau!_
E la sincerità del sentimento, giusto o esagerato che sia, ci alletta
ancora più per la sincerità della forma. Diderot non ha pudore;
ama i racconti grassi, ci si diverte; e neppure in questo caso vien
meno alla sua formola letteraria che par quella d’Otello: esprimi
la peggiore idea colla peggiore parola. Or che c’importa che le
sue qualità di scrittore _siano tutte di slancio, d’entusiasmo,
d’esaltazione?_ (Scherer) Che una complessione di questo genere escluda
le qualità critiche dello spirito _et predispose celui qui la posséde
à l’engouement?_ Che c’importa che quest’uomo non rispetti tanto la
donna da lui amata da risparmiarle i discorsi equivoci e gli aneddoti
rivoltanti? Noi troviamo un uomo in tutta la sua vasta opera (venti
grossi volumi) e questo, oggi, ci fa assai più piacere che il trovarvi
un semplice scrittore, nel senso comunemente dato a questa parola.
Per la stessa ragione il Goethe domina colla sua grandiosa persona il
movimento letterario moderno che lo riconosce suo capo. Heine ha detto:
_Volendo avere il proprio ritratto, la Natura creò Goethe. Egli è lo
specchio della Natura._
Però nel Goethe la sincerità ha trovato il freno dell’arte. Non abbiamo
più l’improvvisatore ma lo scrittore dalla forma perfetta. E questo
spiega perchè la sua influenza sia assai maggiore di quella di Diderot.
Barbey d’Aurevilly lo constata con dolore e con commiserazione.
«Realisti d’ieri e Naturalisti d’oggi, tutti procedono, più o meno, da
Goethe; la sua teoria dell’_arte per l’arte_ essendo riuscita, per gli
spiriti grossolani ma conseguenti, alla teorica della _natura per la
natura_ che in fondo è assolutamente la stessa cosa!....»
Il fatto è che oggi non cerchiamo più nell’opera d’arte una
rappresentazione sbiadita, fredda, pulita, ma l’uomo ed intiero, buono
e cattivo, spirito e bestia. E quando dalle pagine dello scrittore
questa sensazione, questo sentimento umano vengon fuori prepotenti in
guisa da metterci in contatto col profondo organismo dell’essere vivo
e pensante, non cerchiamo altro e battiamo le mani; le nostre simpatie
sono per lui. Diderot, Goethe; ecco due caratteri opposti, due nature
diverse, due temperamenti che s’elidono. Ma tanto l’uno che l’altro ci
si son dati intieramente, cuore e spirito, senza riserva veruna; la
loro potenza, il segreto della loro influenza è tutto lì. E lasciamo
dire al rabbioso Barbey d’Aurevilly che Goethe sia un figlio mal
riuscito di Diderot. In quel _vague sur les hommes et sur les choses_
ch’egli vede in Goethe, c’è qualcosa di più elevato e dirò anche di
più reale che nella semplice sensazione del Diderot. Questi ha detto
bene: _la sensibilità è la caratteristica della mediocrità del genio_.
Il nostro vecchio celibe, romantico e cattolico, ricorda l’addio del
Goethe alla bella milanese in Roma, e si sdegna perchè questi seppe
contenersi, vincersi e partire. _Portò via quel sentimento come uno
stucco di più. Ah! plâtre toi-même je te casserai!_... egli esclama; e
non capisce che dice una sciocchezza di più.