In una sera d’autunno egli sedeva lungo la riva del mare, in uno di

quei piccoli seni deliziosi che formano qua e là le acque incavando

le rupi che le cingono, e contemplava il tramonto del sole dietro

le scogliere addentellate di Lacco, quando una barca venne a passare

all’improvviso rasente la spiaggia. Una donna attempata sedeva a prora

leggendo, e poco lungi da lei, una giovane bellissima stava silenziosa

meditando, cogli occhi rivolti al cielo in atto di abbandono e di

rapimento, mentre una mano che cadevale giù come morta pel fianco della

barca, sfiorava colle dita bianchissime le onde che la cingevano come

d’un mobile smaniglio di perle e di argento. Una vela candidissima

gonfia dal vento, quella luce di paradiso che si riflette dal sole

nelle onde nell’ora del tramonto, e che le onde riversano a torrenti

sulle rive, componevano il fondo di quel quadro maraviglioso, che passò

e sparve dinanzi agli occhi del giovine, come una creazione istantanea

della sua fantasia, come la celeste visione di un sogno. — Quella donna

non aveva veduto Bouvard, ma lo aveva guardato, — lo aveva lungamente

guardato; — i suoi occhi fissi ed immobili parevano versare in lui

quei sentimenti che forse nasceano dal pensiero di un essere lontano

ed amato, — parevano dirigergli quelle aspirazioni che erano tutte

pel cielo e che la fanciulla avrebbe indarno tentato di rivelare alla

terra.

Bouvard sapeva di non poter essere amato, ma troppo grande era ancora

in lui la fede del sacrificio nella donna, perchè non credesse di

poterlo essere per compassione. Una seduzione credeva egli esistere

in lui, quella della sventura, ed egli vi attribuiva l’onnipotenza

della bellezza. No, egli non è vero che l’amore inspirato dalla

compassione possa generare l’avvilimento in chi lo riceve: ella è la

più orgogliosa, la più nobile e la più durevole delle passioni, forse

l’unica che il cielo benedice, e che non si spegne che colla vita,

perchè soltanto colla vita si spegne la sventura che l’ha generata.

Bouvard attribuì a sè quello sguardo. «Ella mi ama, egli disse, ella ha

indovinato che io soffro. E potrebbe egli, quel viso di angelo, mentire

un sentimento che non fosse di pietà e di tenerezza? Potrebbe ella

amare un felice?... la felicità petulante, scherzevole, menzognera!»...

E poi egli aveva veduto altre volte quella donna, l’aveva veduta

ne’ suoi sogni, ogni notte, da diciasette anni: — era il genio

fantastico della sua arte, la creazione severa della sua musica, l’ente

concretizzato, vivo, sensibile, palpitante, che egli si era composto

nell’estasi delle sue melodie e delle sue meditazioni.

E invero ciascuno di noi si crea fino dai primi anni della vita

l’ideale della donna che vorrebbe amare, ciascuno di noi crede che

esista un’anima sorella, le cui sembianze, le cui aspirazioni ci sono

note, e verso la quale ci sentiamo attratti, nostro malgrado, per tutta

la vita. Quell’amore che si strugge da sè senza posarsi, non è che

l’incognita attrazione di un essere che la lontananza, che la società

e la fortuna ci contendono; e spesso si vaga di amore in amore senza

raggiungerlo, sempre ansiosi e sempre insoddisfatti, amanti sempre, e

senza mai amare, portando seco fino alla tomba quel vuoto tremendo che

i mille affetti passeggieri dell’esistenza non hanno avuto potere di

riempiere.

Quando Bouvard si avvide della sua passione, provò come uno

sbigottimento, come una voluttà che sentiva del dolore, come una nuova

intuizione della vita, a cui si accoppiava il presagio lontano di

quelle sventure che il cielo gli aveva destinate con quell’affetto.

Quella donna era sparita: l’avrebbe egli riveduta? E dove? E quando?

E rivedendola, si sarebbe ella risovvenuta di lui? l’avrebbe amato?

Quell’intervallo di tempo non avrebbe modificato il sentimento di pietà

e di amore che il giovine aveva creduto di leggere nei di lei occhi?

Oh! quell’istante in cui l’amore si rivela per la prima volta ad

un’anima, è il momento più solenne della vita. E qual’è quell’uomo

che può averlo dimenticato? Per quanto numerose sieno state le

nostre passioni, per quanto indegne di noi, nessuno potrà mai obliare

quell’istante in cui conobbe per la prima volta di amare. È lo svelarsi

di questo sentimento che segna il principio della vita morale di

ciascun uomo.

Non accenneremo ai cambiamenti avvenuti nelle abitudini e nel carattere

di Bouvard dopo quel giorno. Egli passò tre mesi senza rivederla: aveva

corse e ricorse tutte le vie di Napoli come un demente, era stato a

tutti i teatri, aveva frequentati tutti i centri di riunioni, senza

avere indizio alcuno di lei e senza quasi sperare di rinvenirla, quando

un mattino la rivide in una carrozza elegante che attraversava la via

di Chiaja, verso la Villa. — Bouvard non ebbe il tempo di meditare

al partito più conveniente cui poteva appigliarsi per raggiungerla:

— trascinato da una forza irresistibile l’insegue alla corsa,... si

affatica,... resiste... le sta al paro per lungo tempo: — ma già il

suo ardore si scema, — le sue forze lo abbandonano, ed egli si arresta

sfinito sulla via. Passò un altro mese: — la rivide una seconda volta,

e collo stesso esito, — la rivide una terza e ahimè! pure indarno;

ma i suoi sforzi furono finalmente coronati: — egli giunge un giorno

a seguirla fino alla sua dimora. — Egli conosce finalmente il suo

soggiorno, il suo nido, quel punto invidiato della terra su cui vive

una donna adorata... oh! gioia! — osa chiedere di lei: — si chiama

Giulia — non ha che diciasette anni, è fanciulla, è ricca, è felice,

e il suo cuore è puro come la sua anima, è libero come la luce che lo

circonda.

Da quel giorno Bouvard divenne audace: ardì sperare di essere

amato, ardì meditare di palesarle la sua passione, e di affrettarne

l’opportunità col prestigio della sua arte e della sua fama. Non andò a

lungo che per esse furono superati quegli ostacoli che gli contendevano

di avvicinarla, e giunse finalmente quell’istante sì ardentemente

anelato, in cui avrebbe potuto inebriarsi della sua vista, e leggere

con sicurezza nelle pagine ignorate del suo destino.

Giulia apparteneva ad una famiglia patrizia, presso la quale

convenivano il fiore dell’aristocrazia, e le celebrità più elette nel

campo dell’arte e della scienza. Fu ad una di quelle serate artistiche

che Bouvard venne invitato: egli vi fu accolto con gioia, udito con

trasporto, applaudito con frenetici entusiasmi... ma, oh Dio! era essa

ancora quella Giulia che egli aveva veduto la prima volta dalla riva

del mare nell’ora melanconica del tramonto?... quella fanciulla sì

bella, sì dolce, sì compassionevole, quell’essere gentile e pensieroso

che gli era apparso come una visione di cielo nelle ore tremende del

suo sconforto! Colei, quell’angelo, quella fanciulla adorata, non era

più che una donna comune, lieta, incurevole, folleggiante, sorridente a

tutti quegli esseri fatui e leggiadri che se ne contendevano l’affetto;

— una creatura della società e del piacere, ricca di gioventù e di

bellezza, baldanzosa perchè felice, e felice perchè troppo insensibile,

troppo esente da quella infermità di mente e di cuore, che ci rende

pietosi a tutti i mali della società, ovunque sieno sentiti, e ci

costringe a dividerli.

Forse Bouvard non si era ingannato credendo che la fanciulla lo avesse

riconosciuto, e avesse riso del suo affetto e della sua deformità. Il

contegno di Giulia sentiva troppo della derisione e della noncuranza,

perchè egli potesse almeno lusingarsi di non aver tradito il suo

segreto... quel segreto sì dolce, sì caro, sì lungamente vagheggiato

e la cui rivelazione lo opprimeva ora di rossore e di avvilimento.

E infatti quel giovine che aveva inseguito come un insensato la sua

carrozza, che le aveva prostituita la sua dignità e il suo orgoglio,

che aveva preteso in sì strana guisa e con sì strana insistenza al

suo cuore, era lì muto, umiliato, tacitamente deriso... E che era egli

per Giulia?... lui... quell’artista quasi ignorato, perchè sdegnoso di

ammirazione, quel povero fanciullo della Savoja, quel giovine timido,

sofferente, deforme?

Bouvard comprese troppo tardi come un acciecamento fatale lo avesse

lusingato di un affetto che la sua deformità gli rendeva impossibile

d’inspirare. La sua deformità... essa sola, — sempre essa... quella

inesorabile condanna, quella terribile distinzione, quel marchio

indelebile della natura, che nè l’arte, nè il cuore, nè l’ingegno

avevano avuto potere di distruggere. Un orribile desiderio balenò

allora attraversò alla sua mente, — il desiderio di una deformità

più mostruosa, di una bruttezza sì spaventevole, che, spingendo gli

uomini a rifuggirne, avesse potuto saziare in lui l’avidità ineffabile

dell’odio, quella nascente avidità, che aveva già surrogato nel suo

animo la prima e nobile aspirazione dell’amore.

Tale è la vicenda degli affetti, e quelli soltanto che furono miti

e volgari si spengono soventi nell’apatia: ma niuna via di mezzo è

concessa alle grandi passioni, e l’odio e l’amore che ne segnano i

due punti culminanti, si alternano nella pienezza del loro vigore

senza mescersi e senza arrestarsi. Egli è tuttora mal deciso quale sia

veramente la più nobile e la più giusta di queste due passioni, poichè

l’una ci viene dal cielo e l’altra dalla terra, e l’una predomina nella

società e l’altra nella vita privata, ma egli è ben certo che nella

maggior parte degli uomini, è l’odio soltanto che finisce per riempiere

quel vuoto, che non ha potuto riempiere l’amore.

Noi non diremo che Bouvard odiasse: — la sua vita avvenire non offrì

circostanze sì palesi da poterlo asserire con sicurezza; forse lo

aveva solamente desiderato, e ciò è desolante nella nostra natura, che

i buoni desiderino sempre indarno di diventare malvagi, e i malvagi

buoni. Si muore egli dunque quali si è nati? E che è questa fatale

predestinazione che la nostra volontà non ha potere di distruggere?

Bouvard amava ancora Giulia: — per una strana contraddizione dell’anima

umana, per la potenza irresistibile che il bello esercitava sopra di

lui, egli amava ancora quella fanciulla; — ma non era più la Giulia

ideale, la creatura celeste, pensante, amorevole de’ suoi sogni; — egli

amava una donna, una donna viva, folleggiante, voluttuosa, l’immagine

palpitante della gioia e del godimento. — E perchè avrebbe egli dovuto

odiarla? Per quale diritto aveva egli osato pretendere al sacrificio

della sua beltà e del suo cuore? Se l’idea di tale sacrificio, se il

sentimento dell’amore nobile e disinteressato, dell’affetto isolato

dalla materia, possono essere concepiti sulla terra, essi non sono

punto della terra, e spesso lo svelarsi di questa verità rigetta per

sempre nel fango quelle anime delicate e sensibili che vi avevano una

volta creduto.

La vita di Bouvard si ravvolse da quel giorno in un mistero così

imperscrutabile, che noi non potremmo accennare, neppure per

supposizione, ai mutamenti avvenuti nel suo spirito e nel suo cuore.

Non fu che l’ultimo istante della sua esistenza, che gettò una luce

incerta e tetra sul suo passato, e rannodò in qualche guisa le fila

spezzate e disperse del suo destino. Ove egli abbia vissuto e in

qual modo, — ove esulato, si ignora. Sparve nella pienezza della sua

gioventù e della sua gloria; — il suo soggiorno fu rinvenuto deserto,

i suoi specchi infranti, distrutto ogni oggetto che aveva potuto

riflettere a’ suoi occhi la sua immagine: — ogni traccia che egli

aveva lasciata di sè, accusava l’esaltazione della sua mente, e qualche

proposito irremovibile e disperato.

Noi non lo rivedremo più che nell’ultimo giorno della sua vita.

Quattro anni dopo quest’ultimo avvenimento, — in un mattino profumato

di maggio, nella stagione che invita la natura all’amore, — si ornavano

di gramaglie le porte di un sontuoso palazzo... Giulia, la ricca, la

nobile, la leggiadra patrizia era morta, — morta alla vigilia delle

sue nozze; involata alla terra da una malattia improvvisa e crudele, in

tutta la pienezza de’ suoi inganni e della sua fede, in tutto il vigore

della sua gioventù e della sua bellezza.

Allora da una piccola finestra di una soffitta in una casa di fronte,

si affacciò una figura d’uomo, i cui lineamenti alterati dal dolore si

contrassero in un sorriso amaro e terribile. — Quell’uomo era Bouvard.

— Il pallore sepolcrale del suo volto, l’incolta abbondanza dei capelli

e della barba, lo sguardo immobile e lucido, quell’espressione tetra

e indefinibile di cui la sventura aveva velate le sue fattezze come

d’un velo funerario, rivelavano il segreto di quei patimenti intimi e

soprannaturali che intessono quaggiù molte vite, e che rifuggono sempre

dalla confidenza e dalla pubblicità, fieri e sdegnosi d’ogni umiliante

compassione e d’ogni conforto impossibile. E infatti, checchè egli

avesse sofferto rimase pur sempre un mistero. Amava egli ancora Giulia?

Non aveala obliata in quei quattro anni di separazione? Era egli sempre

vissuto presso di lei? Certo è ch’egli non abitava quella soffitta che

da due mesi, e che la povertà più desolante era venuta spesso in quei

giorni a visitare la sua modesta dimora d’artista.

Bouvard guardò, vide, lesse la funebre iscrizione, osservò il drappo

nero che ornava le porte della fanciulla defunta, lo osservò con

una muta indifferenza, senza affliggersi, senza stupirsi: — si

sarebbe detto che quella sciagura non gli si palesava inattesa, che

egli l’aveva preveduta, invocata, affrettata forse col desiderio.

Certo il cattivo genio di cui favoleggiano gli uomini non avrebbe

sorriso più tristamente, non avrebbe dimostrata una compiacenza più

malvagia e crudele. Il giovine rinchiuse la finestra preoccupato da

un pensiero insistente, da un’idea fissa, confortevole, lungamente

blandita. «Affrettiamo, egli disse, affrettiamo il momento anelato...

apparecchiamo per le mie nozze;» — e un istante dopo, gli ultimi arredi

della sua soffitta, i suoi libri, la sua musica, le ultime reliquie

della sua fortuna erano scomparse. Bouvard aveale mutate in oro e con

esso aveva acquistato dei fiori.

La stagione erane feconda. — La famiglia infinita dei giacinti, fiori

di gioventù e di primavera, le prime rose simbolo dell’amore nascente,

le gemme dell’arancio che intessono le corone delle fidanzate, le

stelle mobili del gelsomino che simboleggiano l’amore pudico, le

lavande che significano amore ardimentoso, le azzalee e le cardenie

fiori di passione e di sentimento, ornarono in sì grande quantità e con

tanta profusione di olezzi quell’umile soffitta del giovine, che la si

sarebbe creduta una di quelle dimore favolose, dove le fate attiravano

alle loro nozze la gioventù incauta e ardimentosa, destinata a perirvi

in un’ebbrezza di voluttà e di profumi.

Bouvard attese con una gioia sfrenata a questa strana trasformazione

della sua soffitta: — egli volle conoscere il linguaggio di ciascun

fiore, volle collocarli egli stesso, alternarli con dei veli azzuri

e rosati; e vi aggiunse, sorridendo tristamente, alcuni steli di

ramerino fiorito che esprimono l’amore corrisposto. — Centinaia di

lumi erano apparecchiati a versare torrenti di luce su quei veli e

su quegli strati enormi di fiori: — e come il giovine ebbe compiuto

i suoi apparecchi col più diligente mistero, si compiacque di quella

vista deliziosa e allettante, e disse con trasporto a sè stesso: «Ecco

apparecchiata la mia camera nuziale e la mia tomba ad un tempo...

la vita e la morte,... il gelo del sepolcro, e il fuoco dell’amore

sì lungamente represso;... certo non fu mai stretto sulla terra un

connubio più degno degli uomini, e la stessa divinità potrà forse

invidiarmi le mie nozze.»

Noi domandiamo esitando: era Bouvard colpevole? Il dolore non aveva

già alterato la sua ragione? quell’anima che fu un tempo sì pura, sì

candida, sì generosa, poteva essersi così miseramente trasformata?

poteva ella concepire nella piena lucidità della sua potenza un così

orrendo progetto? Noi non lo affermiamo. La sua natura dovea certamente

aver subìta una dolorosa modificazione: — la povertà, i disinganni,

lo scetticismo sociale, l’isolamento dovevano, senza alcun dubbio,

aver provocato in lui quella rivolta che ci trae a reagire contro la

divinità e contro noi stessi, ma la sua colpa non fu certamente che la

conseguenza d’uno sconvolgimento istantaneo della sua ragione. Il suo

delitto fu espiato dalla sua vita, e l’espiazione lo precedette; vi

fu in esso dell’amore, direi quasi del genio; — le fasi dell’esistenza

umana hanno poche pagine più sublimi, e le nostre passioni si elevarono

di rado ad una potenza più smisurata: — si può dire che l’ultimo giorno

di Bouvard fu il riassunto di tutta la sua vita.

Le notti nel mezzogiorno dell’Italia hanno in sè qualche cosa di

voluttuoso e di molle; — il cielo è più elevato, l’azzurro più

trasparente, le stelle più numerose e più lucide, — i fiori delle

magnolie caduche e dell’arancio che si schiudono due volte all’anno,

impregnano l’aria dei loro profumi delicati, e vi ha in essi qualche

cosa che gli altri fiori non hanno, vi si sente l’amore, vi si respira

la gioventù e l’abbandono. Ho domandato più volte a me stesso, perchè

il cielo abbia destinate quelle ore al riposo: ma forse la notte è

la scena più calma e più meravigliosa della natura per ciò solo che

è in essa che gli uomini amano. Oh la sublime epopea della notte! Io

vorrei conoscere se i morti conservano ancora sopra il loro giaciglio

di pietra una parte della loro vita morale; se quella polvere, —

poich’ella esiste, — ha la coscienza dell’esistere. Nella grande

oscurità che avvolge tutti i segreti della natura, io credo che nessuno

possa sorridere di questo pensiero: la superstizione ha pure i suoi

diritti, giacchè è dalle sue tenebre che uscirono in ogni tempo i

primi barlumi della verità e della luce. Ma avete voi mai passato una

notte in un cimitero? — Il silenzio vi è più tetro che in qualunque

altro punto della terra, e non per ciò vi sembrerà meno di sentire

qualche cosa che vive, che pensa, che si agita sotto di voi. — Certo

se i morti vivono, la debb’essere una vita di solenni meditazioni...

E come passano essi quelle lunghe notti d’inverno?... quegli anni

infiniti della loro muta esistenza?... Alla pioggia, al sole, alla

neve... Povere anime! — No, egli non è vero che la morte uguagli tutti

i destini; la ricchezza ha preparate le sale sepolcrali, e vi mantiene

ancora un raggio di quella luce, di cui essi erano così avidi nella

vita.

In una di quelle più splendide dimore fu collocata la salma di Giulia,

e la giovine riposa sopra il suo lenzuolo di gramaglia come in mezzo ai

veli del suo letto verginale. La sua bellezza ha nulla smarrito delle

sue seduzioni; un abito bianco, leggiero, quasi vaporoso, ricopre le

modeste sue forme; i suoi cappelli neri e disciolti sono trattenuti

sulla fronte da una corona di tuberose ancora fresche, le sue mani

bianchissime le cadono dai fianchi coll’abbandono soave del sonno,

e solamente i suoi piedi diritti e riuniti fanno fede dell’orrida

rigidità della morte.

Bouvard penetra in quel luogo colla gioja scolpita sul volto,

con quella trepidazione affannosa ma dolce che ci accompagna al

primo convegno colpevole della donna desiderata. Il ribrezzo non

lo trattiene, non frena la sua impazienza, non ammorza l’avidità

irresistibile della sua passione: — ma ogni indugio può essere fatale

al suo disegno, — è d’uopo affrettarne l’esecuzione; — il suo oro gli

ha procurato dei complici... egli invola il cadavere della fanciulla, e

pochi istanti dopo è lasciato solo con lei nella sua dimora solitaria e

segreta.

Allora il giovine la adagia con dolcezza sopra uno strato di fiori,

— poi s’inginocchia e la guarda... quell’abito candidissimo, quelle

lunghe trecce disciolte, quel corpo che si abbandona e quasi si affonda

coll’immobilità della morte in un letto profumato di verzura, — quella

luce abbagliante che vi tinge ogni oggetto del colore dell’oro e del

topazio, formano uno strano spettacolo che esalta e rapisce la mente

immaginosa di Bouvard. — Ma egli non ha ancora osato sollevare il velo

che nasconde il suo volto: — egli trema di quelle sembianze, teme che

la morte ne abbia già alterata la bellezza, paventa quello sguardo

fisso e severo che deve rinfacciargli colla sua terribile immobilità

il suo delitto. Mille pensieri si agitano allora nella sua anima

conturbata, il pensiero della sua vita sofferente, dell’inutile suo

amore, del suo genio infelice, di quell’abbandono di sè stesso che lo

trasse di giorno in giorno, sempre esitante, e sempre sfiduciato fino a

spegnere la sua vita in una colpa: — giacchè egli sente la prossimità

del suo fine, giacchè egli ha deciso irrevocabilmente di morire...

morire presso di lei, — presso di quella donna al cui fianco non ha

potuto trascorrere quell’esistenza avventurata e innocente che era

stata il suo sogno d’un istante.

A questo richiamo gli si affacciano tutte le memorie della prima

giovinezza, di quegli anni confidenti e felici, quando l’avidità

dell’ignoto gli dipingeva di mille colori vaghissimi le scene future

della sua vita: — quelle illusioni, quei sogni, quella fede balda

e sicura, — quel sorridere cortese della fortuna, — quell’amore

universale che avrebbe voluto spargere delle rose sulle teste di tutti

gli uomini, — quel vagheggiare un nido e una famiglia e perpetuare la

nostra esistenza in altri esseri nati da noi, — quell’ideare il bene e

compierlo, e prefiggerselo all’unico scopo della vita... aspirazioni

menzognere e crudeli! Nulla gli è rimasto di ciò: egli ha sofferto,

egli soffre, ecco tutto, ecco la sintesi delle sue speranze, — egli ha

dinanzi un cadavere, e l’ultimo de’ suoi giorni sta per compiersi con

un delitto. — Bouvard si commove e piange. — Vi ha in quel periodo di

calma morale che precede la morte un istante di lucidità straordinaria

nel nostro intelletto, durante la quale si va svolgendo dinanzi ai

nostri occhi tutta la tela tenebrosa del nostro passato. Gioje, dolori,

predilezioni, memorie, affetti, colpe tutto ripassa dinanzi a noi,

tutto vi è evocato dalla inesorabile coscienza: e felici coloro le cui

rimembranze soavi e confortevoli non lasciano nulla a rammaricare della

vita!

Bouvard ha rivolto lo sguardo sul suo passato, e non vi ha scorto che

un deserto senza limiti, una landa senza oasi, senza acqua, senza

verzura, senza sorriso di cielo: — ventinove anni sono trascorsi,

ed egli non ha raccolto un solo di quei fiori di cui la natura fu

sì prodiga a tutti gli uomini; — egli non ha spiccato dall’albero

dell’esistenza che un solo frutto, un frutto amaro e velenoso, il

più crudele fra quanti ne maturino sui suoi rami — il frutto della

derisione.

A questo pensiero la mente del giovine; smarrita nell’abisso delle sue

rimembranze, ritorna d’improvviso a sè stesso, alla sua deformità, a

Giulia: — egli osserva quel corpo inanimato e leggiadro che gli sta

dinanzi, — quella creatura sì lungamente desiderata, — quella fanciulla

che fu un tempo sì bella, sì lieta, sì incurevole, il cui amore lo

avrebbe consumato nell’esuberanza della sua felicità, il cui odio lo ha

tratto invece per una ostinata potenza di volontà a sopravviverle.

E d’onde procede quello sgomento incomprensibile che ci arresta dinanzi

a un cadavere? Che è egli questo rispetto ipocrita e vano che ci trae

silenziosi e dimessi dinanzi a un mucchio di polvere che si dissolve?

Oh! la sfacciata impudenza che curva le ginocchia degli uomini

all’aspetto delle relique di un essere, di cui si è talora manomessa la

felicità, e avvelenata a mille riprese la vita!

Ma non è tale la posizione di Bouvard: egli solo ha sofferto, egli

è la vittima; egli vorrebbe elevarsi a giudice sopra di lei, ma un

interno convincimento gli dice che non gli anni misurano l’esistenza,

ma la felicità, la sola, la irrevocabile felicità ch’egli ha perduto: —

quella fanciulla è morta, ma fu felice; egli vive ma soffre, — egli non

le sopravvisse che per rimembrarlo.

L’anima del giovine si agita crudelmente a questo pensiero che lo

ripiomba ne’ suoi propositi di vendetta: — quel cadavere sembra

ora stargli dinanzi minaccioso... forse egli vede, egli sente; egli

sorride, egli si agita sotto il suo lenzuolo funerario... Bouvard si

rialza impetuoso, e strappa il velo che copre il viso della fanciulla.

— Dio! quale bellezza irresistibile! — E può il volto d’una defunta

essere ancora così bello? Un’espressione di calma celeste si diffonde

sulle sue sembianze, le guancie sono tuttora leggermente rosate; la

fronte candida e pura, le labbra e gli occhi socchiusi, l’epidermide

trasparente e bianchissima: — non vi ha nulla di spaventevole in

lei, nulla che possa essere più vago, più dolce, più allettante nella

vita... essa riposa, — essa dorme — come dormono i fanciulli a sette

anni, quando non si sognano che delle nubi, delle farfalle e degli

angeli... tutte cose che volano, volano, e vanno verso il cielo.

Amore nell'arte · 第 7 / 8 段