Il giorno che il Balzac concepì l’idea di riunire sotto il titolo _La
Comédie humaine_ tutti i suoi romanzi fino allora pubblicati (questo
avvenne, se non mi inganno, nel 1833) corse subito in casa di sua
sorella la signora Surville per annunziarle quel grand’avvenimento.
La signora Surville lo vide entrare nel salotto col cappello un po’
inclinato sull’orecchio, la pancia in avanti, la mazza levata in alto
come un capo tamburo, suonando colle labbra una marcia, brà bràa-brà
brà! muovendo i passi cadenzatamente, solennemente, quasi fosse davvero
alla testa d’un reggimento. Giunto innanzi il canapè ove sua sorella
era seduta, si fermò ad un tratto; poi con un accento grave e comico
nello stesso punto:
— Signora, le disse, salutate un Genio!
E si mise a ridere, di quel suo riso grasso, rablesiano, che scoteva
tutto il suo corpo.
Il Balzac avea la coscienza del proprio valore e soleva manifestarla
con un’ingenuità fanciullesca. Un amico lo rimproverava d’esser troppo
facile a raccontare a tutti il soggetto dei suoi romanzi.
— Voi siete lento nel lavoro, gli faceva osservare; vi si può
facilmente rubare un’idea e metterla in circolazione assai prima di
voi.
— Eh via! Nessuno potrà fare del Balzac, fu la sua semplice risposta.
Vittorio Ratier, direttore della _Silhouette_, una sera, conversando,
gli suggerì l’idea fondamentale del racconto _Une passion dans le
désert_.
— L’idea è vostra, gli disse il Balzac tutto contento; è giusto quindi
che partecipate agli utili che il mio lavoro produrrà.
Quando il lavoro fu stampato nella _Revue de Paris_, il Balzac,
sopraffatto dalle sue urgenze pecuniarie, non si ricordò più del Ratier
al quale tante e tante volte aveva promesso di arricchirlo.
Alcuni anni dopo il Ratier lo trova occupato a rovistare dei vecchi
portafogli.
— Questa volta, caro amico, gli disse, vi arricchirò per davvero.
Eccovi un manoscritto, un racconto composto per iscommessa, in dodici
ore. Conservatelo. Quando sarò morto, lo venderete a peso d’oro. Un
manoscritto d’un uomo celebre è una vera fortuna: io lascerò un gran
nome.
E lo diceva, aggiunge il Rader, colla maggior serietà di questo mondo,
col tono della convinzione più assoluta.
Questi aneddoti mi venivano in mente sfogliando il lavoro bibliografico
del signor Lovenjoul. Sono trascorsi trent’anni dalla morte del Balzac,
ed eccolo più vivo, più venerato, più amato di quando il suo nome
toccava le cime della celebrità europea. Da quel monumento letterario
in ventiquattro volumi che è l’edizione completa delle sue opere,
pubblicata dal Lévy, egli sembra ripetere al pubblico le profetiche
parole dette scherzando alla sorella: salutate un Genio!
La fama del Balzac s’è formata lentamente. Per la maggior parte dei
suoi contemporanei il romanzo di lui somigliava in molti punti a quella
che oggi sogliamo chiamare la _musica dell’avvenire_; era una forma
_anticipata_. Oggi noi vediamo benissimo come tutto il romanzo moderno
sia già nel Balzac, anch’il _naturalista_, anche lo _sperimentale_
poichè lo si vuol chiamare così. Il Flaubert, i De Goncourt, lo
Zola, procedono tutti direttamente da lui; non hanno fatto altro che
sviluppare, perfezionare, ingrandire certe forme secondarie le quali
nelle _Comédie humaine_ erano o accennate, o imperfettamente svolte
come accade in tutte le produzioni della natura e dello spirito
umano, che sono infine la medesima cosa. Per noi che moviamo nella
via del romanzo i primi passi, coll’incertezza dei bimbi appena appena
staccatisi, sarebbe un lavoro di grand’importanza un libro intitolato
_Predecessori, contemporanei_ e _successori del Balzac_.
Il Balzac, per quanto uomo di genio, non è nato neppur egli da
una specie di generazione spontanea letteraria. Al paro dei suoi
successori, ha sviluppato, ingrandito, perfezionato le forme iniziali
del romanzo moderno già apparse, per citare due soli titoli, colla
_Princesse de Clèves_ e colla _Nouvelle Héloise_. I suoi lavori
giovanili lasciano vedere chiaramente l’andar tastoni, il tentare e il
ritentare, e il divinare e lo spingersi innanzi che dall’_Héritiere de
Birague_ e dalla _Iane la pâle_ lo han condotto alle sublimi altezze
dei _Parents pauvres_ e dei _Paysans_.
Studiare in che modo le forme incipienti del romanzo di carattere si
sian trasformate e perfezionate nelle sue mani, come si perfezionarono
contemporaneamente in quelle di altri scrittori le forme del romanzo
di avventure: in che modo dal romanzo di carattere sia poi nato nel
gran lavoro del Balzac il romanzo di costumi, e come questo sia oggi
diventato per opera del Flaubert, dei De Goncourt e dello Zola il
romanzo contemporaneo, non sarebbe certamente inutile per tutti coloro
che si sforzano di trapiantare in Italia questo fiore letterario
rimasto fin ad oggi un fiore esotico per noi. I nostri costumi, i
nostri sentimenti, i nostri vizii, le nostre virtù son lì che aspettano
ancora il loro storico, il loro pittore, il loro Balzac. Possibile
che dal vasto caos di grandi sentimenti, di grandi idee, di grandi
fatti, di grandi miserie, di grandi abbiezioni, che ha prodotto in
vent’anni il nostro risorgimento nazionale, non debba venir fuori uno
scrittore potente, un pensatore artista, tal da ritrarre nel romanzo la
generazione presente, come il Balzac e i suoi successori han fatto in
Francia e continuano a fare colla loro?
Il libro del Lovenjoul è una semplice bibliografia: ma quali
insegnamenti non escono dalle aride righe di questo catalogo di 400
pagine!
«Balzac, ha detto il Gautier, non possedeva il _dono letterario_;
nella sua mente c’era sempre un abisso fra il concetto e la forma.
Egli o non trovava il suo modo di esprimersi, o lo trovava dopo stenti
infiniti.» Si può dire che di tre terzi della sua vita uno l’abbia
impiegato a concepire e a scrivere la _prima veste_ dei suoi lavori, e
gli altri due a correggerla e a rimaneggiarla. Per alcuni romanzi la
lezione definitiva non ha nulla che vedere colla lezione ordinaria.
_La femme de trente ans_ è uno di quelli che più si risentono
dell’ostinato lavoro della lima e della saldatura. Giacchè il Balzac
non si contentava di mutar delle pagine, d’aggiungere degl’intieri
capitoli. Per lui spesso il correggere si riduceva a fondere in un
romanzo dei racconti diversi, scritti in epoche differenti e con
nessun intento di un legame possibile. _La Femme de trente ans_, per
esempio, oggi è composta di sei capitoli intitolati: I. _Premières
fautes_. II. _Souffrances inconnues_. III. _A trente ans_. IV. _Le
Doigt de Dieu_. V. _Les deux rencontres_. VI. _Le vieillesse d’une
mère coupable_. Il primo era stato pubblicato nel 1831, col titolo
_Le rendez-vous_: il secondo nel 1834: il terzo nel 1832, col titolo
_La Femme de trente ans_ che poi divenne quello dell’intiero romanzo:
il quarto, diviso in due parti, con titoli particolari, nel 1831; il
quinto nello stesso anno, diviso anch’esso in due parti, con titoli
particolari, poi rimaneggiato in tre parti nel 1832; il sesto sotto
il titolo l’_Expiation_ nel 1832. L’intero romanzo non prese la forma
attuale che nel 1842. I personaggi d’esso, naturalmente, non avevano
nelle precedenti redazioni gli stessi nomi. C’era anche un impiccio di
data che lo avrebbe impedito. L’azione cominciava nel 1813, e all’epoca
delle pubblicazioni dei diversi episodii, se si fosse trattato d’una
sola persona, l’eroina non avrebbe potuto avere i trent’anni del
titolo.
Un altro dei lavori più tormentosamente rimaneggiati è _l’Autre étude
de femme, La grande Bretéche_, ove nascono, ribollono, spariscono dal
1839 al 1845 una quantità di pagine che vanno di qua e di là a trovar
posto in molt’altre novelle, specialmente nel racconto _La Muse du
département_.
Nel libro del signor Lovenjoul tutti questi rimaneggiamenti passano
sotto gli occhi come una fantasmagoria, con particolari curiosi con
pagine che ora si cercherebbero invano nell’edizione definitiva, e
lasciano stupiti della prodigiosa attività creativa di quel vero genio
del romanzo. La sua incontentabilità non aveva limiti. Nel 1845, mentre
ancora non era terminata la prima edizione della _Comédie humaine_,
egli già aveva steso il piano d’una seconda, nella quale leggonsi i
titoli di cinquanta lavori che dovean completare in ogni sua parte
quella grande storia dei costumi del secolo XIX e rimasero nella mente
dello scrittore rapito immaturatamente dalla morte. _Le scene della
vita militare_, che ora hanno due soli episodii, _Les Chouans_ e _Une
passion dans le désert_, dovevano arricchirsi di altri venticinque.
Le correzioni tipografiche del Balzac sono leggendarie. _Far del
Balzac_ era una specie di tortura nella tipografia, e gli operai
v’erano sottomessi soltanto per un’ora alla volta. Si soleva dire che
per comporre le prime prove d’un romanzo del Balzac bastava prendere a
caso i caratteri dalla cassetta, metter insieme delle righe di lettere
e formare delle pagine senza nè capo, nè coda. Il carattere tipografico
inebbriava il gran romanziere; ogni parola, ogni sillaba diventava
un periodo, una pagina, delle dozzine di pagine, che moltiplicavansi
indefinitamente, prodigiosamente, sbucciando l’una dell’altra, come una
generazione di gemmipari, finchè il volume e il romanzo non eran belli
e compiti.
«L’aspetto di quelle prove di stampa era mostruoso, dice l’Ourliac
che fu un ingegno brillantissimo prima d’andar a finire come un
Veuillot sbagliato. Da ciascun segno, da ciascuna parola stampata
parte un tratto di penna che splende e serpeggia come un razzo alla
_congrève_ e scoppia all’estremità in una pioggia luminosa di frasi,
di aggettivi e di sostantivi sottolineati, incrociati, confusi
insieme, scancellati, sovrapposti; una cosa da abbagliare!» Grande
disperazione nella tipografia. «I più intelligenti operai tentano
di decifrar quelle prove; e chi vi riconosce del persiano, chi la
scrittura del Madagascar, chi i caratteri simbolici di Wisnou; lavorano
a caso, raccomandandosi a Dio!» Così per una dozzina di volte. «Alla
tredicesima prova, aggiunge l’Ourliac, si comincia a riconoscere
qualche sintomo d’eccellente francese, e si nota con sorpresa qualche
legame nelle frasi.»
Il Balzac era sempre inquieto sulle qualità del suo stile. Vittorio
Ratier racconta d’avergli visto stracciare, cogli occhi pieni di
lagrime disperate, molte pagine che il giorno innanzi avea proclamato
ammirabili. Il Gautier era da lui consultato ed ascoltato con una
specie di riverente sottomissione; gl’invidiava la facilità, la
nettezza scultoria della forma, e si sforzava d’imitarlo. Uno di quei
cercatori di cose letterarie che rovistano dappertutto ha fatto, a
questo proposito, delle rivelazioni curiosissime. Nel 1837 il Gautier
pubblicava nel _Figaro_ i ritratti di Jenny Colon, della Damoreau
e della signorina Georges. Balzac in quell’anno scriveva _Beatrix_.
Tutto questo romanzo è pieno di imitazioni del Gautier spesse volte
spinte all’eccesso. Eccone qualche saggio. Il Gautier scriveva: Les
cheveux _scintillent_ et se contournent aux faux jours en manière de
_filigrane d’or bruni_. E il Balzac: cette chevelure, au lieu d’avoir
une couleur indécise, scintillait au jour comme des _filigranes d’or
bruni_. Il Gautier scriveva: Le col de mademoiselle Georges, au lieu
de s’arrondir intérieurement du côté de la nuque, il _forme un contour
renflé_ et soutenu, qui _lie les épaules au fond de sa tête sans aucune
sinuosité_. E il Balzac: Au lieu de se creuser à la nuque, le col de
Camille _forme un contour renflé qui lie les épaules à la tête sans
sinuosité_.
La preoccupazione del Balzac è evidentissima: lo stile del Gautier
formava la sua ammirazione e la sua disperazione al punto stesso.
Riguardo allo stile il Balzac arrivava anche a perdere il suo grande
orgoglio d’artista: ascoltava benignamente le osservazioni che gli
si facevano, ringraziava. Una volta il Planche gli notava delle
espressioni che, secondo lui, erano troppe tormentate.
— Ebbene, aveva risposto il Balzac, segnatemi col lapis tutti gli
errori che offendono il vostro gusto.
E il Planche, ch’era incapace di comprendere quell’atto d’umiltà,
raccontando il fatto allo Champfleury, sdegnosamente aggiungeva:
— Ma per correggere quei romanzi ci sarebbe voluto altrettanto tempo
che per iscriverli!
Eppure, povero Planche, chi si ricorda oggi del critico terribile e
temuto, mentre la fama dello scrittore così superbamente disprezzato
ingrandisce ogni giorno?
«Si può rimproverar tutto al Balzac: la mancanza di spirito e
di delicatezza, l’assenza d’anima e di passione, l’abuso delle
descrizioni, la predilezione per le corruzioni sociali, uno stile
laborioso e scolorito; gli si possono contestare tutte le qualità del
gusto e della finezza: ma non possiamo rifiutarci a salutare in lui
una potenza d’evocazione senz’uguali. I suoi personaggi restano nella
memoria come degli esseri che sian vissuti davvero. Ognuno di noi li
conosce come se li avesse incontrati per le vie. Gli abbiam visti,
abbiamo parlato con loro, li citiamo coi loro nomi. E questi esseri
imaginari sono in numero incredibile: l’opera del romanziere è vasta
come un mondo: Balzac aveva non solamente la forza, ma la fecondità
del genio. Cosa strana! Balzac non è un artista, ed è creatore: non è
scrittore ed ha fondato un genere; non ha fatto un lavoro perfetto, e
una intiera letteratura procede da lui.»
Sono le più severe parole che io abbia lette sul Balzac, e in molti
punti, con tutto il rispetto dovuto ad un critico come lo Scherer, mi
paiono ingiuste. Il Balzac non è artista? Che significa dunque essere
artista? Ecco una domanda che mi menerebbe lontano.