Scritti in francese, a quest’ora _I Malavoglia_ avrebbero reso celebre
il nome dell’autore anche in Europa, e toccherebbero, per lo meno, la
ventesima edizione. In Italia, intanto, pare che pochi se n’accorgano
o vogliano mostrare d’essersene accorti. Ecco, per esempio, io dubito
molto che il De Sanctis voglia indursi a fare pei _Malavoglia_ quello
che osò per l’_Assommoir_ dello Zola. Eppure mi sembra che pochi dei
nostri libri moderni siano meritevoli quanto _I Malavoglia_ che l’acuta
analisi del critico napoletano s’eserciti a farne risaltare le bellezze
di prim’ordine, profuse con larghezza di gran signore in quelle
quattrocento e più pagine.
Il caso non deve sorprenderci. Parecchie ragioni lo producono, e non è
inutile cercarle.
Primieramente, l’autore ch’esce quasi allo improvviso dalla sua
maniera. Dopo l’_Eva_, dopo l’_Eros_, dopo _Tigre reale_, i lettori del
Verga s’erano abituati a quei suoi personaggi del gran mondo, dalle
passioni raffinate, dipinti con colori caldissimi, con pennellate
nervose, figure nuotanti in un’atmosfera smagliante di luce, le quali
seducevano per un cotal partito di crudezze di toni, di mezze tinte,
di sfumature che somigliava molto da vicino al fare un po’ vaporoso
d’Ottavio Feuillet. È vero che un giorno era venuta fuori la _Nedda_,
viva viva, con tutta la rozza realtà della campagna siciliana, con
quell’asino che interrompeva un colloquio d’amore fra i castagni
dell’Etna; ma pare ch’essa fosse riuscita piccante più per la novità
del soggetto che per il fino magistero dell’arte con cui la natura
scoppiava fuori immediata e potente dalle poche pagine della novella.
Infatti, quando il Verga tornò, bene ispirato, a soggetti consimili;
quando, come per esercitarsi la mano pel gran quadro, schizzò quei
suoi stupendi bozzetti della _Vita dei campi_, il nostro pubblico non
fece al volume l’accoglienza festosa che c’era d’aspettarsi. Il Verga
non aveva mai scritto nulla di così magistrale come _La lupa, Jeli
il pastore, Rosso Malpelo_. Ma si vede che il grosso del pubblico vi
cercava tutt’altro che la sincera evidenza della realtà, e assuefatto
a manicaretti pepati di rettorica e di romanticismo, non riusciva a
gustare quella semplicità quasi nuda. I lettori si trovavano lì faccia
a faccia colla natura; invece pare amassero meglio vederla a traverso
la simpatica personalità dell’autore, con tutti i fiori, i fronzoli e
il ciarpame delle forme invecchiate e si sentivano messi fuori strada.
A proposito di forme, c’era anche la novità di quella che il Verga
s’era creduto obbligato d’usare, perchè il difficile strumento di
questa diabolica lingua italiana che ci tiene, tutti, impacciati,
potesse rendere limpidissimamente, con la più assoluta trasparenza
che l’arte della parola consenta, le più minute particolarità del
suo soggetto siciliano. E la felice intuizione d’artista con cui
il Verga colava la lingua comune e il dialetto isolano in un cavo
straordinariamente lavorato, come disse d’aver voluto fare lo Zola
colla lingua francese e il gergo popolare parigino nell’_Assommoir_,
rompeva a un tratto tutte le nostre tradizioni letterarie impastate,
anzi che no, di pedanteria, tenaci, più di quello che paia, anche nei
meglio disposti verso le utili e necessarie novità e le arditezze ben
riuscite.
Occorrerebbe assai meno di tutto questo per ispiegare facilmente
l’accoglienza freddina che ora ricevono _I Malavoglia_, benchè non ci
sia neppure da far confronti fra il valore artistico d’essi, e quello
di tutti i precedenti lavori del medesimo autore. Ma il ghiaccio si
romperà; può prevedersi con sicurezza e senza aver l’aria di voler
essere per questo un gran profeta.
Forse sarebbe troppo strano che accadesse diversamente di quel che
accade. Il romanzo, da noi, è una pianta che bisogna ancora acclimare.
Non ha tradizioni, nasce appena, quando è già grande e glorioso
altrove, in Francia e in Inghilterra. In Francia, specialmente, si può
seguire passo a passo tutto lo svolgimento di questa modernissima forma
dell’arte che ha un colosso, il Balzac, tra i suoi cultori, uno di
quei genii che fanno fare all’arte i passi del Giove antico. In Italia,
quando avremo nominato i _Promessi Sposi_, non potremo citare che degli
scarsi tentativi lodevoli, forse, meglio per le buone intenzioni che
per altro. Anzi gli stessi _Promessi Sposi_ s’abbarbicano soltanto
con poche radici nel suolo dell’arte moderna; più per una meravigliosa
esecuzione delle parti secondarie, che per tutto l’insieme. Il quale
s’attacca a Walter Scott, secondo una naturalissima necessità di
circostanze che nessun ingegno, per grande che sia, potrà vincere mai
intieramente.
Questa miseria non impedisce intanto a certi critici di domandare ai
nostri scrittori il romanzo schiettamente italiano, senza influenze
nè francesi, nè inglesi, nè d’altra qualsivoglia nazionalità; quasi
le forme dell’arte siano una capricciosa creazione dell’individualità
degli autori, quasi fosse possibile non tener calcolo di tutti gli
svolgimenti che una forma artistica ha subito presso letterature
più precoci o più fortunate dalla nostra. Certamente è un problema
interessantissimo quello che offre la letteratura italiana rispetto
al romanzo. Quando troviamo, alle sue origini, il portento del
_Decamerone_, dove tutti i germi dell’arte moderna son già sul punto
di aprirsi, non si capisce perchè poi quei germi sian rimasti così
infecondi e perchè bisogni fare il gran salto di parecchi secoli per
arrivare al Manzoni. Prese una diecina di novelle del _Decamerone_
alle mani, potremmo trovare dei meravigliosi riscontri col Balzac,
col Flaubert, collo Zola, tenuto il debito conto della differenza tra
un organismo incipiente e un organismo quasi arrivato al suo completo
sviluppo. Eppure la novella moderna e il romanzo, cominciano soltanto
ora ad attecchire in Italia. E se non vogliamo rifare il già fatto
(un’operazione assurda in arte e in ogni altra cosa) ci tocca, per
forza, di cominciare dal punto dove questa forma d’arte è oggi arrivata
altrove, e adottarne tutti i mezzi per adoperarli, s’intende, su
materia nostra e per farla progredire, se n’abbiamo la forza.
Ma le difficoltà sono immense. E certamente non servono a levarle di
mezzo i giudizii strambi a proposito dei tentativi che gli scrittori
italiani van facendo da una diecina di anni in qua. Ad essi, per
contentare certi critici, anche la materia riesce ribelle. I popoli
moderni han perduto, in gran parte, il loro vecchio carattere
particolare. L’italiano, il francese, l’inglese, il tedesco di certe
classi sociali si può anzi dire non esistano più. La aristocrazia e
la borghesia oramai non sono di questa o di quella nazionalità, ma
europee. Molti angoli sono smussati; molte differenze, specialmente
interiori, furono scancellate affatto; e quelle che ancora rimangono
son così impercettibili che bisogna armarsi d’una lente d’ingrandimento
per riuscire a distinguerle. Talchè non è solamente la forma straniera
(e dico _straniera_ per modo di dire, l’arte non avendo patria),
ma è anche la _materia italiana_, così poco diversa dalla francese,
dall’inglese, dalla tedesca, quella che impaccia i nostri passi e ci
fa apparire più imitatori di quanto noi non siamo in realtà. Eppure si
sa che nessun autore, neppure i genii, cascano belli e formati dalle
nuvole, senza procedere da qualcuno che gli ha preceduti; si sa che
la generazione spontanea non è ancora provata in arte più che non sia
provata nella natura. E, pel romanzo, non si tratta d’un organismo
elementare o protozoo letterario, ma d’un organismo completo che
oggimai si riproduce per fecondazione diretta e trasmette in eredità i
suoi caratteri speciali, perfezionandoli, adattandoli, ma non mutandoli
a capriccio di questo o di quello.
Il Balzac, il gran padre del romanzo moderno, ha i suoi predecessori
ai quali sta, forse, meno attaccato che i suoi successori non istiano
a lui. Il Flaubert, i De Goncourt, lo Zola che hanno fatto e che altro
fanno se non svolger meglio, ridurre a maggior perfezione quelle parti
della forma del romanzo rimaste nella _Comédie humaine_ in uno stato
incipiente o imperfetto? Il _naturalismo_, i famosi _documenti umani_
non sono una trovata dello Zola. Bisogna non aver letto la prefazione
del Balzac al suo immenso monumento per credere che il trasportare
nel romanzo il metodo della storia naturale sia una novità strana e
pericolosa. Senza dubbio lo elemento scientifico s’infiltra nel romanzo
contemporaneo e lo trasforma più pensatamente, con più coscienza, nei
lavori del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola; ma la vera novità
non istà in questo. Nè sta nella pretesa di un _romanzo sperimentale_,
bandiera che lo Zola inalbera arditamente, a sonori colpi di grancassa,
per attirar la folla che altrimenti passerebbe via, senza fermarsi,
com’egli confessava francamente al De Amicis. Un’opera di arte non può
assimilarsi un concetto scientifico che alla propria maniera, secondo
la sua natura d’opera d’arte. Se il romanzo non dovesse far altro che
della fisiologia o della patologia, o della psicologia comparata in
azione, come il Berquin faceva una volta della _morale in azione_, il
guadagno non sarebbe nè grande nè bello. Il positivismo, il naturalismo
esercitano una vera e radicale influenza nel romanzo contemporaneo,
ma _soltanto nella forma_, e tal’influenza si traduce nella _perfetta
impersonalità_ di quest’opera d’arte. Tutto il resto, per l’arte, è
una cosa molto secondaria, e dovrebbe esser tale anche nei giudizii che
si pronunziano intorno ai lavori rappresentanti, più o meno efficaci,
della nuova formola artistica.
Nel romanzo è accaduto quello che il Vacquerie scriveva tempo fa
pel teatro: «_De siècle en siècle, le poête a émancipé l’action. Ce
n’est pas le premier jour qu’il a osé la quitter; il a fallu qu’elle
grandît et que le public grandît avec elle, qu’elle parlât et que
le publique entendit; il a hésité; il est parti pas à pas; il se
retournait toujours pour la voir. Il a mis deux mille ans à sortir
de la scène._» Nei romanzi del Balzac, questo sparire dello autore
avviene ad intervalli. Egli si mescola ogni po’ all’azione, spiega,
descrive, torna addietro, fa delle lunghe divagazioni prima di lasciar
i suoi personaggi a dibattersi soli soli colle loro passioni, col
loro carattere, colle potenti influenze del lor tempo e dei luoghi; e
l’onnipotenza del suo genio non si mostra mai così intera come quando
le sue creature rimangon libere, abbandonate ai loro istinti, alla
loro tragica fatalità. I suoi successori intervengono assai meno di
lui nell’azione o non intervengono affatto. Si può dire che la loro
opera d’arte si faccia da sè, piuttosto che la faccian loro. E questo
semplicissimo cambiamento ha già prodotto una rivoluzione che il volgo
dei lettori difficilmente sarà nel caso d’apprezzare nel suo giusto
valore.
_I Malavoglia_ si rannodano agli ultimissimi anelli di questa catena
dell’arte. L’evoluzione del Verga è completa. Egli è uscito dalla
vaporosità della sua prima maniera e si è afferrato alla realtà,
solidamente. Questi _Malavoglia_ e la sua _Vita dei campi_ saranno
un terribile e salutare corrosivo nella nostra bislacca letteratura.
Lasciateli fare e vedrete. Se avranno poi la consacrazione (e se
la meritano) d’una traduzione francese, eserciteranno un’influenza
anche in una sfera più larga e conteranno per qualche cosa nella
storia generale dell’arte. Giacchè finora nemmeno lo Zola ha
toccato una cima così alta in quell’_impersonalità_ ch’è l’ideale
dell’opera d’arte moderna. C’è voluto, senza dubbio, un’immensa dose
di coraggio, per rinunziare così arditamente ad ogni più piccolo
artificio, ad ogni minimo orpello rettorico e in faccia a questa nostra
Italia che la rettorica allaga nelle arti, nella politica, nella
religione, dappertutto. Ma non c’è voluto meno talento per rendere
vive quelle povere creature di pescatori, quegli uomini elementari
attaccati, come le ostriche, ai neri scogli di lava della riva di
Trezza. Padron ’Ntoni, Mena, la Santuzza, lo zio Crocifisso, lo zio
Santoro, Piedipapera, ecc., sono creazioni che debbono essere un po’
sbalordite di trovarsi a vivere dentro la morta atmosfera della nostra
stalattitica letteratura. Se non ci fossero Don Abbondio, Perpetua,
Agnese, Renzo, Don Ferrante e Padre Cristoforo, dovrebbero proprio
rassegnarsi di restare in famiglia con la Nedda, colla Lupa, con Jeli
il pastore, con Rosso Malpelo.
Un romanzo come questo non si riassume. È un congegno di piccoli
particolari, allo stesso modo della vita, organicamente innestati
insieme. L’interesse che ispira non è quello volgare, triviale del
come finirà? ma un interesse concentrato che vi prende a poco a poco,
con un’emozione di tristezza dinanzi a tanta miseria, dinanzi a quella
lotta per la vita, qui osservata nel suo primo stadio quasi animale, e
che l’autore s’accinge a studiare nelle classi superiori con una serie
di romanzi legati insieme dal titolo complessivo: _I Vinti_.
L’originalità il Verga l’ha trovata dapprima nel suo soggetto, poi
nel metodo _impersonale_ portato fino alle sue estreme conseguenze.
Quei pescatori sono dei veri pescatori siciliani, anzi di Trezza,
e non rassomigliano a nessuno dei personaggi d’altri romanzi. Non è
improbabile che il Verga si possa sentir accusare di minore originalità
quando il suo soggetto lo condurrà fra la borghesia e le alte classi
delle grandi città, perchè allora le differenze dei caratteri e delle
passioni appariranno meno spiccate; ed è bene notarlo fin da ora.
_I Malavoglia_ non sono certamente un lavoro perfetto; l’autore lo
sa meglio di noi. Certi eccessi di forma minuta, certe sproporzioni
di parti potevano forse evitarsi, senza che l’evidenza della
rappresentazione ne soffrisse e con profitto del libro e dei lettori.
Ma mi par di vedere il Verga che, dal fondo della sua coscienza
d’artista, modestamente mi fa osservare: _Forse no_.