— Piccino mio, gli disse costui che pareva il più anziano, tu stai, a

quanto mi pare, guadagnando male il tuo pane con questa brutta marmotta

e con questo cattivo strumento, e sei pur molto giovane per andartene

così solo nel mondo: io ti darò bene un compagno, — eccoti qui il mio

amico Jeanin dal quale devo separarmi oggi stesso; egli è una persona

di distinzione e non ha che un piccolo difetto, una menda di nessuna

importanza per l’arte sua: è cieco da tutti e due gli occhi, ma ci vede

bene colla mente, e ci sente meglio colle orecchie, che non è già uno

stordito il mio amico Jeanin, e ti farà toccare delle buone monete col

suo violino. Veramente il tuo viso non mi fa troppo l’elogio di tua

madre, ma tu hai l’aria di un buon fanciullo, e il cielo ti sarà grato

se farai una buona compagnia al mio amico. Suvvia, sciogli subito il

laccio a questa tua marmotta scodata, chè non va bene il tentare la tua

fortuna con questa patente di povertà, — porgi la mano al tuo compagno,

e vattene alla buon’ora, chè io devo trovarmi per mezzo giorno sulla

via di Villaz, lungo il canale.

Bouvard considerò questo avvenimento come un favore straordinario

della fortuna, e gli parve pure che vi fosse qualche cosa di dolce

nella missione di carità e di amore che il cielo pareva affidargli

coll’alleanza inaspettata di quel cieco.

Egli non si era ingannato.

Sette anni dopo, si leggeva sui giornali di Ginevra:

«Bouvard il celebre suonatore di violino, darà questa sera un’accademia

musicale nel nostro teatro. L’ingegno straordinario di questo

giovane artista, e la fama universale che le precede, ci esimono

dall’aggiungere per lui alcuna parola di elogio e di raccomandazione.»

*

* *

Rivediamo ora Bouvard nella seconda fase della sua vita, — Bouvard,

non più il piccolo savoiardo, — ma l’uomo di mondo il giovane elegante,

l’artista straordinario.

Quali saranno ora le sue passioni, il suo cuore?

Il lago di Lemano giace calmo e tranquillo; il cielo è sereno e

stellato, e la luna si riflette nelle sue onde. È una di quelle notti

di silenzio, e di amore, in cui tutto ciò che vi ha nel creato si

agita e vive di questo sentimento. Che dice il susurro del vento che

increspa leggermente le acque? che dicono le acque al vento? — Perchè

le migliaja di foglie di quell’albero tremolano mormorando tra di loro?

La goccia di rugiada che discende dal cielo a collocarsi nel calice

vagheggiato del fiore, per quale attrazione ha saputo percorrere la

sua via verso di lui, nel vasto universo che l’ha creata? Porgiamo

attenzione a questo linguaggio degli enti sconosciuto agli umani. Noi

v’intendiamo il bisbiglio dell’insetto che compie le sue nozze fra i

petali profumati della rosa; — il ronzio della farfalla notturna che

aleggia intorno alla sua compagna nel suo nido di foglie e di seta;

— la voce dello zeffiro che prepara la fecondazione misteriosa de’

fiori; — il fremito delle alghe che si curvano ad accarezzare le onde

fuggevoli del torrente; — il linguaggio segreto delle stelle, — il

mormorio degli steli e delle gemme, — i baci delle fronde, — i numeri

infiniti che svelano nella natura il sentimento universale e prepotente

della vita, l’amore.

Ma quanti sono tra gli uomini che intendano questo linguaggio? E non

è l’uomo tra tutte le creature la sola che abbia spesso prostituito

l’amore e sagrificato sull’altare dell’egoismo questo celeste

sentimento? Non chiedete all’uomo dell’amore, non gliene domandate che

un’ombra, — un’ardita apparenza che finge, che asserisce, che giura....

Vi fu un tempo in cui gli uomini si amavano, prima che la famiglia,

fanciulla vergine e pura, toltasi dalle foreste e dalle capanne per

venirne a nozze colla società, non s’incontrasse per via coll’oro,

garzone petulante e avventuriere che le fece violenza; e da quello

sconcio nacque l’egoismo, mostro scellerato e insaziabile, che divora

gli affetti nati da lui stesso, come Saturno divorava un tempo i suoi

figliuoli.

Pure, a quella guisa che vediamo tra le cento braccia inaridite d’un

albero fulminato, sopravvivere talora un ramo solo e rivestirsi di

fiori così leggiadri, che mai quell’albero ne aveva dato di tali nella

pienezza della sua gioventù e della sua primavera: non altrimenti

l’amore sbandito dal seno dell’umanità, si è rifuggito nel petto di

pochi uomini che lo custodirono nel segreto del loro cuore. — Domandate

a costoro come si ami, — cosa si speri dall’amore, — domandate loro se

si può amare impunemente. — Oh! la gioventù è severa, e la società non

lo è meno nelle sue leggi.... evitate dunque la lotta, insozzate la

vostra anima, e gettatele ai piedi la vostra corona di rose, prima che

essa ve la strappi dal capo per collocarvi il suo serto di spine e di

cipresso.

Sulla superficie tranquilla del lago si culla leggermente una barca

abbandonata, — i due remi che le pendono dai fianchi imprimono nelle

onde due solchi paralleli d’argento che si riempiono, e si rinnovano

senza sparire e senza lasciare alcuna traccia di sè, — emblema della

vita. — Perocchè, chi crede che l’avvenire esista? chi crede che esista

il passato? Il presente soltanto esiste, ed è quel punto impercettibile

che li riunisce: il tempo è una catena che si snoda dall’abisso del

futuro, e si riaccoglie nella voragine del passato. Ma forse la parte

che sparve tornerà a ricomparire? — il serpente che si morde la coda.

— Chi sa se il tempo trascorso non ritorni colle sue circostanze di

luoghi e di avvenimenti? Le leggi che governano le evoluzioni degli

astri e dei mondi, perchè non governeranno altresì le evoluzioni del

tempo? Tutto parte da un solo principio di vita: piccoli mondi in un

gran mondo, piccole esistenze in una grande esistenza... oh, sì, —

il tempo ritorna, o l’eternità non sarebbe che un vaneggiamento dei

mortali. — E puossi concepire l’idea dell’eternità ove vi ha qualche

cosa che muore?

Forse sono tali i pensieri che agitano la mente di Bouvard seduto con

abbandono nella sua barca. — Bouvard così giovane, incomincia a provar

quella malattia di cuore che nasce dalle speranze deluse, e che si

alimenta nella solitudine degli affetti.

Le prime pagine del libro della vita contengono racconti deliziosi,

profezie e presagi di felicità senza fine, ma le pagine di mezzo ne

preparano al disinganno, le ultime alla rassegnazione; e spesso si

butta il libro, e non si vive che delle memorie di ciò che si lesse.

Bouvard ha fatto ciò che tutti gli infelici hanno fatto: — ha divorato

le prime pagine con isdegno, ed ora si riposa sconsolato a mezzo del

libro. Ma egli non le lesse, no, quelle pagine, le ha indovinate:

— egli non ha accelerato il suo disinganno, ma lo ha prevenuto, —

egli non ha trovato nei piaceri dell’esistenza che una prostituzione

indegna della nostra natura, un mondo fittizio che ci sfugge, e pure

ci accarezza, una menzogna che ci degrada e pure ci alimenta... Quale

è infatti l’epoca della vita che si rimpiange? Quali i giorni in cui

osammo chiamarci felici? La gioventù.... E pure l’età che l’ha seguita

ce ne ha fatto conoscere gli errori, ci ha snudato quel mondo apparente

e menzognero de’ suoi colori fatui e abbaglianti, ci ha mostrato la

vanità di quelle passioni, la piccolezza di quelle gioje, la nullità di

quei piaceri, il ridicolo di quelle aspirazioni, la sorgente crudele di

quei sogni, che ci promettevano godimenti infiniti nella vita virile.

Ma se noi abbiamo conosciuto quell’inganno a profitto della verità,

perchè oseremo rammaricarne?

Certo una condanna crudele pesa tuttavia sui nostri capi: — ovunque

l’albero della scienza dilata i suoi rami, e alletta gli uomini a

raccoglierne i frutti proibiti, sembra rinnovarsi la sentenza terribile

che il cielo fulminò sui nostri padri: ogni passo che l’umanità

ha fatto finora sulla via della verità e del progresso, ha segnato

un punto di allontanamento dalla via della sua felicità e del suo

perfezionamento morale. Avviene dell’individuo ciò che avviene delle

nazioni, avviene delle vite parziali ciò che avviene dell’esistenza

delle masse. La gioventù sfugge colle sue gioie a quegli uomini, cui

uno sviluppo precoce dell’intelligenza e l’abitudine fatale della

meditazione hanno svelato troppo presto la grande nullità della vita, e

insegnato che la verità è un fantasma nudo, che la nostra sola avidità

di raggiungerlo lo riveste di colori abbaglianti e di forme celesti, e

che non le rimane che un solo conforto disperato, — quello che ritrae

da sè stessa.

Bouvard non ha che diciannove anni, e già ha trasvolato collo sguardo

su tutto l’oceano tempestoso dell’esistenza: — egli vi scorge la

gloria, la fama, l’agiatezza, la vita elegante e fragorosa, tutte onde

clementi che sembrano assicurargli un posto tranquillo e sicuro; ma non

è là ch’egli desidera di riposarsi, egli vaneggia un altro lido lontano

e insperato.... oserà egli nominarlo? oserà dirlo a sè stesso? Bouvard

desidera un affetto, un affetto ardente come la sua anima, com’esso

infinito, un amore di cui saziarsi o morire.

Egli era nato per amare. — Vi sono delle vite che non furono mai che

una rivelazione continua, incessante di questo sentimento. — Bouvard

aveva amato prima sua madre, e con essa la sua capanna, i fiori e gli

uccelli delle sue montagne, poi la sua marmotta da cui si era diviso

con delle lacrime, poi il suo cieco compagno e i poveri villaggi della

Savoja che aveva percorso con esso.

Egli è a lui sopratutto, che aveva rivolto per molti anni le sue

cure pietose e il suo affetto. Quel vecchio gli aveva tenuto luogo

di un mondo: — vi aveva trovato la severa tenerezza del padre, e

la confidente espansione dell’amico. Il povero Jeanin era stato un

tempo un artista conosciuto, poi amareggiato dal livore dei cattivi,

poi ingratamente obliato, e aveva voluto fare di Bouvard un allievo

destinato a rivendicare il suo genio. Egli è altresì a quell’esempio

che il giovinetto aveva piegato il suo cuore ad una tenerezza infinita,

ad una sensibilità senza conforto, ad una generosità d’animo troppo

grande e troppo spesso vilipesa dagli uomini. Nelle loro peregrinazioni

per quelle campagne essi amavano talora di dormire nelle notti d’estate

a cielo scoperto, e d’inspirarsi alla musica della natura; — e se

entravano qualche volta nei villaggi, non era che per farvi intendere

quell’armonia che ne avevano attinta, come un’emanazione improvvisa del

loro genio, come un tributo dovuto a quegli uomini che li soccorrevano

nei bisogni della loro vita materiale. Compiuta la loro missione, essi

ritornavano ai loro campi, — e spesso Bouvard conduceva il suo compagno

ad assidersi lungo le rive dei torrenti, o in quei seni remoti delle

valli dove il vento agita continuamente le grandi foglie di cerri, e

dove erano molti usignuoli che cantavano nelle notti serene fino al

mattino.

«Vedi tu il sole? — gli domandava il vecchio qualche volta, — è egli

ancora così luminoso, come quando io lo vedeva nella mia fanciullezza?

Dammi la tua mano lascia ch’io tocchi il tuo viso e i tuoi capelli;

che io senta se le tue fattezze sono quali erano pure le mie in quel

tempo».

Fanciullo com’era, Bouvard dormiva la notte profondamente, e spesso

nel suo sonno l’udiva discorrere con sè stesso, o pregare. Una notte

l’intese suonare così dolcemente, che mai il giovane aveva udita

una musica così sublime: egli pensò che uno di quegli angeli di cui

gli aveva parlato una volta sua madre, fosse disceso ad apprendergli

quell’armonia che si doveva sentire soltanto nel cielo: — poi l’udì

gemere e mormorare alcune preghiere, poi non udì più nulla — Si destò

al mattino ch’egli dormiva ancora; — attese che si destasse, indugiando

egli, lo scosse..... era morto! Bouvard pianse alcuni giorni, poi

lo seppellì assieme col suo violino, sotto tre grandi alberi che

crescevano lì presso, lungo un torrente che metteva nel Rodano perchè,

avendogli egli detto che era del paese di Montelimart, pensò che le

acque ne avrebbero col tempo restituito il cadavere alla patria.

Fu un nuovo avvenire quello che si aperse allora al suo sguardo;

quantunque modesta, Bouvard aveva la coscenza del suo genio, egli

sentiva di essere artista, sentiva di poter dare saggio di sè in ben

altri luoghi che non fossero quei poveri villaggi della Savoia. La

speranza di rinvenire suo padre bagattelliere girovago nella Francia,

lo trasse quasi suo malgrado a quel paese. Entrò nel territorio della

Saona, suonò la prima volta a Bourg, poi a Macon, a Moulins, a Never;

riscosse ovunque degli applausi, ovunque destò l’ammirazione la più

insperata, a Melun gli furono gettate delle corone, e poichè egli

si trovava così vicino a Parigi, entrò in quella città, allettato da

quella vita fragorosa e felice nella quale anelava di lanciarsi.

Vi passò quattro anni; — il piccolo savojardo, il povero suonatore

di gironda, era divenuto un giovane elegante, un artista ricercato,

l’elemento morale di quelle grandi riunioni: l’eletta società si

contendeva Bouvard come il genio vivente dell’arte, come una di quelle

grandi individualità della scienza, di cui si ambisce la predilezione e

la stima.

Fu in quei grandi centri che egli aveva studiato gli uomini e più di

loro sè stesso. Egli avea bene veduto dovunque delle mani sporte a

stringere le sue, dovunque aveva ascoltato delle parole di omaggio,

egli s’era accostato alle labbra il veleno melato dell’adulazione; ma

di quell’esistenza fittizia pareva sdegnarsi la sua anima, e quando

volle un cuore, un cuore soltanto, conobbe che vi era un deserto

intorno a lui, che l’amicizia rifuggiva da quella vita apparente

e simulata, e che la sua deformità lo condannava all’isolamento

dell’amore.

Vi furono in tutti i tempi delle donne che sacrificarono la loro

fama alla bellezza disgiunta dal genio — nessuna che la sacrificasse

al genio disgiunto dalla bellezza. La donna, questa quintessenza di

polvere la più perfetta tra le opere della creazione, non nasconde

spesso sotto la maschera irritabile del pudore che le traccie più

delicate della sensualità. Nelle passioni di amore, l’uomo è quasi

sempre guidato nella sua scelta dalla virtù, la donna non lo è mai

che dall’avvenenza. Nessuna di loro ha confortato del suo affetto di

amante la vita di qualche grande sventurato: una tomba recente, — la

tomba dell’infelice Leopardi, — accusa in faccia all’umanità l’egoismo

sensuale della donna.

Bouvard si avvide troppo presto che egli non poteva sperare dell’amore,

e conobbe ad un tempo che questo bisogno si era talmente inviscerato

nella sua natura, che non avrebbe potuto attutirlo che colla morte.

Sdegnato di quella vita apata e clamorosa ove tutto si tributava

all’apparenza, pensò che la solitudine lo avrebbe collocato in maggiore

armonia con sè stesso, pensò che aveva ancora qualche cosa ad amare, le

sue memorie. Egli era quasi ricco; diede un addio alla vita pubblica,

partì inavvertito e venne pellegrinando alle sue montagne. Ma quivi

pure gli erano riserbate delle disillusioni inattese: tutto era mutato

nel campestre teatro della sua infanzia; le nevi disciolte avevano

fatto scoscendere qua e là gran parte di quelle rupi; i montanari

avevano recisa una foresta prediletta di pini dove veniva a riposarsi

nei giorni canicolari dell’agosto, poche pietre rimanevano della sua

capanna ove le lucertole verdi guizzavano ai raggi del sole, — e come

venne alla tomba del suo amico, trovò che il terreno smosso e inumidito

dalle acque, era tutto fiorito di quei ciclamini vermigli che crescono

sulle montagne, e ne raccolse alcuni che portò seco per tutta la vita,

come l’unica reliquia sopravvissuta al naufragio della sua felicità e

della sua giovinezza.

Fu su quella tomba che egli compose le più belle melodie che mai il

genio della musica avesse saputo inspirare, come un tributo alla santa

memoria dovuta di quell’uomo che gli aveva appresi i primi erudimenti

dell’arte, svelati i misteri più sublimi dell’armonia.

Ma come nessun uomo è capace di rimanere lungamente infelice, Bouvard

pensò che il soggiorno d’una grande città lo avrebbe distolto dalle sue

meditazioni sconfortanti, e quasi stordito e calmato nel suo dolore. La

fama della Nuova Eloisa, — il più bel libro d’amore che mai sia stato

scritto, — era ancora diffusa e fiorente tra la gioventù appassionata

di quei tempi; egli aveva divorato quelle pagine con una specie di

febbre e di delirio; la vita del grande socialista si approssimava

allora al suo tramonto, splendido e maestoso come uno di quegli astri

che si circondano di maggior luce prima d’involarsi alla vista degli

uomini. — Bouvard volle baciare quelle zolle che avevano data la vita a

Gian Giacomo, e venne a Ginevra.

Ecco come noi lo rivediamo in quella città, nel silenzio di una

notte stellata, solo, abbandonato sopra una barca in mezzo alle onde

tranquille del Lemano. Che fa? Che medita il giovane in quell’istante?

Vi sono dei periodi di effervescenza nello sviluppo dello spirito

umano, in cui l’anima si sublima, e si eleva ad una grandezza smisurata

non concepibile che a sè sola. Che è la parola perchè si attenti

a manifestare quegli slanci? Non sono che le piccole passioni, le

sensazioni inerenti alla materia quelle che la parola può esprimere:

ma ciascun uomo ha in sè qualche cosa che non rivela, che non può

rivelare; ciascun uomo è più grande di quanto lo appaia, di quanto

forse lo creda egli stesso. E che è ciò che noi chiamiamo genio, se non

la facoltà di concepire e di estrinsecare, con quanta maggior verità è

possibile, questa vita profondamente intima e spirituale dell’uomo?

Bouvard guarda le stelle, il cielo, la superficie immobile del lago,

i salici che si curvano sulle rive, i pesci che guizzano inseguendosi,

gli acari fosforescenti che scintillano nelle onde commosse dai remi;

e da questo spettacolo svariato attinge delle idee che egli sente, che

egli comprende, ma che non, saprebbe pure manifestare a sè stesso. È

il linguaggio arcano che vi ha tra noi e la natura, e che Iddio non ha

concesso all’uomo di esprimere.

Ma gli occhi del giovine si rivolgono con insistenza a quei lumi

lontani che appaiono sulle rive come tante scolte immobili nella

notte, a quelle ville disseminate lungo la spiaggia, a quelle finestre

socchiuse e illuminate che nascondono mille misteri di felicità e di

amore. Sotto ciascuno di quei tetti vi ha una famiglia, vi hanno dei

cuori che si amano, che sperano, che gioiscono, la cui esistenza non

è tutta tessuta di dolore... Oh! sentirsi nati ad amare, possedere un

cuore capace di amare un universo, e cercare indarno in questo deserto

della vita qualche cosa che risponda a questo appello incessante

dell’anima! — sempre indarno! — eternamente indarno! Bellezza, crudele

bellezza! — perchè fu concesso a te sola l’impero assoluto dell’amore?

perchè sei tu l’unica rivelazione, l’unica forma sensibile di questo

sentimento? — Perchè, esclama Bouvard, — perchè rinchiudere la mia

anima in questa creazione abortita dalla natura? Perchè darmi questo

profilo di Etiope, questo naso da Ottentotto, e questa bocca di

Lappone? Poteva la deformità rivestirmi di spoglie più ributtanti? Oh

la terribile condanna che associa al bello morale il brutto sensibile,

e lo destina a rivelarlo!

Dopo quella notte Bouvard si ammalò, risanò a stento, partì

improvvisamente da Ginevra e venne pellegrinando in Italia.

Vi passò tre anni: fu a Venezia, a Roma, a Firenze, e finalmente sostò

a Napoli, dove ricco di fama e di danaro, aveva determinato compiere la

sua carriera di artista nel mistero e nell’isolamento.

La più grande disillusione e la più inattesa lo aveva colpito in quegli

ultimi anni del suo trionfo: — egli si era sdegnato della sua arte. A

che crearsi con essa un mondo ideale e fantastico che la società gli

contendeva di raggiungere? a che accarezzare i suoi inganni, palliare

la sua sventura, eccitare la sua sensibilità, se gli era nota la vanità

di questi rimedii, e se l’orgoglio suo gl’imponeva con insistenza di

rifuggirne? A che profondere quei tesori di armonie, quelle esuberanze

dell’arte, ad una folla spensierata che lo copriva di oro, che lo

acclamava artista divino, ma a cui avrebbe chiesto indarno un solo

di quegli affetti che egli aveva eccitato con tanta potenza nei loro

cuori? Essi avevano ammirato in lui l’artista, non l’uomo, — il genio,

non il delicato sentire che l’accompagna, non l’ineffabile martirio

che lo sconta. — Il giovine si sentì prostrato, si sentì invaso da uno

scoraggiamento che indarno avrebbe tentato di superare: — vivere per sè

stesso e a sè stesso; — obliare, — odiare anche — fors’anche odiare;

giacchè l’odio può ben contendere la sua voluttà a quella dell’amore:

— ecco l’estrema risoluzione di Bouvard, ecco il conforto disperato che

si riprometteva da questo disegno.

Si ritrasse allora in una villa remota presso Posilipo, e visse lungo

tempo ignorato. Forse l’oblìo avrebbe cancellato per sempre il suo nome

dalle pagine della fama, se un avvenimento misterioso non ve lo avesse

segnato con caratteri indelebili, se una catastrofe di terrore non

avesse rischiarato d’una luce fosca e spaventevole il tramonto precoce

della sua vita.

Bouvard aveva venticinque anni e non aveva amato; aveva bensì

desiderato di amare, — aveva vagheggiato un affetto di donna come si

vagheggia l’affetto ideale di un angelo, — lo aveva chiesto al cielo

come un forsennato, avrebbe accettato una intera e lunga esistenza di

spasimo per un breve e fuggevole momento di amore. Oh! a venticinque

anni, l’amore non è più una vaga aspirazione, non è più quel

sentimento variabile, indeciso, estesissimo che si sviluppa nella prima

giovinezza, ma è una nuova sensazione che si comunica a tutto il nostro

essere, che riassume tutte le fila spirituali e fisiche della nostra

esistenza. La vita, quale fu concessa agli uomini, sta nel giusto

equilibrio dello spirito e della materia, e l’amore vero e potente si

libra con essi senza propendere: ogni affetto che sfugge a queste leggi

si oppone alle leggi della natura. — Egli è a venticinque anni che si

ama la donna, a quindici non si è amato che l’amore.

Ma se l’anima di Bouvard era delicata e sensibile, era pure ad un

tempo severa. Se egli non poteva disconoscere la propria deformità, non

disconosceva però l’elevatezza del suo spirito e della sua mente: un

affetto comune era un affetto indegno di lui; egli si sarebbe consumato

nella tremenda solitudine delle passioni, anzichè accettare l’amore di

una donna che non avesse saputo comprendere quanti tesori di poesia e

di affetti si celassero nel suo cuore lacerato.

Allo sguardo di chi ama, la virtù non si rivela che nella bellezza. Il

bello ed il buono sembrano partecipare della stessa natura, accoppiarsi

e manifestarsi a vicenda — si direbbe che il buono è il bello morale,

che il bello è il buono sensibile. Bouvard stesso si era ingannato

come tutti gli uomini fanno: — egli non aveva conosciuto come una

forza inesplicabile li tenga spesso disgiunti, e come questa fatale

contraddizione si riveli distinta e frequente più che mai nella vacua

natura della donna. Per quanto poco si abbia vissuto nella società, o

attinto leggieri erudimenti dall’esperienza, si avrà osservato che le

favolose bellezze di ogni tempo si segnalarono per difetto di merito

morale, spesso ancora per malvagità di cuore o per vizio sfrenato: —

sono le bellezze mediocri quelle che annoverano i migliori caratteri di

donna e i più dolci, e forse perchè il loro numero è più diffuso; ma

la deformità sfugge da questi limiti, e accenna quasi sempre a bontà

estrema o a malvagità estrema. Bouvard, volendo cercare una virtù,

cercava una bellezza, e la rinvenne.

Amore nell'arte · 第 6 / 8 段