suonare: il suo dolore era ancora troppo vivo, troppo recente;
pareagli che ogni nota richiamandogli qualche circostanza della sua
vita felice, un atto, un detto, un sorriso della fanciulla, avrebbegli
ricordata con una realtà troppo eloquente, la memoria terribile di
quella perdita. Ogni rimembranza di lei era connessa ad una rimembranza
della sua arte: ripassando su tutti gli studii musicali di quella sua
carriera prodigiosa, egli poteva ricostruire tutto intero l’edificio
del suo amore e delle sue memorie: Anna era morta, ma avevagli
lasciata un’eredità di rimembranze così potenti che avrebbero bastato
a riempiere tutta una vita. L’arte e l’amore si erano fusi per lei, e
così unite le erano sopravvissuti nel giovine: forse in tal modo ella
aveva tentato di eternare in lui la sua memoria, affidando al suo cuore
di artista i doveri e gli affetti del suo cuore di amante.
Ma una sera Riccardo aveva avuto vaghezza di risuonare quella sinfonia
di Hummel che la fanciulla avevagli indicata per richiamarla. Egli
aveva errato tutto quel giorno per le campagne, l’autunno volgeva al
suo termine, e l’inverno si riaffacciava colle sue brezze; cadevano
dagli alberi le ultime foglie ingiallite, e i piccoli scriccioli
nascosti nelle siepi alternavano quei loro gridi acuti e lamentevoli
come di qualche cosa che pianga: l’anima di Riccardo era agitata da
strane sensazioni.... egli pensava a lei.... egli avrebbe data la sua
vita per rivivere un giorno nel suo amore, per ritogliere alla mente
inesorabile quella sua Anna adorata.
Rientrò nella sua camera che le prime tenebre della notte ne velavano
stranamente gli oggetti senza nasconderli e senza lasciarne apparire
le forme; il vento faceva gemere gli alberi del suo giardino, e gli
steli dei fiori collocati nei vasi della sua finestra, percuotevano
spesso, così agitati, nei vetri come persona che accenni di entrare.
Riccardo si sedette risoluto al pianoforte e suonò la sinfonia
fatale di Hummel. Prodigio meraviglioso! Le sue mani scorrevano come
trascinate, come mosse da una forza estranea, sulla tastiera; le note
ne uscivano così limpide, così pure, così simili alla voce umana, e
più propriamente alla voce di Anna, che il giovine si sentì rivivere un
istante in tutta la più dolce realtà del suo passato; egli si sentiva
invaso da un’altr’anima, sentiva la sua esistenza raddoppiata, vi era
qualche cosa che gravitava sopra di lui senza pesare, che lo investiva
tutto senza toccarlo, che parlavagli senza essere udito; egli udiva
suonare e pareagli ad un tempo che tutto fosse silenzio intorno a lui,
senonchè la fiammella della candela che gli ardeva d’innanzi, crepitava
stranamente, curvandosi da un lato e dall’altro come sotto l’azione di
un soffio invisibile.
Riccardo non dimenticò mai quella notte. Egli visse più volte di questa
doppia e misteriosa esistenza, le cui sensazioni anzichè estinguersi
coll’abitudine, diventavano sempre più delicate e più vive. È in
quegli istanti che egli aveva creato quelle melodie così dolci e
così patetiche, che gli procurarono, ancora vivente, una celebrità
invidiatagli da tutti i più grandi compositori della Germania. Fu per
ciò che le sue opere, benchè sorte in un paese che vanta una musica
ideale come la sua letteratura, e che può dirsi la patria della musica
elegiaca, furono segnalate per la loro malinconia e per i sentimenti
singolari e nuovissimi che suscitavano anche nei cuori più induriti
e più aridi. Ma il carattere di Riccardo formava uno strano contrasto
coll’indole delle sue creazioni: egli lo sentiva, egli comprendeva del
paro che nulla proveniagli da sè stesso, che la sua musica non era sua,
era di Anna. Fu forse questa convinzione che uccise il suo amore e la
sua riverenza per essa? Noi esitiamo a credere che un’invidia così
ingiusta e colpevole abbia potuto allontanare dal cuore del giovane
la dolce immagine della fanciulla, e quasi rimproverarle la tenacità
del suo affetto, e l’assiduità della sua dimora presso di lui; egli è
però ben certo, che due anni dopo la sua perdita, l’anima di Riccardo
incominciò a ribellarsi a quella memoria, e ciò che aveva formato un
tempo uno dei suoi allettamenti più dolci, quella presenza spirituale
di lei che manifestavasi appunto nella fecondità e nella potenza
improvvisa del suo genio, divenne pel giovine un oggetto di terrore e
di sdegno.
Riccardo si sentiva trascinato al realismo della vita, e forse la sua
anima era troppo debole per reggere all’imponenza di quell’affetto,
troppo poco elevata per inorgoglirsene e tributargli il sacrificio di
tutta la sua esistenza. E pure egli lo aveva promesso: «_tu mi amerai
anche dopo la mia morte, tu mi amerai per tutta la tua vita_»; ecco il
patto terribile che lo aveva vincolato a quella fanciulla, e che ella
sembrava richiamargli ad ogni ora, ad ogni istante, rinfacciandogli
colla tremenda solennità della sua presenza, il disegno che egli aveva
concepito d’infrangerlo. Parve a Riccardo che vi fosse qualche cosa di
crudele in quel pretendere il compimento d’un sacrificio sì inutile e
sì doloroso; egli pensò che l’insistenza della fanciulla lo sciogliesse
dall’obbligo della sua gratitudine e del suo amore, e credette che
avrebbe potuto dimenticarla senza essere infedele ed ingrato.
Egli è così facile il credere ciò che è nei nostri voti, che Riccardo
si avvalorò di quella persuasione per obbliare senza rimorso ciò
che doveva essere l’oggetto di tutti i suoi affetti di amante, e di
tutte le sue aspirazioni di artista: a poco a poco il suo spirito si
sentì preparato a quella rivolta, e un giorno esitò, poi decise, e si
abbandonò risoluto alle sue nuove passioni, pregustando l’ebbrezza di
esaudirle senza lacrime e senza pentimento.
Passò così quattro anni, durante i quali egli non aveva mai più
udito quella fatale sinfonia di Hummel, nè nota alcuna che potesse
richiamargli il suo passato: l’immagine della fanciulla era così
svanita a poco a poco dal suo cuore, e se vi tornava qualche volta egli
sapeva attutirne e dimenticarne i rimproveri nella gioia di affetti più
recenti e più lieti.
Riccardo era felice.
Quattro anni dopo questo ultimo avvenimento, Waitzen diresse al suo
amico Giorgio Duplessy, direttore della società degli artisti la
lettera seguente:
«Mio caro amico. Come tu sai, io sposerò domattina madamigella Emilia
Duport, quella bella e saggia Guascona che abbiamo conosciuto insieme
a Pontoise, ricca de’ suoi diciott’anni e d’un mezzo milione di dote.
Papà Duport darà per ciò domani a sera una splendida festa da ballo nel
suo palazzo al boulevard Montmartre N. 52. Egli, mia moglie e il tuo
amico ti pregano di intervenirvi».
Come aveva passato Riccardo quei quattro anni? Egli era ricaduto nel
suo abbandono abituale, in quell’avvidità di piaceri frivoli e vani pei
quali aveva già un tempo dissipata quella fortuna che aveva portato
seco da Ofen. Non aveva più amato ma si era dato ai piccoli amori di
un giorno a quegli amori senza trasporti, senza dolori, senza quelle
gioie opprimenti che danno le grandi passioni, simili a quei fiori che
noi raccogliamo quasi senza avvedercene camminando, e che sfogliamo
e gettiamo sulla via dopo averne aspirato una sola volta il profumo.
Nei due primi anni della sua vedovanza egli aveva già stabilita la
sua fama d’artista ed ottenuto un successo che nulla avrebbegli più
potuto contendere. In quella sua stessa inazione egli si era serbato
un posto eminente tra le più grandi individualità della scienza, e
vi sarebbe rimasto anche perseverandovi, ma l’amore dell’arte e della
vita domestica avevano ripreso il loro impero sopra di lui, e Riccardo
contava oramai di abbandonarvisi per tutta la sua esistenza.
Non aveva egli più pensato ad Anna durante tutto quel tempo? La memoria
della fanciulla era dunque svanita per sempre dal suo cuore? No, egli
aveva riprovati ancora dei momenti paurosi, aveva risentite delle
memorie strazianti; in quegli stessi abbandoni de’ suoi mille amori,
nell’ebbrezza delle sue gioie, nel colmo della sua felicità, l’immagine
di lei gli s’era riaffacciata cupa, minacciosa, inesorabile: il giovine
aveva risentita la presenza di lei con tutte quelle circostanze che
gliel’avevano palesata la prima volta; aveva avuti dei sogni tremendi
dai quali si era destato inorridito, compreso d’uno sgomento che
rinasceva ogni notte più tormentoso e più atroce. E più volte, sotto
l’oppressione di quell’incubo, Riccardo aveva pregato la fanciulla
di perdonargli: l’aveva pregata come un ragazzo, piangendo; le si
era prostrato, le si era umiliato come un codardo, tremando d’innanzi
all’orrenda apparizione di quell’immagine spaventevole. Perchè essa le
appariva nel sogno sotto altre forme, e non per questo perdeva della
sua somiglianza. Riccardo la vedeva dappertutto nelle prime ombre della
notte, in tutti gli oggetti che si presentavano al suo sguardo, in quei
riflessi profondi e fantastici degli specchi che ricevono l’ultima
luce del giorno, nelle persone da lui amate, in sè stesso; sì, e ciò
era più terribile, in sè stesso. Egli se ne sentiva invaso come da
uno spirito che assorbisse tutte le sue facoltà, che lo paralizzasse,
che lo possedesse tutto senza lasciargli che l’impotente intuizione
del suo stato. Vi furono dei momenti, in cui Riccardo aveva pensato
di sottrarsi col suicidio all’orrenda persecuzione di quell’immagine;
vi fu un giorno in cui, il giovine inorridiva pensandovi, aveva osato
perfino di maledirla. E che poteva ora pretendere da lui quella donna?
quali erano i tremendi disegni di quello spirito severo e implacabile?
Avvelenargli tutte le sorgenti della vita, mescersi a tutte le sue
gioie, travolgere tutti i suoi affetti, turbare tutti i suoi sonni....
perchè.... sì, era d’uopo che egli il confessasse a sè stesso, egli si
era deciso per ciò solo a scegliersi una nuova compagna; per avere una
creatura al suo fianco, cui dire nella notte: svegliati, te ne prego,
ho paura, ella è lì, vedila; ella mi vuole, ella mi domanda.
. . . . . . .
Riccardo volgeva nella sua mente questi pensieri in quella stessa ora
felice che seguiva al suo nodo fortunato; tra lo stesso fragore del
ballo, in quella sala di papà Duport che per una strana somiglianza di
decorazioni e di arredi gli richiamava alla memoria quella sala di una
casa sconosciuta ove aveva veduto Anna la prima volta.
Ma egli fu riscosso assai presto da quella preoccupazione affannosa:
tutto gli parlava di felicità e di amore in quel luogo, e la danza e
quel frastuono di mille voci, e quel profumo inebbriante di donna, —
emanazione della loro anima, mista a quegli atomi più preziosi della
loro persona che esse abbandonano col moto, come i fiori agitati dal
vento abbandonano la parte più pura del loro polline fecondatore.
Ma nell’uomo questo profumo, il bacio di questi atomi volatizzati,
non desta che la voluttà, e non suscita che desiderii di amore: nel
fiore, essere più perfetto, soddisfa egli solo a tutte le leggi della
fecondazione.
Riccardo si abbandonò con trasporto alla danza e si scagliò in quel
turbine di valseggiatori, ove si confuse abbracciato alla fanciulla.
Sotto quella sua taglia piena ad un tempo e flessibile, la mano
del giovine indovinava le dolci ondulazioni delle sue forme: vi
era in esse, nella loro mobilità, nel loro fremito qualche cosa di
più eloquente del desiderio; il cuore di Emilia batteva concitato e
sommesso, spesso interrotto come il timido linguaggio delle passioni: i
ricci de’ suoi capelli disciolti lambivano la fronte del giovine come
un bacio protratto; le lunghe pieghe del suo abito ne avvolgevano,
agitandosi, la persona quasi a confonderli in un essere solo e
indivisibile.
In quell’abbisso di voluttà Riccardo dimenticò il suo passato e sè
stesso.
Ma nell’ora che la festa volgeva quasi al suo termine, in un momento
in cui i danzatori si riposavano sui soffici divani della sala, e
le fanciulle si asciugavano coi loro fazzolettini di batista, quelle
gemme importune di sudore che piovevano dai loro volti arrossati; in
quel periodo di solenni meditazioni in cui ripassano d’innanzi a noi
tutte le gioie, tutti i timori, tutte le ansietà della festa; e la
stretta di mano e il bacio involato, e il fremito di tutta la persona,
e, la parola sussurrata all’orecchio, e, Dio lo perdoni, quel contatto
ardente e magnetico del ginocchio che uccide tante innocenze nei balli,
e basta a svelare egli solo tutti gli arcani più imperscrutabili della
vita, il signor Duplessy entrò nella sala tenendo per mano una bella
fanciulla, e disse al signor Duport.
«Perchè non fate suonare vostro genero?.... ecco qui una giovine
artista che ha una voce portentosa da soprano, e che accompagnata da
lui, ci farà sentire tutte le meraviglie del suo canto».
Pregato dal signor Duport, Riccardo si sedette senza esitazione al
pianoforte; tutte le copie dei danzatori gli si disposero in circolo;
egli era lieto di dare a sua moglie e a quella vaga riunione di giovani
e di signore un saggio straordinario della sua abilità musicale.
Ma nel rivolgersi alla fanciulli per invitarla a sedersi presso di lui,
egli trasalì nello scorgerne le sembianze. Era lo stesso profilo di
Anna, la stessa persona esile e delicata, lo stesso aspetto pensieroso
e soffrente; ma v’era ancora di più, essa vestiva un abito azzurro
sparso di stelle d’argento, e pendevale tra le treccie scomposte una
corona di rose bianche avvizzite. Tutto si riaffacciò allora alla sua
mente: erano scorsi sei anni che in una sala come quella, in una festa
da ballo, forse in quell’ora medesima, egli aveva conosciuto quella
fanciulla a cui lo aveva legato un giuramento formidabile, a cui aveva
fatto sacramento di fedeltà e di amore per tutta la vita; in quel
giorno stesso egli aveva infranto il suo patto, in quel giorno stesso
egli doveva forse subirne una punizione tremenda.
Riccardo impallidì a questa rimembranza e disse alla fanciulla con voce
interrotta:
«Che cosa desiderate di cantare? Incominciate».
«Non so, diss’ella, ciò che mi verrà pel primo sotto le mani» e tolto
un volume di musica, e apertolo a caso, lo collocò sul leggio. Riccardo
vi gettò gli occhi e trattenne a forza un grido di spavento.... era
quella sinfonia abborrita di Hummel!.....
Allora il giovine avrebbe voluto ritirarsi, ma non era più in tempo;
la fanciulla aveva già incominciato.... era la stessa voce di Anna....
un brivido di morte scorse per tutte le fibbre di Riccardo; egli pure
volle incominciare, ma, orribile cosa! le sue mani erano irrigidite;
le sue dita toccavano la tastiera e non potevano premerla; cinque o
sei note soltanto risposero a’ suoi sforzi impotenti, e convulsi: la
sua fronte si coperse di un sudore gelato e un pallore cadaverico si
diffuse per tutto il suo volto....
Papà Duport gli si avvicinò e gli disse:
«Che avete? cessate per carità, voi soffrite, voi siete pallido come un
cadavere».
«È nulla, disse Riccardo sorridendo d’un sorriso spaventevole, ora
vedrete».
E volle ricominciare, ma le sue braccia avevano smarrita ogni
coscienza della loro forza e ogni facoltà di governarla; egli percosse
sì violentemente sulla tastiera, che molte corde si infransero e
si arricciarono scivolando sulle altre con uno stridio prolungato
e terribile. In quel momento parve a Riccardo che la fanciulla si
curvasse presso di lui e gli mormorasse all’orecchio: «_tu mi amerai
anche dopo la mia morte, tu mi amerai per tutta la tua vita_».
Egli gettò un grido e svenne. Trasportato nella sua stanza nuziale,
gli furono prodigate tutte le cure che la scienza e l’affetto potevano
suggerire alla desolata famiglia di Duport.... ma fu indarno che si
tentò di richiamarlo alla vita.
Riccardo Waitzen era morto di sincope.
BOUVARD
Arn... with all deformity’s dull, deadly
Discouraging weight upon me, like a mountain,
In feeling, on my heart as on my shoulders
A hateful and un sightly mole-hill to
The eyes of happier men.....
BYRON — _The deformed trasformed_
Bouvard! Chi era Bouvard?
Forse taluno de’ miei lettori tenterà ancora, non indarno, di far
rivivere nel suo cuore le memorie vaghe e lontane che vanno annesse a
quel nome; forse ricorderà tuttavia una storia misteriosa che ha per
lungo tratto agitato le giovani fantasie di quei tempi, e ricevuto da
tutte le anime sensibili un omaggio di pietà e di affetto.
Io stesso mi arrovello di richiamarmi alla mente le circostanze di
questo racconto pietoso, come le memorie lontane dell’infanzia, come le
visioni fantastiche di un sogno: — bello e fuggevole com’esso, severo e
malinconico come tutto ciò che ha creato il sentimento e l’amore.
Vi furono alcune vite che la natura aveva destinate alla pubblicità,
alcune intelligenze che il cielo voleva collocate nella luce per
dirigervi le masse come ad un faro luminoso, e tuttavia quelle vite
si spensero ignorate nel mistero, quelle intelligenze si consumarono
sdegnose nelle tenebre. — Esistono due forze nella natura? — la forza
positiva che crea e predestina, e la forza negativa che reagisce e
distrugge? Domandatelo all’uomo, domandatelo al segreto della sua vita
intima, domandatelo al genio sventurato!
Bouvard fu un genio sventurato. Il suo nome tramontò così rapido come
l’astro precoce della sera; la sua vita fu il passaggio di una meteora
abbagliante che si spegne a metà della sua curva, e s’invola agli occhi
meravigliati che la mirarono.
Io non tesserò qui un racconto immaginato: scriverò la storia di un
uomo che ha sofferto, la storia di una vita la cui azione si concentrò
tutta nel dolore, la cui catastrofe ha colmato di orrore e di pietà
tutti gli animi generosi che la conobbero. — Scrivo per me stesso,
scrivo per dare alle memorie della mia gioventù la durata della
mia esistenza, per riserbarmi negli anni dell’aridità il conforto
ineffabile delle lagrime.
Chi non ha visitato il paese della Savoja, il suo suolo a sbalzi le sue
valli ripiene di nebbie e le sue montagne di pini e di granito, non
conosce quel punto della Terra dove la natura ha riposto il segreto
della sua malinconia. Sulle montagne di Crest-Voland gli uccelli
hanno una voce più dolce, il rigogolo canta nelle siepi con delle note
tristissime, e vi ha in tutto il territorio dello Ciablese una specie
di reattino, il cui grido appena sensibile si assomiglia al lamento
di un moribondo. Lungo i ciglioni delle montagne, le rive tapezzate
di viole bianche che la superstizione ha collocato tra i fiori di
cimitero, spiccano, come nastri candidi ondeggianti, su quel verde cupo
delle eriche, ove delle folate di farfalle grigie aleggiano intorno a
quei cespugli a migliaia.
Bouvard nacque in quel luogo, nacque in una capanna: — suo padre
suonava la gironda e faceva ballare una marmotta nera della valle di
Champagneux. Fu un triste acquisto quello che la famiglia di Bouvard
aveva fatto colla nascita di questo fanciullo: in fatto egli era
rachitico e infermiccio; la deformità lo aveva segnato colle sue
tracce ributtanti, e non gli aveva lasciato nulla di regolare, nulla di
attraente nel viso, nulla di vago nell’occhio e nella voce: — parea che
la natura lo avesse per metà ripudiato non consentendogli che la pura
fruizione della vita.
A sette anni Bouvard cominciò ad avvedersi della derisione che gli
fruttava la sua deformità, e si sentì trafitto nel cuore, immaginando
e indovinando forse il destino di tutta la sua esistenza. Le prime
avversità dell’infanzia lo fecero inclinare alla meditazione e
all’isolamento; e forse dovette a questa sventura precoce lo sviluppo
straordinario della sua sensibilità, fors’anche il suo genio medesimo;
— chè, se il dolore crea o modifica i grandi ingegni (e la sventura nei
sommi è causa e non accidente od effetto) la sua azione debb’essere più
efficace nei primi anni della vita, quando la società non ci ha ancora
armato il cuore di punte per schermircene e lo spirito vergine e puro
ritiene le impronte incancellabili della natura.
Egli era costretto a separarsi da’ suoi compagni, e si assideva la sera
lungo le rive dell’Isere a veder scorrere le acque e tramontare il sole
dietro la foresta di Gresy.
«Com’è bello il sole! — aveva detto una volta a sè stesso Bouvard, —
come sono belle queste farfalle e questi uccelli che fanno qui il loro
nido! — Ecco un magnifico fiore di giglio; quale precisione in tutte
le sue parti, quale esattezza nella disposizione delle sue foglie,
quale flessibilità meravigliosa nel suo stelo!» — E nel chinarsi
a raccoglierlo, aveva intraveduto la sua immagine nella superficie
trasparente del fiume, — la sua immagine brutta, laida, ributtante....
Bouvard sedette sopra la riva e pianse lungamente con abbandono. Egli
avrebbe almeno desiderato un cuore, cui confidare il segreto delle sue
prime sofferenze; e forse la tenerezza melanconica di sua madre aveva
compreso quanto tesoro di affetti si rinchiudesse nell’animo delicato
di quel fanciullo, forse nella madre avrebbe trovato un’amica, ma
quell’amica doveva essergli presto rapita; — a dieci anni Bouvard era
rimasto solo nel mondo.
Un giorno suo padre gli aveva detto: — mio caro figliuolo, tu hai dieci
anni compiuti, e quantunque tu sia alquanto malaticcio e la tua figura
non sia per verità delle migliori, le tue forze sono ora abbastanza
sviluppate, e puoi bastare, d’ora in avanti, a te stesso: — io conto di
andare nella Francia, ed è tempo che noi ci separiamo; prenditi la mia
marmotta e la mia gironda, è assai più di quello che io potrei darti,
ma il cielo compenserà almeno colla tua fortuna il sacrificio generoso
di tuo padre.
Bouvard prese la via di Bonneville e dormì la prima notte in un canneto
lungo la riva del torrente. Era una bella notte di agosto, egli non
aveva veduto mai tante stelle, nè inteso così bene quel rumorìo che
fanno le locuste nelle stoppie, e quei mille suoni soavi e ineffabili
che producono le foglie in una notte serena di estate. Parve a Bouvard
di sentire in sè stesso qualche cosa di inusitato: — egli non aveva
sonno, egli non aveva paura, non stanchezza, non disagio, si sentiva
calmo e tranquillo — un sentimento infinito di benessere gl’infondeva
per tutte le fibre una dolcezza non mai provata fino allora: — era
pensieroso ad un tempo e sereno.
— Sentiamo, diss’egli, è ben questo un grillo che canta; — perchè canta
egli questo grillo?.... e che cosa fanno lassù tutti quei luminari
che il buon Dio accende tutte le sere?... e queste piante?... e questo
usignuolo che sento gorgheggiare da lontano? — In verità, io non avevo
mai osservato che ci fossero tante belle cose nel cielo, e che i grili
cantassero di notte così dolcemente. Oh! egli deve essere pur buono il
Signore se ha creato tante cose meravigliose.
Bouvard cadde in una profonda meditazione; — egli pensò a sua madre
e alla sua capanna, e a quel mondo sconosciuto nel quale stava per
entrare così fanciullo: — a poco a poco i suoi sensi si assopirono, —
egli porse attenzione a tutta quell’armonia malinconica che blandiva
il suo orecchio come la nenia d’un bambino, — a quel fremito degli
steli, — a quel susurro degli insetti, — a quel lamento delle acque, —
alla voce del vento e delle foglie: la sua anima acquistava una strana
sensibilità, il suo udito una potenza di sensazione ineffabile: —
egli distinse le note più delicate, i tuoni più melodiosi, le cadenze
più dolci; e gli parve d’aver indovinato il segreto della grande
musica della natura. Egli prese la sua gironda e suonò una vecchia
aria lamentevole che aveva ascoltata un tempo da suo padre: — non
vi era nulla di più semplice di quella musica, nulla di più monotomo
di quel suono; ma pure egli vi trovò tanta dolcezza che i suoi occhi
si riempirono di lacrime, e quando ebbe finito, si avvide che stava
inginocchiato pregando.
Fu una grande rivelazione quella che la natura aveva fatto in quel
momento a Bouvard: egli aveva compreso di essere artista; per una
potenza straordinaria di intuizione, egli aveva presvelato il mistero
di tutta una vita. — Una fiducia illimitata di sè stesso, un’avidità
irresistibile dell’avvenire agitarono da quell’istante il suo cuore:
— egli si sentiva superbo di sè, superbo della sua arte divina, egli
comprendeva bene che non aveva ancor nulla conseguito, ma che avrebbe
tutto conseguito col tempo.
Bouvard si addormentò che era assai tardi, e sognò degli angeli e dei
fiori, la sua capanna e le sue montagne, le rondini bianche dell’Isere,
e le sue rive fiorite di ranuncoli... egli sognava ancora, quando si
sentì battere sulle spalle, e nello svegliarsi vide due uomini seduti
presso di lui, e di cui uno era intento a guardarlo.