ALPHONSE DAUDET[12]

Un giorno, nei più bei tempi del secondo impero, il Duca di Morny

invitava a far parte del suo gabinetto particolare un giovane di

mezzana statura, dalla pelle leggermente olivastra, dai capelli lunghi,

nerissimi, un po’ ricci e arruffati sopra una bella fronte sotto la

quale fiammeggiavano due occhi irrequieti, il sinistro armato d’un

monocolo. Il naso finamente incurvato, la barba divisa in due punte

come quella tradizionale del Cristo, le mani piccole e ben modellate,

l’aria elegante e sciolta di tutta la persona lo mostravano un

gentiluomo. Il suo accento stranamente sonoro lo faceva riconoscere per

provenzale.

— Sono legittimista, rispose quel giovane con una franchezza quasi

solenne.

— Anche l’imperatrice è legittimista, replicò il Duca di Morny,

atteggiando le labbra allo scettico sorriso che gli era abituale.

Il giovane accettò.

Era Alfonso Daudet, il futuro scrittore del _Nabab_, il futuro pittore

del duca di Mora, un ritratto del Morny velato appena dal cambiamento

dell’ultima sillaba del vero nome.

Il _Nabab_ ebbe un successo molto somigliante a uno scandalo. I

principali personaggi del romanzo vennero subito riconosciuti sotto la

loro maschera artistica. S’arrivò a trovar dei riscontri nella realtà

alle pure invenzioni del romanziere; e le inevitabili accidentali

identità dei nomi, delle indicazioni delle vie e del numero delle

case servirono a complicare, ad istigare maggiormente quella rabbia di

bassa curiosità da cui il pubblico vien preso in simili circostanze.

L’autore, in nome della sua probità letteraria, protestò di non

aver voluto cercare un elemento di successo nel frivolo e malsano

pettegolezzo dei lettori; aveva, unicamente, voluto fare un’opera

d’arte; e, se s’era servito di elementi reali conosciuti da tutti,

non era andato più in là di quel che gli permettesse il suo diritto

d’artista. Attorno ad un personaggio che, _simile ad una meteora, aveva

traversato colla sua abbagliante e rapida esistenza il cielo parigino_,

s’erano aggruppati tant’altri elementi di quella _osservazione continua

sparpagliata, quasi incosciente, senza la quale non potrebbero esserci

scrittori d’immaginazione_, e sarebbe bastato confrontare certi

particolari della realtà con quelli dipinti nel libro per accorgersi

di quel lavoro di _cristallizzazione che trasporta dal reale nella

finzione, dalla vita nel romanzo le circostanze più semplici_[13].

Tali giustificazioni potrà oggi ripetere il Daudet a proposito del

suo nuovo romanzo _Les Rois en exil_ pubblicato nelle appendici del

_Temps_ ed ora stampato in volume dal Dentu. Certamente è difficile

contestargli il suo diritto d’osservatore. Quei re spodestati, da

tutti i punti dell’Europa, quasi fatalmente spinti, anzi trascinati

entro il gran vortice della vita parigina, riempiono la cronaca dei

giornali colle magnificenze del loro lusso, colla sbrigliatezza della

loro vita di gente liberata dalla tirannia dell’etichetta di corte;

dànno in pascolo quotidiano alle conversazioni leggiere e maldicenti

dei crocchi aristocratici e dei salotti borghesi le loro stranezze,

le loro avventure equivoche, le loro piccole e grandi miserie, le loro

sfrontatezze audaci, gl’intrighi d’ogni sorta alimentati dal prestigio

dei loro nomi e dalla precarietà del loro stato. Or questo nuovo

elemento esotico che si mescola alla vita febbrile della grande città

e vi mette una nota smagliante, stridente, un che di caratteristico,

vero segno d’un tempo in cui tutte le disuguaglianze sociali, tutte le

barriere di classi e di caste s’annientano nel prepotente rimescolio

della democrazia moderna; questo nuovo elemento può e deve formare

anch’esso materia di studio ed esser tradotto nella creazione artistica

com’ogni altro elemento della vita. Allorchè la materia reale ha già

subito l’indefinibile elaborazione che la solleva, dal basso livello

del _fatto diverso_ e della _cronaca scandalosa_, all’altezza pura

e serena del cielo dell’arte; allorchè il personaggio vero arriva a

vivere, a muoversi, a pensare, a sentire in quella sottile atmosfera

senza mostrar la debolezza d’un secondo fine, è assurdo cavar fuori

gli scrupoli della convenienza, dei riguardi personali, del rispetto a

sventure siano o no meritate, e addebitare alle creazioni dell’artista

malizie ed intenzioni che la riuscita dell’opera d’arte trionfalmente

contraddice. Certamente l’artista ha calcolato sulla nostra curiosità;

certamente la novità del soggetto ha morso la sua vena e lo ha spinto a

studiare, di preferenza, uno, due, tre personaggi, tutto un ordine di

fatti che hanno una fisonomia particolare, ben marcata; e tale novità

non gli è parsa una cosa spregevole per aiutare il successo della sua

opera, come un condimento da stuzzicar palati troppo assuefatti a tutte

le raffinatezze della cucina letteraria contemporanea. Ma questo non

dà il diritto d’invertire l’ordine e il valore dei suoi scopi e ridurre

l’opera d’arte ad una speculazione di scandalo e a nulla più.

Il Daudet dev’avere su tal conto la coscienza tranquilla. Il suo libro

è fatto in modo da velare appena la realtà con qualcosa di meno del

cambiamento d’una sillaba, come il Morny col Mora. Questa fierezza

dell’artista che si stima superiore al sospetto giova al suo lavoro pel

lato morale. Egli non scrive il suo libro per mescolarsi di politica o

d’altro. Re, regine, principi reali, tutti i suoi personaggi sono per

lui degli uomini che hanno sentimenti, passioni, affetti, pregiudizii,

virtù, miserie e colpe allo stesso modo degli uomini di qualunque altra

classe sociale; ed egli vuol renderli tali qual’essi sono, quali gli ha

visti e quali gli si sono elaborati nella imaginazione, sinceramente,

senza partito preso, o coll’unico di non lasciarsi trascinare, com’era

facile, fuori dei limiti d’un’opera d’arte. Dimentichiamo dunque i

riscontri, e prendiamo l’opera d’arte qual’è.

La famiglia reale spodestata arriva a Parigi dopo i disastri della

Comune. La regina è un’anima eroica, colla piena coscienza della

grandezza del suo grado e della severità dei suoi doveri. Non già

che la donna sia morta in lei: il suo cuore soffre profondamente

dell’abbandono in cui la lascia il marito... ma una regina non può

essere felice o infelice come le altre donne. Dolori di sposa, dolori

di madre, ella deve nasconder tutto, deve divorar tutto in segreto,

e portar alta la testa per reggere la corona e non far ridere i suoi

nemici. Il re invece è fiacco, corrotto, e la sola idea di trovarsi a

Parigi, nel giardino di tutti i piaceri, gli dà la vertigine sin dalla

prima sera del suo arrivo.

Da questi due punti di partenza s’indovina facilmente quello che

accadrà.

Mentre la regina nel solitario palazzo, in un angolo di Parigi, a

Saint-Mandè, sorveglia, l’educazione del piccolo principe ereditario

e tien vive le relazioni con quella parte dei suoi sudditi rimasta

fedele, il re si butta a capo fitto nelle avventure della vita

parigina, s’incanaglia, s’indebita, perde la coscienza del proprio

stato. Un giorno che deve ricevere alcune deputazioni politiche è

talmente ubbriaco fradicio da non potersi mostrare. La spedizione

organizzata dalla regina e dai suoi fidi, alla quale prende parte

il fiore della gioventù legittimista francese, si risolve in una

catastrofe perchè egli ritarda la sua partenza per passare una nottata

con una donna che lo tradisce.

E quando la regina ricorre al supremo rimedio, l’abdicazione, col

quale la corona potrebbe forse raffermarsi sul capo del piccolo

principe, un tristo accidente toglie la vista all’innocente erede di

quella razza depravata. Allora tutto è finito. Il cuore della regina,

in mezzo al suo immenso dolore, prova una specie di conforto: sarà

madre, nient’altro che madre, e il passato non troverà più un’eco nella

memoria di lei.

Attorno a questo squallore di famiglia che serra il cuore, mettete

la devozione cieca e disinteressata del vecchio generale Rosen che

sagrifica ogni sua cosa ad un principe indegno e vigliacco; mettete la

figura d’un precettore del principino, carattere tutto d’un pezzo, che

sconta anch’esso dolorosamente la sua fede politica; aggiungete una

glaciale figura di donna, di quelle che calcolano le seduzioni delle

occhiate, dei sorrisi, dei baci e delle carezze colla serenità d’un

banchere intento a un gran colpo finanziario; e insieme a lei, uno di

quegli arditi speculatori, funghi parassiti dell’asfalto delle grandi

capitali, che passano dalla povertà alla ricchezza, al lusso, allo

splendore colla stessa facilità con cui tornano spesso nella miseria

e nell’oscurità d’onde uscirono non si sa come: avrete le principali

figure del nuovo romanzo del Daudet.

Il dramma che annoda l’azione e mette in moto questa e le figure minori

è di una semplicità estrema. Parigi, nel fondo, coi sinistri bagliori

della sua vita febbrile sembra esercitare una specie di vendetta

divina sui re spodestati venuti a stordirsi in seno ad essa del _giusto

giudicio_ che gli ha colpiti. Terminata l’ultima pagina, il lettore non

può far di meno di riflettere ai casi reali adombrati dalla trasparente

finzione del romanzo e, come la regina Federica alla vista delle

rovine delle Tuileries dorate da un sole al tramonto, crede di veder

qualch’antica rovina d’un lontanissimo passato, _una storia di costumi

e di popoli spariti, una vecchia cosa morta_.

Dopo quella della regina Federica, la figura più carezzata dall’autore

è il precettore del principino, Eliseo Méraut. Sembra che il Daudet vi

abbia personificato le sue convinzioni politiche.

Gravemente ammalato, in disgrazia, disgustato da tutte le vili cose

alle quali aveva assistito, Eliseo Mèraut è tornato alla sua stanza

di studente e vuol terminare il suo libro sulla _Sovranità per diritto

divino_.

Alla vista di quelle pagine sparse nel letto, allo scorgersi in

quella stanza sudicia coi suoi capelli grigi di vecchio studente, «con

tanta passione sciupata, con tante forze perdute, egli dubitò per la

prima volta e si domandò se non era stato fin allora un illuso. Un

difensore! Un apostolo! Per quei re che si degradavano spensieratamente

e disertavano la loro propria causa!» Queste parole danno l’intonazione

del romanzo e ne sono, direi, la morale. Vi si sente un che d’amaro,

vi si sente che l’autore oggi non saprebbe affermare colla stessa

sicurezza: _sono un legittimista_, come rispose un giorno al Morny.

Senza dubbio la curiosità dei lettori, specialmente dei parigini,

troverà largo campo di piccoli scandali quasi ad ogni pagina di questo

romanzo. L’autore, persuaso ch’era impossibile il mascherare la realtà,

s’è appena dato la cura di leggermente velarla. Il re e la regina

di Palermo, la regina di Galizia, il principe d’Axel, il Duca e la

duchessa di Parma, il re di Westfalia sono nomi troppo trasparenti. E

quasi i nomi non bastassero, ecco dei ritratti, somigliantissimi. Una

seduta dell’Accademia serve a riunirli come in una galleria.

«Più in là, sotto un turbante di splendido satin, ecco la grassa

regina di Galizia, che colle sue gote pienotte e colla sua carnagione

colorita somiglia un’arancia dalla buccia resistente. Ella fa gran

sfoggio, sbuffa, si sventa, ride e parla con una donna ancor giovane,

abbigliata da una mantiglia bianca, una fisonomia malinconica e buona,

solcata da quella ruga delle lagrime che scende dagli occhi leggermente

rossi alle labbra pallide. È la duchessa di Parma, eccellente creatura

niente fatta per le scosse e i terrori che le dà l’avventuriero

al quale è legata la sua vita. Anch’egli è là, quel diavolaccio, e

intromette familiarmente tra le due donne la sua barba nera e lucente,

la sua testa di _bellâtre_ bronzata dall’ultima spedizione costosa e

disastrosa quanto le precedenti. Egli ha giocato _al re_; ha avuto una

corte, delle feste, delle donne, dei _Te Deum_, delle vie sparse di

fiori alle sue entrate. Ha caracollato, decretato, danzato, ha fatto

parlare l’inchiostro e la polvere, ha versato del sangue, ha seminato

degli odii; e, perduta la battaglia, gridato: si salvi chi può!

rieccolo in Francia a rifarsi, a cercar nuove reclute da rischiare,

nuovi milioni da disperdere, sempre in abito da viaggio e da avventure,

serrato alla vita, guarnito di bottoni e di alamari che gli danno

l’aria d’uno zingaro.»

Chi ha visto Don Carlos lo riconosce alla prima occhiata, e può dedurne

che gli altri ritratti debbon essere egualmente fedeli.

Per non ridurre addirittura il suo romanzo un libello, il Daudet

ha inventato un regno d’Illiria che la diplomazia europea non ha

mai sentito nominare, un Cristiano II e una regina Federica che si

cercherebbero invano nell’almanacco di Gotha. Aggruppando fatti

notissimi e di luoghi e tempi e di persone disparate, lasciando

quasi a bella posta intravedere quel lavoro di _cristallizzazione_,

come lo chiama, c’ha prodotto dai varii elementi della realtà la sua

creazione artistica, ha inteso tacitamente protestare contro ogni altra

intenzione che gli si volesse attribuire, affermando a fronte alta il

suo diritto e il suo dovere d’osservatore e di romanziere della società

contemporanea.

Però nessun libro meglio del suo prova quanto sia pericoloso il

lasciar infiltrare nell’opera d’arte anche il più piccolo elemento

estraneo alla sua essenza elevata. Certamente, nella scelta del

soggetto, l’autore fu sedotto dalle lusinghe della novità d’esso

e dall’idea dell’interesse straordinario che avrebbe destato nei

lettori. Ebbene, questo piccolo elemento è bastato per ridurre quasi

inefficace la sua creazione: la realtà è più forte di questa e rende

impossibile il piacere estetico. Avviene com’un raddoppiamento di

personaggi. La regina Federica fa pensare a Maria regina di Palermo,

che si mostra appena due volte nel libro, e soltanto per tentar di

stornare il lettore dal riconoscere in Federica la regina Sofia, moglie

di Francesco II Borbone. Ma la gherminella è puerile, perchè possa

accadere che ci s’illuda e ci s’assorbisca nella semplice sensazione

del fantasma artistico. Lo interesse è distratto, il fantasma non

prende consistenza, non riesce ad esistere col suo pieno arbitrio,

coll’intiera libertà di persona vivente.

Manca, per la troppa notorietà dei personaggi reali, quel non so che

di sfumato, di lontano, d’ignoto che tanto contribuisce a rendere

il personaggio della finzione quasi più vivo di quello della realtà.

Giacchè per l’opera d’arte poco importa il sapere ch’esso abbia o no

davvero esistito, quando la potente immaginazione dello scrittore

giunge a renderlo vivo e a interessarci a suoi casi. E la prova di

questo si ha nel medesimo libro. Eliseo Méraut, che forse non nasconde

dietro di sè nessun personaggio reale o nasconde un ignoto, è assai

più solido, più efficace, assai più interessante di Federica e di

Cristiano. Crediamo al romanziere sulla sua parola; non ci passa pel

capo di domandargli fin dove il personaggio reale gli ha servito

di modello e quali altri soggetti han contribuito alla formazione

della sua creatura. Lo stato civile d’Eliseo è lì, nel romanzo. Noi

lo abbiam conosciuto sin da quand’era bambino; quella sua testona

arruffata e quella sua faccia larga, rugosa, virile, da apostolo non

le dimenticheremo più. Chiamate: Eliseo Méraut! ed è lui che risponde

all’appello, rizzando la sua fronte pensosa sotto una capigliatura

grigia innanzi tempo. Chiamate invece: Federica! e il personaggio del

romanzo si dirada, diventa trasparente, svanisce; Sofia di Baviera

viene innanzi: un’importuna, ci sembra, che tenta d’intrudersi e vuol

usurpare il vostro affetto. La scossa è brutale, come quando si è

destati improvvisamente in mezzo alla delizia d’un sogno.

Senza dubbio il Daudet ha fatto tutto quello che poteva per superar

questo scoglio, ma la logica della vita, anche nel mondo dell’arte,

è superiore a qualunque capriccio. Può darsi che l’uomo sia in lui

contento del successo di curiosità già ottenuto dai _Rois en exil_

presso il pubblico grossolano, borghese o aristocratico non importa;

ma l’artista avrebbe certamente preferito che la sua Federica fosse

entrata nel mondo dell’arte da creatura non men viva di quell’altra,

servita in gran parte, di modello.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 21 / 48 题