NEERA[11]

Anni fa mi s’era fatto credere che il poetico nome di Neera nascondesse

la persona d’un uomo. Anzi, una sera che questo nome comparve in

un cartellone di teatro sotto il titolo, non ricordo quale, d’una

commediola in un atto, uno che voleva darsi per bene informato, o che

credevasi tale, mi confidò che Neera mascherava... i biondi baffi del

barone de Renzis. Sapendo che parecchie scrittrici moderne hanno avuto

il capriccio di ribattezzarsi con nomi mascolini, non mi parve strano

che uno scrittore, per contrapposto, scegliesse quello d’una donna. Ma

un bel giorno fui molto sorpreso d’incontrarmi colla Neera in carne ed

ossa, una giovine signora vestita con elegante semplicità, bruna, un

po’ gracile, con due occhi neri, vivacissimi, e una certa malinconica

serietà nell’aspetto, rallegrata di quando in quando da un grazioso

sorriso.

Oggi il vero nome dell’autrice delle _Novelle gaie_ e del _Nido_ non

è più un mistero per molte persone; io intanto rispetterò la pudica

delicatezza femminile che vuol tenerlo nascosto e non commetterò

l’indiscrezione di stamparlo su queste colonne.

Un pseudonimo, rassomiglia a una clausura. Voi potete ascoltare i canti

religiosi delle monache al coro, durante le sacre funzioni, potete

gustare le frutta candite, le marmellate, il pan di Spagna, i torroni

di zucchero e tutte le altre ghiottonerie confezionate dalle abili mani

delle spose di Cristo; ma penetrare dentro le mura del loro chiostro,

ma assistere, ma mescolarvi alla loro vita giornaliera è vietato dai

canoni, dalla regola e dal portone sempre chiuso. Il pseudonimo di una

signora, soprattutto, significa: Badate! Io voglio essere due persone:

una, la donna — fanciulla, madre di famiglia, zitellona, — che vive

pei parenti e pegli amici, che non isdegna nessuno dei suoi doveri

domestici, previdente, massaia, infermiera, ora allegra, ora coi nervi,

spesso impensierita delle troppe cure del suo piccolo regno; l’altra,

la scrittrice che mette fuori ogni anno dei volumi composti non si sa

quando, nei momenti rubati al sonno e alle preoccupazioni della vita

giornaliera. È di questa, soltanto di questa, cioè dei suoi libri,

che il pubblico e la critica debbono interessarsi, caso ne valgano il

pregio. Fra quei libri e la mia persona separazione perfetta. Le mie

fantasie divertono? I miei racconti commuovono? Non cercate altro.

Che v’importa se al sorriso d’un mio lavoro corrisponde forse una

lagrima dei miei occhi, una pena del mio cuore? Che vi importa se la

scena d’amore d’un mio racconto sia nata in momenti di fastidio, di

rassegnazione, anche d’odio nelle circostanze della mia vita? Son cose

che mi riguardano: vieto agli altri d’occuparsene.

Oh sì! Il pubblico è indiscreto, (spesso è bene che lo sia), e il

pseudonimo raddoppia la sua naturale curiosità quando il libro lo

scuote. Non trova nulla che soddisfaccia la sua avidità dell’ignoto?

Non importa; arzigogola, deduce, dà corpo a una fantasticheria

e finisce col crederci lui stesso, come a cosa certissima. Un

personaggio, una scena, quattro righe di dialogo, un’osservazione fatta

dalla scrittrice per conto proprio (la filosofia, sto per dire, del

suo libro), tutto viene adoperato per indovinare la persona che sta

nascosta dietro la maschera d’un finto nome. E poichè, in fatto di

caratteri e d’ingegni, le regole generali sono gremite di eccezioni,

novanta volte su cento l’induzione tratta da tali elementi riesce

il contrario della verità. Mancano i passaggi intermedii, mancano le

piccole cause che trasformano spesso i risultati d’un gran principio

generale. E mentre ci figuriamo d’aver afferrato il bandolo di una

matassa, questa s’arruffa di più; mentre ci crediamo d’aver delineato

una fisonomia rassomigliante, abbiamo invece abbozzato la caricatura,

spesso la calunnia dell’originale.

La Neera lo sa per prova. Le persone difficili, i critici che fanno

mestiere di scandalizzarsi di tutto, quando s’incontrarono in alcune

pagine dell’_Addio_ e delle _Vecchie Catene_ ove la passione parlava

il suo caldo ed irragionevole linguaggio, ne dedussero che l’autrice

di quelle pagine doveva aver sentito qualcosa di quei colpevoli ardori.

Invece esse erano il parto d’una donnina savia, di una mamma affettuosa

che, prima di sedersi al tavolino e intinger la penna, aveva messo a

letto amorosamente i suoi bimbi, e avea dato gli ordini più minuti pel

governo della sua modesta famiglia. Nel silenzio del suo studiolo, al

lume della lampada che rischiarava i fogli bianchi preparati per esser

coperti d’una scrittura fine e nervosa, i personaggi del suo lavoro

avevan preso solidità, avevano agito, pensato e parlato secondo la loro

natura: un altro ambiente, un’altra vita, ove lei restava, in qualche

modo, spettatrice spirituale; nient’altro. E bisognava esser ciechi,

o sotto l’impero d’un’idea preconcetta, per non accorgersene, per non

capire che lì si fosse ancora molto lontani dalla realtà, e che vi

si scorgesse piuttosto una inesperienza d’osservazione diretta, che

l’esperienza personale, come pretendevan quei signori.

Infatti i migliori lavori della Neera: le _Novelle gaie_ e questo

_Nido_ recentemente pubblicato, hanno un carattere di _rêverie_. La

realtà c’entra quel tanto che occorre perchè il sentimento prenda

una forma: il resto è come una fioritura primaverile dell’anima della

scrittura, una variazione musicale su temi che sorridono anche quando

sono mesti.

La forma è tutta sfumature e capricci, qualche volta troppo piena di

capricci, quasi con compiacenza ricercata; specialmente nelle _Novelle

gaie_. In esse, ordinariamente, i personaggi s’intravedono più che

non si vedano, circonfusi come sono ora da una luce troppo viva ed ora

velati da una sottile e rosea nebbia d’umorismo. Sembra ch’ella stessa

non li prenda sul serio, che li canzoni finamente, che li sballotti

di qua e di là con bizzarria fanciullesca. Talvolta s’intenerisce

per essi, fino a versar qualche lagrima; ma si scorge benissimo che

allora il suo occhio guarda più oltre, fisso alla lontana realtà della

quale la fantasticheria di quel momento è o una leggiera imagine, o un

riflesso tremolante, o un’aspirazione, o un rimpianto. Quattro o cinque

di queste novelle sono tra le cose più squisite che in tal genere si

siano scritte fra noi. C’è un’ironia di buona lega, un’allegria che

ha tutta la spensieratezza della vita studentesca. Paiono nate tra

vortici di fumo di pipa, nello scompiglio d’una stanza di giovanotti. I

libri sono messi a dormire, le tesi giacciono alla rinfusa sui tavolini

ingombri e disordinati. A cavalcioni d’una sedia in maniche di camicia,

mentre la stanza si riempie di fumo, quei capi ameni scorazzano

sbrigliatamente nel mondo dell’immaginazione colla forza dei loro

venti anni; credono di parlare sul serio, ma non fanno che sognare ad

occhi aperti. E il lor piccolo mondo si riverbera in tutti quei sogni

confusamente, grottescamente, allegramente, colle sue figure di ragazze

amate o credute d’amare, di professori ridicoli, di zii tiranni, di

compagni imbecilli, di ricordi di giovinezza, d’ideali sospirati,

di primi disinganni, di prime sciocchezze, di storditezze del cuore

costate poi dei veri dolori, e si rimescola, e scintilla, e risuona,

e apparisce e sparisce con mobilità vertiginosa. Le _Novelle gaie_

sono qualcosa di simile. E non lo dico per biasimo. C’è lì il segno

evidentissimo d’una imaginazione vivace, d’un ingegno non ordinario.

Qualunque ne sia la natura, questo lor mondo è vivente; illude, attrae,

diletta, spesso fa battere il cuore, lo solleva sempre: giacchè una

gentile impressione artistica produca certamente un’elevazione dello

spirito. E il soffio dell’arte lì non manca mai, sebbene qualche volta

faccia difetto la maestria esteriore dello stile.

Nel _Nido_ la _rêverie_ ha un diverso carattere.

«Vi è sempre nel mondo un cantuccio che si preferisce a tutti gli

altri; un paese, una collina od una valle, qualche volta un dirupo

scosceso o un pantano pieno di nebbie, che noi anteponiamo ai giardini

più ridenti. È per solito il paese, la collina, la valle, il dirupo, il

pantano che abbiamo visto a traverso il velo color di rosa dei quindici

anni — è il luogo dove i nostri cuori si sprigionarono dalle fasce

dell’adolescenza e videro e sentirono e amarono per la prima volta.

«Quell’istante dolce e solenne in cui il bocciolo diventa fiore,

quel mattino superbo della vita in cui la nostra imaginazione travede

insognati splendori, si riflette e si fissa sugli oggetti intorno per

modo che noi ritornando dopo molti e molti anni vecchi e disillusi,

vediamo scorgere come per incanto da ogni albero una rimembranza,

da ogni sasso una memoria, e volgendoci indietro sui sentieri

calcati dalle nostre ormi giovanili, ci par di rileggere una pagina

dimenticata.»

L’intonazione dell’idilio che si svolge nel _Nido_ è tutta in queste

righe, e nei versi del Carducci che servono da epigrafe alla seconda

parte:

O monti, o fiumi e prati,

O amori integri e sani:

O affetti esercitati

Tra una schiatta d’umani;

Alta, gentile e pura

O natura! O natura!

Un idilio non si riassume. La storia d’Editta è d’un’estrema

semplicità. Editta è amata, ama, e diventa la sposa dell’uomo che

ha avuto il primo palpito del suo cuore. Eppure in mezzo a questa

estrema semplicità c’è tutto un piccolo dramma. Editta è una fanciulla

d’istinti aristocratici....» Cresciuta in mezzo ai libri e alla poesia

scritta, le era ignota la poesia suprema della natura.... Era troppo

sagace per rappresentare il personaggio della fanciulla ingenua, ma

non era nemmeno una donna, perchè della donna le mancava la sapiente

esperienza e la bontà indulgente.... Editta non si abbandonava,

ecco. Una grande stima di sè stessa (che è la base dei caratteri

forti) scompagnata dalla tolleranza dei difetti altrui, le rendeva

insopportabili la vanità e l’ignoranza.» È da questo suo carattere

che il piccolo dramma nascerà. Il giovane che le ha destato nel cuore

un sentimento affatto nuovo per lei, è un giovane ritirato nella

sua campagna intento ai miglioramenti agricoli, agli allevamenti

razionali dei polli e dei conigli, severo nell’amministrazione del suo

patrimonio, ma benefico coi contadini e voluto bene da tutti. Editta

ignora che sotto la veste di quel coltivatore si celi un’intelligenza

elevata, un cuor di poeta, il quale tentato nella sua prima giovinezza

il cammino della gloria, se n’era tornato addietro, preferendo la pace

serena dei campi alla tempestosa vita dell’artista. Editta ignora che

quel _piantatore d’erba matricaria_, come lo chiama in un momento di

stizza, abbia tutte le delicatezze e le raffinatezze di spirito ch’ella

vorrebbe trovare nell’uomo a cui dovrebbe legarsi per tutta la vita: e

il giorno che Giovanni le dice: vuol esser mia moglie?, ella rifiuta

alteramente, sebben commossa. «Sentiva tutto il valore d’una offerta

che le assicurava l’avvenire, quella prova certa di essere amata

la riempiva di una dolce ebbrezza; ma il pensiero di vincolarsi per

sempre ad un uomo inferiore, di rinunciare ai suoi sogni grandiosi,

alle sue poetiche speranze, di fermare ad un tratto i voli della sua

imaginazione e mettersi prosaicamente a cucir camicie a fianco di un

marito che allevava galline...!»

Ma, in quel _Nido_, in quel benedetto angolo che la Neera ha dipinto

con tanto bagliore di luce e di verde, tutto è bontà, tutto è felicità,

tutto è sorriso. Arriva dunque un momento in cui l’amore produce il

miracolo di vincer l’orgoglio della bella fanciulla; e allora «quando

un raggio di luna cadde dall’alto delle colline nella valle, il piccolo

nido si aperse e si richiuse pudico all’ombra degli oleandri, e gli

usignuoli, soli, origliando tra i rami, poterono udirne i sommessi

sospiri.»

Non ve l’ho detto che è un _rêve_? Ma questa volta la forma è

più solida, la maestria della scrittrice notevolmente avanzata.

Dall’_Un Romanzo_, dall’_Addio_ alle _Novelle gaie_ e a questo

_Nido_ qual’enorme distanza! Anche il suo _rêve_ comincia a prendere

un poco più di solidità: il personaggio si vede, può toccarsi,

quantunque non sia ancora proprio di carne e di ossa. Si capisce

però che lo sarà presto. Questa notevole progressione di bene in

meglio mi ha spinto a consacrare alla Neera un intiero articolo. È

un ingegno delicato, con una tinta di gaiezza e d’ironia non so dire

precisamente se nell’immaginazione o nel cuore; ha un notevole vigore

di rappresentazione, una certa sottigliezza nell’osservare, l’istinto

della convenienza, della misura, delle proporzioni, e l’abilità delle

sfumature che in arte son molto quando, talvolta, non son tutto.

Resta a vedere se queste belle forze, messe al contatto della realtà,

resisteranno. Dopo le prove date, saggi d’ingegno, esercizii di

muscolatura e di scioltezza di mano, si vorrà veder uscire la Neera del

mondo un po’ artifiziale dove, s’è compiaciuta finora. Si vorrà vederle

aprir la finestra perchè in quel suo studiolo entrino e la _luce

sfacciata_ delle vie, com’ella dice, e il rumore assordante della vita

che pur troppo non somiglia in nulla, o assai di rado, a quello che si

sente nel delizioso nido da lei fabbricato per la sua simpatica Editta.

Ma forse non è male che l’arte di tanto in tanto ci dia le illusioni

dell’acqua, del verde e della frescura, prodotte dal miraggio ai

viaggiatori del deserto. È innegabile che la severità quasi scientifica

dell’arte moderna opprime, stanca, fa male al cuore. Ma dall’altro

lato è anch’innegabile che l’arte dove non sia passato il soffio del

pensiero moderno non è più un’arte vitale e che abbia valore. Il

più piccolo squilibrio d’elementi, dalla parte dell’immaginazione

o dalla parte della riflessione, producono un danno, una deformità

nell’organismo dell’opera d’arte; ma se si riflette bene alla

prevalenza ognora cresciente della riflessione e dell’osservazione

positiva nell’analisi scientifica, non si tarderà a capire che, se il

sentimento artistico vivrà eterno, la forma... Ma io non credevo di

dover finire con queste malinconie.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 20 / 48 题