Torno al libro del Lovenjoul. Tra i documenti nuovi messi alla luce in
questo volume ce n’è uno che riguarda la venuta del Balzac in Italia.
Il Balzac venne tra noi nel febbraio del 1837, munito d’una procura
del conte Emilio Guidoboni-Visconti per regolare gli interessi di
questo col signor Lorenzo Costantin, suo fratello uterino, a proposito
dell’eredità materna della contessa Giovanna Patellani. Fu a Milano,
poi a Venezia, nel marzo; e, tornato a Milano, vi stette sino alla metà
di maggio.
A Genova un negoziante gli parlò delle miniere d’argento della
Sardegna, delle scorie ammonticchiate nelle vicinanze di esse, scorie
ricche di piombo dal quale era stato ricavato anche dell’argento. La
fantasia del Balzac prese subito fuoco. I Romani, i metallurgisti del
medio-evo non dovevan essere molto pratici nella mineralogia; potea
darsi benissimo fosse nascosta in quelle scorie una immensa ricchezza.
Un gran chimico, suo amico, aveva trovato il segreto d’estrarne,
con poca spesa, l’oro e l’argento in qualunque modo e in qualunque
proporzione stessero mescolati cogli altri metalli. Bisognava avere
i campioni per fare un saggio. Il Genovese promise di spedirglieli a
Parigi. Il Balzac, nel caso d’ottimo esito, s’impegnava di ottenere pel
Genovese e per sè la privativa dell’affare dal governo sardo.
Dopo un anno, visto che il Genovese non si faceva vivo, il Balzac tornò
in Italia, andò in Sardegna e trovò che quegli, fatti dei saggi per
conto proprio, contrastava la privativa, presso la Corte di Torino, a
una società marsigliese la quale avea scoperto potersi ricavare dalle
scorie il dieci per cento di piombo, e dal piombo il dieci per cento
d’argento.
Fu una delle tante sue delusioni!
Era partito da Parigi, facendo un grande sforzo per raggranellare i
quattrini pel viaggio. Aveva impegnato il po’ d’oro che possedeva: la
sua mamma e una sua cugina si eran _salassate_ per lui. Avea viaggiato
quattro giorni e cinque notti sopra una imperiale, bevendo soltanto
dieci soldi di latte al giorno.
A Marsiglia aveva abitato una stanza di albergo da quindici soldi al
giorno e aveva pranzato con trenta. Aveva scritto alla madre: _Pense
qu’il y a beaucoup plus d’envie de faire cesser des souffrances chez
des personnes chères, que de désir de fortune personnelle dans ce que
j’entreprends; quand on n’a pas de mise de fonds, on ne peut faire
fortune que par des idèes semblables à celle que je vais mettre à
fin_. (_Correspondance_ pag. 283). E trovava il posto preso! E i suoi
castelli in aria rovesciavano a un tratto! Bisognava rimettersi al gran
supplizio del lavoro. Si faceva coraggio. _Je vais faire trois ouvrages
tout de suite, sans débrider!_ Però.... però...! Era stato a visitare
la miniera abbandonata dell’Argentara nella parte più selvaggia
dell’isola, e avea portato via dei saggi di minerale. _Peut-être le
hasard me servira-t-il mieux que les combinaisons de l’esprit._ Già
pensava di ritornare in Italia col suo cognato, l’ingegnere Surville,
e con un ingegnere delle miniere. «Tu verrai con tuo marito,»
scriveva alla sorella Laura, «Grazie all’esperienza che ho acquistata,
spenderemo poco più di quel che si spende a Parigi. E siccome non c’è
di mezzo nessun Genovese, così potremo aspettare finchè saremo più
tranquilli. Io sono dunque pressochè consolato.» Aveva bisogno di una
chimera: non sapeva staccarsi da questa.
Andò a Milano per isbrogliare ancora alcuni interessi del conte
Guidoboni-Visconti. Pare che il governo austriaco intendesse
sequestrare quel po’ di beni che il conte possedeva tuttavia in
Lombardia. Il Balzac s’adoperò in maniera che il sequestro fu evitato.
Credeva tornar subito a Parigi, ma si mise a lavorare. _Les mémoires
de deux jeunes mariées_ furono cominciate a scrivere in casa del
principe Porcia, in una stanza a pian terreno che dava sul giardino,
messa dall’amicizia del principe a disposizione di lui. Nella sua
prima dimora in Milano il Balzac v’avea conosciuto molte persone
dell’aristocrazia; ma ora faceva una vita da certosino. La contessa
Bossi, che non aveva dimenticato le belle serate passate con lui alle
_Chênes_ presso i Sismondi, dovette fermarlo coraggiosamente in mezzo
alla via per rimproverarlo di non essersi fatto vedere in casa sua. Il
suo lavoro lo assorbiva tutto. Era una idea che gli frullava in mente
da due anni e non era riuscita a concretarsi. Dipingere l’amore felice,
l’amore soddisfatto senza la rettorica del Rousseau e senza le prediche
del Richardson: ecco il suo ideale di quel momento. Voleva pubblicare
il suo libro senza nome d’autore, come l’_Imitazione_, e voleva poterlo
scrivere a Milano!
Ma era tristo per diverse ragioni. Aveva duecentomila franchi di
debiti e i suoi affari andavano male: e il suo cuore era in Russia,
presso la persona che fu poi la consolatrice degli ultimi suoi giorni
e sua moglie. Invidiava il principe Porcia ch’era così felice colla
sua amante, la contessa Bolognini. «Ah! se sapeste, scriveva alla
Hanska, che malinconiche meditazioni m’ispira l’aspetto della vita
felice del Porcia che abita sul Corso Orientale, dieci case più in là
dalla contessa!» Aveva la nostalgia. «La Francia, col suo cielo sempre
grigio, mi serra il cuore sotto questo bel cielo di Milano; il Duomo,
parato delle sue trine, m’intorpidisce l’anima d’indifferenza!» Il 20
maggio aveva scritto: «Domani, dopo avere fatto scrivere due lettere
alle mie amanti, sarò più allegro e sarò da voi calmo e savio da far
invidia a un santo.» Due giorni dopo: «Il mio libro è abbandonato; ho
lasciato lì le mie amanti per riprenderle un giorno o l’altro.» Infatti
passarono quattro anni prima che quel romanzo vedesse la luce nelle
appendici della _Presse_, dopo essere stato lungo tempo annunziato
dalla _Revue de Paris_.
Se si dovesse dar retta alla dedica che si legge ora in testa al
romanzo _Splendeurs et misères des courtisanes_, questo lavoro
sarebbe nato anch’esso sotto il tetto ospitale di casa Porcia, sul
Corso di Porta Renza, ora Corso Venezia. Ma la dedica da principio si
riferiva alla sola prima metà della prima parte del romanzo che allora
s’intitolava _La Torpille_. Può darsi che quest’episodio, trasformato
nell’edizione definitiva in _Comment aiment les filles_, sia nato in
Milano.
Certamente il Balzac portò via dei ricordi durevoli del suo soggiorno
in questa città: lo dimostrano le dediche di altri suoi lavori a
persone milanesi: _La Vendetta_ allo scultore Puttinati, _La fausse
maîtresse_ alla contessa Clara Maffei, _Une fille d’Eve_ alla contessa
Bolognini-Vimercati, _Les émployes_ alla contessa Sanseverino, sorella
del principe Porcia.
Il Balzac non ricevè una bella impressione dalle nostre donne. Gli
parvero tutte prive di attrattive, di spirito, d’istruzione, meno una
Cortanse di Torino. Le Milanesi, invece, dicono ch’egli non era bello,
ch’era goffo, taciturno e che di stupendo aveva soltanto gli occhi, due
occhi di fuoco. Il Balzac in quei giorni era d’umor nero. Forse passava
per uno di quei periodi di astinenze d’anacoreta ai quali si condannava
per resistere alla violenza del suo lavoro. Un motto di lui sulle
donne, detto in una cena di soli uomini presso il Porcia, conferma
questo mio sospetto; ma non è possibile riferirlo qui. Alla Hanska
scriveva: «Comincio a credere che la fama ha ragione, attribuendo
alle Italiane qualcosa di troppo materiale in amore.» Tutto questo può
diminuire in qualche maniera il severo giudizio del gran romanziere.
Il Balzac lasciò Milano il 6 giugno del 1838 e non tornò più fra noi.
M’è parso giusto premettere queste poche notizie alla descrizione
dell’unico autografo del Balzac — di qualche importanza — che si trovi
in Italia.
È preziosissimo. Ci mostra il grande romanziere intento al lavoro, in
quella terribile lotta colla forma che rende proprio miracolosa la sua
vasta produzione in mezzo a tali preoccupazioni d’interessi materiali
d’ammazzare qualunque altr’uomo non nato, come lui, un colosso di mente
e di corpo.
Lo Champfleury ha scritto un opuscolo intitolato: _Balzac. Sa méthode
de travail, études d’àprès ses manuscrits_ (Paris. Patay, 1879,)
ove sta sempre sulle generali e non dice nulla che non si sapesse.
Perfino il _fac-simile_ di una prova di stampa del _Début dans la vie_,
premessa al suo opuscolo, ha ispirato dei dubbii sulla sua autenticità.
Secondo il Lovenjoul, che deve intendersene, le correzioni, piuttosto
che del Balzac, paiono della signora Surville, sua sorella. Perciò ho
creduto che, anche dopo lo scritto dello Champfleury, queste notizie
possano avere un po’ d’interesse. E ringrazio la gentile persona che
m’ha cortesemente confidato il prezioso manoscritto e m’ha permesso di
descriverlo.
È un volume in 8º grande, rilegato in rosso col dorso di cuoio
filettato in nero; il titolo in oro: ÉTUDES PHILOSOPHIQUES (LES
MARTIRES IGNORÉS).
Nella prima pagina si legge: _Offert par l’auteur — comme un souvenir
— du gracieux accueil qu’il — a reçu. — H. de Balzac. — Paris, ce 15
juin, 1837. — C’est comme je vous l’hai dit le — premier ouvrage que
j’ai fait — á mon retour._
Questo non è precisamente vero di tutto il lavoro. Al suo solito, il
Balzac aveva fatto un innesto sul frammento _Ecce Homo_, pubblicato
nella _Chronique de Paris_ nel giugno 1836. Al suo ritorno egli aveva
potuto scrivere soltanto le undici pagine di manoscritto che formano
la introduzione. Infatti nell’ultima pagina, dopo tredici righe di
scrittura, si trovano incollati due pezzettini ineguali di stampato, e
di fianco si legge: _Continuer avec la copie de la chronique_.
Nella seconda pagina, prima aveva scritto: _Les Martires ignorés — de
la légende. — (Fragment du Phédon d’aujourd’hui)_, ma poi cancellò le
parole: _de la légende_.
Vengono poi undici fogli di manoscritto su carta di paglia comune,
scritti, meno il primo, tutti da una sola facciata, con pochissime
correzioni.
Seguono, rilegate col manoscritto, cinque prove di stampa che sono
certamente quelle della quarta edizione degli _Études philosophiques_
(volume XII), pubblicata col nome del Werdet presso Dalloye e Lecou.
Qui comincia il fermento del lavoro del Balzac. Le prove si riempiono
di cassature, di richiami, s’ingrossano di aggiunte su pezzettini
di carta incollati ai margini con delle ostie. Le correzioni
s’accavallano; le correzioni sottentrano alle correzioni. Nel
manoscritto l’introduzione era di sei pagine e sei righe; nella
prima prova sono già incollate altre due paginette, e in fine c’è
l’avvertenza: _Charles, laissez-moi deux pages blanches_. Nella prima
pagina, alla prima prova di stampa, ove è il solo titolo, scrive:
_Charles, tâchez d’avoir fini cela pour une heure en vous y mettant
avec quelque lapins, que les corrections soient bien faites, cela
ira jusque à 4 feuilles pas plus, Mettez-moi la 21-22 en page et
composez-la, vous avez 4 garnitures. On pourrait si ce peut-il mardi.
On a fait une boulette au commencement, voyez ce qui est à mettre en
petit texte comme un titre d’une comèdie, et interl: sans fin_.
Nella seconda prova ha già fatto scomporre l’introduzione per
ricomporla in carattere più piccolo. Dove diceva: _Personnages_ ha
messo: _Silhouettes des interlocuteurs_; ma già vuole _en italique_
le prime sette righe. Anche questa prova ritorna alla stamperia
orribilmente maltrattata, sovraccarica di aggiunte incollate
ai margini, con aggiunte incollate alle aggiunte, un vero fuoco
d’artifizio. Si vede il viso che doveva fare quel povero proto di
Carlo, leggendo dietro alle bozze: _Charles, encore une épreuve et
composez la ½ feuille de la fin en y mettant la table des matières_.
E più sotto: _Puis-je cette fois compter avoir une èpreuve à trois
heures? R. s. v. p._
E la quarta bozza differisce poco dalle altre. Ghirigori, razzi si
partono da tutte le pagine, intrecciandosi, confondendosi in maniera da
far perdere la testa ai correttori. E l’incontentabile autore scrive:
_Charles, encore une èpreuve, vous devriez corriger vous-même pour que
je puisse la rendre en_ BON À TIRER.
Il povero proto non ne può più: ha rivisto, ha corretto anche lui.
Manda la quinta prova perfettamente ripulita. Credete che il Balzac sia
contento? _Donnez une rèvision!_ Sarebbe capace di cominciare da capo.
Scelgo un piccolo squarcio, uno dei meno complicati, per porre sotto
gli occhi dei lettori il processo letterario con cui sono state fatte
tutte le opere del Balzac. Metto fra parentesi, in corsivo, le parole
cancellate e segno con puntini ove la cancellatura è illeggibile.
Il manoscritto diceva:
«Le docteur Phantasma _(Chose)_: Il m’est impossible de passer
sous silence un fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne
s’expliquerait que par le système _(de Monsieur)_ du docteur Physidor.
Voici l’histoire à laquelle je ne voudrais _(rien)_ ajouter aucun
ornement superflu qui lui donnât _(l’air d’)_ une tournure romanesque.
Je ne sais _(pas)_ si vous avez connu _(M.)_ l’abbé Bouju _(de
Tonduse)_ Vicaire général de... _(je ne)_ je ne _(connais pas)_ me
rappelle jamais les diocèses _(d’aujourd’hui)_ conservés parmi ceux
d’autres fois. Eh bien, il y a vingt ans Monsieur Bouju c’était _(ce
que l’on nomme)_ vulgairement parlant _(un bon vivant)_, ce qui devrait
s’appeler en bonne philosophie un égoïste. _(Il)_ Soit qu’il _(eu pensé
de la....)_ regardât comme profondément risibles les idées de ceux
qui s’occupent d’avenir, qui (.....) font des théories délicieuses,
quand il est prouvé que l’espace entre la terre et le soleil est de
trente-trois millions de lieues; et _(qu’il est)_ que l’espace entre
nous, et certains planètes est si considérable que leur lumière ne nous
est pas encore arrivée quoique la lumière fasse de millions de lieues à
la minutes; soit (_qu’il ne_) que tout lui fût indifférent, excepté ces
propres jouissances, il ne faisait que ce que lui plaisait.»
Tutto questo è troppo pieno, troppo pesante; si legge a fatica. Ma già
nella prima correzione comincia a sveltirsi. Ecco qua:
«LE DOCTEUR PHANTASMA. Il m’est impossible de passer sous silence un
fait qui est à ma connaissance personelle et qui ne s’expliquerait que
par le système de Physidor. Je ne sais si vous avez connu l’abbé Bouju,
un vicaire général de..... de..... de..... Ma foi, je ne me rappelle
jamais les diocèses conservés parmi ceux d’autres fois. Eh bien, il y
a de cela quelque quarante ans, M. Bouju était, vulgairement parlant,
_un bon vivant_, ce que les imbéciles nomment un égoïste, comme si nous
n’étions pas tous égoïstes. L’oubli de soi-même est une dépravation.
Soit qu’il regardât comme profondément risibles les idées religieuses,
soit que tout lui fût indifférent etc.»
Nella seconda prova l’epurazione continua. Il periodo si muove con più
agio. La mano inesorabile dello scrittore sfronda, sfronda senza pietà.
Osservate:
«LE DOCTEUR PHANTASMA. J’ai rencontré hier quelqu’un qui m’a rappelé
un fait qui est à ma connaissance personelle et qui s’appliquerait
au système (_de_) que Physidor nous développait avant hier. Avez-vous
entendu parler de l’abbé Bouju (_un_) qui est vicaire général de....
de.... de.... Ma foi, je ne me rappelle jamais les diocèses conservés
parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est lui dont il s’agit. Il y a
quelques quarante ans, M. Bouju était etc.»
Ma già alla terza prova il brano è quasi irriconoscibile; non più
racconto, è dialogo.
«LE DOCTEUR PHANTASMA, l’ai rencontré hier une douillette pouce....
«LE LIBRAIRE. Mâle ou femelle?
«PHANTASMA. Elle m’a rappellé un fait à ma connaissance personelle et
qui s’appliquerait au système que vous nous développiez avant-hier.
Avez vous entendu parler de l’abbé Bouju qui est vicaire général de....
de.... de.... Ma foi, je ne me souviens jamais des diocèses conservées
parmi ceux d’autres fois. Eh bien, c’est de lui qu’ il s’agit.»
E il resto continua come nella seconda prova; solamente dopo le parole:
_tous égoïstes_ aggiunge: _de naissance ou par expérience_.
Nella quarta prova questo passo subisce un’insignificante
modificazione. Dove diceva: _M. Bouju ètait_, si legge: _mon Bouju_. È
tutto. La lezione si conserva tale nell’edizione definitiva.
Allo stesso modo che coi periodi della sua prosa, soleva adoperare il
Balzac colla struttura dei suoi romanzi. Fondeva insieme più racconti,
saldava parti diverse e non sempre in maniera che la saldatura
non si scorgesse. Ma in molti punti della sua _Comèdie humaine_ il
lavoro lento, paziente della creazione ha ottenuto il gran risultato
a cui tendeva: vi si sente l’immortalità della vita dell’arte e la
onnipotenza del genio.