Quella sera fu decisiva per tutta la vita dì Waitzen; egli suonò con

entusiasmo e s’inebbriò della voce divina della fanciulla.

Anna cantava con sentimento; la sua voce era debole e languida,

uscivale dal petto come affannosa; era più un lamento che un canto,

ma quel lamento aveva affascinato ogni cuore e spremuto delle lacrime

dagli occhi di tutta quella folla spensierata e felice. Riccardo ballò

colla fanciulla un valzer vertiginoso, le cui rimembranze, il cui suono

non uscirono mai più dalla sua memoria, come quelle che avevano segnato

per lui il primo periodo di una nuova esistenza. Quella ghirlanda

di rose bianche avvizzite, quell’abito azzurro tempestato di stelle

d’argento, quei capelli cadenti e scomposti, quella taglia slanciata e

flessibile, tutto quell’olezzo di cielo che emanava dalla sua persona,

riempirono per lunghi anni la mente immaginosa del giovine con sì

grande pienezza di affetti, di sensazioni e di fede, che tanta non

gliene avrebbe procurato una lunga esistenza di felicità, di godimento

e di amore.

Quando Riccardo, rientrato nella sua camera, rivolse lo sguardo a

quegli oggetti che gli richiamavano alla memoria il suo passato,

lo assalse un pentimento doloroso della sua esistenza trascorsa, di

quei giorni senza amore, senza amicizia, senza coscienza di bene e di

male, nei quali nulla si è raccolto, non una rimembranza, un affetto,

una fede di cui riconfortarsi in quell’età nella quale non si può

più vivere che di memorie. Il giovine si commosse e si armò di saldi

e nobili propositi per l’avvenire: che accadesse di lui in quella

notte, il cielo ed egli solo lo seppero; egli pregò e pianse come un

fanciullo, si coricò colle lacrime e si ridestò tutto mutato.

Otto giorni dopo egli abitava un piccolo appartamento in una casa

di fronte a quella di Anna, modo che non si frapponeva tra di loro

che la distanza della via. Fu così che Riccardo poteva lanciare sul

balcone della fanciulla delle piccole pallottole di carta, sulle quali

effondeva tutti gli affetti della sua anima innamorata e sofferente.

Nella sua potente vitalità l’amore subisce due fasi: quella delle

idee e quella dei fatti, ed è la prima di esse che ha nobilitato negli

uomini questo sentimento, creando una distinzione tra i loro amori e

quegli degli altri esseri organizzati, poichè nell’uomo l’amore non è

tanto il congiungimento delle vite, quanto è quello delle anime e delle

idee. Esistono due forze nella natura umana, sulle quali si basa tutto

il sistema della vita: e sono la forza di attrazione e la forza di

ripulsione — l’amore e l’odio: — l’amore è quella lotta che combattono

due anime per riunirsi; e la sensualità non ha più altro scopo che

quello di distruggere i corpi per affrettare la fusione delle anime:

ma questa fusione è impossibile nel mondo materiale senza la cessazione

delle vite, è del paro impossibile nel mondo dello spirito come quella

che distruggerebbe l’individualità: da ciò il desiderio di morte negli

abbandoni di amore, e quel vuoto eterno e quell’insoddisfacimento

tormentoso che si prova anche nell’amore corrisposto.

Ma la storia di un amore nella prima delle sue fasi, il suo nascere, il

suo crescere, il suo svilupparsi, è tal cosa che sfugge alla potenza

della parola. E che è ella la parola? Tutti coloro che hanno sentito

potentemente si sono arrovellati contro questo povero linguaggio

umano, il quale non sa accomodarsi che colla vita dei fatti, e si

trova immiserito e impotente allorchè vuole esprimere la vita delle

idee. Essa può manifestare un fatto con un suono, con una voce, con un

periodo; ma un’idea richiede dei volumi ancorchè non avesse abbracciato

che un atomo impercettibile di tempo, perchè l’idea è l’infinito.

È perciò che noi pubblicheremo qui semplicemente il contenuto

delle varie pallottole di carta che Anna Roof e Riccardo Waitzen si

scambiarono dai loro balconi.

Il lettore che ha amato indovini le battaglie di quelle anime.

I.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.

II.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Io vi amo.

III.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Il vostro silenzio è

inesplicabile; perchè ricevere le mie pallottole, se non mi amate? E se

mi amate perchè non rispondere?

IV.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Voi mi dileggiate crudelmente,

voi raccogliete volontieri le mie pallottole, voi mostrate di leggerle

con commozione, e non mi rispondete; mostrate di amarmi e non me

lo dite. Il vostro contegno è un enimma che tortura e confonde la

mia povera ragione, allorchè io tento di decifrarlo. Qualunque sia

il vostro cuore per me, o rispondetemi od abbandonerò domani questo

alloggio.

I.ª _pallottola di Anna a Riccardo:_ (_Se ne ignora il contenuto

essendo caduta sulla via_).

II.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: (_Caduta come sopra_).

V.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Per carità, lanciate le vostre

pallottole con maggior forza; componetele di una carta più consistente.

III.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Che vi dirò io, o Riccardo?

Abbiate compassione di me, perchè io più non mi riconosco in questi

giorni. Ve lo dirò, sì, che vi amo, ma non mi opprimete colla vostra

insistenza, non mi lusingate, non mi straziate coll’immagine d’una

felicità che non può, che non deve durare.... sappiate che il filo

della mia vita è spezzato.... giurate di amarmi, e vi rivelerò un

segreto terribile.

VI.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sulla mia vita, sul nostro

amore, lo giuro. Dite, angelo, dite.

IV.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il nostro amore sul quale avete

ora giurato, non vi legherà a me per uno spazio maggiore di un anno.

Sappiate che la mia esistenza è consumata da una malattia tremenda la

quale non conosce rimedio, dall’etisia. Io devo morire indubbiamente

non più tardi del mio anno diciasettesimo che compirò nella prossima

primavera, nella stagione dei fiori, quando tutto mi richiamerebbe alla

felicità ed alla vita. Dite ora, o Riccardo, potete voi amarmi a questo

prezzo? potete voi rendermi vostra?

VII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Sono dodici giorni che non vi

vedo: voi soffrite? voi siete malata? o, perdonate questo sospetto,

ricusate piuttosto di vedermi? La vostra confessione mi ha atterito,

e io sento più che mai il bisogno di amarvi, e di rendervi mia. Ma

esistono pure dal mio canto ostacoli forse insuperabili: io vi amo,

Anna, ma ho centomila franchi di debito.

V.ª _pallottola di Anna a Riccardo_: Il vostro cuore non vi aveva

ingannato; io era malata. La speranza di tanta felicità mi ha commossa

ed oppressa fino a morirne. Ho voluto meditare su tutte le possibili

eventualità del nostro amore prima di rispondervi. Sono lieta che

accettando il sacrificio che vi assumete di compiere col rendermi

vostra, io possa dimostrarvene in qualche modo la mia riconoscenza.

Ma potrò io ricompensarvi del vostro amore? Possiedo esattamente

abbastanza di che pagare i vostri debiti, e dispongo liberamente dalla

mia fortuna. Ma questo mutamento di stato richiederà la mia lontananza

da questa città; e quindi anche la vostra. Acconsentite? Io vi offro la

mia vita di un anno, ma una vita la cui potenza sarà centuplicata dalla

sensibilità, dall’amore, dal pensiero della sua cessazione imminente.

Un’altra donna non potrebbe offrirvi un anno di ebbrezze più divoranti;

la vostra esistenza trascorrerà attraverso una serie di sensazioni

nuove e infuocate, io non vivrò che un anno nel tempo, ma vivrò

un’eternità nell’amore. Tuttavia questa passione smisurata ha diritto

ad una ricompensa: un altro patto tra noi: — _voi dovete essermi

fedele anche dopo la mia morte, voi dovete amarmi per tutta la vostra

vita_. —

VIII.ª _pallottola di Riccardo ad Anna_: Acconsento ad amarvi per tutta

la mia vita: ma giacchè noi dovremo abbandonare questa città, non si

potrebbe fare a meno di pagare i miei creditori?

Noi non diremo quante altre pallottole furono scambiate tra i due

amanti, fino all’ultima di esse che era così concepita: «Venite

Riccardo, tutto è combinato e compiuto».

E una settimana dopo una carrozza da posta viaggiava sulla via da

Vienna ad Amburgo. Anna Roof e Riccardo Waitzen andavano a passarvi la

loro settimana d’orpello.

Da questo punto ebbe principio la vita artistica di Riccardo, poichè

egli non aveva appreso da giovinetto che i primi rudimenti dell’arte,

e sebbene la natura lo avesse creato per essa, egli ne aveva delusi

e attraversati sempre i disegni. La fanciulla non lo aveva ingannato

assicurandolo della sua terribile predestinazione ad una morte sicura

e precoce: egli stesso s’avvedeva di quella rapida rovina che la morte

andava compiendo sopra di lei; quella gemma si era sbucciata ad un

tratto, troppo presto fioriva, ma di quella bellezza, fugace, di quello

schiudersi violento del fiore raccolto e collocato nel vaso d’acqua, i

cui petali si distaccano ancora non avvizziti dal gambo: ma nondimeno

essa era bella; era mesta, ma di quella mestizia che forse negli esseri

soprannaturali costituisce la gioja; l’amore la rivestiva di tutta la

sua luce, il suo amore era tutta la sua vita, e la sua vita bastava a

tutto il suo amore.

Coloro che hanno veramente amato sanno comprendere l’eternità di un

anno di amore, le mille voluttà ch’egli può offrire in un giorno, in

un’ora, in un fugace momento, quegli abbandoni riuniti di ebbrezza e di

cuore, in cui si dice: basta, te ne scongiuro, lasciami amico, perchè

io temo di morire.... io temo che la mia natura s’infranga.

Riccardo non aveva ancora amato: come la maggior parte degli uomini

egli aveva trasvolato su tutto, sfiorato tutto; ma non era giunto mai

al fondo di un cuore, non aveva conosciuto quel profondo possedimento

morale che costituisce unicamente l’amore, che unicamente lo autorizza,

che eleva il possedimento fisico fino alla sua celeste sublimità, e

la cui privazione fa sì che molti di coloro i quali credono di avere

smisuratamente amato, muoiono senza aver conosciuto questo divino

sentimento.

Fu quindi una serie di sensazioni nuove e profonde quella che venne

a ridestare la sensibilità assopita del giovine. Riccardo si vide

come risvegliato da uno di quei sogni i quali ci sembrano così belli,

così lusinghieri nel sonno, e che al mattino ci appaiono insipidi e

vani. Allo svelarsi di questa verità egli avrebbe potuto rinvenire un

conforto nelle seduzioni della sua vita avvenire, ma questa dolcezza

eragli amareggiata da un convincimento terribile, dalla perdita

inevitabile di Anna.

Riccardo non poteva illudersi: egli lo vedeva, egli lo sentiva; quello

stesso amore, quegli stessi abbandoni della fanciulla scuotevano

troppo profondamente la sua sensibilità.... oh ella era sì fragile, sì

delicata.... l’avresti detta uno di quegli steli di giunchiglie che si

spezzano sotto il peso di una goccia di rugiada, una di quelle piccole

farfalle azzurrine che s’intorpidiscono e muoiono sotto il soffio più

sottile del tuo alito... e il giovine temeva sovente di abbracciarla,

egli poteva stringerla troppo forte, farle male, intorpidire, arrestare

quella corrente vorticosa della sua vita; scuotere, avvizzire quelle

forme divine e sensibili come le foglie pudiche della mimosa.

Questo ritegno forzato e volonteroso ad un tempo, quel non so che di

arcano che circonda una creatura sì sofferente, sì delicata, e sì

frale; quella nobile imponenza del dolore, quella triste e solenne

maestà che proveniale dalla morte, che era già in lei, che rivelavasi

appunto in quell’azione centuplicata della vita, ne formavano per

Riccardo l’oggetto di un culto superstizioso e indefesso. Ma ciò che

affascinava soprattutto la mente esaltata del giovine, era la dolcezza,

l’espressione ineffabile del suo canto. Anna cantava con forza, con

sentimento; cantava spesso dalla mattina alla sera, la musica era il

suo linguaggio, essa ne conosceva tutte le leggi, tutte le intonazioni,

tutti gli effetti, tutte le modulazioni più arcane.... Ma ciò che v’era

di incomprensibile, direi quasi di pauroso nel suo canto, era che esso

non ridestava idee, od affetti, o memorie di questa terra; colui che

l’udiva si sentita rivivere con sensazioni nuove, incomprensibili,

inusitate, in un mondo del pari inusitato....

Era forse l’approssimarsi per lei di questo mondo che le permetteva di

udirne, e di rivelarne le armonie come l’eco di un eco?

Perocchè io credo che esistano armonie, linguaggi, rivelazioni tra

mondi e mondi. Quella vaga malinconia che s’impossessa talora di noi,

che sente come del rimpianto, che sembra accennare a gioie, a dolori,

ad affetti trascorsi, e ci occupa tutto, e non si sa cosa sia, è la

rimembranza di un mondo passato: quelle aspirazioni che riempiono ed

agitano tutta la nostra vita, quel succedersi di tante speranze sempre

deluse, e sempre rinnovate, quell’avidità insistente dell’infinito, non

sono che l’attrazione di un mondo avvenire. Noi viviamo nell’eternità,

collocati tra queste due potenze ugualmente dilette, e ugualmente

formidabili: sono queste attrazioni del passato e del futuro che

dilatano i confini della nostra esistenza, anzi che la costituiscono,

poichè noi non vivremmo senza di esse che la vita materiale

dell’istante.

L’infinito è nell’uomo. Chi non lo sente? Noi viviamo in esso a sbalzi,

a tratti, a periodi, a vite parziali; ma passiamo dall’una in un’altra

come gli anelli di una catena riunita alle sue estremità, come i punti

lineari di un circolo; noi giriamo sulla superficie senza mai uscirne.

Ecco l’infanzia: voi non vi siete ancora tutto emancipato dalla vecchia

vita: avete modi, pensieri, aspirazioni inadatte a quello stato di cose

nel quale siete rinato; vi sentite smarriti, confusi, impicciati; egli

è che voi agite tuttora per le abitudini di un mondo antecedente: ma

la vostra intelligenza, dopo aver lottato trent’anni per redimersi,

vi pone finalmente in equilibrio tra queste due attrazioni, ed ecco

a quell’età la pienezza della vita, sulla quale oscillate un istante

prima di uscire dalla corrente, prima di subire l’attrazione di un

mondo avvenire che vi precipita verso la vecchiaia e verso la morte; ma

la morte non esiste; essa è la vita e la luce.

Avete mai osservato un infermo? egli è buono, egli è docile, la sua

natura si è tutta mutata, per poco che il suo spirito sia stato

coltivato, egli sarà anche poeta: egli è che più si rallentano

i nodi che ci avvinghiano a questo mondo, e più noi ci sentiamo

posseduti dall’altro: i vecchi, i sofferenti, gl’infermi ne subiscono

già la natura; essi si trovano collocati tra le due vite, lì, sul

margine, sentono ancora dell’una e dall’altra, e non appartengono più

interamente ad alcuna. L’umanità riverisce nel dolore e nella vecchiaia

le scolte di questo mondo invocato.

E certo quel fascino del canto di Anna quella emanazione divina e

incomprensibile di tutta la sua persona, non erano che l’eco di una

rivelazione di quel mondo. E che cosa è il canto? Tutti i popoli

cantano, ma gli sventurati sopra tutti. Egli è forse la rimembranza di

un linguaggio che sparve o le prime voci di un linguaggio che sorge;

forse la lingua delle passioni, di cui noi balbutiamo le prime sillabe

disordinate e sconnesse. Anna cantava il suo amore e la sua morte, e

le sue note erano l’elegia del suo destino. — Anche gli uccelli cantano

morendo.

Mi ricordo che quando era fanciullo mi prendeva vaghezza di andare

le notti di primavera ad ascoltare il canto degli usignuoli. Una sera

era per ciò uscito alla campagna, e m’era seduto presso una siepe poco

distante da un olmo su cui uno di essi cantava con tale abbandono, e

con note sì malinconiche e toccanti che io, senza saperne il perchè,

mi struggevo tutto in lacrime udendolo. Si piange assai facilmente a

quell’età, e tutta la vita avvenire ha di rado un sorriso che valga

una sola di quelle lacrime. La luna era limpida e piena e inondava

quelle campagne silenziose della sua luce; tutta la valle risuonava

di quel canto. Ma nel colmo della notte la sua voce divenne fioca

e lamentevole; a poco a poco le sue note si mutarono in un gemito

prolungato, sommesso, poi interrotto... poi non udii più nulla: pensai

che fosse volato via. Stava allora per allontanarmi quando intesi un

improvviso rumorio tra quelle frondi, e sentii qualche cosa caderne,

urtando di ramo in ramo:.... mi avvicinai esitando, e vidi che era

un uccello, un usignuolo, certo quello medesimo; lo raccolsi, era

ancor vivo, ma sì delicato, sì leggiero, non aveva più che le penne;

il suo piccolo cuore batteva sì concitato che non poteva numerarne le

pulsazioni.... il poveretto mi spirò tra le mani pochi minuti dopo. Non

ho mai dimenticato quell’uccello.

Strana potenza dell’amore! Riccardo divenne artista per Anna: fu a

lei che egli dovette la sua gloria, la sua fecondità, il suo nome. Per

quale mistero essa aveva potuto apprendergli in un anno i segreti più

imperscrutabili dell’arte? essa che pure li ignorava, e a cui forse non

erano suggeriti o svelati che da un istinto? Ecco la sorgente di quel

terrore superstizioso e fatale che invase tutta la vita del giovine, e

che si accrebbe dopo la cessata esistenza di Anna. Essa avevalo educato

col canto. Sotto l’incantesimo delle sue note, la mano inesperta di

Riccardo, quasi passiva, quasi non volente aveva creato delle melodie

straordinarie: a poco a poco il suo orecchio, il suo cuore si erano

aperti a quell’armonia, a quel ritmo celeste della musica; il giovine

vi si era abbandonato con trasporto, tutto era inusitato per lui, tutto

delizioso e incantevole; egli aveva provato delle sensazioni nuove,

energiche, insperate, la cui potenza lo aveva quasi atterrito; come

cosa che egli aveva creduto impossibile nell’arida realtà della sua

vita trascorsa. Pareva che la fanciulla non volesse dividersi da lui

senza apprendergli tutto, senza trasfondersi tutta in lui stesso. «Mio

povero amico, le diceva ella sovente, tu rimarrai solo assai presto, ma

io sento che non ti abbandonerò anche estinta: il mio spirito veglierà

costantemente presso di te, e ti accompagnerà come una guida invisibile

sulla tua via abbandonata e deserta: come una fiaccola solitaria

illuminerà della modesta sua luce la tua povera vita di artista. Ma se

pure io dovessi talvolta separarmi da te, se tu più non mi sentissi al

tuo fianco, e avessi bisogno della tua Anna.... oh allora chiamami;

suona quella sinfonia memorabile di Hummel, le cui note ci ricordano

il primo giorno avventurato del nostro amore, e a quel richiamo, io

abbandonerò tutto, io volerò ancora presso di te, dovessi per ciò

divellermi dall’infinito, e rinunciare alle gioie più sacre e più

inebrianti del cielo».

E tredici mesi dopo le nozze di Riccardo e di Anna, la Germania era

commossa dall’apparizione di una raccolta, di grandiosi componimenti

musicali, che un artista già grande e ancora ignorato dedicava sotto

il titolo di _Foglie di cipresso_, alla santa memoria di Anna Roof sua

moglie.

Passeremo di volo su tutte le fasi della sua vita di artista: non

accenneremo ad alcuna delle sue composizioni più elette, benchè

quell’ingiusta dimenticanza a cui furono condannate da una fatalità

dolorosa, altrettanto che inesplicabile, ci ecciti a riporle, per

quanto è in noi, alla luce della pubblicità e della gloria. Ma ciò

appartiene al compito dell’arte e sfugge alle esigenze del romanzo. E

chi d’altronde potrebbe rintracciare nel vasto oceano dell’armonia,

tra i ruderi de’ suoi monumenti abbattuti le reliquie di quelle

concezioni obbliate e disperse? Prodigio ineffabile dell’amore! Egli

è sopravvissuto alla scienza, egli che ne è la sintesi, egli che è

la scienza immortale della vita. Il nome di Riccardo accoppiato alle

glorie palesi dell’arte fu travolto nell’oscurità e nell’obblìo,

congiunto alle gioie segrete dell’affetto è passato splendido e illeso

a traverso le tenebre secolari del tempo. L’amore giudice e maestro

dell’umanità ne registra la storia ne’ suoi volumi infiniti. L’umanità

è nata e si perpetua coll’amore, nè potrà ricomporsi che nella sua

tomba medesima.

Dopo la perdita di Anna, Riccardo abbandonò Amburgo, e pensò che la

vista di nuovi cieli e di nuovi costumi lo avrebbe distolto dal suo

dolore operoso e costante. Venne a Linz, attraversando quegli ultimi

gioghi delle Alpi che si perdono nelle pianure del Danubio, e poichè

tutti quei luoghi gli parlavano ancora di lei e della sua infanzia,

decise d’attraversare la Germania e di entrare nella Francia per quel

fiume e pel Reno.

Fu sui teatri di Ratisbona e di Straubing che egli raccolse i suoi

primi allori musicali, e di là festeggiato e onorato in tutti i diversi

stadii del suo cammino, ad Amberga, ad Asch, a Coburgo, a Francoforte,

a Magonza, entrò in Parigi pochi mesi dopo la sua partenza, preceduto

da tutti gli allettamenti della pubblicità e della fama.

Riccardo passò cinque anni nella capitale della Francia, allora come

attualmente, l’unico paese della vecchia Europa ove le arti e le

scienze fossero rimunerate di fama e di danaro: l’unico centro ove si

riflettesse tuttora un debole raggio di quella civiltà che è tramontata

nell’antico continente per risorgere sulle rive del nuovo mondo. Egli

vi si vide ad un tratto onorato, dovizioso, felice; ma una profonda

amarezza veniva a turbare di tempo in tempo l’immensità delle sue gioie

insperate: la rimembranza, la terribile rimembranza, diremmo quasi la

presenza spirituale di Anna. Riccardo era buono, sensibile, affettuoso,

ma la sua natura era variabile, sdegnosa di riposi e d’indugii;

egli non sapeva essere lungamente misero o lungamente felice, non

sapeva, come tanti esseri sensibili e delicati, sacrificarsi ad una

astrazione, ad un’idea fissa, ad un voto, darsi ad un affetto per

tutta la vita: e che era egli quell’affetto?.... quali diritti aveva il

passato sopra di lui? perchè tributare ad un amore che aveva cessato

di esistere il sacrificio di quelli che potevano ancora rallegrare la

sua vita spensierata e ridente? Egli aveva pianta la fanciulla per due

anni, l’aveva amata fortemente e nobilmente, e questo lungo tributo

di lagrime e di memorie doveva bastare alle terribili esigenze di

quell’amore sepolto. Riccardo lo credeva, lo voleva, egli sentiva che

la vita ha i suoi diritti, la virtù i suoi doveri, e l’umanità le sue

leggi; tutto inesorabile, tutto prepotente e severo.

Noi lo diremo, Riccardo non amava più Anna: non solo egli avrebbe

voluto dimenticare di averla amata, ma per una di quelle facili

ingratitudini di cui tanto si compiace lo spirito umano, egli avrebbe

desiderato di obliare anche il suo debito, il debito della sua

celebrità, del suo nome, della sua ricchezza medesima.

Nulla è più grave e penoso, nulla è più insoffribile alla maggior

parte degli uomini che il peso della riconoscenza. Assai di rado, se

il benefattore non assume i modi e l’apparenza del beneficato (ciò che

pretendiamo assai spesso) noi possiamo perdonargli il suo beneficio.

È un debito tremendo che ci toglie ogni quiete, che ci rende avidi e

impazienti di soddisfarlo anche ad usura. Quelle minute soddisfazioni,

quelle piccole vittorie che si riportano ogni giorno, ogni ora, in

questa lotta indefessa tra anima ed anima, tra creatura e creatura,

in queste battaglie assidue e spietate dell’egoismo, sono le uniche

sensazioni che ci confortino, nella nostra umana piccolezza, dei mali

grandi e reali della vita; — tutto ciò è dolce, ma nulla è più dolce e

più consolante che lo sciogliersi dal vincolo della gratitudine.

Noi non l’abbiamo detto; ma abbiamo sentito più volte la nostra

coscienza sussurrarci all’orecchio: oh com’è dolce l’essere ingrati!

Amore nell'arte · 第 4 / 8 段