Chi dimorò in Firenze negli anni della capitale provvisoria incontrò
spesso per le vie un vecchio di regolare statura, dai capelli bianchi,
dalla barba anche bianca che gli contornava la faccia, con un occhiale
bleu a quattro lenti da cui veniva malamente nascosta la sua cecità,
con abiti decenti ma infilzati alla meglio e scarpe grossolane che
stonavano un poco coll’aspetto dignitoso e coll’aria signorile di tutta
la persona. Appoggiato al braccio d’un servitore meno vecchio di lui,
andava con passo alquanto affrettato, la testa alta, le labbra un po’
affondate dentro la bocca priva di denti. Era un personaggio che faceva
impressione e destava curiosità; si capiva facilmente come non fosse un
uomo volgare. Infatti era il marchese Gino Capponi.
Per un giovane che usciva caldo caldo dalla lettura del Foscolo, del
Leopardi, del Giusti, del Guerrazzi la prima vista del Capponi aveva
qualcosa dell’apparizione. Io ricordo che, tutte le volte per caso lo
incontrassi, portavo involontariamente la mano al cappello, quantunque
sapessi che lui non potesse accorgersi di quel mio segno di rispetto.
La sua figura mi ridestava tante emozioni giovanili. Allora avevo
appena letto due o tre brevi scritture di lui; però sapevo che il
Leopardi gli avesse dedicato _La palinodia_, il Foscolo una lettera
sul Commento alla _Divina Commedia_, il Guerrazzi l’_Isabella Orsini_
e il Giusti le _Nozze_ e la _Terra dei Morti_. Da queste dediche e
dagli epistolarii del Foscolo e del Giusti avevo appreso ad amare e a
venerare un uomo riputato degno di tali amicizie e di tanto rispetto,
il nome del quale trovavo sempre mescolato a quanto di nobile e di
grande s’era fatto in Italia nella prima metà di questo secolo; e
la sua vista faceva rivivere sotto i miei occhi tutta un’epoca di
entusiasmi, di lotte e di gloria letteraria (non mi preoccupavo di
altro) che oggi apparisce così lontana da dover fare uno sforzo per
rammentarsela.
Ricordo anche il mio dispetto e il mio rossore un giorno che in una
conversazione, e da un giovane fiorentino, intesi qualificare come
_scroccata_ la reputazione del Capponi. Quali sono le sue opere? Che
resterà di lui per giustificare nell’avvenire quest’aureola che ora
lo circonda? domandava quel mio amico a cui avevo manifestato la mia
gioia di aver inteso un breve discorso del Capponi in una tornata
dell’Accademia della Crusca nell’occasione del Centenario dantesco.
Il mio amico se la prendeva contro il cattivo vezzo degl’italiani
d’accettare certe riputazioni belle fatte senza domandarne i titoli
e senza discuterle. Il Capponi, secondo lui, doveva ritenersi un
mito, una leggenda. Quello di via San Sebastiano era, senza dubbio,
un gentiluomo, un patriota come se ne conoscevano tanti; ma, infine,
quel _venerando_ che gli si appiccicava per indicare una grandezza o
d’ingegno o di carattere gli pareva un’iperbole. Io sapevo ben poco
di particolare per rispondere a tale sfuriata, pure dissi qualche
cosa e con calore. Allora quegli rincarò la dose: Non voleva parlare
degli scritti. Dove erano? Articoli di giornali! Non si andava _ad
astra_ con questi. Il patriottismo? Dio mio! In un’epoca dove tanti
s’eran fatti fucilare, imprigionare e torturare per l’Italia, lo
sgusciare fra tre rivoluzioni senza aver torto un capello, non era
piuttosto una dimostrazione del contrario? Insomma, volevo saperla
schietta? Il Capponi era un codino! Due anni prima aveva scritto una
lettera contro il matrimonio civile. Se si fosse torto un capello al
Papa, si sarebbe dimesso dalla carica di senatore. E conchiuse: Gino
Capponi? _Un fétiche!_ — Io rimasi mortificato e, non lo celo, un po’
scosso. Quando venne pubblicata la sua _Storia di Firenze_ cominciai
a leggerne il primo volume con grandissima curiosità. Volevo trovarvi
una risposta vittoriosa alle scettiche osservazioni di quel mio amico
che non mi erano uscite di mente; ma i primi capitoli mi disillusero
peggio, e non andai oltre. Vi cercavo l’artista, lo storico moderno,
e mi pareva di scorgervi un lavoro stentato, fatto con intendimenti e
con mezzi invecchiati e fuori d’uso. Per quanto fossi conscio della mia
incompetenza a giudicare un’opera di quel genere, non potevo mettere
in dubbio, per lo meno, la sincerità delle mie impressioni. I giudizii
della stampa mi fecero capire che forse non avevo tanto torto; e già se
non ripetevo anch’io: Gino Capponi? _Un fétiche!_ ci mancava poco.
Da questo si può comprendere con che avida impazienza abbia io preso
in mano il libro che il senatore Tabarrini ha dedicato al Capponi ai
suoi tempi, ai suoi studi ed ai suoi amici. Lo apersi con diffidenza.
Sapevo che il Tabarrini era stato uno degli intimi dell’illustre
fiorentino, e avevo paura che l’amicizia gli avesse fatto esagerare
le tinte e adulare un pochino la fisonomia dell’originale nel ritratto
che presentava; nè le prime parole della prefazione mi rassicurarono.
«Gino Capponi fu ai tempi nostri uomo veramente memorabile per altezza
d’ingegno, rettitudine di animo ed opere virtuose; e tale quale era,
e noi lo conoscemmo per lunga consuetudine, vorremmo che passasse ai
posteri: i quali quand’anche siano per essere pietosi alla presente
generazione, è dubbio se sapranno intendere certe esistenze elette
che si educarono con discipline ora messe fuori di uso come strumenti
inservibili, e trassero le norme del vivere da dottrine oggi ripudiate,
come pastoie incomode alla sconfinata libertà del pensiero.»
Però la maniera elegante, da vero gentiluomo, del discorso del
Tabarrini cominciò subito a legar la mia attenzione e a vincere la
mia diffidenza. Ogni pagina scorsa era una nuova attrattiva, ogni
capitolo una vittoria. La figura del Capponi si disegnava, si coloriva,
s’animava nettamente, potentemente, con naturalezza ammirabile, per
via d’una sapiente sobrietà di tocco che la faceva grado a grado venir
fuori dal fondo oscuro della tela come per una lenta invasione di luce;
e quando, nelle ultime pagine del libro, lessi: «noi ci siamo fermati
con compiacenza a tratteggiare questa nobile figura del nostro tempo,
perchè dubitiamo che la scuola moderna difficilmente ne possa produrre
somiglianti nell’avvenire...» quando lessi queste belle parole alzai
la fronte soddisfatto. Avevo tuttavia dinanzi gli occhi lo aspetto di
quell’iroso giovane fiorentino, e mi pareva di rispondergli: ecco, Gino
Capponi non è un mito!
Il libro è fatto con quell’arte squisita della quale sembra si sia
perduto lo stampo in mezzo a questa fretta smaniosa di comporre imposta
dalle febbrili circostanze della vita contemporanea. Vi si sente
qua e là un’intonazione severa, d’uomo che ha visto tempi migliori o
che meglio corrispondevano all’ideale della vita, ai sentimenti e al
carattere creatigli dalle circostanze in mezzo le quali ha passato
il primo fiore degli anni. Però nessun’animosità, nessun sconforto.
«Alle porte di questa antica civiltà nostra, batte col pugno una gente
che non riconosce altra forza che quella dei muscoli, che non pregia
altre opere che le manuali, e si ride delle lettere, delle arti e di
quant’altro ha fatto fin qui l’orgoglio del mondo civile. Al cospetto
di queste selvagge assurdità, la disputa umilia ed irrita. Facciamo il
dover nostro esaltando la luce divina dell’ingegno, rendendo omaggio
agli uomini che hanno onorato degnamente la patria; e dei paradossi
dell’ignoranza livellatrice, qualunque siano per essere i destini di
questa civiltà così perfidamente schernita, appelliamoci confidenti
alla coscienza del genere umano.» Sono le ultime parole del volume e
non era facile il chiuderlo con più fiera dignità di così.
La vita di Gino Capponi può dirsi puramente intellettuale. L’azione,
da giovine, gli venne quasi interdetta dalle circostanze politiche
e sociali dei suoi tempi: poi, da quella completa cecità che gli
sopravvenne prima del 1848 e lo dimezzò, impedendogli di studiare e di
muoversi senza il soccorso degli altri. Eppure nessuno s’era preparato
all’azione con maggior copia di studii e di osservazioni personali in
tutti quei viaggi in Francia, in Inghilterra, in Olanda, in Germania,
dopo di aver visitata da un capo all’altro la sua patria. E aveva
dovuto lottare cogli esempi dei suoi contemporanei e colle tradizioni e
coll’educazione della famiglia. La sua facoltà d’esame s’era sviluppata
precocemente. A 22 anni notava della sua fanciullezza: «sensi di cuor
buono, di carattere forte e cupo... occupazioni di mente, violenze di
carattere, sogni d’imaginazione, malinconie continuate sensibilmente
fino all’anno quattordicesimo:» e del 1806 poteva scrivere in quel
suo fascicolo di _Appunti sulla vita morale_: «Cognizione della mia
situazione. Richiamo dei principî inveterati. Maggior frequenza coi
genitori. Modi di vivere diversi dai medesimi per educazione; perciò
abitudine e restringere dentro me medesimo le massime fatte ormai
mie.» Ma la sua emancipazione non è ancora completa. Un giorno, a 19
anni, il padre lo conduce in casa Riccardi come se si trattasse d’una
visita di cerimonia. Andando via, nello scendere le scale gli domanda
se gli piacesse la marchesina. Sì, risponde Gino. Sta bene, essa sarà
tua moglie, gli dice il padre. E Gino accetta, sottomesso, la volontà
di quello o per lo meno non osa resistere; giacchè troviamo in quegli
_Appunti_: «Sollevamenti di animo brevi.... Ingresso nel mondo lento.
Esecuzione delle massime fatte da me e credute tutte praticabili in
principio...» e i puntini così discretamente messi dal Tabarrini fanno
intravedere qualcosa di serio nella lotta interiore che il giovane
Capponi dovette allora sostenere. Però il carattere già si disegna,
già comincia ad affermarsi quale fu poi per tutta la vita, colle sue
sdegnose alterezze, colla sua fina penetrazione, colla sua attività
interiore, coi suoi scoramenti, colle sue indecisioni, colla sua
fermezza, colle sue generose tolleranze, col suo largo comprendere gli
eventi e gli uomini che spesso lo rende esitante e lento nel risolversi
quando più sarebbe opportuna una risoluzione pronta ed ardita.
È impossibile riassumere dalla stupenda narrazione dal Tabarrini
l’azione nascosta ma energica del Capponi in tutti gli avvenimenti
politici della penisola dal 1820 al 1848. Il Capponi non è un
congiuratore, non ha fede nei mezzi violenti; ma i suoi consigli, la
sua influenza personale si fanno sentire da per tutto, specialmente
in Lombardia e nel Piemonte, ove è legato di forti amicizie coi capi
che promuovono l’agitazione nazionale. In quei _Ricordi_ che colla
rapida semplicità dello stile lo rivelano intiero, egli racconta che
nel gennaio del 1831 il Libri tornato di Francia gli confidò un suo
progetto per far violenza al Granduca e strappargli una costituzione.
Al Capponi quel progetto parve del pari odioso che imprudente. Voi
siete di quelli del secondo giorno, gli disse il Libri. E il Capponi
rispose dignitosamente che avrebbe fatto la sua parte il secondo
giorno, come la sua coscienza e come la sua prudenza lo avrebbero
consigliato. E al Guerrazzi, che coi Livornesi voleva precipitar le
cose, disse: «_che non aveva_ prurito alcuno di sconvolgere il paese
_suo_ chiamando sovra esso danni e miserie infruttuose pel solo
amore delle rivoluzioni, le quali _sono_ un magro gusto quando il
popolo medesimo che tu hai voluto liberale, poi ti ringrazia con le
sassate.»[2] Parole queste ultime ch’esprimon bene quel senso pratico
un po’ freddo e scettico, proprio dei toscani, ai quali un governo
relativamente mite, _da vinai_, come diceva il Fossombroni, toglieva
lo slancio impetuoso del cuore, principale elemento dei grandi fatti e
creatore degli eroi.
Non intendo dire con questo che al Capponi mancasse il cuore. Se non
pagò di persona, come tant’altri che s’arrischiarono per l’Italia in
ardite e spesso inconsiderate imprese, pagò d’affetto e di sostanze.
La sua casa fu aperta a tutti. Il Colletta e il Giusti vi trovarono
ospitalità fraterna; gli esuli, i profughi, i varii tentativi di
istituzioni dirette all’educazione civile e morale del popolo furono
soccorsi largamente dalla sua borsa, senza punto badare a differenze di
opinioni o di indirizzi. Nelle memorie di G. B. Vieusseux pubblicate
dal Tommaseo si legge, diretto da quello al Capponi, il seguente
biglietto: «Ho dato a un profugo anche per conto vostro. Il suo nome è
Garibaldi.»
E nemmeno deve intendersi ch’egli rimanesse in quell’inerzia
contemplativa e quasi buddistica che la sua cecità potrebbe anche
giustificare per la seconda metà della sua vita. La fondazione
dell’_Antologia_ dell’_Archivio storico_, specialmente quella della
prima, segna una data memorabile nello svolgimento dello spirito
italiano. Nè fu poca ventura per l’Italia l’incontro di due caratteri
diversamente energici come quelli del Capponi e del Vieusseux che
condussero a buon porto la difficile impresa di quel giornale.
Prima della cecità egli pensava a grandi lavori storici d’argomento
elevatissimo come, per esempio, la _Storia civile dei Papi_ della quale
scrisse soltanto quattro capitoli d’introduzione, quantunque ne avesse
con molto studio messi insieme i materiali, ricorrendo direttamente
alle fonti. Tutti i problemi d’economia politica e d’educazione lo
attirarono, lo tentarono e non solo teoricamente, ma anche nella
pratica: e pel carattere del Capponi questo significava azione più
immediatamente utile e meno arrischiata di qualunque altra.
Ma è innegabile, e il Tabarrini lo confessa senza attenuarlo, «che la
potenza nell’intelletto non andava pari nel Capponi all’energia della
volontà. Le risoluzioni erano in lui per lo più tarde e combattute
e pareva che il molto sapere fosse d’impaccio più che di aiuto
all’azione. Avezzo a indagare sottilmente il pro e il contro d’ogni
cosa, rimaneva perplesso nella scelta... E in queste irresoluzioni
lo aveva conformato la vita impostagli dai tempi ed aggravata dalla
cecità, vita tutto di pensiero solitario, senza quello esercizio di
azione che viene dalla pratica dei negozi.» Inoltre il Capponi fu
troppo diffidente delle proprie forze. Arditissimo e liberissimo nel
pensare quando fu giovane, ebbe poi quasi paura della sua arditezza, o
meglio ebbe paura di manifestarla, giacchè anche dalla voluta e cercata
oscurità della sua forma letteraria si scorga che l’energia della mente
non si lasciò mai completamente sopraffare da riflessioni secondarie e
da riguardi mondani.
Se si va in fondo alle sue idee, s’arriva alla conchiusione che il
difensore del matrimonio religioso non fu un cattolico. Le parole
_partito cattolico_ e _interessi cattolici_, in questi ultimi tempi,
gli facevan perdere la calma abituale. Probabilmente egli si contentò
d’un vago deismo, d’una fede quasi poetica nella immortalità dell’anima
umana, che diedero elevatezza alle sue azioni e pace al suo cuore.
Questo stato intellettuale un po’ vaporoso si rivela benissimo in
uno di quei suoi _Pensieri_ pubblicati nel volume degli scritti
inediti, ove dice: «Ricondurre la filosofia nel seno della religione,
è ricondurre via via il sapere dentro alla cerchia del buon senso.»
Sentenza che non dimostra una chiara idea della filosofia nè della
religione, ma un sentimento oscuro di entrambe.
Nelle consuetudini della vita, dice il Tabarrini, egli sapeva unire il
decoro patrizio alla semplicità popolana. Le stanze da lui abitate,
nel suo vasto palazzo di via san Sebastiano, erano arredate coi
mobili antichi lasciativi da suo padre. La sua voce robusta s’affaceva
bene nelle conversazioni al suo modo di discorrere da controversista
implacabile e qualche volta da tribuno. Pure nessuno era più tollerante
di lui che aveva delle opinioni ferme perchè, direi, ben digerite
e passate nel sangue e nelle fibre. Così si spiegano le sue lunghe
amicizie con uomini di carattere opposto al suo, ben noti per rozza
violenza come quelli del Libri e, specialmente, del Tommaseo.
A proposito dei quali dirò che dilettevolissimi riescono i capitoli
del lavoro del Tabarrini ove si parla delle loro relazioni col Capponi;
ma sarebbero riusciti più attraenti se l’autore, oltre alle citazioni
delle lettere di essi, avesse voluto esser più largo dei particolari e
degli aneddoti che egli, vissuto così lungamente in mezzo a loro, deve
certamente sapere. Per esempio il punto ove si tocca delle relazioni
del Capponi col Niccolini mi sembra trattato con troppo ritegno. Della
rottura tra il Niccolini e il Capponi, dopo una amicizia intimissima di
quasi mezzo secolo, si vorrebbe sapere di più che queste magre parole:
«Finì (il Niccolini) col romperla a dirittura con tutti gli uomini che
non partecipavano ai suoi furori ghibellini, e più fieramente si sdegnò
col Capponi che non volle più rivedere chiudendosi in una solitudine
rabbiosa e soffrendo di parecchi parossismi nervosi che qualche volta
somigliavano a demenza.»
Il Niccolini e il Capponi si trovavano insieme quasi tutte le sere
in casa delle vecchie megere Certellini, in via della Vigna Nuova,
una delle quali, vedova, era stata e forse era tuttavia l’amante del
Niccolini. In quel ritrovo alla buona, che il petegolezzo delle due
vecchie turbava spesso, sembra, per gelosie e con bisticci da ciane,
la conversazione tra i due amici si elevava ad alti soggetti di
letteratura. D’ordinario era tra loro una gara di citazioni di testi
greci e latini, una furia di chiose e di comenti dove il Capponi non
di rado vinceva, aiutato dalla sua ferrea ritentiva: gara vivacissima,
d’un completo abbandono, d’un’intimità sconfinata che permettevano al
Niccolini, quando il vittorioso era lui, delle uscite brutali come
questa: _il mio stivale ne sa più del tuo cervello_, senza che la
serenità del Capponi e la loro cordiale amicizia ne fosser turbate.
Dalla narrazione del Tabarrini pare che l’_Arnaldo da Brescia_ fosse
stato pubblicato prima della rottura col Capponi. È dunque una leggenda
la scena che si racconta avvenuta tra lo sdegnoso poeta, il Capponi e
il Centofanti quando questi due andarono come deputati di quel gruppo
che il Salvagnoli chiamava la _Scuola storica di San Sebastiano_ e i
fiorentini, _tout court, Sansebastianisti_?
Si dice che nella stanza di studio del Niccolini, nel soppresso
convento di santa Caterina, il dialogo fra i tre amici fu vivacissimo
e colorito di quel linguaggio popolano troppo energico che il Niccolini
amava usare con libertà antica.
— E voi credete a tutto? domandò il Niccolini.
— A tutto, risposero il Capponi e il Centofanti.
— Anche alla Santissima Annunziata?
— Anche!
— E non avete nessun dubbio? Possibile?
— Oh! in verità, rispose ingenuamente il Centofanti, io ho qualche
dubbio sull’immortalità dell’anima.
— Andate fuori.... dai piedi! urlò allora il Niccolini; fuori dai....
piedi, razza d’ipocriti e di falsi! E non mi venite più innanzi!
— Eh, via! disse il Capponi: tu ghibellino e noi guelfi, ma rimarremo
sempre amici.
— Mai più! Mai più!
Il Niccolini, in preda a un vero parossismo, colla bava alla bocca,
sputava alle spalle dei due che si allontanavano, e sbatacchiògli
l’uscio quasi addosso.
Questo si dice. E se non è la verità, sarebbe stato bene trovare nelle
pagine del Tabarrini la vera versione.
Ma io mi fermo su cose piccole e il soggetto è pieno di grandezza,
di grandezza morale soprattutto. Giacchè io opini che di Gino Capponi
sopravviverà nell’avvenire la figura e il carattere, ma nessuno degli
scritti, o soltanto poche pagine e alcuni pensieri staccati pieni di
profondità. Tra questi ne scelgo due di natura diversa come suggello
del mio articolo:
«Per molti, uccidere i minori affetti a benefizio d’una passione sola,
è porre ordine nella vita. Nel nostro animo le più volte accade come
nelle città divise; dei più violenti è la vittoria, e quando hanno
oppresso i deboli, dicono di avervi recato pace.»
«Quella sentenza del Macchiavelli, che vuole si riconducano le cose ai
loro principii, io non la seppi mai bene comprendere. Nemmeno Dio può
ricondurvele, perchè non può fare che tra esso e noi quello che è stato
non sia stato.»
Intanto rifletto che anche i giudizii estremi han sempre qualche cosa
di vero: Quel mio giovane amico, se pensava stortamente del Capponi
come uomo, non aveva poi molto torto riguardo al Capponi scrittore.