Io accorcio, per quanto mi è possibile, la mia narrazione.
L’analisi di questa dolorosa infermità della sua mente — noi chiamiamo
infermità di mente tutto ciò che si allontana dalle sue leggi comuni —
potrebbe fornire argomento a molti volumi, e pochi saprebbero entrare
nello spirito vero di questo esame — gli artisti forse, e non tutti.
Questa specie di anatomia di un’anima non potrebbe offrire interesse
che per coloro i quali furono dotati di una mente superiore, per quei
pochi che hanno molto amato o molto sofferto, per quegli eletti, cui
l’idea del bello si è mostrata per altre vie e per altre immagini che
non soglia mostrarsi alle masse.
Lorenzo Alviati ebbe natura e passioni e genio eccezionali. Le sue
opere, non note che a pochi amici, furono forse di quelle grandi
aberrazioni, di quei grandi errori, di quegli slanci giganteschi,
di quelle prodigiose antiveggenze che precedettero in ogni tempo le
scoperte dei più grandi veri scentifici e filosofici. Fu un uomo fuori
de’ suoi tempi — oserei quasi dire che fu un’anima fuori della sua
natura, tanto egli seppe combatterla: ancorchè ne uscisse vinto, e
dominarla così miseramente.
È noto come quella Venere destasse passioni d’amore violentissime.
Lorenzo tradì, suo malgrado, il suo segreto, — il segreto di questo
priapismo singolare del genio — e gli fu impedito di rivederla.
Rimpatriato, si ammalò di malinconia, e la sua ragione incominciò ad
alterarsi nell’isolamento che egli creava intorno a sè stesso. Tutta
quell’affettività, e assieme tutto quel fuoco represso di gioventù che
non aveva potuto versare in nessun cuore, si raccolse e si riversò
tutto in sè medesimo. Come spiegarlo? Egli incominciò a non trovare
più altra compiacenza che con sè stesso, altro oggetto degno di amore
che sè stesso, altra rivelazione del bello che la sua persona. In
una parola, la sua ragione ne andò interamente sconvolta — egli finì
coll’essere preso d’amore per sè medesimo. Io rifuggo dal descrivere
i dettagli deplorevoli di questa follia: ciascuno li potrà agevolmente
immaginare.
Il mio amico non lasciò scritte che poche opere, le quali per quanto
io credo, andarono smarrite. Io conservo tuttora un suo manoscritto
contenente alcune idee speciosissime sul ritmo, e uno schizzo di
progetto relativo all’abolizione del melodramma. La sua musica —
contrariamente a ciò che si poteva supporre — era dolce, semplice,
appassionata, estremamente melodica. Coloro che l’hanno udita
hanno serbato memoria per lungo tempo di quel fascino inesplicabile
che esercitavano le sue melodie. Mi è pur rimasta una sua memoria
circa quel barbaro sistema di finali fragorosi e convenzionali, da
cui nessuno ha finora saputo sciogliersi, e che io ho in animo di
pubblicare. Sarà l’ultimo omaggio che io renderò alla memoria di un
amico affettuoso, e di un genio sventuratissimo.
Lorenzo Alviati, morì nel manicomio di Alessandria l’11 giugno 1863.
RICCARDO WAITZEN
LORENZO. E voi lo credete?
IL MAGISTRATO. No, io non ho fede
alcuna negli spiriti — intesi
però a dire che essi esercitano
delle strane influenze sugli
uomini, e questa fede antica
quanto l’umanità non può
essere avversata ciecamente, nè
distrutta ad un tratto.
(A GHOST IN COMEDY).
Che cosa è l’immaginazione? Chi ne definisce le facoltà? Dove
rintraccieremo noi quella linea che separa l’immaginario dal vero? E
nel mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualche
cosa che noi possiamo chiamare assolutamente reale, od assolutamente
fantastico? O piuttosto non è egli tutto fantastico nello spirito? Come
nulla vi ha di individuato, di isolato, nell’immensità delle masse
che compongono l’universo, ma tutto si riunisce e si sfuma per mezzo
delle piccole masse intermedie, non potrebbe essere che l’ideale ed
il realismo si congiungessero tra di loro per certe leggi che a noi
non è dato di conoscere, per certo mistero che a noi non è concesso
di afferrare; e che gli uomini non facessero che definire con queste
due parole i due punti estremi di questa linea, quali sono il mondo
sensibile ed il mondo immaginario? Qualunque sia quel vero che a noi
non è dato di percepire, egli è però ben certo che dei grandi legami
esistono tra di loro. La loro conciliazione secondo la natura umana,
ha formato la lotta di tutti i tempi, come forma la lotta dell’oggi:
l’umanità tende ad equilibrarsi tra queste due grandi attrazioni, come
quella che si sente dominata da entrambe, e non ignora costituirsi
dalla loro azione il segreto delle sue lotte e della sua vita.
La letteratura moderna, conscia di questa verità, si è rivolta alla
soluzione di un grande quesito: «idealizzare il reale»; fondere assieme
queste due potenze, costringere l’immaginazione, l’idea a soffermarsi
sulla realtà, ad anatomizzarla, a rivestirla de’ suoi colori, delle
sue forme, delle sue seduzioni divine. Quella grande letteratura, che è
la recente letteratura francese: Karr, Vittor Ugo, Girardin, e più di
tutti Michelet co’ suoi libri divini dell’amore e della donna, hanno
dimostrata possibile questa conciliazione, indirizzandola allo scopo
dell’umana felicità. Forse la letteratura avvenire non mirerà più ad
altro fine che a questo: essa arresterà lo spirito degli uomini sempre
rivolto all’ideale e al fantastico, per trattenerlo sui campi della
realtà, ove noi dobbiamo combattere, qui e non altrove, vogliosi o non
volenti, la lotta secolare della vita.
Ma la scienza ha pure rialzato in questi ultimi tempi un lembo della
cortina misteriosa. Mesmer colla scoperta del magnetismo sembrò
aver fatto un passo gigantesco su questa via. I primi fenomeni di
quella scienza, arcani, oscuri, confusi, perciò accolti con quella
superstiziosa credulità che affascina tutti gli uomini all’idea
dell’incomprensibile e dello ignoto, sembrarono aver afferrato le prime
fila per districare tutto quanto il segreto, fino allora inviolato,
della natura umana: — la fusione delle anime, la trasmissione del
pensiero, la chiaroveggenza, l’intuizione, l’unificazione di due, di
più individualità; furono altrettante scoperte che parvero assicurarci
la conquista di verità prodigiose e infinite.
Tuttavia non si tardò a riconoscere che tutto era fittizio in questa
scienza, e che le prime basi gettate con tanta apparente solidità,
non bastavano a sostenere quell’edificio colossale e gigantesco che
si voleva innalzare sopra di esse: toltine i fenomeni materiali,
tutto si è arrestato, tutto è ricaduto nell’ignoto; — l’ipnotismo
ci ha dimostrato che gli stessi effetti si ottenevano colla semplice
fissazione di un oggetto luminoso; lo spiritualismo rimaneva dunque
escluso, e i fenomeni del Mesmer ricadevano nel dominio della materia.
— Perocchè chi ha mai potuto definire le proprietà degli spiriti,
e i rapporti che essi hanno tra di loro? Che cosa è il sogno, il
sonnambulismo, il presagio, l’astrazione, il pensiero e più di tutto
l’incubo? I sensi — ecco i limiti estremi delle nostre facoltà; nulla
di positivo, nulla di assoluto fuori di essi — ogni altra cosa è
immaginaria e fantastica; essa appartiene a un’altra sfera di esseri,
sulla cui natura, sul cui fine, sulle cui facoltà, nulla ci è dato di
comprendere e di asserire con sicurezza.
Ciò non di meno, una vaga, una poetica illusione è venuta oggi a
mettere in rapporto il mondo fisico col mondo spirituale, il mondo
finito col vivente: intendo parlare dello _spiritismo_, questa
applicazione singolare della scienza, per la quale uno spirito
compiacente discende a parlare con voi un linguaggio di convenzione
immedesimandosi in un tavolo, in una sedia, in un arnese qualunque
della vostra camera: ed ecco che il magnetismo si è collocato come
interprete, come intermedio tra voi e il mondo spirituale — perocchè
come avrebbe potuto uno spirito rivelarsi senza il concorso di un
oggetto sensibile?
Io vorrei conoscere se coloro i quali, mercè questo mezzo, continuano
a convivere in ispirito coi loro cari, hanno la fede assoluta nella
realtà di questa convivenza. Se essi credono, il fenomeno esiste.
Noi non possiamo sorridere di questa credenza: proviamone l’assurdo,
proviamone del paro la verità se ci è possibile. Bensì ciascuno di
noi ha sentito in sè stesso, in molte circostanze della vita, qualche
cosa che gli parlava di altri esseri, o sofferenti o lontani, o già
morti alla nostra esistenza di un giorno. Ditemi, non avete voi perduto
qualcuno dei vostri diletti? e non ne avete spesso udito ancora la voce
e i consigli? non li avete più riveduti nei vostri sogni, nelle vostre
veglie affaticate e affannose? non li avete sentiti come discendere,
pesare sopra di voi, immedesimarsi in voi stessi, congiungere alla
vostra la loro vita? Chi vi dice che mentre vi si affaccia un’immagine
nel sogno, quell’immagine stessa non sia lì viva, palpitante, curvata
sopra di voi o assisa presso il vostro guanciale? E chi vi dice ancora
che voi sognate? Che cosa è il sogno se non che un’esistenza piena,
colma, smisurata, al cui confronto l’esistenza della veglia, non è che
la vita monca e impotente della pietra?.... Veglia, sonno.... parole!
Io non vi domanderò quali fatti appartengano al mondo reale e quali a
quello della immaginazione, non vi domanderò ancora quale sia quella
linea che separa questi due mondi — negatemi che i fenomeni esistano.
È assai tempo che io conobbi nell’esercito due giovani ufficiali, due
gemelli: la natura li aveva fatti ad uno stampo; nessuna distinzione
fra di loro — le stesse fattezze, lo stesso colorito, lo stesso suono
di voce — essi si amavano di tutta la tenerezza fraterna, e forse
alla loro nascita la natura, ignara del concepimento di due esseri,
trovatasi così alle strette, poichè la cosa non ammetteva indugio,
aveva diviso fra di loro quel soffio della vita, che aveva predestinato
inconsciamente ad un solo. Non ho conservato memoria di avvenimenti più
singolari di quelli a cui dava luogo la loro prodigiosa somiglianza.
Uno di essi, Giulio, era un abile giocatore di bigliardo: l’altro,
Luciano, non era che un giocatore assai mediocre. Spesso i loro
compagni prima di accingersi al giuoco con uno di essi (era impossibile
farlo con entrambi senza che ne derivasse una strana confusione) gli
domandavano:
— Sei tu Giulio o Luciano? noi confidiamo sulla tua parola.
— Luciano, sul mio onore.
Ed ecco che la partita s’impegnava colla certezza di uscirne vincitori,
ma ad un dato momento, Luciano scivolava nella sala, subentrava non
visto il fratello, e la partita era perduta.
Spesso ancora nelle riviste del reggimento, uno di essi si assentava
per turno, sicuro che l’altro poteva supplirlo senza pericolo di
essere scoperti. Ed eccone uno sfilare grave e impettito d’innanzi al
colonnello nella prima compagnia cui appartiene, e appena uscitogli
di vista, portarsi alla coda del reggimento e ripassare di nuovo
alla testa della compagnia dell’assente. Ma un giorno il colonnello
insospettito lo fa uscire dalle file, lo trattiene presso di sè, ed
ecco che lo strattagemma è scoperto e punito.
Come è costume di soldato, essere chiuso agli affetti duraturi e
gentili, e aperto solamente alle piccole passioni di un giorno, essi
avevano delle amanti delle quali si dividevano i favori senza che le
tradite potessero avvedersi dell’inganno. La loro vita rimaneva così
come moltiplicata, e la loro natura porgeva ad essi il privilegio di
sensazioni sempre rinnovate e sempre recenti.
Spesso avveniva che una di loro gli dicesse:
«Amor mio io non ti riconosco più questa sera, tu mi sei tutto
mutato: è forse ciò che tu mi promettevi ieri l’altro? un contegno più
delicato, più rispettoso, più calmo?.... ecco le tue promesse, ecco i
tuoi giuramenti svaniti.....»
«Non mi badare, o fanciulla, le mie preoccupazioni del giorno sono sì
gravi che io ho tutto dimenticato, e poi il mio amore è sì veemente,
sì imperioso, sì cieco.... ma tu che lo disconosci, oh! tu mi ami sì
poco.....»
Certo quella mente immaginosa di Shakespeare, nell’ideare la sua
commedia degli equivoci, non avrebbe potuto creare delle combinazioni
più singolari e più ardite. Ma la vita dei due giovani era predestinata
ad un fine prematuro e inatteso. Luciano cadde colpito da una palla
austriaca nella giornata di S. Martino: Giulio che gli sopravisse
divenne malinconico e pensieroso, sentì che gli era venuta a mancare
come una metà di sè stesso, abbandonò la carriera militare, e essendosi
ritirato a vivere in una piccola casa di campagna sul Canavese, vi morì
di patéma un anno dopo.
Alcuni mesi prima della sua morte io mi recai a visitarlo, e mi
trattenni alcuni giorni presso di lui. Lo trovai infermo e prostrato,
affetto da quell’etisia del cuore che precede nelle nature soffrenti e
sensibili l’etisia fisica; ma la sua anima aveva acquistata tuttavia
una potente effettività, una forza di astrazione straordinaria.
Egli mi assicurava che era felice, che aveva ogni giorno dei lunghi
ed affettuosi colloquii con suo fratello, che egli era presente ad
ogni istante, che in quelle sei ore che egli trascorreva ogni giorno
rinchiuso nella sua camera ne evocava lo spirito col solo atto della
volizione, e si abbandonava con lui alle dolci confidenze, alle piene
espansioni del loro affetto, alle costanti e profonde investigazioni
del loro destino.
Spesso io sorrideva della sua fede ed egli mostrava di compiangere la
mia incredulità, e diceva con tutto lo slancio d’un desiderio a stento
represso: «oh potessi io presto morire, andarmene, libero, là dov’egli
dimora! oh potessi presto raggiungerlo!
E lo raggiunse di fatto.
Ora potremo noi dileggiare un trasporto di fede sì vivo? E siamo noi
ben sicuri che tutto ciò non fosse che fede, che allucinazione, che
sogno? Ho sentito uomini colti e severi dire coll’espressione d’un
convincimento incrollabile: «ciò è falso, ciò è vero, ciò solamente
sussiste, fin là e non più oltre voi dovete innalzare l’edifizio della
vostra fede.» Presuntuosi! E fino a qual punto hanno essi scrutato
nelle viscere della natura? Fino a qual pagina essa ha loro aperto
il libro meraviglioso de’ suoi segreti? Che vi hanno essi letto? La
fede è finita: dalle sue basi incrollabili noi possiamo trarre delle
conseguenze finite, perciò spesso imperfette: ma il dubbio solo è
grande, sconfinato come l’immenso universo, incommensurabile come
l’oceano, profondo e tenebroso come gli abissi dell’anima umana: il
dubbio è la rivelazione della scienza, — essa lo cerca immolandogli
ogni fede — poichè una sola fede esiste, quella del dubbio.
Ma veniamo al nostro racconto.
In un caldo mattino di agosto dell’anno 1840, un elegante calesse
tirato da due buoni cavalli amburghesi, sollevava un nembo di polvere
sulla via che da Raab mena a Vienna. Su quel calesse vi era Riccardo
Waitzen: egli veniva da Ofen; era uscito di tutela due giorni prima,
e andava a domiciliarsi nella capitale dell’impero, con ventidue anni,
due cavalli amburghesi, uno spartito di Mozart nella sua valigia e un
ordine di pagamento di cento mila fiorini sopra una banca principale
di Vienna. Riccardo Waitzen si sentiva equilibrato come un principe
nella sua carrozza; egli non era mai stato così felice, e poichè la
felicità eccessiva sente assai spesso della natura del dolore, il
giovine era portato a sentimenti malinconici, e guardava il sorgere
del sole dietro le foreste del lago di Neusiedl con aspetto cupo e
turbato, come se quel giorno fosse stato l’estremo della sua felicità
e delle sue speranze. Questa sensibilità che si eccita e si ridesta
alla vista della natura ci dice che Riccardo non era cattivo e che
il suo animo era suscettibile di sentimenti delicati e profondi: sì,
egli era tale, e lo sarebbe per certo rimasto se egli non fosse uscito
da Ofen, se gli avvenimenti futuri della sua vita non ne avessero
sconvolto l’indole e il cuore. Poveretto! il giovine non aveva più
nè padre nè madre, anzi, egli non li aveva mai conosciuti; non aveva
ricevuto quella dolce e perseverante educazione della famiglia che
s’immedesima in noi e perdura a traverso tutte le peripezie della vita:
uscito da un collegio a diciotto anni, egli conosceva le coniugazioni
latine, e i primi elementi della storia, sapeva suonare un valzer di
Bach, e cantare una cabaletta di Schubert o di Thalberg; ma il suo
cuore era rimasto costantemente la parte più negletta di lui: egli
non aveva amato, egli non si era mai sentito tratto ad amare; la sua
natura lo chiamava soltanto al piacere, all’incostanza, alla vita
clamorosa e felice. Riccardo non aveva che una passione, una sola,
ma energica, prepotente, assoluta, la passione ruinosa del giuoco,
e fu da essa che ebbero origine quegli avvenimenti che noi stiamo
per raccontare. Non ci arresteremo su quei due primi anni che egli
trascorse così ignorato nella capitale; noi non lo considereremo che
nella sua vita di artista e di amante, e aggiungeremo solamente che
un anno dopo quel primo mattino di agosto, egli aveva ventitre anni,
un solo cavallo amburghese, lo spartito di Mozart ancora nella sua
valigia, e cinque mila fiorini di capitale depositati alla banca. E
finalmente un’altr’anno dopo, egli non aveva più che ventiquattro anni,
lo spartito inalienabile di Mozart, e cinquantamila fiorini di debito.
Il giuoco lo aveva rovinato.
Ma prima che Riccardo Waitzen, per una di quelle predilezioni della
fortuna così rare negli annali del genio, si fosse acquistato per tutta
la Germania fama di artista straordinario in due soli anni di studii
e di occupazioni indefesse, era già conosciuto nei grandi centri di
Vienna come un giovine la cui eleganza e la cui liberalità avevano
superato ogni esempio. Bisogna aggiungere che Riccardo era bello, di
quella bellezza intatta, sorridente, fiorita, da cui traspare, come
la luce in un vaso d’alabastro, l’interna contentezza dell’anima: il
dolore non aveva tracciata la più piccola ruga su quel volto, e, a dire
il vero, è d’uopo confessare che egli ignorava completamente cosa fosse
il dolore.
Non so se qualcuno de’ miei lettori, qualcuno di coloro che sono
portati dalla loro natura a riflettere e a trarre il meglio che si
può dalla dubbia morale dei costumi presenti, si sia mai tolto seco
uno di questi esseri che in tutte le società, in tutte le nazioni,
rappresentano la classe più improduttrice, più inoperosa e più
riprovevole del popolo — i _lions_, i _dandies_, i _zerbini_ — e
rinchiusoselo nella sua camera, da solo a solo, e citatolo al tribunale
incorruttibile della sua coscienza. Io mi sento umiliato nella mia
natura di uomo all’idea di emettere un giudizio su queste creature. Io
li vorrei poco meno che esclusi dalla nostra grande famiglia, nè dubito
che verrà un tempo in cui l’umanità riverente ai due grandi principii
d’ogni ordine sociale che sono la punizione dell’ozio e la santità e la
ricompensa del lavoro, condannerà all’ostracismo e al disprezzo questa
classe inoperosa e fatale. Giova però osservare che il _fashionable_
inglese ha certe eccentricità proprie della sua nazione che ne fanno
un tipo interessante e curioso: il tedesco è quasi sempre assai colto
spesso artista o poeta: il francese splendido, originale, simpatico,
impaziente di profondere tutta la sua fortuna per avere il diritto
di uccidersi a venticinque anni, o di rientrare con decoro nella
vita domestica: ma l’italiano non ambisce che lo sfoggio dell’abito,
non ha nè arte, nè studio nè distinzione alcuna, nè pregio alcuno
intellettuale: egli è costantemente il più frivolo, il più ignorante, e
il più scipito di tutti.
Riccardo non era però tanto caduto in fondo d’ogni bassezza che non
riconoscesse l’avvilimento che gli proveniva da quella sua vita
insipida e vana. «Io ho più di cento mila lire di debito, diceva
egli una sera a sè stesso, una somma che non potrò più restituire; la
fortuna ha cessato di sorridermi, e di tutto ciò che mi aveva accordato
una volta non mi è rimasto nè un confidente, nè un amico, nè tampoco
uno di quei buoni cavalli amburghesi che aveva portato meco da Ofen:
in verità gli è ben tempo che io riprenda tra le mani quell’eccellente
spartito di Mozart che riassume tutte le mie memorie di collegio: non
per nulla la Provvidenza lo avrà collocato tra gli arnesi della mia
guardaroba, e conservatomelo per due anni nel fondo della mia vecchia
valigia». Riccardo meditava su queste e tante altre cose più tristi tra
il frastuono d’una festa da ballo, sdrajato sopra un sofà collocato
nello sfondo di una finestra, di cui aveva racchiuse le cortine per
nascondersi alla vista de’ suoi amici. Era la prima volta che il
pensiero del suo avvenire veniva a collocarsi come un incubo assiduo,
pesante, affannoso, tra lui e l’abbandono prestabilito della sua vita:
Riccardo, soffriva e sentiva per la prima volta di soffrire.
Ma mentre egli si abbandona con una voluttà ancora ignorata a questo
nuovo sentimento di dolore, ode profferire il suo nome, sente che si
cerca di lui; e il giovine si scuote, si passa le mani sul viso, si
racconcia la zazzera colle dita, si alza, e si slancia sorridente nella
sala.
Una vaga fanciulla di sedici anni, la cui voce era melodiosa come
quel bisbiglio degli usignuoli, delle farfalle, e dei fiori che sì
ascolta nelle prime notti di aprile, era stata pregata di cantare una
vecchia leggenda tedesca ordita sopra i motivi d’una patetica sinfonia
di Hummel, e Riccardo doveva accompagnarla al piano-forte. Anna Roof,
che tale era il suo nome, era uscita di collegio pochi giorni prima,
e si dicevano grandi cose della sua abilità nel canto e nel suono, ma
sopratutto nel canto: ella era divenuta a un tratto la regina della
festa, e aveva ricevuto un tributo di ammirazione e di elogi che poche
donne avevano fino allora ottenuto. La sua bellezza aveva certo giovato
a questo trionfo, ma nessuno avrebbe saputo dire perchè Anna era bella:
le sue fattezze sfuggivano allo sguardo, come qualche cosa di mobile
e di vaporoso; i suoi occhi avevano tutta la trasparenza del cielo,
e quella profondità e quel mistero del suo azzurro; il sentimento e
la malinconia nel baciare il volto di una donna, non vi avevano mai
lasciato tanta parte di sè come su quello di Anna: il sentimento e la
malinconia riuniti formano la natura dell’angelo, e Anna era un angelo.
Certo se v’ha al mondo un tipo vivente di donna che si informi a
quell’ideale di cui ogni uomo ha portato delirando l’immagine nel
cuore fino a vent’anni, quella è la donna tedesca. In verità io
posso anche odiare i tedeschi, ma non posso odiare le loro spose e
le loro fanciulle. È ad esse, alla loro dolcezza, al loro abbandono,
alla loro fedeltà, a quella verginità di mente e di cuore, a quella
cara ingenuità di fanciulla che esse sanno conservare per tutta la
vita, che la Germania va debitrice della letteratura più morale e più
appassionata del mondo.
È la loro moralità che regge e costituisce la famiglia, è la moralità
della famiglia che regge e costituisce la nazione. Io lo ripeto; io
credo che ogni buon italiano odia cordialmente un tedesco, ma vede di
buon occhio le sue donne.
Dobbiamo e possiamo noi credere alla predestinazione? certo molti
avvenimenti si compiono quaggiù per un concorso di circostanze che non
possiamo giudicare imprevedute e immediate. Vi sono molte anime che si
sentono, che si conoscono, che si cercano, che non ignorano l’esistenza
di un’altra colla quale sono destinate a raggiungere la loro
completazione. Tutte le unità nell’universo sono divise e separate,
e tendono per le proprietà della loro natura a riunirsi: forse vi è
nel fondo tenebroso di questo pensiero un debole filo di luce che ci
potrebbe guidare a rintracciare i segreti della vita universale, del
moto, della generazione e dell’amore.
Quando Anna Roof e Riccardo si videro in quella sera la prima volta,
sentirono che essi erano nati l’uno per l’altro, e che nessuna
avversità di fortuna li avrebbe potuti disgiungere. Nessuno di loro
aveva ancora amato, ma il giovane non aveva più di puro che il cuore;
Anna aveva ancora l’ignoranza della purità e l’ignoranza della colpa:
aveva la purezza naturale dell’angelo.