TULLO MASSARANI[3]

Un carattere forte e uno spirito delicato, ecco Tullo Massarani.

Nel 1851, prima che s’aprisse l’esposizione mondiale nel Hyde-Parke di

Londra, suo padre gli disse:

— Vorresti andare a vedere l’esposizione?

Tulio (allora aveva venticinque anni) non se lo fece ripetere due

volte. Era il primo viaggio che avrebbe fatto solo, e l’occasione non

poteva essere più attraente.

— Però, promettimi una cosa, aggiunse il padre con aria severa: tu non

cercherai di vedere il Mazzini. Con questa condizione potrai partire

domani.

— Non sono sicuro di mantenere, rispose Tullo. Preferisco non andare.

L’avvocato Giacobbe Massarani era una mente lucida, positiva. Non

partecipava alle illusioni del figlio e di molta gioventù d’allora

sull’efficacia dei tentativi e delle idee mazziniane. Per lui non

c’era altra salvezza politica che tenersi stretti al Piemonte, l’unica

provincia italiana che mantenesse fede allo statuto e che possedesse

un vero esercito: non bisognava fantasticare sulle possibili forme

di governo finchè un palmo di terra italiana era calpestata da piede

tedesco.

Tulio fu irremovibile. Andare a Londra e non vedere il Mazzini sarebbe

stata una cosa così superiore alle sue forze che lo avrebbe fatto venir

meno anche ad un giuramento. Egli già rassegnavasi a non assistere

a quella prima festa delle Nazioni, com’allora si diceva, quando

l’intromissione della sua mamma gli ottenne di partire senza esser

legato da nessuna promessa.

Quest’aneddoto della giovinezza del Massarani ritrae perfettamente il

suo carattere sodo e sincero.

Per conoscere la delicatezza del suo spirito basta leggere i _Sermoni_

raccolti ora in un bel volume dai Successori Le Monnier.

Tullo Massarani appartiene a quella generazione fortunata che può

dire con orgoglio: ho fatto l’Italia. È nato nel 1826 dall’avvocato

Giacobbe e da Elena Fano che gli procurarono per tempo un’istruzione

accurata. Tra i suoi maestri fu David Norsa, un nobile intelletto, un

cuore ardente pel quale egli nutre una venerazione affettuosa, come di

figlio.

Prima del 48 e prima del 59 amare la patria voleva dire, innanzi tutto,

congiurare. Il Massarani, come tant’altri, fu dunque mazziniano e

prese larga parte a quell’opera di propaganda che contribuì non poco

all’unità italiana. Ma il suo spirito saggio e il suo buon cuore lo

salvarono sempre dagli estremi.

Da Londra tornò imbottito di cartelle del famoso prestito di Mazzini.

Sapeva di essere spiato e ne avvertì il Finzi che fu men cauto di lui

e scontò la sua generosa imprudenza col carcere austriaco. Però le

ricerche della polizia, nelle due visite notturne che gli si fecero in

casa, non riescirono a sorprendere presso il Massarani nessun documento

compromettente.

Allora l’attività di sotto mano veniva sussidiata da un’altra attività

in piena luce. Studii letterari, studii economici, studii storici,

tutto serviva per tener desto negli animi il sacro fuoco nazionale. E

il Masssarani combatteva nel _Crepuscolo_ del Tenca, negli _Annuarii di

statistica_ del Maestri e non isdegnava il _Nipote del Vesta Verde_,

un almanacco ben noto del Correnti, al quale dava degli apologhi e

degli stornelli dove il concetto politico era appena adombrato da

leggerissimo velo. Uno di quegli stornelli diceva così:

Stracciata, a piedi scalzi, in camiciuola

So che vi tocca notte e dì penare,

La notte sul telaio e su la spola,

Il giorno per li campi a raccattare.

— Vo’ non sapete il peggio, o tristo amante,

Era massaia e diventò bracciante.

Vo’ non sapete il peggio suo martire,

Era padrona e le tocca servire —

Povera Lena mia, chi ti conforta?

Prima che serva, ti sapessi morta!

Il _Crepuscolo_ seguiva l’uso inglese di pubblicar gli articoli senza

firma di autori, il miglior modo di dare a un giornale una personalità

efficace, una vera autorità più d’idee che di nomi. Nel gennaio del 59

il Massarani presentava al Tenca un articolo pregandolo di lasciarvi la

sua firma.

— Perchè? domandò il Tenca.

— Perchè voglio assumerne tutta la responsabilità, rispose il

Massarani. È troppo ardito; e se qualcuno dovesse soffrir noie dalla

polizia, vorrei esser io e non altri.

La polizia, al contrario d’ogni previsione, sospese per tre mesi la

pubblicazione del _Crepuscolo_. Stimò meglio chiuder la bocca a tutti,

che punire un solo degli scrittori di quel giornale assai poco in odor

di santità presso gl’imperiali padroni.

Venne il 59. La battaglia di Magenta aveva deciso della sorte della

Lombardia. S’aspettava da un giorno all’altro l’entrata in Milano

degli eserciti vittoriosi, e si voleva spazzar la città da ogni soldato

straniero. Gli austriaci tenevano ancora il castello e la caserma di

San Francesco. Il Massarani fu di quelli che col Tenca e col Gadda

assaliron la caserma e ne sfondarono le porte fra il grandinar delle

palle.

Quando la pace di Villafranca lasciò in mano dell’Austria le provincie

di Venezia e di Mantova, egli diè un’altra prova di patriottismo

scrivendo quel _Memorandum_ ai governi di Europa che fu coperto

di quasi ventimila firme. La maggior parte dei suoi beni erano

nel territorio mantovano e potevano correre il pericolo di venir

confiscati.

D’allora in poi l’attività del Massarani non ha avuto più tregua. È una

attività niente romorosa, quasi schiva di mostrarsi, ma non per questo

meno profittevole e meno degna d’ammirazione. Spesso non si capisce

dove egli trovi il tempo di far tante cose ad una volta. Il Consiglio

comunale e il Consiglio provinciale di Milano non l’han mai visto

mancare ad una sola delle loro sedute. Deputato, senatore, ha lavorato

attivamente negli Ufficii, nelle Commissioni, come sa lavorar lui, cioè

con amore, con coscienza; non ha mai risparmiato nè la sua persona,

nè la sua fortuna, come per esempio, nell’ultima Esposizione francese.

Se l’Italia in quella circostanza fece una buona figura, più che alla

previdenza del governo, devesi a lui in maggior parte. Anzi, in questa

occasione, l’attività materiale non gli parve bastasse. Tra le piccole

e grandi cure degli espositori e del Giurì internazionale, trovò agio

di scrivere o, meglio, d’improvvisare il suo lavoro l’_Arte a Parigi_,

riuscito uno dei più dotti e dei più belli su tal argomento.

Il vostro libro, gli scriveva un giudice autorevolissimo, Carlo

Blanc, merita l’onore di una traduzione francese; e gli si offriva

per trovargli un traduttore capace di vincere le difficoltà della

forma italiana così elegantemente lavorata e cesellata. Il Massarani

usciva appena dai fastidii delle inondazioni per la rotta del Po:

era accorso sul luogo, soccorrendo miserie, incoraggiando lavori,

studiando rimedi per prevenire le repliche del terribile disastro;

aveva provocato una discussione in Senato dove la sua parola calda

d’affetto e forte di competenza s’era fatta sentire fra la commozione

ed il plauso di quel venerando consesso; ed ecco che, prevedendo i guai

di una traduzione venale, si mette a tradurre egli stesso il proprio

libro in francese, adattando la forma d’esso alle esigenze della nuova

lingua, rimpastandolo in più parti per renderlo più degno del tema e

della considerazione dei lettori. L’editore parigino Renouard è tutto

contento di poterlo pubblicare fra poco.

Questo è uno schizzo del Massarani, per dir così, esteriore. Se

non è il meno interessante, è senza dubbio il più noto. Ma in lui

l’uomo pratico ed operoso è foderato d’un poeta, d’un artista. Una

discussione in Senato non l’interessa di più dell’abbozzo d’un quadro,

d’una trentina di versi, di due pagine di prosa. Una pennellata, una

cesura, il giro d’un periodo l’attirano, l’esaltano quant’una buona

azione. Nella sua prosa non è difficile incontrare dei brani che

luccicano e riverberano, come le faccette d’un diamante. Si vede che

quell’aggettivo è stato cercato con insistenza amorosa; si capisce

che quell’imagine sorridente fra le righe gli è covata prima nella

mente con una gestazione lenta ma intensa, e che il suo babbo l’ha poi

accarezzata, lavata, ripulita e agghindata avanti di metterla al suo

posto. Alcune volte lo sforzo del concepimento non è celato abbastanza

ma spesso il concetto schizza fuori con ammirabile fierezza. Il suo

periodo ha il numero, quasi più del suo verso: è musicale anche quando

è un po’ troppo tormentato, stavo per dire strumentato. Ma nell’_Arte

a Parigi_ molte e molte pagine dimostrano il gran salto che ha fatto

lo scrittore nel maneggiare il meccanismo dello stile. Vi sono delle

arditezze, delle ribellioni che nessuno si sarebbe atteso da lui,

badando ai suoi primi scritti.

Non già che la forma lo preoccupi più assai del concetto, no; ma egli

non è contento finchè non gli sembri che la forma glielo renda con

una trasparenza cristallina: ed ha ragione. Su questo conto gli si può

perdonare anche l’eccesso.

Io non posso dire quel che valga il Massarani come pittore: sono

troppo incompetente da osarlo. Non voglio occuparmi del Massarani

statista, erudito, critico d’arte: delle sue teoriche dell’arte sarà

meglio discorrere quando verrà fuori la traduzione francese del suo

libro sull’Esposizione del 1878. Statista, erudito, critico d’arte, il

Massarani non è intieramente lui per quanto porti nelle ricerche e nei

giudizi quell’accuratezza, quell’imparzialità, quell’equanimità che

formano i tratti più notevoli del suo carattere d’uomo e di scrittore.

In quanto a me, preferisco il Massarani poeta.

Poeta? Dio mio, perchè no? «Quest’autunno della vita, egli dice, che

non conosce più fiori, e che i frutti, caso che ne dia, non li matura

a raggio di sole, ma a pazienza di veglie, quest’autunno dunque deve

tenersi diseredato anche dalla povera e mesta, non dirò contentezza,

ma consolazione del ricordare? E non c’è una poesia e un amore che,

contentandosi di ricordi, siano leciti anche ai vecchi? Vecchi, vecchi!

E lo siamo per davvero, fino a che abbiamo cuore per ogni affetto e

senso per ogni bellezza?»

Il Massarani non aveva bisogno di scuse. La sua poesia è di quella che

non muore mai nel cuore dell’uomo: eco di lontani ricordi, visione di

cose sparite, sorriso postumo di impressioni e di sentimenti che si

risvegliano dentro il petto in certi momenti della vita, quando più

si prova il bisogno d’una confortevole intimità con sè stesso; cosa

tutta personale, che non si perde dietro a nessuna astratezza, che

non si batte la pancia per simulare un’allegria o uno scetticismo che

non ha, una vera rivelazione, un vero _documento umano_ com’oggi è di

moda il dire, e come non si può dire più opportunamente d’una dozzina

di questi _Sermoni_. Poesia rara fra noi; chè il mostrarci in veste

da camera ed anche in maniche di camicia, per retorica alterigia, ci

ripugna. Preferiamo _inventare_ un sentimento, invece d’esprimerne

uno _realmente_ sentito: preferiamo annegarci entro vaste generalità,

piuttosto che circoscriverci fra i limiti d’un piccolo _fatto_.

Quanti sono i nostri scrittori che permettano di poter ricostruire

la loro personalità per via di documenti delle loro opere? Il volume

dei _Sermoni_ del Massarani rimarrà fra noi per lungo tempo una vera

eccezione. Dopo averlo letto si prova una profonda compiacenza d’essere

in amichevole intimità con uno spirito così colto e con un animo così

buono e gentile.

Ricordi e visioni del passato, uomini e cose, sentimenti e paesaggi,

con quel loro accento profondamente sincero, non si limitano a darci

soltanto una netta imagine di sè stessi. La loro poesia consiste anzi

in quel destare che fanno nell’animo di chi legge qualcosa di simile

alle impressioni del poeta. Si fantastica, si sogna dietro a lui, ci si

sente commossi della sua commozione raddoppiata colla nostra. Quello

ch’egli ha visto ci ha passato tante volte sotto gli occhi; come lui,

molti dei lettori han certamente provato la voluttà d’una passeggiata

mattiniera prima che la città si svegliasse alla febbrile attività del

suo lavoro; come lui, molti si son fermati in Piazza d’Armi nell’ore

d’uno splendido tramonto di luglio, in mezzo a quel brulicare di

bimbi, di bambinaie, di soldati, di lavoranti che ritornano dal lavoro

coi loro arnesi sulla spalla e indugiano innanzi a un giocator di

bussolotti o a un piccolo saltimbanco; come lui, molti hanno asolato

nell’ore vespertine dell’agosto fra i viali dei Giardini, quand’attorno

al Caffè di Monte Merlo s’affollano ai deschi le famiglie borghesi,

suona la banda e fanno cerchio proletarii d’ogni grado, impiegatucoli,

soldati, bassi ufficialetti e bambinaie in stretti colloquii con un

damo forse improvvisato lì per lì: ma il valore dell’arte consiste

appunto nel rendere importante la fuggitiva impressione d’ogni giorno,

nel fissarla, nel ridurla più efficace della stessa cosa reale. Ecco

per esempio, un tramonto presso piazza d’Armi che non vi uscirà più di

mente:

Sfornito

Ancor di chioma il castano recente

Larva di quei che l’ascia ha tronchi, invano

A non recente cittadin l’oltraggio

Celar tentava dell’austriache stalle

Inespïato; intanto che sublimi

Sovra il dolce color, che di zaffiro

Ancor si tinge e pur declina al glauco

Delle memori nostre ardue marine,

Parean nitrire alla vittoria i dieci

Gran cavalli di bronzo. In lunghe liste

D’ombra e di luce, l’ultimo saluto

Del dì salìa per le calpeste glebe

All’erba inaridita che, mal viva,

Tra sentiero e sentier campa d’oblio.

Ecco, per esempio, un quadretto di genere che è inutile desiderar

dipinto sulla tela:

Sai dove

Ancor mi piace la bottega? In villa,

O in quelle rintanate, erte, ritrose

Città neglette de la vaporiera,

Eppur patrizie d’alta stirpe, dove

Di mentir la rurale onesta vita

E la faccia aborigena, non s’ebbe

Ancora il vezzo od il pretesto. File

Di legittimi sacchi; agli, prosciutti

Con le farine ingenua mostra; e vini

Dentro al doglio natìo, stillanti caci,

E, in piazza, al piè di rudero o colonna,

Presso alla fonte, sotto i vasti ombrelli,

Tesor di frutta e melarancie ed uve,

Eterna invidia di pittori; e spesso

Più leggiadro tesor di crespe e bionde

Chiome, a fronte gentil dorato nimbo.

E non dico la dolce filosofia della vita che scaturisce da tutte

queste fonti d’impressioni e di sentimenti realmente provati. Il

cuore si acqueta come rannicchiato in un ambiente familiare pieno

di tepori e irradiato del sorriso di persone carissime. E leggendo

s’intravede un gentile profilo di donna, un sereno profilo di mamma

della quale il Massarani potè scrivere: «Ella aveva l’indulgenza

che incuora, l’energia che sorregge, il criterio che guida; cauta

e non timida d’imminenti pericoli, e presenti che fossero, vigile,

operosa, tranquilla, non è meraviglia se volentieri partecipasse alle

aspirazioni dei più giovani, e questi volentieri le fidassero a lei;

come quella che possedeva il senno dell’età senza l’importuna loquacia

e gli spiriti senza l’improntitudine della gioventù.»

D’un lavoro così vivo sarebbe estrema pedanteria cercare i difetti. Il

verso del Massarani ha, in maggior numero, più i pregi del suo stile

ordinario che le mende.

Vi traspare un eccesso d’accuratezza? Un soverchio amore di lima?

Peggio per chi non lo gusta, oggi che la sciatteria dello stile poetico

è diventata il _credo_ di molti pretesi poeti.

Giorni fa il Massarani, sul punto di regalare ad una persona le

due affettuose Commemorazioni ch’egli ha scritto pei suoi genitori,

esitava, rammentando che in una di esse, pubblicata nel 1861, gli erano

sfuggiti alcuni errori di stampa.

— Sono stati corretti a mano? domandò al suo segretario. Ne abbiamo

presa nota, mi pare.

— Sì, sì, rispose il segretario mostrando i luoghi corretti.

Si trattava d’un comunissimo scambio di lettere e dell’omissione di

alcune virgole.

Che farci? Tulio Massarani, nella vita e nell’arte, ha questo minuto

scrupolo delle _virgole_ che lo rende singolare. Io ammiro e lo

invidio.

Studii sulla letteratura contemporanea · 第 7 / 48 题