II.[10]

Scritti in francese, a quest’ora _I Malavoglia_ avrebbero reso celebre

il nome dell’autore anche in Europa, e toccherebbero, per lo meno, la

ventesima edizione. In Italia, intanto, pare che pochi se n’accorgano

o vogliano mostrare d’essersene accorti. Ecco, per esempio, io dubito

molto che il De Sanctis voglia indursi a fare pei _Malavoglia_ quello

che osò per l’_Assommoir_ dello Zola. Eppure mi sembra che pochi dei

nostri libri moderni siano meritevoli quanto _I Malavoglia_ che l’acuta

analisi del critico napoletano s’eserciti a farne risaltare le bellezze

di prim’ordine, profuse con larghezza di gran signore in quelle

quattrocento e più pagine.

Il caso non deve sorprenderci. Parecchie ragioni lo producono, e non è

inutile cercarle.

Primieramente, l’autore ch’esce quasi allo improvviso dalla sua

maniera. Dopo l’_Eva_, dopo l’_Eros_, dopo _Tigre reale_, i lettori del

Verga s’erano abituati a quei suoi personaggi del gran mondo, dalle

passioni raffinate, dipinti con colori caldissimi, con pennellate

nervose, figure nuotanti in un’atmosfera smagliante di luce, le quali

seducevano per un cotal partito di crudezze di toni, di mezze tinte,

di sfumature che somigliava molto da vicino al fare un po’ vaporoso

d’Ottavio Feuillet. È vero che un giorno era venuta fuori la _Nedda_,

viva viva, con tutta la rozza realtà della campagna siciliana, con

quell’asino che interrompeva un colloquio d’amore fra i castagni

dell’Etna; ma pare ch’essa fosse riuscita piccante più per la novità

del soggetto che per il fino magistero dell’arte con cui la natura

scoppiava fuori immediata e potente dalle poche pagine della novella.

Infatti, quando il Verga tornò, bene ispirato, a soggetti consimili;

quando, come per esercitarsi la mano pel gran quadro, schizzò quei

suoi stupendi bozzetti della _Vita dei campi_, il nostro pubblico non

fece al volume l’accoglienza festosa che c’era d’aspettarsi. Il Verga

non aveva mai scritto nulla di così magistrale come _La lupa, Jeli

il pastore, Rosso Malpelo_. Ma si vede che il grosso del pubblico vi

cercava tutt’altro che la sincera evidenza della realtà, e assuefatto

a manicaretti pepati di rettorica e di romanticismo, non riusciva a

gustare quella semplicità quasi nuda. I lettori si trovavano lì faccia

a faccia colla natura; invece pare amassero meglio vederla a traverso

la simpatica personalità dell’autore, con tutti i fiori, i fronzoli e

il ciarpame delle forme invecchiate e si sentivano messi fuori strada.

A proposito di forme, c’era anche la novità di quella che il Verga

s’era creduto obbligato d’usare, perchè il difficile strumento di

questa diabolica lingua italiana che ci tiene, tutti, impacciati,

potesse rendere limpidissimamente, con la più assoluta trasparenza

che l’arte della parola consenta, le più minute particolarità del

suo soggetto siciliano. E la felice intuizione d’artista con cui

il Verga colava la lingua comune e il dialetto isolano in un cavo

straordinariamente lavorato, come disse d’aver voluto fare lo Zola

colla lingua francese e il gergo popolare parigino nell’_Assommoir_,

rompeva a un tratto tutte le nostre tradizioni letterarie impastate,

anzi che no, di pedanteria, tenaci, più di quello che paia, anche nei

meglio disposti verso le utili e necessarie novità e le arditezze ben

riuscite.

Occorrerebbe assai meno di tutto questo per ispiegare facilmente

l’accoglienza freddina che ora ricevono _I Malavoglia_, benchè non ci

sia neppure da far confronti fra il valore artistico d’essi, e quello

di tutti i precedenti lavori del medesimo autore. Ma il ghiaccio si

romperà; può prevedersi con sicurezza e senza aver l’aria di voler

essere per questo un gran profeta.

Forse sarebbe troppo strano che accadesse diversamente di quel che

accade. Il romanzo, da noi, è una pianta che bisogna ancora acclimare.

Non ha tradizioni, nasce appena, quando è già grande e glorioso

altrove, in Francia e in Inghilterra. In Francia, specialmente, si può

seguire passo a passo tutto lo svolgimento di questa modernissima forma

dell’arte che ha un colosso, il Balzac, tra i suoi cultori, uno di

quei genii che fanno fare all’arte i passi del Giove antico. In Italia,

quando avremo nominato i _Promessi Sposi_, non potremo citare che degli

scarsi tentativi lodevoli, forse, meglio per le buone intenzioni che

per altro. Anzi gli stessi _Promessi Sposi_ s’abbarbicano soltanto

con poche radici nel suolo dell’arte moderna; più per una meravigliosa

esecuzione delle parti secondarie, che per tutto l’insieme. Il quale

s’attacca a Walter Scott, secondo una naturalissima necessità di

circostanze che nessun ingegno, per grande che sia, potrà vincere mai

intieramente.

Questa miseria non impedisce intanto a certi critici di domandare ai

nostri scrittori il romanzo schiettamente italiano, senza influenze

nè francesi, nè inglesi, nè d’altra qualsivoglia nazionalità; quasi

le forme dell’arte siano una capricciosa creazione dell’individualità

degli autori, quasi fosse possibile non tener calcolo di tutti gli

svolgimenti che una forma artistica ha subito presso letterature

più precoci o più fortunate dalla nostra. Certamente è un problema

interessantissimo quello che offre la letteratura italiana rispetto

al romanzo. Quando troviamo, alle sue origini, il portento del

_Decamerone_, dove tutti i germi dell’arte moderna son già sul punto

di aprirsi, non si capisce perchè poi quei germi sian rimasti così

infecondi e perchè bisogni fare il gran salto di parecchi secoli per

arrivare al Manzoni. Prese una diecina di novelle del _Decamerone_

alle mani, potremmo trovare dei meravigliosi riscontri col Balzac,

col Flaubert, collo Zola, tenuto il debito conto della differenza tra

un organismo incipiente e un organismo quasi arrivato al suo completo

sviluppo. Eppure la novella moderna e il romanzo, cominciano soltanto

ora ad attecchire in Italia. E se non vogliamo rifare il già fatto

(un’operazione assurda in arte e in ogni altra cosa) ci tocca, per

forza, di cominciare dal punto dove questa forma d’arte è oggi arrivata

altrove, e adottarne tutti i mezzi per adoperarli, s’intende, su

materia nostra e per farla progredire, se n’abbiamo la forza.

Ma le difficoltà sono immense. E certamente non servono a levarle di

mezzo i giudizii strambi a proposito dei tentativi che gli scrittori

italiani van facendo da una diecina di anni in qua. Ad essi, per

contentare certi critici, anche la materia riesce ribelle. I popoli

moderni han perduto, in gran parte, il loro vecchio carattere

particolare. L’italiano, il francese, l’inglese, il tedesco di certe

classi sociali si può anzi dire non esistano più. La aristocrazia e

la borghesia oramai non sono di questa o di quella nazionalità, ma

europee. Molti angoli sono smussati; molte differenze, specialmente

interiori, furono scancellate affatto; e quelle che ancora rimangono

son così impercettibili che bisogna armarsi d’una lente d’ingrandimento

per riuscire a distinguerle. Talchè non è solamente la forma straniera

(e dico _straniera_ per modo di dire, l’arte non avendo patria),

ma è anche la _materia italiana_, così poco diversa dalla francese,

dall’inglese, dalla tedesca, quella che impaccia i nostri passi e ci

fa apparire più imitatori di quanto noi non siamo in realtà. Eppure si

sa che nessun autore, neppure i genii, cascano belli e formati dalle

nuvole, senza procedere da qualcuno che gli ha preceduti; si sa che

la generazione spontanea non è ancora provata in arte più che non sia

provata nella natura. E, pel romanzo, non si tratta d’un organismo

elementare o protozoo letterario, ma d’un organismo completo che

oggimai si riproduce per fecondazione diretta e trasmette in eredità i

suoi caratteri speciali, perfezionandoli, adattandoli, ma non mutandoli

a capriccio di questo o di quello.

Il Balzac, il gran padre del romanzo moderno, ha i suoi predecessori

ai quali sta, forse, meno attaccato che i suoi successori non istiano

a lui. Il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola che hanno fatto e che altro

fanno se non svolger meglio, ridurre a maggior perfezione quelle parti

della forma del romanzo rimaste nella _Comédie humaine_ in uno stato

incipiente o imperfetto? Il _naturalismo_, i famosi _documenti umani_

non sono una trovata dello Zola. Bisogna non aver letto la prefazione

del Balzac al suo immenso monumento per credere che il trasportare

nel romanzo il metodo della storia naturale sia una novità strana e

pericolosa. Senza dubbio lo elemento scientifico s’infiltra nel romanzo

contemporaneo e lo trasforma più pensatamente, con più coscienza, nei

lavori del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola; ma la vera novità

non istà in questo. Nè sta nella pretesa di un _romanzo sperimentale_,

bandiera che lo Zola inalbera arditamente, a sonori colpi di grancassa,

per attirar la folla che altrimenti passerebbe via, senza fermarsi,

com’egli confessava francamente al De Amicis. Un’opera di arte non può

assimilarsi un concetto scientifico che alla propria maniera, secondo

la sua natura d’opera d’arte. Se il romanzo non dovesse far altro che

della fisiologia o della patologia, o della psicologia comparata in

azione, come il Berquin faceva una volta della _morale in azione_, il

guadagno non sarebbe nè grande nè bello. Il positivismo, il naturalismo

esercitano una vera e radicale influenza nel romanzo contemporaneo,

ma _soltanto nella forma_, e tal’influenza si traduce nella _perfetta

impersonalità_ di quest’opera d’arte. Tutto il resto, per l’arte, è

una cosa molto secondaria, e dovrebbe esser tale anche nei giudizii che

si pronunziano intorno ai lavori rappresentanti, più o meno efficaci,

della nuova formola artistica.

Nel romanzo è accaduto quello che il Vacquerie scriveva tempo fa

pel teatro: «_De siècle en siècle, le poête a émancipé l’action. Ce

n’est pas le premier jour qu’il a osé la quitter; il a fallu qu’elle

grandît et que le public grandît avec elle, qu’elle parlât et que

le publique entendit; il a hésité; il est parti pas à pas; il se

retournait toujours pour la voir. Il a mis deux mille ans à sortir

de la scène._» Nei romanzi del Balzac, questo sparire dello autore

avviene ad intervalli. Egli si mescola ogni po’ all’azione, spiega,

descrive, torna addietro, fa delle lunghe divagazioni prima di lasciar

i suoi personaggi a dibattersi soli soli colle loro passioni, col

loro carattere, colle potenti influenze del lor tempo e dei luoghi; e

l’onnipotenza del suo genio non si mostra mai così intera come quando

le sue creature rimangon libere, abbandonate ai loro istinti, alla

loro tragica fatalità. I suoi successori intervengono assai meno di

lui nell’azione o non intervengono affatto. Si può dire che la loro

opera d’arte si faccia da sè, piuttosto che la faccian loro. E questo

semplicissimo cambiamento ha già prodotto una rivoluzione che il volgo

dei lettori difficilmente sarà nel caso d’apprezzare nel suo giusto

valore.

_I Malavoglia_ si rannodano agli ultimissimi anelli di questa catena

dell’arte. L’evoluzione del Verga è completa. Egli è uscito dalla

vaporosità della sua prima maniera e si è afferrato alla realtà,

solidamente. Questi _Malavoglia_ e la sua _Vita dei campi_ saranno

un terribile e salutare corrosivo nella nostra bislacca letteratura.

Lasciateli fare e vedrete. Se avranno poi la consacrazione (e se

la meritano) d’una traduzione francese, eserciteranno un’influenza

anche in una sfera più larga e conteranno per qualche cosa nella

storia generale dell’arte. Giacchè finora nemmeno lo Zola ha

toccato una cima così alta in quell’_impersonalità_ ch’è l’ideale

dell’opera d’arte moderna. C’è voluto, senza dubbio, un’immensa dose

di coraggio, per rinunziare così arditamente ad ogni più piccolo

artificio, ad ogni minimo orpello rettorico e in faccia a questa nostra

Italia che la rettorica allaga nelle arti, nella politica, nella

religione, dappertutto. Ma non c’è voluto meno talento per rendere

vive quelle povere creature di pescatori, quegli uomini elementari

attaccati, come le ostriche, ai neri scogli di lava della riva di

Trezza. Padron ’Ntoni, Mena, la Santuzza, lo zio Crocifisso, lo zio

Santoro, Piedipapera, ecc., sono creazioni che debbono essere un po’

sbalordite di trovarsi a vivere dentro la morta atmosfera della nostra

stalattitica letteratura. Se non ci fossero Don Abbondio, Perpetua,

Agnese, Renzo, Don Ferrante e Padre Cristoforo, dovrebbero proprio

rassegnarsi di restare in famiglia con la Nedda, colla Lupa, con Jeli

il pastore, con Rosso Malpelo.

Un romanzo come questo non si riassume. È un congegno di piccoli

particolari, allo stesso modo della vita, organicamente innestati

insieme. L’interesse che ispira non è quello volgare, triviale del

come finirà? ma un interesse concentrato che vi prende a poco a poco,

con un’emozione di tristezza dinanzi a tanta miseria, dinanzi a quella

lotta per la vita, qui osservata nel suo primo stadio quasi animale, e

che l’autore s’accinge a studiare nelle classi superiori con una serie

di romanzi legati insieme dal titolo complessivo: _I Vinti_.

L’originalità il Verga l’ha trovata dapprima nel suo soggetto, poi

nel metodo _impersonale_ portato fino alle sue estreme conseguenze.

Quei pescatori sono dei veri pescatori siciliani, anzi di Trezza,

e non rassomigliano a nessuno dei personaggi d’altri romanzi. Non è

improbabile che il Verga si possa sentir accusare di minore originalità

quando il suo soggetto lo condurrà fra la borghesia e le alte classi

delle grandi città, perchè allora le differenze dei caratteri e delle

passioni appariranno meno spiccate; ed è bene notarlo fin da ora.

_I Malavoglia_ non sono certamente un lavoro perfetto; l’autore lo

sa meglio di noi. Certi eccessi di forma minuta, certe sproporzioni

di parti potevano forse evitarsi, senza che l’evidenza della

rappresentazione ne soffrisse e con profitto del libro e dei lettori.

Ma mi par di vedere il Verga che, dal fondo della sua coscienza

d’artista, modestamente mi fa osservare: _Forse no_.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 19 / 48 题