Quando il Verga scrisse la _Nedda_ forse non credeva d’aver trovato
un nuovo filone nella miniera quasi intatta del romanzo italiano.
La povera raccoglitrice d’ulive rimase un’eccezione nel suo lavoro
d’artista e pareva stesse a disagio fra le eleganti sue sorelle che
portavano i nomi pieni di fascino d’Eva, d’Adele, di Velleda e di Nata.
Che veniva a farci la _varannisa_ colla sua vestina di fustagno lacera
e insudiciata, coi suoi piedi scalzi, intrisi di mota, colla sua faccia
abbronzata dal sole e travagliata dai patimenti, colla sua capigliatura
arruffata e i suoi occhioni neri dalla pupilla sbalordita, che veniva
a farci in mezzo a quelle figure tutte parate di seta, di velluti
e di trine, tutte coperte di minio e di polvere di Cipro, profumate
d’opoponax e di fieno fresco, coi guanti a trentadue bottoni e gli
stivaletti di raso dal tacco enorme? In mezzo a quei cuori divorati da
strane passioni, a quei nervi sconquassati dalle violente ebbrezze dei
sensi, fra quelle meteore luminose e sinistre portate via dal turbine
delle feste, dei teatri e delle corse, che veniva a farci lei, la
infelice creatura? Era proprio un’intrusa.
Però Eva, Velleda e Nata avrebbero dovuto guardare con un occhio
d’invidia la pietosa contadina siciliana che amava coll’istintiva
sincerità dell’animale e manifestava il suo profondo affetto di
madre ringraziando la Madonna d’essersi portata in paradiso il frutto
precoce d’un amore disgraziato. Nel mondo dell’arte quella contadina
valeva assai più di loro. Rare volte s’era inteso in Italia un accento
così schietto di vera tristezza, un’impressione così viva e così
immediata della realtà, che rivelano una potenza d’artista affatto
fuori dell’ordinario. Quel bozzetto acquistava sotto gli occhi le
grandi proporzioni di un quadro. Le tinte sobrie ma calde davano
la vigorosa sensazione del cielo infocato della Sicilia. In quel
paesaggio arsiccio, selvatico, sotto l’ombra del bosco di castagne sui
fianchi dell’Etna, la figura della _varannisa_ si modellava con una
meravigliosa nettezza di contorni, con un rilievo potente: e l’emozione
destata nell’animo del lettore dall’opera di arte differiva poco o
nulla da un’emozione di prima mano. L’autore aveva avuto la felice
malizia di nascondersi dietro la stupenda solidità delle sue figure e
il lettore non vedeva che queste: l’illusione era completa.
Ma il Verga tornò subito alle scene della vita elegante che sembrava
prediligere perchè poteva studiarle più da vicino. _Eros_ e _Tigre
reale_ riportarono i lettori nell’ambiente raffinato e quasi
artifiziale dell’alta società; tra sentimenti troppo riflessi per
potersi dire sinceri, tra vizii che perdono il loro carattere sotto la
maschera dell’eleganza e della indifferente disinvoltura, fra passioni
che rimangono compresse e sfibrate dai pregiudizii dell’educazione
e dalla invincibile forza del _che si dirà?_ Però in quest’ambiente
elevato, pieno d’ombre e di sottintesi, smussato, levigato pareva
che l’artista perdesse molte delle sue belle qualità mostrate tanto
vigorosamente nel bozzetto della _Nedda_. Le figure non arrivavano a
prendere un completo rilievo; nuotavano, sfumate, entro una luce che
sembrava falsa e qualche volta era davvero un po’ di convenzione, come
nella _Tigre reale_. L’arte si lasciava scorgere. Non si provava più la
impressione diretta. Già si cominciava a dubitare della reale potenza
del suo talento di scrittore, a creder la _Nedda_ uno di quei colpi di
buona fortuna che capitano soltanto una volta e non provano niente per
la costituzione artistica d’un ingegno. Le circostanze confermavano
queste supposizioni poco benevole. _Tigre reale_, scritta prima
dell’_Eros_ ma pubblicata dopo, parve un passo indietro e, forse non a
torto, la cosa più fiacca del Verga, quantunque avesse due o tre scene
degne dell’autore dell’_Eva_. Ah! le promesse di questo primo lavoro
che aveva messo, di lancio, il nome dell’autore tra i più noti fra noi,
le belle promesse di questo volumetto pieno di passione e di sentimento
non erano state mantenute! E quando il Verga, oppresso da lutti
domestici, rinunziò per parecchi anni alle dolcezze dell’arte, molti
che domandavano di qua e di là: Ma il Verga? Ma che fa il Verga? pareva
avessero una convinzione di sconforto sull’avvenire dello scrittore.
Ma eccolo che rientra nella vita letteraria e trionfalmente, da pari
suo.
Le otto novelle che formano questa _Vita dei campi_ provano che la
_Nedda_ non fosse un’eccezione quasi inesplicabile, e che l’ingegno
dell’autore non sia punto esaurito. Egli ricomparisce con tutta la
potenza di disegno e di colorito da lui mostrato in quel fortunato
bozzetto, ma con una maestria più affinata, più vigorosa e più
progredita nei grandi segreti dell’arte. Oramai Nedda non sarà sola.
Mara, Lola, la _gna_ Pina la lupa, la Peppa, la Saridda le terranno
buona compagnia col loro corteggio di amanti e di mariti. C’è Jeli il
pastore mezzo inselvatichito fra i solitarii pascoli di Tebidi; Rosso
Malpelo e Ranocchio vere talpe della cava di rena rossa alla Carvana;
c’è Turiddu, il bersagliere, e compare Alfio, _l’omo_, che non si
lascia posare una mosca sul naso: c’è in ultimo quel buon diavolo di
Pentolaccia che finisce così male, in galera, per aver perduto in un
momento la sua filosofia di marito senz’occhi e senza orecchie.
Il romanziere della vita elegante è ritornato fra i campi della sua
Sicilia, in quell’angolo dell’isola che sta fra il monte Lauro, le
colline di Vizzini e la vasta pianura di Mineo.
Oh, come è stato bene ispirato a riprendere l’intatto filone scoperto
colla _Nedda_!
Il suo libro (questo volume è un vero libro, benchè composto di novelle
diverse) ha un carattere d’originalità spiccatissimo anche per via del
soggetto: ma non soltanto per questo. Le otto novelle son riuscite
delle opere d’arte che non trovano nessun riscontro nella nostra
sbiadita letteratura, e stanno a paro dei più bei lavori di simil
genere della Sand e dell’Auerbach. Li vincono anzi per la sincerità
del sentimento, la freschezza delle tinte, la perfetta intonazione del
colorito. Il Verga può dire anche lui d’aver fatto qualcosa _qui ne
ment pas et qui aie l’odeur du peuple_.
Un’opera d’arte, novella o romanzo, è perfetta quando l’affinità e la
coesione d’ogni sua parte divien così completa che il processo della
creazione rimane un mistero; quando la sincerità della sua realtà è
così evidente, il suo modo e la sua ragion d’essere così necessarie,
che la mano nell’artista rimane assolutamente invisibile e l’opera
d’arte prende l’aria d’un avvenimento reale, quasi si fosse _fatta da
sè_ e avesse maturato e fosse venuta fuori spontanea, senza portar
traccia nelle sue forme viventi nè della mente ove germogliò, nè
dell’occhio che la intravvide, nè delle labbra che ne mormorarono le
prime parole. È la teoria dell’arte moderna; il Verga l’ha espressa
quasi colle stesse parole (pag. 154). Ma dalla teorica alla pratica
il passo è lungo, lunghissimo. Egli che l’aveva già fatto, con molta
abilità, nella _Nedda_, lo ripete con maggior sveltezza nella _Vita dei
campi_.
Questi suoi contadini non sono soltanto siciliani, ma più
particolarmente di quella piccola regione che sta, come dissi, fra
Monte Lauro e Mineo. Tolti di lì, anche nella stessa Sicilia, si
troverebbero fuori posto. I loro sentimenti, le loro idee sono il
necessario prodotto del clima, della conformazione del suolo, degli
aspetti della natura, degli usi, delle tradizioni che costituiscono
col loro insieme il carattere particolare di quell’antica regione
greco-sicula. L’artista gli ha presi nella loro piena concretezza,
nella loro più minuta determinatezza, facendosi piccino con loro,
sentendo e pensando a modo loro, usando il loro linguaggio semplice,
schietto, e nello stesso tempo immaginoso ed efficace, fondendo apposta
per essi, con felice arditezza, il bronzo della lingua letteraria entro
la forma sempre fresca del loro dialetto, affrontando bravamente anche
un imbroglio di sintassi, se questo riusciva a dare una più sincera
espressione ai loro concetti, o all’intonazione della scena, o al
colorito del paesaggio. Ed è così che ha potuto ottenere davvero che
l’opera sua _non serbi nelle sue forme viventi alcuna impronta della
mente in cui germogliò, alcuna ombra dell’occhio che la intravvide_.
L’illusione è più completa che nella _Nedda_ perchè l’arte è più
squisita. Un sentimento d’immensa tristezza si diffonde da ogni pagina
e penetra il cuore e fa pensare. Ci troviamo, come quei personaggi, in
diretta comunicazione colla natura. Non intendiamo più nulla dei nostri
sentimenti, delle nostre idee; ci sentiamo sopraffatti dai sentimenti
rudimentali, dalla morale non meno primitiva di quella gente che guarda
e giudica ogni cosa dal suo piccolo e interessato punto di vista.
Quando si vive nelle chiuse della Commenda o nella valle del Jacitano,
come Jeli che, fin da quando _non arrivava alla pancia della Bianca, la
vecchia giumenta che portava il campanaccio della mandra_, andava qua e
là, _come un cane senza padrone_, l’intelligenza si risolve unicamente
in un continuo rimuginìo di sensazioni che non riescono ad elevarsi mai
allo stato d’idee.
«Ei non ci pativa, perchè era avvezzo a stare coi cavalli, che gli
camminavano dinanzi passo passo, cercando il trifoglio, e cogli uccelli
che girovagavano a stormi, attorno a lui, tutto il tempo che il sole
faceva il suo viaggio lento lento, sino a che le ombre si allungavano e
poi si dileguavano: egli aveva il tempo di veder le nuvole accavallarsi
a poco a poco e figurar monti e vallate; conosceva come spirava il
vento quando porta il temporale e di che colore sia il nugolo quando
sta per nevicare. Ogni cosa aveva il suo aspetto e il suo significato,
e c’era sempre che vedere e che ascoltare in tutte le ore del giorno.
Così verso il tramonto quando il pastore si metteva a suonare collo
zufolo di sambuco, la cavalla mora si accostava masticando il trifoglio
svogliatamente e stava anch’essa a guardarlo, con grandi occhi
pensierosi.»
Con questo genere di vita l’uomo animale continua a vivere ancora
in mezzo ai trionfi della moderna civiltà, come tre, quattro mila
anni addietro. Le sue idee sono limitatissime; i suoi sentimenti
differiscono poco dal semplice istinto. Tale, e non altrimenti,
l’artista ha voluto mettercelo sotto gli occhi. Quando Jeli vien
condotto, legato, dinnanzi al giudice, per aver ammazzato Don Alfonso:
« — Come! diceva, non dovevo ucciderlo nemmeno?... Se mi aveva preso la
Mara!»
Quando la _Lupa_ ha rubato alla propria figliuola il marito che già le
avea dato coll’intenzione di rubarglielo, «Maricchia piangeva notte e
giorno e alla madre le piantava in faccia gli occhi ardenti di lagrime
e di gelosia come una lupacchiotta anch’essa, quando la vedeva tornare
dai campi pallida e muta ogni volta.
« — Scellerata, le diceva. Mamma scellerata!
« — Taci!
« — Ladra! Ladra!
« — Taci!
« — Andrò dal brigadiere, andrò!
« — Vacci!»
Son fatti così; e il merito dell’artista sta appunto nell’averli resi
come sono, senza nessuna preoccupazione nè morale, nè religiosa, nè
sociale che potesse nuocere al suo scopo.
A me il libro dà la nostalgia del paese nativo, tanto vera e profonda
è l’impressione che mi produce. Di mano in mano quei paesaggi
tornano a distendersi, nella loro arida tristezza, sotto l’occhio
dell’immaginazione; figure ben note ripopolano la fantasia coi ricordi
dell’infanzia e della vita di provincia, figure malinconiche, pensose,
raccolte nella loro meridionale indolenza, colla coscienza della
fatalità della vita che giustifica tutto in faccia a loro. E non è
soltanto un effetto potente dell’arte, ma anche del fatto, chè Tebidi,
la valle del Jacitano, Passanitello non son paesaggi di convenzione. La
fanciullezza dell’autore è trascorsa lì, e Jeli gli ha forse insegnato
«come si fa ad arrampicarsi sino ai nidi delle gazze, sulle cime dei
noci più alti del campanile di Licodia, o cogliere un passero a volo
con una sassata o montare con un salto sul dorso nudo delle sue bestie
selvaggie, acciuffando per la criniera la prima che passava al tiro,
senza lasciarsi sbigottire dai nitriti di collera dei puledri e dai
loro salti disperati.» Giacchè i personaggi di questi racconti, la più
parte, hanno esistito realmente, e l’autore non ha fatto che degli
studi dal vero. Quella Lupa io l’ho conosciuta. Tre mesi fa, tra le
colline di S. Margherita, su quel di Mineo, passavo pel luogo dov’era
una volta il pagliaio di lei, fra gli ulivi, presso una fila di pioppi
che si rizzano gracili e stentati sul terreno umidiccio. Ella abitava
lì per dei mesi interi, specie nel settembre e nell’ottobre, quando
i fichi d’India eran maturi. Si vedeva ritta, innanzi il pagliaio,
all’ombra dei rami d’un ulivo, in maniche di camicia, col fazzoletto
rosso sulla testa, spiando le viottole, «pallida come se avesse
sempre addosso la malaria,» in attesa di qualcuno che doveva arrivare
dall’Arcura o dai Saracini o dalla Casa di mezzo, o da Sopra la Rocca.
Spesso la s’incontrava alla _zena_, china sulla lastra di pietra
accanto al ruscello, apparentemente per lavare i panni, in realtà per
fermare tutti quelli che passavano e attaccar discorso. Più spesso si
vedeva andare di qua e di là per la campagna «sola come una cagnaccia,
con quell’andare randagio e sospetto della lupa» tale quale il Verga
l’ha superbamente dipinta.
Ora il pagliaio è distrutto, e quell’angolo di collina deserto. Io
provavo un gran senso di tristezza nel guardar quella rovina. Ma non
era il ricordo della vera Lupa che mi faceva evocare con tanta emozione
la sua pallida figura dagli occhi neri come il carbone, dalle labbra
fresche e rosee che vi mangiavano, no; era la _Lupa_ dell’arte, la
_Lupa_ creata dal Verga che sopraffaceva quella della realtà e me la
metteva sotto gli occhi più viva della viva quand’era viva. Tanto è
vero che l’arte non sarà mai la fotografia!
La _Lupa_ si potrebbe dire un semplice _fatto diverso_. In quelle
otto pagine non c’è un particolare che non sia vero, intendo dire che
non sia accaduto realmente così. L’autore non ha inventato nulla; ha
trovato, ha indovinato la forma, che è quanto dire: ha fatto tutto.
La _Lupa_ è forse la più bella cosa che il Verga abbia mai scritta;
senza forse, è la miglior novella di questa _Vita dei campi_. La
forma è scultoria, d’una semplicità meravigliosa. Qua e là sembra una
traduzione di qualche leggenda popolare, con quel ritorno d’imagini e
di parole del quale l’autore s’è stupendamente servito. La figura della
_Lupa_ si stacca sull’orizzonte del paesaggio fosca, indimenticabile,
come quando andava incontro al genero che le veniva addosso per
ammazzarla. «La _Lupa_ lo vide venire, pallido e stralunato, colla
scure che luccicava al sole, e non si arrestò d’un sol passo, non chinò
gli occhi; seguitò ad andargli incontro, con le mani piene di manipoli
di papaveri rossi e mangiandoselo cogli occhi neri.»
Dopo la _Lupa_ vien _Jeli il pastore_. È una cosa affatto diversa. Che
tristezza in quella campagna! E come vi si muore! E che notte quella
in cui lo _stellato_ che doveva esser venduto la mattina dopo alla
fiera di San Giovanni, cadde nel burrone e si ruppe la schiena! Povera
bestia!» Metteva fuori un rantolo che pareva un cristiano. Jeli si mise
a tremare come una foglia quando vide il fattore andare a staccare lo
scoppio dal basto della mula. — Levati di lì pane-perso! gli urlò il
fattore, che non so chi mi tenga dallo stenderti per terra accanto a
quel pulledro che valeva più assai di te, con tutto il battesimo porco
che ti diede quel prete ladro!... E il rumore fiacco che fece dentro
le carni vive il colpo tirato a bruciapelo parve a Jeli di sentirselo
dentro di sè!» — Quel viaggio di notte di tutta la mandria dei cavalli
e la morte dello _stellato_ son delle pagine assai belle, commoventi in
grado supremo.
Vien terzo _Rosso Malpelo_ il cavatore di rena. Ah, nella cava
traditora non si vive tranquilli! La cava tende insidie ad ogni minuto.
Ma oltre ad essa c’è anche l’uomo, il compagno che non lascia in pace
il compagno, per poco che capisca di poter fare a fidanza con esso.
Quel ragazzaccio di Malpelo ne toccava da tutti. «Al mezzogiorno,
mentre tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio
la loro minestra e facevano un po’ di ricreazione, egli andava a
rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per rosicchiarsi quel
suo pane di otto giorni, come fanno le bestie sue pari; e ciascuno
gli diceva la sua, motteggiandolo e gli tiravano dei sassi, finchè
il soprastante lo rimandava al lavoro con una pedata». La cava ha
inghiottito suo padre, mastro Misciu, inghiottirà anche lui, che non ha
avuto altro affetto al mondo all’infuori che per Ranocchio, il ragazzo
storpio. Egli lo maltrattava alla sua volta, ma gli voleva bene, da
Malpelo, da ragazzo reso cattivo dalle soperchierie ricevute. Quando
il povero storpio comincia a sputar sangue. « — È meglio che tu crepi
presto! Se devi soffrire in tal modo, è meglio che tu crepi,» gli dice
brutalmente Malpelo; ma quella brutalità è piena di commiserazione. Oh,
nella cava non si apprendono le frasi dolci e le belle maniere!
_Malpelo_ ha un’aria di leggenda popolare ha quella stessa impronta
d’originalità di _Jeli il pastore_ e della _Lupa_. La forma si è,
anche qui, perfettamente compenetrata col soggetto: anche qui c’è
quell’assimilazione della fresca essenza del dialetto, per cui alla
lingua letteraria è stato possibile il rendere così fedelmente il
colorito locale da lottare coll’evidenza della realtà. E quando dico
forma, non intendo soltanto la frase, lo stile, ma qualche cosa di
più elevato: la concezione, tutto l’organismo dell’opera d’arte,
che funziona colla pienezza della vita, libero e indipendente dalla
personalità che lo creò. È di questa forma che s’intende quando s’ha la
fortuna di parlare d’un artista come il Verga.