Un carattere forte e uno spirito delicato, ecco Tullo Massarani.
Nel 1851, prima che s’aprisse l’esposizione mondiale nel Hyde-Parke di
Londra, suo padre gli disse:
— Vorresti andare a vedere l’esposizione?
Tulio (allora aveva venticinque anni) non se lo fece ripetere due
volte. Era il primo viaggio che avrebbe fatto solo, e l’occasione non
poteva essere più attraente.
— Però, promettimi una cosa, aggiunse il padre con aria severa: tu non
cercherai di vedere il Mazzini. Con questa condizione potrai partire
domani.
— Non sono sicuro di mantenere, rispose Tullo. Preferisco non andare.
L’avvocato Giacobbe Massarani era una mente lucida, positiva. Non
partecipava alle illusioni del figlio e di molta gioventù d’allora
sull’efficacia dei tentativi e delle idee mazziniane. Per lui non
c’era altra salvezza politica che tenersi stretti al Piemonte, l’unica
provincia italiana che mantenesse fede allo statuto e che possedesse
un vero esercito: non bisognava fantasticare sulle possibili forme
di governo finchè un palmo di terra italiana era calpestata da piede
tedesco.
Tulio fu irremovibile. Andare a Londra e non vedere il Mazzini sarebbe
stata una cosa così superiore alle sue forze che lo avrebbe fatto venir
meno anche ad un giuramento. Egli già rassegnavasi a non assistere
a quella prima festa delle Nazioni, com’allora si diceva, quando
l’intromissione della sua mamma gli ottenne di partire senza esser
legato da nessuna promessa.
Quest’aneddoto della giovinezza del Massarani ritrae perfettamente il
suo carattere sodo e sincero.
Per conoscere la delicatezza del suo spirito basta leggere i _Sermoni_
raccolti ora in un bel volume dai Successori Le Monnier.
Tullo Massarani appartiene a quella generazione fortunata che può
dire con orgoglio: ho fatto l’Italia. È nato nel 1826 dall’avvocato
Giacobbe e da Elena Fano che gli procurarono per tempo un’istruzione
accurata. Tra i suoi maestri fu David Norsa, un nobile intelletto, un
cuore ardente pel quale egli nutre una venerazione affettuosa, come di
figlio.
Prima del 48 e prima del 59 amare la patria voleva dire, innanzi tutto,
congiurare. Il Massarani, come tant’altri, fu dunque mazziniano e
prese larga parte a quell’opera di propaganda che contribuì non poco
all’unità italiana. Ma il suo spirito saggio e il suo buon cuore lo
salvarono sempre dagli estremi.
Da Londra tornò imbottito di cartelle del famoso prestito di Mazzini.
Sapeva di essere spiato e ne avvertì il Finzi che fu men cauto di lui
e scontò la sua generosa imprudenza col carcere austriaco. Però le
ricerche della polizia, nelle due visite notturne che gli si fecero in
casa, non riescirono a sorprendere presso il Massarani nessun documento
compromettente.
Allora l’attività di sotto mano veniva sussidiata da un’altra attività
in piena luce. Studii letterari, studii economici, studii storici,
tutto serviva per tener desto negli animi il sacro fuoco nazionale. E
il Masssarani combatteva nel _Crepuscolo_ del Tenca, negli _Annuarii di
statistica_ del Maestri e non isdegnava il _Nipote del Vesta Verde_,
un almanacco ben noto del Correnti, al quale dava degli apologhi e
degli stornelli dove il concetto politico era appena adombrato da
leggerissimo velo. Uno di quegli stornelli diceva così:
Stracciata, a piedi scalzi, in camiciuola
So che vi tocca notte e dì penare,
La notte sul telaio e su la spola,
Il giorno per li campi a raccattare.
— Vo’ non sapete il peggio, o tristo amante,
Era massaia e diventò bracciante.
Vo’ non sapete il peggio suo martire,
Era padrona e le tocca servire —
Povera Lena mia, chi ti conforta?
Prima che serva, ti sapessi morta!
Il _Crepuscolo_ seguiva l’uso inglese di pubblicar gli articoli senza
firma di autori, il miglior modo di dare a un giornale una personalità
efficace, una vera autorità più d’idee che di nomi. Nel gennaio del 59
il Massarani presentava al Tenca un articolo pregandolo di lasciarvi la
sua firma.
— Perchè? domandò il Tenca.
— Perchè voglio assumerne tutta la responsabilità, rispose il
Massarani. È troppo ardito; e se qualcuno dovesse soffrir noie dalla
polizia, vorrei esser io e non altri.
La polizia, al contrario d’ogni previsione, sospese per tre mesi la
pubblicazione del _Crepuscolo_. Stimò meglio chiuder la bocca a tutti,
che punire un solo degli scrittori di quel giornale assai poco in odor
di santità presso gl’imperiali padroni.
Venne il 59. La battaglia di Magenta aveva deciso della sorte della
Lombardia. S’aspettava da un giorno all’altro l’entrata in Milano
degli eserciti vittoriosi, e si voleva spazzar la città da ogni soldato
straniero. Gli austriaci tenevano ancora il castello e la caserma di
San Francesco. Il Massarani fu di quelli che col Tenca e col Gadda
assaliron la caserma e ne sfondarono le porte fra il grandinar delle
palle.
Quando la pace di Villafranca lasciò in mano dell’Austria le provincie
di Venezia e di Mantova, egli diè un’altra prova di patriottismo
scrivendo quel _Memorandum_ ai governi di Europa che fu coperto
di quasi ventimila firme. La maggior parte dei suoi beni erano
nel territorio mantovano e potevano correre il pericolo di venir
confiscati.
D’allora in poi l’attività del Massarani non ha avuto più tregua. È una
attività niente romorosa, quasi schiva di mostrarsi, ma non per questo
meno profittevole e meno degna d’ammirazione. Spesso non si capisce
dove egli trovi il tempo di far tante cose ad una volta. Il Consiglio
comunale e il Consiglio provinciale di Milano non l’han mai visto
mancare ad una sola delle loro sedute. Deputato, senatore, ha lavorato
attivamente negli Ufficii, nelle Commissioni, come sa lavorar lui, cioè
con amore, con coscienza; non ha mai risparmiato nè la sua persona,
nè la sua fortuna, come per esempio, nell’ultima Esposizione francese.
Se l’Italia in quella circostanza fece una buona figura, più che alla
previdenza del governo, devesi a lui in maggior parte. Anzi, in questa
occasione, l’attività materiale non gli parve bastasse. Tra le piccole
e grandi cure degli espositori e del Giurì internazionale, trovò agio
di scrivere o, meglio, d’improvvisare il suo lavoro l’_Arte a Parigi_,
riuscito uno dei più dotti e dei più belli su tal argomento.
Il vostro libro, gli scriveva un giudice autorevolissimo, Carlo
Blanc, merita l’onore di una traduzione francese; e gli si offriva
per trovargli un traduttore capace di vincere le difficoltà della
forma italiana così elegantemente lavorata e cesellata. Il Massarani
usciva appena dai fastidii delle inondazioni per la rotta del Po:
era accorso sul luogo, soccorrendo miserie, incoraggiando lavori,
studiando rimedi per prevenire le repliche del terribile disastro;
aveva provocato una discussione in Senato dove la sua parola calda
d’affetto e forte di competenza s’era fatta sentire fra la commozione
ed il plauso di quel venerando consesso; ed ecco che, prevedendo i guai
di una traduzione venale, si mette a tradurre egli stesso il proprio
libro in francese, adattando la forma d’esso alle esigenze della nuova
lingua, rimpastandolo in più parti per renderlo più degno del tema e
della considerazione dei lettori. L’editore parigino Renouard è tutto
contento di poterlo pubblicare fra poco.
Questo è uno schizzo del Massarani, per dir così, esteriore. Se
non è il meno interessante, è senza dubbio il più noto. Ma in lui
l’uomo pratico ed operoso è foderato d’un poeta, d’un artista. Una
discussione in Senato non l’interessa di più dell’abbozzo d’un quadro,
d’una trentina di versi, di due pagine di prosa. Una pennellata, una
cesura, il giro d’un periodo l’attirano, l’esaltano quant’una buona
azione. Nella sua prosa non è difficile incontrare dei brani che
luccicano e riverberano, come le faccette d’un diamante. Si vede che
quell’aggettivo è stato cercato con insistenza amorosa; si capisce
che quell’imagine sorridente fra le righe gli è covata prima nella
mente con una gestazione lenta ma intensa, e che il suo babbo l’ha poi
accarezzata, lavata, ripulita e agghindata avanti di metterla al suo
posto. Alcune volte lo sforzo del concepimento non è celato abbastanza
ma spesso il concetto schizza fuori con ammirabile fierezza. Il suo
periodo ha il numero, quasi più del suo verso: è musicale anche quando
è un po’ troppo tormentato, stavo per dire strumentato. Ma nell’_Arte
a Parigi_ molte e molte pagine dimostrano il gran salto che ha fatto
lo scrittore nel maneggiare il meccanismo dello stile. Vi sono delle
arditezze, delle ribellioni che nessuno si sarebbe atteso da lui,
badando ai suoi primi scritti.
Non già che la forma lo preoccupi più assai del concetto, no; ma egli
non è contento finchè non gli sembri che la forma glielo renda con
una trasparenza cristallina: ed ha ragione. Su questo conto gli si può
perdonare anche l’eccesso.
Io non posso dire quel che valga il Massarani come pittore: sono
troppo incompetente da osarlo. Non voglio occuparmi del Massarani
statista, erudito, critico d’arte: delle sue teoriche dell’arte sarà
meglio discorrere quando verrà fuori la traduzione francese del suo
libro sull’Esposizione del 1878. Statista, erudito, critico d’arte, il
Massarani non è intieramente lui per quanto porti nelle ricerche e nei
giudizi quell’accuratezza, quell’imparzialità, quell’equanimità che
formano i tratti più notevoli del suo carattere d’uomo e di scrittore.
In quanto a me, preferisco il Massarani poeta.
Poeta? Dio mio, perchè no? «Quest’autunno della vita, egli dice, che
non conosce più fiori, e che i frutti, caso che ne dia, non li matura
a raggio di sole, ma a pazienza di veglie, quest’autunno dunque deve
tenersi diseredato anche dalla povera e mesta, non dirò contentezza,
ma consolazione del ricordare? E non c’è una poesia e un amore che,
contentandosi di ricordi, siano leciti anche ai vecchi? Vecchi, vecchi!
E lo siamo per davvero, fino a che abbiamo cuore per ogni affetto e
senso per ogni bellezza?»
Il Massarani non aveva bisogno di scuse. La sua poesia è di quella che
non muore mai nel cuore dell’uomo: eco di lontani ricordi, visione di
cose sparite, sorriso postumo di impressioni e di sentimenti che si
risvegliano dentro il petto in certi momenti della vita, quando più
si prova il bisogno d’una confortevole intimità con sè stesso; cosa
tutta personale, che non si perde dietro a nessuna astratezza, che
non si batte la pancia per simulare un’allegria o uno scetticismo che
non ha, una vera rivelazione, un vero _documento umano_ com’oggi è di
moda il dire, e come non si può dire più opportunamente d’una dozzina
di questi _Sermoni_. Poesia rara fra noi; chè il mostrarci in veste
da camera ed anche in maniche di camicia, per retorica alterigia, ci
ripugna. Preferiamo _inventare_ un sentimento, invece d’esprimerne
uno _realmente_ sentito: preferiamo annegarci entro vaste generalità,
piuttosto che circoscriverci fra i limiti d’un piccolo _fatto_.
Quanti sono i nostri scrittori che permettano di poter ricostruire
la loro personalità per via di documenti delle loro opere? Il volume
dei _Sermoni_ del Massarani rimarrà fra noi per lungo tempo una vera
eccezione. Dopo averlo letto si prova una profonda compiacenza d’essere
in amichevole intimità con uno spirito così colto e con un animo così
buono e gentile.
Ricordi e visioni del passato, uomini e cose, sentimenti e paesaggi,
con quel loro accento profondamente sincero, non si limitano a darci
soltanto una netta imagine di sè stessi. La loro poesia consiste anzi
in quel destare che fanno nell’animo di chi legge qualcosa di simile
alle impressioni del poeta. Si fantastica, si sogna dietro a lui, ci si
sente commossi della sua commozione raddoppiata colla nostra. Quello
ch’egli ha visto ci ha passato tante volte sotto gli occhi; come lui,
molti dei lettori han certamente provato la voluttà d’una passeggiata
mattiniera prima che la città si svegliasse alla febbrile attività del
suo lavoro; come lui, molti si son fermati in Piazza d’Armi nell’ore
d’uno splendido tramonto di luglio, in mezzo a quel brulicare di
bimbi, di bambinaie, di soldati, di lavoranti che ritornano dal lavoro
coi loro arnesi sulla spalla e indugiano innanzi a un giocator di
bussolotti o a un piccolo saltimbanco; come lui, molti hanno asolato
nell’ore vespertine dell’agosto fra i viali dei Giardini, quand’attorno
al Caffè di Monte Merlo s’affollano ai deschi le famiglie borghesi,
suona la banda e fanno cerchio proletarii d’ogni grado, impiegatucoli,
soldati, bassi ufficialetti e bambinaie in stretti colloquii con un
damo forse improvvisato lì per lì: ma il valore dell’arte consiste
appunto nel rendere importante la fuggitiva impressione d’ogni giorno,
nel fissarla, nel ridurla più efficace della stessa cosa reale. Ecco
per esempio, un tramonto presso piazza d’Armi che non vi uscirà più di
mente:
Sfornito
Ancor di chioma il castano recente
Larva di quei che l’ascia ha tronchi, invano
A non recente cittadin l’oltraggio
Celar tentava dell’austriache stalle
Inespïato; intanto che sublimi
Sovra il dolce color, che di zaffiro
Ancor si tinge e pur declina al glauco
Delle memori nostre ardue marine,
Parean nitrire alla vittoria i dieci
Gran cavalli di bronzo. In lunghe liste
D’ombra e di luce, l’ultimo saluto
Del dì salìa per le calpeste glebe
All’erba inaridita che, mal viva,
Tra sentiero e sentier campa d’oblio.
Ecco, per esempio, un quadretto di genere che è inutile desiderar
dipinto sulla tela:
Sai dove
Ancor mi piace la bottega? In villa,
O in quelle rintanate, erte, ritrose
Città neglette de la vaporiera,
Eppur patrizie d’alta stirpe, dove
Di mentir la rurale onesta vita
E la faccia aborigena, non s’ebbe
Ancora il vezzo od il pretesto. File
Di legittimi sacchi; agli, prosciutti
Con le farine ingenua mostra; e vini
Dentro al doglio natìo, stillanti caci,
E, in piazza, al piè di rudero o colonna,
Presso alla fonte, sotto i vasti ombrelli,
Tesor di frutta e melarancie ed uve,
Eterna invidia di pittori; e spesso
Più leggiadro tesor di crespe e bionde
Chiome, a fronte gentil dorato nimbo.
E non dico la dolce filosofia della vita che scaturisce da tutte
queste fonti d’impressioni e di sentimenti realmente provati. Il
cuore si acqueta come rannicchiato in un ambiente familiare pieno
di tepori e irradiato del sorriso di persone carissime. E leggendo
s’intravede un gentile profilo di donna, un sereno profilo di mamma
della quale il Massarani potè scrivere: «Ella aveva l’indulgenza
che incuora, l’energia che sorregge, il criterio che guida; cauta
e non timida d’imminenti pericoli, e presenti che fossero, vigile,
operosa, tranquilla, non è meraviglia se volentieri partecipasse alle
aspirazioni dei più giovani, e questi volentieri le fidassero a lei;
come quella che possedeva il senno dell’età senza l’importuna loquacia
e gli spiriti senza l’improntitudine della gioventù.»
D’un lavoro così vivo sarebbe estrema pedanteria cercare i difetti. Il
verso del Massarani ha, in maggior numero, più i pregi del suo stile
ordinario che le mende.
Vi traspare un eccesso d’accuratezza? Un soverchio amore di lima?
Peggio per chi non lo gusta, oggi che la sciatteria dello stile poetico
è diventata il _credo_ di molti pretesi poeti.
Giorni fa il Massarani, sul punto di regalare ad una persona le
due affettuose Commemorazioni ch’egli ha scritto pei suoi genitori,
esitava, rammentando che in una di esse, pubblicata nel 1861, gli erano
sfuggiti alcuni errori di stampa.
— Sono stati corretti a mano? domandò al suo segretario. Ne abbiamo
presa nota, mi pare.
— Sì, sì, rispose il segretario mostrando i luoghi corretti.
Si trattava d’un comunissimo scambio di lettere e dell’omissione di
alcune virgole.
Che farci? Tulio Massarani, nella vita e nell’arte, ha questo minuto
scrupolo delle _virgole_ che lo rende singolare. Io ammiro e lo
invidio.