Dal 1865 al 1870 la _giovine letteratura torinese_, com’allora la
chiamavano, ebbe un centro di riunione in quel Circolo che poi prese
il nome di _Dante Alighieri_. Nato modestamente per opera di Baldassare
Cerri, non ancora direttore della _Gazzetta del popolo_, del Maisa ora
console d’Italia in Alessandria d’Egitto, del Sacchetti e del Galateo,
giovanissimi e addottorati di fresco, i quali già mostravano voler
essere più amanti dell’arte che della gloria avvocatesca, nel 1869 il
Circolo s’era ingrandito, aveva preso un nome e teneva le sue pubbliche
sedute nella sala dell’anfiteatro clinico di San Francesco di Paola.
Vi si facevano delle letture, vi si discutevano appassionatamente e
liberamente le cose lette. Il Giacosa vi presentava al pubblico i suoi
primi lavori. Il Camerana vi declamava, colla sua voce sepolcrale e,
direi quasi, pittoresca, quegli stupendi paesaggi in versi che tutti
i suoi amici rammentano con ammirazione profonda; il Termidoro vi
osava una fiera apologia del suicidio; il Faldella e il Galateo vi
difendevano con entusiasmo giovanile i meschini romanzi del Garibaldi,
il Sacchetti vi ragionava così nebulosamente d’estetica trascendentale
che, mi disse una volta ridendo, dopo due giorni lui stesso non capiva
più nulla del suo scritto. Chiuse le discussioni, si votava, per
alzata e seduta. L’immortalità dell’anima vi fu ammessa con notevole
maggioranza. L’esistenza di Dio passò a mala pena per tre o quattro
voti.
Il pubblico accorreva numerosissimo (lo spettacolo era gratuito)
e applaudiva fragorosamente i varii oratori. C’era la doppia
attrattiva della giovinezza e dell’ingegno. Infatti vi si profondeva
lo spirito, l’entusiasmo, la fede cieca ed assoluta nelle grandi
idee, l’ammirazione per ogni cosa bella, l’avida curiosità per ogni
cosa nuova. Palestra senza sussiego, la società letteraria _Dante
Alighieri_ riuscì una vera scuola per quanti vi presero parte. Molte
manifestazioni, molte evoluzioni di veri ingegni ebbero origine lì. I
suoi soci, dopo poco tempo, si dispersero di qua e di là, spinti dalle
liete o dalle tristi esigenze della vita; diventarono commediografi,
giornalisti, romanzieri, consiglieri provinciali, avvocati, alti
impiegati ferroviarii, dottori, dilettanti d’ogni cosa, anche
farmacisti o semplici borghesi; ma nessun di loro ha dimenticato la
_Dante_, ma tutti confessano volentieri che qualcosa sopravvive in essi
di quella continua comunione d’idee e di sentimenti, di quelle ardite
avvisaglie del pensiero e dell’arte nelle quali s’esercitarono le prime
forze del loro ingegno.
Quest’influenza s’è incarnata, ha preso corpo. V’è un nome ch’essi
pronunziano con una specie di riverente ammirazione mista a un
rimpianto severo. La morte ha circondato d’un’aureola di mito la strana
figura di quel giovane che pareva avesse nella mente un intiero mondo
di creazioni sublimi, non scrisse mai un sol rigo, e intanto impresse
tale orma di sè in tutte le menti dei suoi amici da sembrare li
perseguiti con qualcosa di simile al fascino o all’ossessione anche dal
regno delle ombre.
Fu un infelice sin da bambino. Sua madre (non è invenzione di
romanziere realista) amò più un cane che lui! Un giorno, tornando a
casa tutto contento d’esser riuscito il _secondo_ della classe, egli
aveva montato le scale così frettolosamente da perdervi il fiato: non
gli pareva vero di poter annunziare alla mamma il suo gran successo. In
casa c’era lutto; un silenzio d’ospedale, una mezza oscurità: la mamma
seduta in un angolo immersa nel dolore.
— Che cosa è stato? domandò il bimbo tremando come una foglia.
— Ah! il cane ha la tosse! risponde la mamma fra uno scoppio di pianto.
Il giovinetto divenne un cattivo scolare, un terribile spauracchio
di professori e di colleghi. Poi rinsavì quasi ad un tratto. Sentì
bollirsi nella mente una folla d’imagini, sentì nel cuore un’esuberanza
d’affetti. Drammi, commedie, tragedie, poemi, tutte le possibilità e le
impossibilità letterarie gli si presentarono innanzi, lo sedussero, lo
tennero occupato da mattina a sera con un’incubazione interminabile:
serie di capolavori che si seguivano, s’accavalcavano, s’annullavano
perpetuamente nella sua fantasia per ricominciare da capo la loro
abbarbagliante apparizione. Da tutto questo tramestìo, ridottosi
infine ad una suprema impotenza, scaturiva intanto una aspirazione
elevatissima, uno sdegno delle cose comuni, delle trivialità, e
una vera intuizione dei larghi orizzonti dell’arte moderna che si
rivelavano nelle sue frasi sdegnose, incisive, assiomatiche, o nelle
sue spallate.
A ventidue anni era un bel giovane, alto, aitante della persona, occhi
neri e profondi, fisonomia severa ma simpaticissima. Fattosi consegnare
dalla mamma la sua eredità paterna, un ottantamila franchi, s’immerse
nella vita pazzamente, da gran signore, da gran sibarita, da artista,
ma anche da uomo di cuore e da eroe. Ridotta, in un par d’anni, la
sua fortuna a poca cosa, egli partiva per l’America, sognando di
rifarla col commercio. Ma dopo alcuni mesi ritornava in Italia. «Aveva
fatto l’ostetrico sopra un bastimento a vela, aveva portato colle sue
braccia damigiane di petrolio, ricevute mance da facchino, e accordati
pianoforti a Buenos Ayres.». A chi gli domandava notizie dei suoi
lavori, rispondeva: «aver ottenuto dalla cortesia d’un macchinista il
favore d’abbruciare i suoi manoscritti letterarii, i suoi lunghi studii
nel fornello d’una locomotiva a vapore.»
Visse alla meglio, ruminando il capolavoro che non cominciava mai a
scrivere, aspro colla famiglia contesagli da un cane, colla società che
non gli dava due uova al tegamino ogni giorno, con sè stesso perchè
pieno di tanta alterigia e di tanta miseria. La coscienza della sua
superiorità gli faceva sprezzare tutte le forme sociali. Domandava ad
imprestito dagli amici, come se quegl’imprestiti gli fossero dovuti.
Stancò la pazienza ed anco l’affetto di tutti: stancò sè stesso. Il
giovine elegante, l’artista che aveva orrore del triviale, del sudicio,
era diventato un uomo irriconoscibile. «Portava in testa un cappellone
polveroso con la visiera dura per le pioggie ricevute e lurida per
l’unto che vi s’era appastato. Portava addosso un pastrano da inverno
in immediato contatto con la camicia che era dello scuro più laido, un
pastrano giallo come il mantello di certi cani levrieri, con strappi ed
altre macchie indelebili. Aveva la barba lunga e squallida, le occhiaie
livide: era scarno come un crocifisso; aveva le ugne orlate di velluto
nero, come un prete del Porta.» Trovò finalmente il misero impiego di
distributore di libri nella biblioteca Nazionale di Firenze. Rifinito
di tante sofferenze fisiche e morali, tentò d’afferrarsi alla fin fine
all’àncora salvatrice della famiglia: ma la sua mamma fu dura peggio di
prima. Allora si lasciò andare: tutto crollò dentro di lui, anche la
sua splendida intelligenza, e una mattina venne trovato morto di fame
nella sua fredda e misera cameretta. La mamma, allo annunzio, corse
subito da un notaio per rinunziare l’eredità... dei debiti alimentari
del figlio!
«Egli aveva tutti gli ideali, anche quelli della virtù casalinga.
Creduto uno scioperato qualsiasi dai suoi più cari, di lui
inconsapevoli o incapaci di capirlo, egli, fabbricatasi con il più
tormentoso lavoro cerebrale la sua gelosa utopia letteraria, forse
un giorno le avrebbe dato fuoco, solo per irradiarne l’altare di sua
famiglia... Benchè finito misero e oscuro, — noi dobbiamo altamente
asserirlo, dice il Faldella — egli fu grandissima parte del nuovo
gruppo letterario di giovani piemontesi, i quali gli devono quasi tutti
moltissimo, avendo ricevuto e trasfuso nei loro lavori qualche lembo di
quella poderosa natura artistica, senza che certamente abbiano saputo
esprimere nulla com’egli avrebbe voluto e avrebbe saputo.»
Doveva proprio esserci qualcosa di grande in quella testa e in quel
cuore se ne durano ancora le vibrazioni nello spirito dei suoi amici,
se la sua figura s’impone alla loro imaginazione, s’irradia, si
sviluppa, si sminuzza in tutte le loro creazioni artistiche con una
prodigalità che fa stupore.
Mi limito a due soli esempi.
_Riccardo il tiranno_ del Sacchetti è uno schizzo di lui buttato giù
con due tratti di penna.
Nel _Cesare Mariani_ dello stesso Sacchetti, Giorgio Murena, un
personaggio secondario, è un altro riflesso di lui.
«Gli venne incontro, lo salutò con esagerata e ruvida cordialità e gli
disse: — Ho visto le prove del vostro romanzo — vi ha del talento che
ammiro, — ma sono franco, non lo credo un lavoro serio, — non ci trovo
un concetto robusto; voi vi perdete nei sogni, nel misticismo, mentre
avete attorno a voi la grande quistione sociale. — Voi romanzieri avete
l’obbligo di darvene pensiero: l’arte è una leva.
«Poi scotendo la testa con atto di superbo rammarico, soggiunse:
— capisco, voi seguite il gusto e la moda, perchè questi danno il
successo e il guadagno, — il guadagno, il sozzo corruttore di tutte le
grandi idee! — »[5].
Un giorno il Murena si mise in capo che un suo amico era un genio
miracoloso e che doveva partorire un capolavoro. Lo condusse in una
casa di campagna e ve lo tenne chiuso parecchie settimane affidato alla
custodia di un contadino sordo e scimunito. Poco cibo, molto caffè,
tutti i libri necessarii: il capolavoro doveva venir fuori ad ogni
costo con questo inesorabile regime. Invece ci mancò poco che il povero
diavolo lì rinchiuso non ammattisse addirittura. L’aneddoto è vero.
Il Sacchetti non ha fatto altro che prestarlo al personaggio del suo
romanzo. L’autore di quella strana prigionia era stato anche _lui_.
Sfogliate le _Figurine_ del Faldella; vi fa capolino qua e là. Il conte
Oscar della _Gentilina_, l’ironico maestro di scuola della stupenda
_Vita nell’aja_, un po’ anche _Lord Spleen_, sono tutti brulichii
luminosi di quella strana personalità.
Sfogliate le _Conquiste_ del medesimo autore; e rimpetto a quella
Fiorina, forse un ricordo troppo personale dello scrittore, troverete
in Gaudenzio altri bagliori di _lui_. «Sentite, canaglia di amici,
sentite?» C’è il suono della sua voce. E nel _Male dell’Arte_: «Com’è
tormentoso il sentimento dell’impotenza artistica! Sentire dentro
di noi un formicolìo di concetti e di fremiti che forano come aghi e
vogliono spuntare da tutti i pori; avere la convinzione che soltanto
sfregacciando il nostro naso sulla carta o sulla tela debba uscirne un
capolavoro; e poi quelle idee e quelle sensazioni che ci parevano così
vive e così roventi dentro di noi, una volta travasate e ridotte sulla
carta o sulla tela, eccole lì flosce e frigide come cadaveri di bruchi
lanciati stramazzoni sulla strada da un temporale....»
Finalmente ecco nelle _Rovine_ il ritratto intiero, una biografia
ampia, quasi completa, alla quale manca poco più del vero nome del
protagonista per potersi dire completa affatto. Sembra che il Faldella
abbia cercato di svincolarsi tutto ad una volta dall’assorbente
influenza di quell’incubo possente; ma forse non v’è riuscito. Si
capisce ci sian dei tratti di quell’ammaliante fisonomia ancora
rimasti nell’ombra. Si vorrebbe sapere qualcosa di più delle intime
lotte, dei giganteschi progetti che s’agitavano dietro quella fronte
luminosa, come un mare in tempesta. La sua malìa, la sua forza
magnetica veniva appunto dal di dentro, da quel caos d’imagini e di
idee che mostrava le apparenze d’un genio creatore e aveva la impotenza
dell’ennuco. Su questo punto il Faldella si contenta di accennare.
Ma che belle pagine, massime verso la fine! Che emozione sincera in
quella lettera di Pinotto alla mamma, quando per intenerirla le parla
del cane dell’usciere presso cui è ricevuto per carità! «Mi sento
rinato, massimamente perchè penso a te, perchè fondo tutte le mie
speranze sopra di te...., Ha poi un cane l’usciere, un cane che è una
meraviglia. Si chiama Fido e non usurpa il suo nome. Vorrei che tu lo
vedessi, mamma! È un grosso barbone, bianco come la giuncata. Va lui
in piazza con la sporta fra i denti, e pare dica ai passeggeri come
Napoleone I colla corona di ferro: Guai a chi me la tocca!... Vedi,
mamma, se son diventato buono. Mi sono persino riconciliato con i
cani!...»
Che belle pagine, ripeto, specie quelle che seguono questa lettera
e descrivono gli ultimi giorni della infelicissima vita di Pinotto!
Anche la forma è più piana, più semplice, senza esser meno efficace
dell’ordinario.
La forma del Faldella ha un carattere tutto suo. Vi predomina una
certa stranezza ruvida che colpisce, anche quando non piace. Colorita,
immaginosa, si serve di tutti i mezzi per rendere il suo concetto il
più sinceramente che può; spesso l’arcaismo è per essa un mero affar
di tavolozza. La stessa cosa può dirsi dell’imagine che il Faldella
vuol nuova, stridente, rumorosa, insomma tale che faccia l’effetto di
qualcosa che scoppi, di qualcosa che abbagli. Ma non di rado gli manca
la misura e vi si sente lo sforzo, un gran nemico dell’arte.
Senza dubbio egli ha un’originalità di umore e di tenerezza simpatica
assai (in questo volume _Degna di morire_ è una cosettina soave,
pregna di poesia); ed è frequente il caso che il suo bizzarro concetto
prenda la forma più schietta e si riveli quasi trionfalmente con una
_crânerie_ proprio artistica.
Ma io mi riserbo di fare un completo studio sul Faldella, appena verrà
fuori il suo _Viaggio a Roma senza vedere il Papa_ già annunziato dal
Casanova.
Ricorderò un aneddoto che qualifica bene la sua naturale ironia e
quell’amore ad ogni costo dell’immagine che colpisce.
Erano i più bei giorni della _Dante_. Il Garibaldi aveva pubblicato
quei suoi romanzi politici che la stampa deplorava come dei veri
delitti di lesa letteratura. Il Faldella volle difenderli, più illuso
dal miraggio rettorico del patriottismo, che convinto dell’eccellenza
artistica di quei zibaldoni. Allora egli usciva da un bagno di
filologia, come direbbe il Carducci, e il suo scritto zeppo di tutte
le frasi, di tutti i vocaboli più arcaici del 400 e del 500 suonò
declamato solennemente per la sala dell’anfiteatro. Secondo lui,
innanzi a quei lavori del Garibaldi il pubblico non aveva altro diritto
che l’ammirazione.
— Signori, egli conchiuse, quando Garibaldi entrò in Napoli una folla
immensa si era accalcata sotto il palazzo d’Ancri applaudendo il
dittatore, chiamandolo ad alte grida per rivederlo al balcone colla sua
camicia rossa. Il generale non compariva: le grida si accrescevano, il
frastuono diventava immenso. A un tratto, invece di Garibaldi, ecco il
Medici.
— Il generale dorme, egli disse alla folla.
E la folla riverente, commossa, si disperse in punta di piedi.
Signori, rimpetto ai romanzi di Garibaldi anche il pubblico deve
disperdersi in punta di piedi! —
Non guarantisco le parole, ma il senso era questo. L’imagine si
rivoltava, come la mula del medico; e l’ironia scaturiva da essa
incosciente, malgrado di lui. Al Faldella quest’incoscienza dell’ironia
accade tutt’ora. È una delle sue forze.