entusiasmo e s’inebbriò della voce divina della fanciulla.
Anna cantava con sentimento; la sua voce era debole e languida,
uscivale dal petto come affannosa; era più un lamento che un canto,
ma quel lamento aveva affascinato ogni cuore e spremuto delle lacrime
dagli occhi di tutta quella folla spensierata e felice. Riccardo ballò
colla fanciulla un valzer vertiginoso, le cui rimembranze, il cui suono
non uscirono mai più dalla sua memoria, come quelle che avevano segnato
per lui il primo periodo di una nuova esistenza. Quella ghirlanda
di rose bianche avvizzite, quell’abito azzurro tempestato di stelle
d’argento, quei capelli cadenti e scomposti, quella taglia slanciata e
flessibile, tutto quell’olezzo di cielo che emanava dalla sua persona,
riempirono per lunghi anni la mente immaginosa del giovine con sì
grande pienezza di affetti, di sensazioni e di fede, che tanta non
gliene avrebbe procurato una lunga esistenza di felicità, di godimento
e di amore.
Quando Riccardo, rientrato nella sua camera, rivolse lo sguardo a
quegli oggetti che gli richiamavano alla memoria il suo passato,
lo assalse un pentimento doloroso della sua esistenza trascorsa, di
quei giorni senza amore, senza amicizia, senza coscienza di bene e di
male, nei quali nulla si è raccolto, non una rimembranza, un affetto,
una fede di cui riconfortarsi in quell’età nella quale non si può
più vivere che di memorie. Il giovine si commosse e si armò di saldi
e nobili propositi per l’avvenire: che accadesse di lui in quella
notte, il cielo ed egli solo lo seppero; egli pregò e pianse come un
fanciullo, si coricò colle lacrime e si ridestò tutto mutato.
Otto giorni dopo egli abitava un piccolo appartamento in una casa
di fronte a quella di Anna, modo che non si frapponeva tra di loro
che la distanza della via. Fu così che Riccardo poteva lanciare sul
balcone della fanciulla delle piccole pallottole di carta, sulle quali
effondeva tutti gli affetti della sua anima innamorata e sofferente.
Nella sua potente vitalità l’amore subisce due fasi: quella delle
idee e quella dei fatti, ed è la prima di esse che ha nobilitato negli
uomini questo sentimento, creando una distinzione tra i loro amori e
quegli degli altri esseri organizzati, poichè nell’uomo l’amore non è
tanto il congiungimento delle vite, quanto è quello delle anime e delle
idee. Esistono due forze nella natura umana, sulle quali si basa tutto
il sistema della vita: e sono la forza di attrazione e la forza di
ripulsione — l’amore e l’odio: — l’amore è quella lotta che combattono
due anime per riunirsi; e la sensualità non ha più altro scopo che
quello di distruggere i corpi per affrettare la fusione delle anime:
ma questa fusione è impossibile nel mondo materiale senza la cessazione
delle vite, è del paro impossibile nel mondo dello spirito come quella
che distruggerebbe l’individualità: da ciò il desiderio di morte negli
abbandoni di amore, e quel vuoto eterno e quell’insoddisfacimento
tormentoso che si prova anche nell’amore corrisposto.
Ma la storia di un amore nella prima delle sue fasi, il suo nascere, il
suo crescere, il suo svilupparsi, è tal cosa che sfugge alla potenza
della parola. E che è ella la parola? Tutti coloro che hanno sentito
potentemente si sono arrovellati contro questo povero linguaggio
umano, il quale non sa accomodarsi che colla vita dei fatti, e si
trova immiserito e impotente allorchè vuole esprimere la vita delle
idee. Essa può manifestare un fatto con un suono, con una voce, con un
periodo; ma un’idea richiede dei volumi ancorchè non avesse abbracciato
che un atomo impercettibile di tempo, perchè l’idea è l’infinito.
È perciò che noi pubblicheremo qui semplicemente il contenuto
delle varie pallottole di carta che Anna Roof e Riccardo Waitzen si
scambiarono dai loro balconi.
Il lettore che ha amato indovini le battaglie di quelle anime.
I.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.
II.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.
III.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Il vostro silenzio è
inesplicabile; perchè ricevere le mie pallottole, se non mi amate? E se
mi amate perchè non rispondere?
IV.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Voi mi dileggiate crudelmente,
voi raccogliete volontieri le mie pallottole, voi mostrate di leggerle
con commozione, e non mi rispondete; mostrate di amarmi e non me
lo dite. Il vostro contegno è un enimma che tortura e confonde la
mia povera ragione, allorchè io tento di decifrarlo. Qualunque sia
il vostro cuore per me, o rispondetemi od abbandonerò domani questo
alloggio.
I.ª _pallottola di Anna a Riccardo:_ (_Se ne ignora il contenuto
essendo caduta sulla via_).
II.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: (_Caduta come sopra_).
V.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Per carità, lanciate le vostre
pallottole con maggior forza; componetele di una carta più consistente.
III.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Che vi dirò io, o Riccardo?
Abbiate compassione di me, perchè io più non mi riconosco in questi
giorni. Ve lo dirò, sì, che vi amo, ma non mi opprimete colla vostra
insistenza, non mi lusingate, non mi straziate coll’immagine d’una
felicità che non può, che non deve durare.... sappiate che il filo
della mia vita è spezzato.... giurate di amarmi, e vi rivelerò un
segreto terribile.
VI.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sulla mia vita, sul nostro
amore, lo giuro. Dite, angelo, dite.
IV.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il nostro amore sul quale avete
ora giurato, non vi legherà a me per uno spazio maggiore di un anno.
Sappiate che la mia esistenza è consumata da una malattia tremenda la
quale non conosce rimedio, dall’etisia. Io devo morire indubbiamente
non più tardi del mio anno diciasettesimo che compirò nella prossima
primavera, nella stagione dei fiori, quando tutto mi richiamerebbe alla
felicità ed alla vita. Dite ora, o Riccardo, potete voi amarmi a questo
prezzo? potete voi rendermi vostra?
VII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sono dodici giorni che non vi
vedo: voi soffrite? voi siete malata? o, perdonate questo sospetto,
ricusate piuttosto di vedermi? La vostra confessione mi ha atterito,
e io sento più che mai il bisogno di amarvi, e di rendervi mia. Ma
esistono pure dal mio canto ostacoli forse insuperabili: io vi amo,
Anna, ma ho centomila franchi di debito.
V.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il vostro cuore non vi aveva
ingannato; io era malata. La speranza di tanta felicità mi ha commossa
ed oppressa fino a morirne. Ho voluto meditare su tutte le possibili
eventualità del nostro amore prima di rispondervi. Sono lieta che
accettando il sacrificio che vi assumete di compiere col rendermi
vostra, io possa dimostrarvene in qualche modo la mia riconoscenza.
Ma potrò io ricompensarvi del vostro amore? Possiedo esattamente
abbastanza di che pagare i vostri debiti, e dispongo liberamente dalla
mia fortuna. Ma questo mutamento di stato richiederà la mia lontananza
da questa città; e quindi anche la vostra. Acconsentite? Io vi offro la
mia vita di un anno, ma una vita la cui potenza sarà centuplicata dalla
sensibilità, dall’amore, dal pensiero della sua cessazione imminente.
Un’altra donna non potrebbe offrirvi un anno di ebbrezze più divoranti;
la vostra esistenza trascorrerà attraverso una serie di sensazioni
nuove e infuocate, io non vivrò che un anno nel tempo, ma vivrò
un’eternità nell’amore. Tuttavia questa passione smisurata ha diritto
ad una ricompensa: un altro patto tra noi: — _voi dovete essermi
fedele anche dopo la mia morte, voi dovete amarmi per tutta la vostra
vita_. —
VIII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Acconsento ad amarvi per tutta
la mia vita: ma giacchè noi dovremo abbandonare questa città, non si
potrebbe fare a meno di pagare i miei creditori?
Noi non diremo quante altre pallottole furono scambiate tra i due
amanti, fino all’ultima di esse che era così concepita: «Venite
Riccardo, tutto è combinato e compiuto».
E una settimana dopo una carrozza da posta viaggiava sulla via da
Vienna ad Amburgo. Anna Roof e Riccardo Waitzen andavano a passarvi la
loro settimana d’orpello.
Da questo punto ebbe principio la vita artistica di Riccardo, poichè
egli non aveva appreso da giovinetto che i primi rudimenti dell’arte,
e sebbene la natura lo avesse creato per essa, egli ne aveva delusi
e attraversati sempre i disegni. La fanciulla non lo aveva ingannato
assicurandolo della sua terribile predestinazione ad una morte sicura
e precoce: egli stesso s’avvedeva di quella rapida rovina che la morte
andava compiendo sopra di lei; quella gemma si era sbucciata ad un
tratto, troppo presto fioriva, ma di quella bellezza, fugace, di quello
schiudersi violento del fiore raccolto e collocato nel vaso d’acqua, i
cui petali si distaccano ancora non avvizziti dal gambo: ma nondimeno
essa era bella; era mesta, ma di quella mestizia che forse negli esseri
soprannaturali costituisce la gioja; l’amore la rivestiva di tutta la
sua luce, il suo amore era tutta la sua vita, e la sua vita bastava a
tutto il suo amore.
Coloro che hanno veramente amato sanno comprendere l’eternità di un
anno di amore, le mille voluttà ch’egli può offrire in un giorno, in
un’ora, in un fugace momento, quegli abbandoni riuniti di ebbrezza e di
cuore, in cui si dice: basta, te ne scongiuro, lasciami amico, perchè
io temo di morire.... io temo che la mia natura s’infranga.
Riccardo non aveva ancora amato: come la maggior parte degli uomini
egli aveva trasvolato su tutto, sfiorato tutto; ma non era giunto mai
al fondo di un cuore, non aveva conosciuto quel profondo possedimento
morale che costituisce unicamente l’amore, che unicamente lo autorizza,
che eleva il possedimento fisico fino alla sua celeste sublimità, e
la cui privazione fa sì che molti di coloro i quali credono di avere
smisuratamente amato, muoiono senza aver conosciuto questo divino
sentimento.
Fu quindi una serie di sensazioni nuove e profonde quella che venne
a ridestare la sensibilità assopita del giovine. Riccardo si vide
come risvegliato da uno di quei sogni i quali ci sembrano così belli,
così lusinghieri nel sonno, e che al mattino ci appaiono insipidi e
vani. Allo svelarsi di questa verità egli avrebbe potuto rinvenire un
conforto nelle seduzioni della sua vita avvenire, ma questa dolcezza
eragli amareggiata da un convincimento terribile, dalla perdita
inevitabile di Anna.
Riccardo non poteva illudersi: egli lo vedeva, egli lo sentiva; quello
stesso amore, quegli stessi abbandoni della fanciulla scuotevano
troppo profondamente la sua sensibilità.... oh ella era sì fragile, sì
delicata.... l’avresti detta uno di quegli steli di giunchiglie che si
spezzano sotto il peso di una goccia di rugiada, una di quelle piccole
farfalle azzurrine che s’intorpidiscono e muoiono sotto il soffio più
sottile del tuo alito... e il giovine temeva sovente di abbracciarla,
egli poteva stringerla troppo forte, farle male, intorpidire, arrestare
quella corrente vorticosa della sua vita; scuotere, avvizzire quelle
forme divine e sensibili come le foglie pudiche della mimosa.
Questo ritegno forzato e volonteroso ad un tempo, quel non so che di
arcano che circonda una creatura sì sofferente, sì delicata, e sì
frale; quella nobile imponenza del dolore, quella triste e solenne
maestà che proveniale dalla morte, che era già in lei, che rivelavasi
appunto in quell’azione centuplicata della vita, ne formavano per
Riccardo l’oggetto di un culto superstizioso e indefesso. Ma ciò che
affascinava soprattutto la mente esaltata del giovine, era la dolcezza,
l’espressione ineffabile del suo canto. Anna cantava con forza, con
sentimento; cantava spesso dalla mattina alla sera, la musica era il
suo linguaggio, essa ne conosceva tutte le leggi, tutte le intonazioni,
tutti gli effetti, tutte le modulazioni più arcane.... Ma ciò che v’era
di incomprensibile, direi quasi di pauroso nel suo canto, era che esso
non ridestava idee, od affetti, o memorie di questa terra; colui che
l’udiva si sentita rivivere con sensazioni nuove, incomprensibili,
inusitate, in un mondo del pari inusitato....
Era forse l’approssimarsi per lei di questo mondo che le permetteva di
udirne, e di rivelarne le armonie come l’eco di un eco?
Perocchè io credo che esistano armonie, linguaggi, rivelazioni tra
mondi e mondi. Quella vaga malinconia che s’impossessa talora di noi,
che sente come del rimpianto, che sembra accennare a gioie, a dolori,
ad affetti trascorsi, e ci occupa tutto, e non si sa cosa sia, è la
rimembranza di un mondo passato: quelle aspirazioni che riempiono ed
agitano tutta la nostra vita, quel succedersi di tante speranze sempre
deluse, e sempre rinnovate, quell’avidità insistente dell’infinito, non
sono che l’attrazione di un mondo avvenire. Noi viviamo nell’eternità,
collocati tra queste due potenze ugualmente dilette, e ugualmente
formidabili: sono queste attrazioni del passato e del futuro che
dilatano i confini della nostra esistenza, anzi che la costituiscono,
poichè noi non vivremmo senza di esse che la vita materiale
dell’istante.
L’infinito è nell’uomo. Chi non lo sente? Noi viviamo in esso a sbalzi,
a tratti, a periodi, a vite parziali; ma passiamo dall’una in un’altra
come gli anelli di una catena riunita alle sue estremità, come i punti
lineari di un circolo; noi giriamo sulla superficie senza mai uscirne.
Ecco l’infanzia: voi non vi siete ancora tutto emancipato dalla vecchia
vita: avete modi, pensieri, aspirazioni inadatte a quello stato di cose
nel quale siete rinato; vi sentite smarriti, confusi, impicciati; egli
è che voi agite tuttora per le abitudini di un mondo antecedente: ma
la vostra intelligenza, dopo aver lottato trent’anni per redimersi,
vi pone finalmente in equilibrio tra queste due attrazioni, ed ecco
a quell’età la pienezza della vita, sulla quale oscillate un istante
prima di uscire dalla corrente, prima di subire l’attrazione di un
mondo avvenire che vi precipita verso la vecchiaia e verso la morte; ma
la morte non esiste; essa è la vita e la luce.
Avete mai osservato un infermo? egli è buono, egli è docile, la sua
natura si è tutta mutata, per poco che il suo spirito sia stato
coltivato, egli sarà anche poeta: egli è che più si rallentano
i nodi che ci avvinghiano a questo mondo, e più noi ci sentiamo
posseduti dall’altro: i vecchi, i sofferenti, gl’infermi ne subiscono
già la natura; essi si trovano collocati tra le due vite, lì, sul
margine, sentono ancora dell’una e dall’altra, e non appartengono più
interamente ad alcuna. L’umanità riverisce nel dolore e nella vecchiaia
le scolte di questo mondo invocato.
E certo quel fascino del canto di Anna quella emanazione divina e
incomprensibile di tutta la sua persona, non erano che l’eco di una
rivelazione di quel mondo. E che cosa è il canto? Tutti i popoli
cantano, ma gli sventurati sopra tutti. Egli è forse la rimembranza di
un linguaggio che sparve o le prime voci di un linguaggio che sorge;
forse la lingua delle passioni, di cui noi balbutiamo le prime sillabe
disordinate e sconnesse. Anna cantava il suo amore e la sua morte, e
le sue note erano l’elegia del suo destino. — Anche gli uccelli cantano
morendo.
Mi ricordo che quando era fanciullo mi prendeva vaghezza di andare
le notti di primavera ad ascoltare il canto degli usignuoli. Una sera
era per ciò uscito alla campagna, e m’era seduto presso una siepe poco
distante da un olmo su cui uno di essi cantava con tale abbandono, e
con note sì malinconiche e toccanti che io, senza saperne il perchè,
mi struggevo tutto in lacrime udendolo. Si piange assai facilmente a
quell’età, e tutta la vita avvenire ha di rado un sorriso che valga
una sola di quelle lacrime. La luna era limpida e piena e inondava
quelle campagne silenziose della sua luce; tutta la valle risuonava
di quel canto. Ma nel colmo della notte la sua voce divenne fioca
e lamentevole; a poco a poco le sue note si mutarono in un gemito
prolungato, sommesso, poi interrotto... poi non udii più nulla: pensai
che fosse volato via. Stava allora per allontanarmi quando intesi un
improvviso rumorio tra quelle frondi, e sentii qualche cosa caderne,
urtando di ramo in ramo:.... mi avvicinai esitando, e vidi che era
un uccello, un usignuolo, certo quello medesimo; lo raccolsi, era
ancor vivo, ma sì delicato, sì leggiero, non aveva più che le penne;
il suo piccolo cuore batteva sì concitato che non poteva numerarne le
pulsazioni.... il poveretto mi spirò tra le mani pochi minuti dopo. Non
ho mai dimenticato quell’uccello.
Strana potenza dell’amore! Riccardo divenne artista per Anna: fu a
lei che egli dovette la sua gloria, la sua fecondità, il suo nome. Per
quale mistero essa aveva potuto apprendergli in un anno i segreti più
imperscrutabili dell’arte? essa che pure li ignorava, e a cui forse non
erano suggeriti o svelati che da un istinto? Ecco la sorgente di quel
terrore superstizioso e fatale che invase tutta la vita del giovine, e
che si accrebbe dopo la cessata esistenza di Anna. Essa avevalo educato
col canto. Sotto l’incantesimo delle sue note, la mano inesperta di
Riccardo, quasi passiva, quasi non volente aveva creato delle melodie
straordinarie: a poco a poco il suo orecchio, il suo cuore si erano
aperti a quell’armonia, a quel ritmo celeste della musica; il giovine
vi si era abbandonato con trasporto, tutto era inusitato per lui, tutto
delizioso e incantevole; egli aveva provato delle sensazioni nuove,
energiche, insperate, la cui potenza lo aveva quasi atterrito; come
cosa che egli aveva creduto impossibile nell’arida realtà della sua
vita trascorsa. Pareva che la fanciulla non volesse dividersi da lui
senza apprendergli tutto, senza trasfondersi tutta in lui stesso. «Mio
povero amico, le diceva ella sovente, tu rimarrai solo assai presto, ma
io sento che non ti abbandonerò anche estinta: il mio spirito veglierà
costantemente presso di te, e ti accompagnerà come una guida invisibile
sulla tua via abbandonata e deserta: come una fiaccola solitaria
illuminerà della modesta sua luce la tua povera vita di artista. Ma se
pure io dovessi talvolta separarmi da te, se tu più non mi sentissi al
tuo fianco, e avessi bisogno della tua Anna.... oh allora chiamami;
suona quella sinfonia memorabile di Hummel, le cui note ci ricordano
il primo giorno avventurato del nostro amore, e a quel richiamo, io
abbandonerò tutto, io volerò ancora presso di te, dovessi per ciò
divellermi dall’infinito, e rinunciare alle gioie più sacre e più
inebrianti del cielo».
E tredici mesi dopo le nozze di Riccardo e di Anna, la Germania era
commossa dall’apparizione di una raccolta, di grandiosi componimenti
musicali, che un artista già grande e ancora ignorato dedicava sotto
il titolo di _Foglie di cipresso_, alla santa memoria di Anna Roof sua
moglie.
Passeremo di volo su tutte le fasi della sua vita di artista: non
accenneremo ad alcuna delle sue composizioni più elette, benchè
quell’ingiusta dimenticanza a cui furono condannate da una fatalità
dolorosa, altrettanto che inesplicabile, ci ecciti a riporle, per
quanto è in noi, alla luce della pubblicità e della gloria. Ma ciò
appartiene al compito dell’arte e sfugge alle esigenze del romanzo. E
chi d’altronde potrebbe rintracciare nel vasto oceano dell’armonia,
tra i ruderi de’ suoi monumenti abbattuti le reliquie di quelle
concezioni obbliate e disperse? Prodigio ineffabile dell’amore! Egli
è sopravvissuto alla scienza, egli che ne è la sintesi, egli che è
la scienza immortale della vita. Il nome di Riccardo accoppiato alle
glorie palesi dell’arte fu travolto nell’oscurità e nell’obblìo,
congiunto alle gioie segrete dell’affetto è passato splendido e illeso
a traverso le tenebre secolari del tempo. L’amore giudice e maestro
dell’umanità ne registra la storia ne’ suoi volumi infiniti. L’umanità
è nata e si perpetua coll’amore, nè potrà ricomporsi che nella sua
tomba medesima.
Dopo la perdita di Anna, Riccardo abbandonò Amburgo, e pensò che la
vista di nuovi cieli e di nuovi costumi lo avrebbe distolto dal suo
dolore operoso e costante. Venne a Linz, attraversando quegli ultimi
gioghi delle Alpi che si perdono nelle pianure del Danubio, e poichè
tutti quei luoghi gli parlavano ancora di lei e della sua infanzia,
decise d’attraversare la Germania e di entrare nella Francia per quel
fiume e pel Reno.
Fu sui teatri di Ratisbona e di Straubing che egli raccolse i suoi
primi allori musicali, e di là festeggiato e onorato in tutti i diversi
stadii del suo cammino, ad Amberga, ad Asch, a Coburgo, a Francoforte,
a Magonza, entrò in Parigi pochi mesi dopo la sua partenza, preceduto
da tutti gli allettamenti della pubblicità e della fama.
Riccardo passò cinque anni nella capitale della Francia, allora come
attualmente, l’unico paese della vecchia Europa ove le arti e le
scienze fossero rimunerate di fama e di danaro: l’unico centro ove si
riflettesse tuttora un debole raggio di quella civiltà che è tramontata
nell’antico continente per risorgere sulle rive del nuovo mondo. Egli
vi si vide ad un tratto onorato, dovizioso, felice; ma una profonda
amarezza veniva a turbare di tempo in tempo l’immensità delle sue gioie
insperate: la rimembranza, la terribile rimembranza, diremmo quasi la
presenza spirituale di Anna. Riccardo era buono, sensibile, affettuoso,
ma la sua natura era variabile, sdegnosa di riposi e d’indugii;
egli non sapeva essere lungamente misero o lungamente felice, non
sapeva, come tanti esseri sensibili e delicati, sacrificarsi ad una
astrazione, ad un’idea fissa, ad un voto, darsi ad un affetto per
tutta la vita: e che era egli quell’affetto?.... quali diritti aveva il
passato sopra di lui? perchè tributare ad un amore che aveva cessato
di esistere il sacrificio di quelli che potevano ancora rallegrare la
sua vita spensierata e ridente? Egli aveva pianta la fanciulla per due
anni, l’aveva amata fortemente e nobilmente, e questo lungo tributo
di lagrime e di memorie doveva bastare alle terribili esigenze di
quell’amore sepolto. Riccardo lo credeva, lo voleva, egli sentiva che
la vita ha i suoi diritti, la virtù i suoi doveri, e l’umanità le sue
leggi; tutto inesorabile, tutto prepotente e severo.
Noi lo diremo, Riccardo non amava più Anna: non solo egli avrebbe
voluto dimenticare di averla amata, ma per una di quelle facili
ingratitudini di cui tanto si compiace lo spirito umano, egli avrebbe
desiderato di obliare anche il suo debito, il debito della sua
celebrità, del suo nome, della sua ricchezza medesima.
Nulla è più grave e penoso, nulla è più insoffribile alla maggior
parte degli uomini che il peso della riconoscenza. Assai di rado, se
il benefattore non assume i modi e l’apparenza del beneficato (ciò che
pretendiamo assai spesso) noi possiamo perdonargli il suo beneficio.
È un debito tremendo che ci toglie ogni quiete, che ci rende avidi e
impazienti di soddisfarlo anche ad usura. Quelle minute soddisfazioni,
quelle piccole vittorie che si riportano ogni giorno, ogni ora, in
questa lotta indefessa tra anima ed anima, tra creatura e creatura,
in queste battaglie assidue e spietate dell’egoismo, sono le uniche
sensazioni che ci confortino, nella nostra umana piccolezza, dei mali
grandi e reali della vita; — tutto ciò è dolce, ma nulla è più dolce e
più consolante che lo sciogliersi dal vincolo della gratitudine.
Noi non l’abbiamo detto; ma abbiamo sentito più volte la nostra
coscienza sussurrarci all’orecchio: oh com’è dolce l’essere ingrati!