Il Gavarni è il Balzac della matita. Gli storici futuri della prima
metà del secolo XIX, insieme alle immortali pagine della _Comédie
humaine_ studieranno i dieci mila disegni del Gavarni, come i documenti
più autentici della vita francese moderna. Il Balzac ha decomposto e
analizzato tutte le passioni, tutti i vizii, tutte le virtù, tutte
le debolezze, tutte le miserie di questa civiltà democratica sorta
sulle rovine del vecchio mondo aristocratico fra gli entusiasmi e i
baccanali della grande Rivoluzione; lavoro d’artista pensatore, che
apparisce più meraviglioso e più straordinario di mano in mano che
possiamo accostarci ad esso e abituarci a quella vertiginosa immensità.
Il Gavarni ha fissato lo stesso mondo del Balzac, cristallizzandolo
e rendendolo più immediato colla elegante sveltezza del suo disegno,
colla vigorosa potenza dei suoi chiaroscuri litografici e col
darci, per di più, oltre l’espressione e la movenza della persona,
oltre la commedia e il dramma figurato, il motto vivo, la frase
scultoria, condensata, stavo per dire il suono della voce e l’emozione
dell’accento di tutti i suoi personaggi.
Questi due grandi osservatori, cosa strana! sono stati, quasi allo
stesso modo, due grandi sognatori. Tutti e due han lavorato sotto
l’aspro pungolo dei creditori e degli uscieri, privi affatto del
senso delle realtà della vita, prodighi, trascuranti le necessità
giornaliere; l’uno ammassando coll’imaginazione gigantesca montagne
d’oro che fondevansi come neve appena lui stendesse la mano per
toccarle, l’altro coll’idea fissa d’una grande rivoluzione da produrre
nella scienza dinamica. «Ho da rifare tutta la dinamica e il sole da
spostare. Da qualche tempo in qua il sole mi dà ai nervi, e in questi
giorni mi son chiesto più volte fin a qual punto sarebbe conveniente
farlo sparire; basterebbe vederci un po’ meglio nel sistema...
V’importa proprio molto del sole a voi?» scriveva il Gavarni,
scherzando, al Ward. Intanto passava seriamente i giorni e le notti
assorto a far calcoli e figure geometriche per trovar di stabilire
sopra nuove basi la legge del movimento planetario e _detronizzare il
sole_.
— Detronizzate piuttosto l’Hogart e lasciate tranquillo quel povero
Newton, gli diceva il Ward, un inglese dotto e positivo.
Ma il Gavarni s’impermaliva; su questo conto non voleva sentir _delle
frasi_. Era dunque condannato a far soltanto _delle figurine per
divertire i borghesi_?
— Che direste, se vi facessi vedere una cassetta piccina così, su
questa palma di mano e se, staccando lentamente la mano dal fondo, la
vedreste restare per aria?
— Ma è impossibile! rispondeva il Ward.
— Ecco! Tutti pari! Le grandi scoperte son sempre ricevute a legnate!
C’è delle rassomiglianze più notevoli. Il Gavarni si rovinò, come
il Balzac, per una speculazione fallita, il suo _Journal des Gens
du monde_ che non potè andare più in là del diciannovesimo numero e
gli mangiò ventiquattromila franchi e l’oppresse di debiti per quasi
tutta la vita. Come il Balzac, ebbe le sue _Jardies_ in quel giardino
attaccato alla sua casa sulla via di Versailles, a _Point du jour_,
una casa storica che prima era stata fucina di falsi monetarii, e poi
proprietà del famoso Leroy sarto dell’imperatrice Giuseppina. In quel
benedetto giardino era un continuo fare e disfare. Ogni giorno un viale
spostato, alberi trapiantati, ajuole rase e disposte diversamente.
Ponticelli, salite, bacini, un gran tavolo di pietra pei desinari
all’aria aperta, canili che parevano stanze, muri di rinforzo, letti di
torrenti artificiali,... si buttava in aria ogni cosa quando già ogni
cosa sembrava messa al suo posto. E che progetti per l’interno! Mobili,
bronzi e una pergola da adornar le mura della sala da pranzo, qualcosa
di somigliante ai fantastici affreschi che il Balzac mostrava al Gozlan
sulle nude pareti delle _Jardies_ appena rivestite di calce.
La vita di tutti e due è stata una continua lotta: e tutti e due han
conquistato il loro posto a furia di pazienza e di ostinatezza, quasi
aizzati al lavoro dal pungolo delle avversità economiche ch’essi
dimenticavano inebriandosi d’arte, assorbendosi nelle proprie creazioni
con identico processo, vivendo la vita dei loro personaggi, cacciandosi
sotto la loro pelle per meglio afferrarne l’intima natura del
carattere, delle passioni, del ridicolo e dei vizii.
Nel Balzac c’era qualche cosa che repugnava al Gavarni, la
trascuratezza della persona. Egli elegantissimo, pettinato, profumato,
pretenziosamente ricercato nel vestire fino a portare, in gioventù,
degli anelli sopra i guanti e degli stivaletti che sembravano
stivaletti da donna, non poteva patire quegli enormi panciotti
bianchi che il Balzac comperava dai rivenduglioli, e quei cappelloni
da muratore col fondo di lustrino bleu che questi portava in testa.
La prima volta che il Gavarni lo vide, nella stanza della redazione
del giornale _La Moda_, corpulento, con begli occhi neri, col naso
rincagnato e un po’ schiacciato, colla voce sonora, lo scambiò per un
commesso libraio. Più tardi, i due sognatori furono uniti da uno stesso
interesse, quello di sottrarre alla sentenza di morte il giornalista
Peytel condannato dalle Assise di Bourg per aver ucciso la moglie.
Peytel era amico del Gavarni; il Balzac s’era montato la fantasia
credendo il Peytel condannato a torto. Andarono insieme a Bourg per
consultarlo sopra alcuni punti della difesa. Il Gavarni raccontava
un giorno ai De Goncourt che, al primo rilievo dei cavalli, il Balzac
cominciò a dire al postiglione: — Fate presto. Quel signore lì guadagna
cinquanta franchi il giorno, io cento... Calcolate quel che perdiamo
in ogn’ora di ritardo.... — E la cifra dei guadagni ad ogni rilievo
aumentava.
Non s’amarono, non furono stretti da grande intimità, ma si giudicarono
tutti e due imparzialmente.
«Gavarni s’è fatto uno stile ed una maniera che il suo pubblico
riconosce e nota con una fedeltà onorevolissima per l’artista...
Gavarni ha fatto un libro senza saperlo: egli ruba gli scrittori
contemporanei... Il suo segreto è la natura presa sul fatto, la
verità.» BALZAC.
«Balzac ha fatto delle belle cose; non si potrà spingere più in là
la vigoria dell’analisi: la sua opera composta d’imaginazione e di
intuizione è una grand’opera.» GAVARNI.
L’ultima volta che si videro, alla stazione degli omnibus di
Versailles, Gavarni era in prima, Balzac in terza classe.
— Eccoci qui tutti e due, gli disse questi; voi crivellato di debiti,
io obbligato a prendere un posto di terza classe... Ne ho parlato
questa mattina al ministro.
Per compire la rassomiglianza, furono tutti e due conservatori in
politica, e il Gavarni ebbe sempre sul cuore, come un rimorso, l’unica
caricatura politica che avesse fatto in tutta la sua vita, _Le Ballon
perdu_, contro Carlo X, nel 1830. Degli odii politici diceva: Sono
errori che io non posso commettere; c’è troppo fiele e assai poca
sincerità. E di una delle rivoluzioni francesi: Questo popolo insensato
ha spinto la questione del progresso fino alle fucilate!
Dopo il quarantotto Luigi Blanc, a Londra, tentò di convertire il
Gavarni alle sue idee e farne un potente strumento per la propaganda
del suo sistema. In un pranzo in casa del celebre drammaturgo Taylor,
dato a bella posta per farli trovare insieme, il Blanc fece cadere a
poco a poco la conversazione sul tema del progresso, e accalorandosi,
con voce alta, con occhi scintillanti, gesticolando, tracciò un gran
quadro dell’Umanità lottante, vittoriosa, elevatasi gradatamente sino
alla cima dei suoi alti destini. Il Gavarni, seduto presso il camino,
colla testa bassa, fumava e pareva ascoltasse con molta attenzione.
Allora il Blanc, incoraggiato, gli fece notare quali servigi potesse
rendere all’Umanità mettendo la sua matita sotto la bandiera del
progresso. Il Gavarni stava zitto e avvolgeva lentamente una sigaretta.
— Insomma, disse il Blanc, io vi ho mostrato il gran dramma del
progresso. Volete esser dei nostri per continuarlo?
— Il progresso? rispose finalmente il Gavarni; ma io non ci credo al
progresso!
Il Gavarni ce l’aveva un po’ col Blanc, perchè questi era stato membro
di quel governo provvisorio del 48 che aveva abolito la prigionia per
debiti.
— È un gran delitto? gli disse il Blanc.
— È un atto della più abominevole tirannia. Vorrei sapere con che
diritto mi si toglie la libertà d’impegnare la mia libertà per
procurarmi del denaro?
La donna occupa un gran posto nella vita del Gavarni; dovrei dir
meglio: le donne. Il suo giornale reca delle filze di nomi che non
finiscono più: Fanny, Luigia, Amanda, Arsenia, Atalia, Eugenia, Teresa,
Giulia, Florida, Manette, ecc. ecc. E non dei nomi soltanto, ma delle
scene piene di osservazioni finissime, ma degli studii sul cuore
delicatamente fatti e deliziosamente scritti, che per poco non presero
la forma di libro, d’un romanzo, come quello che il Sainte-Beuve
analizza dandone larghissimi estratti.
Il Gavarni ebbe sin da giovinetto l’abitudine d’osservarsi e di notare
le sue osservazioni.
«Io sono incapace d’amare, egli scrive parlando d’un’Angelica per la
quale aveva avuto un capriccio di desiderio: non l’avrei amata più
delle altre. Qual’è dunque il sentimento che ho quando vedo una donna?
«Ti desideravo: non mi saresti sfuggita. T’avrei dato la perfida
assicurazione d’un amore che non avrei mai conosciuto... T’avrei
ricevuto fra le mie braccia con tutta la freddezza conservata sin
allora, ma con una apparenza d’ebbrezza... Tu m’avresti creduto il più
felice degli uomini... Io avrei scritto sbadigliando il tuo nome sul
mio giornale dietro il nome di tante altre e t’avrei abbandonata per
preparare un nuovo intrigo.»
Non era nè sensuale, nè tenero. Anche nella passione conservava intiera
la sua freddezza d’osservazione e d’analisi; ma cercava sempre, con
avidità, questo _fiore d’emozioni_ che gli veniva dalla donna e ch’egli
confessava non saper trovare altrove. «E lo cercava ogni giorno,
dicono i De Goncourt, in sempre nuove emozioni, nei dolci nonnulla d’un
amoretto appena imbastito, nella successiva piccola vittoria sopra una
donna che si lascia corteggiare, nell’occupazione mezzo platonica e
mezzo concupiscente d’una creatura adorata (era per lui quel che più
amava nell’amore) per cui aveva creato il verbo _gingigner_, amar colla
testa, coll’immaginazione.»
E la donna non la dimenticava neppur nei momenti di grande
preoccupazione, come quand’andava a Bourg per salvare l’amico Peytel.
Da Marsiglia scriveva al Tronquoy: «E Arles! la città delle belle
donne; — esse sono così belle e graziose ch’è una benedizione! — e
civette!... Quando si vede le donne d’Arles non si capisce come possano
esistere ad Arles e carte da giuoco e bigliardi e bocce, insomma
tutt’altra cosa che l’amore.»
In questa sua volubilità si trova un fondo di tristezza e di
malinconia. La donna è proprio un pretesto per lui: egli in verità
non ama che quello che gli vien dall’intimo fondo del suo cuore e
del suo spirito. A proposito di una giovinetta conosciuta a Bayonne,
dalla quale non aveva ottenuto altro che un bacio d’addio dato alla
presenza della mamma, egli notava nel suo giornale: «questo bacio unico
me lo ricorderò sempre: era elettrico... Finalmente ho fatto il gran
sforzo di lasciar Bayonne. Le ragazze belline somigliano alle pietre
che il viaggiatore inciampa lungo via per fiaccarsi il collo: ma la
mia Fanny era soltanto bellina, anzi non era nemmen bellina. È la sua
animina che m’aveva stordito; è questo che io vedevo nei suoi occhi.
Dov’era l’incanto? E che me n’importa? Ce n’era uno per me; e se la
mia imaginazione mi ha ingannato, tanto meglio — tanto peggio — tanto
meglio.»
In fondo, nelle diverse donne amate alla sfuggita, leggermente, lui
non ama che la sua donna ideale, _quella che non somiglia a nessuna_;
e si compiace di «quei momenti d’emozione d’un’estrema delicatezza,
deliziosi e vaghi, che cullano dolcemente l’anima tra il piacere
e la pena, ma che un rumore, un motto, un nulla, anch’un pensiero
distruggono.»
Bisogna leggere l’ultima sua passeggiata colla Luigia, al bosco di
Boulogne, in uno di quei giorni nei quali l’amore agonizzava di noia
in tutt’e due (un’analisi delle più delicate) per comprendere fin dove
potesse arrivare la sua potenza d’osservatore e di scrittore.
«Il piacere, quel giorno, era un obbligo per noi: eravamo di quelli che
vogliono esser felici ad ora fissa.... È assai strano, senza dubbio,
ma era così. C’eravamo incontrati per caso, eravamo stati felici un
momento per la reciproca novità, com’accade sempre; poi, senza che io
ne sapessi il perchè, la Luigia mi era venuta in uggia....»
È una giornata triste, lunga. Coricati sull’erba, «imbarazzati tutti
e due dal loro buon senso che non riuscivano a vincere», lei gli avea
posato la testa sulle ginocchia, dicendogli che voleva dormire una
mezz’ora. Lui avea atteso coll’orologio alla mano, contando i minuti.
Tardi, percorso lentamente quasi tutt’il bosco, rientrano per la porta
Maillot.
— «La giornata vi è parsa lunga, le dissi.
— «No, niente affatto: mi son divertita. E voi?
— «Molto.
«Mentivamo; avevamo il merito di non dircelo. Non ci volevamo male,
ecco tutto.»
In questo giuoco, ch’egli chiamava la _caccia alla donna_, l’attirava
l’incognito. E correva dietro un cappellino, dietro un pedino, dietro
un velo bianco, felice quando poteva incontrare qualche _trouvaille_ e
quando s’imbatteva in _qualche nuova farfalla da classare_.
Ma un giorno anche lui fu preso per davvero. La ragazza era bella,
con denti bianchissimi, col seno ricco, coi capelli bruni, con quel
non so che d’una cortigiana da farsi amare. Sapute di lei delle cose
abjettissime, si sente lacerare il cuore. «Ho compreso in un momento
ciò che si chiama amore! L’ho compreso con tutte le sue abnegazioni,
con tutti i suoi sacrifizi!...» E quando lui deve andar via «non un
lamento, non un rimprovero, non una parola sul passato.» Hanno passato
insieme gli ultimi tre giorni in campagna.
— «Tornerò da te, domani, è vero?
«Non seppi dire di no. Così, il giorno dopo, lei venne. Tutto quello
che potei fare fu di rifiutarle di venir la sera dello stesso giorno; e
la sera l’amavo tanto, che avrei pianto dal non vederla!...»
Il ricordo d’Arsenia lo tormentò per mesi e mesi.
Altri episodii non meno caratteristici racchiude il bel libro dei
De Goncourt. Io ho sfiorato a mala pena il soggetto. Ed ho messo a
posta da parte l’arguto osservatore della società partigiana, perchè
questo dell’amore m’è parso il lato più curioso e men noto del celebre
artista.
Il libro dei De Goncourt si legge coll’avidità d’un romanzo; forse è il
primo saggio di quello che sarà il romanzo futuro, un semplice studio
biografico fatto su documenti intimissimi. Allorchè s’arriva a quella
fine così piena di tristezza che chiude una vita laboriosissima e
gloriosa, l’emozione guadagna il cuor del lettore e le lagrime salgono
agli occhi.
«Dopo tanto lavoro, un’opera di diecimila disegni dove si trova, per
la prima volta nella storia dell’arte, il talento dell’artista riunito
al talento di scrittore, dopo le laboriose ricerche del matematico, del
dotto e dell’inventore, egli dorme nel cimitero d’Auteuil il gran sonno
della morte, sotto una lastra di granito, immagine della solidità della
sua gloria e della durata di questo nome (semplice e fiera iscrizione
della sua tomba): GAVARNI.»