Tale era il brano di quella lettera che si riferiva a Lorenzo.

Io accorcio, per quanto mi è possibile, la mia narrazione.

L’analisi di questa dolorosa infermità della sua mente — noi chiamiamo

infermità di mente tutto ciò che si allontana dalle sue leggi comuni —

potrebbe fornire argomento a molti volumi, e pochi saprebbero entrare

nello spirito vero di questo esame — gli artisti forse, e non tutti.

Questa specie di anatomia di un’anima non potrebbe offrire interesse

che per coloro i quali furono dotati di una mente superiore, per quei

pochi che hanno molto amato o molto sofferto, per quegli eletti, cui

l’idea del bello si è mostrata per altre vie e per altre immagini che

non soglia mostrarsi alle masse.

Lorenzo Alviati ebbe natura e passioni e genio eccezionali. Le sue

opere, non note che a pochi amici, furono forse di quelle grandi

aberrazioni, di quei grandi errori, di quegli slanci giganteschi,

di quelle prodigiose antiveggenze che precedettero in ogni tempo le

scoperte dei più grandi veri scentifici e filosofici. Fu un uomo fuori

de’ suoi tempi — oserei quasi dire che fu un’anima fuori della sua

natura, tanto egli seppe combatterla: ancorchè ne uscisse vinto, e

dominarla così miseramente.

È noto come quella Venere destasse passioni d’amore violentissime.

Lorenzo tradì, suo malgrado, il suo segreto, — il segreto di questo

priapismo singolare del genio — e gli fu impedito di rivederla.

Rimpatriato, si ammalò di malinconia, e la sua ragione incominciò ad

alterarsi nell’isolamento che egli creava intorno a sè stesso. Tutta

quell’affettività, e assieme tutto quel fuoco represso di gioventù che

non aveva potuto versare in nessun cuore, si raccolse e si riversò

tutto in sè medesimo. Come spiegarlo? Egli incominciò a non trovare

più altra compiacenza che con sè stesso, altro oggetto degno di amore

che sè stesso, altra rivelazione del bello che la sua persona. In

una parola, la sua ragione ne andò interamente sconvolta — egli finì

coll’essere preso d’amore per sè medesimo. Io rifuggo dal descrivere

i dettagli deplorevoli di questa follia: ciascuno li potrà agevolmente

immaginare.

Il mio amico non lasciò scritte che poche opere, le quali per quanto

io credo, andarono smarrite. Io conservo tuttora un suo manoscritto

contenente alcune idee speciosissime sul ritmo, e uno schizzo di

progetto relativo all’abolizione del melodramma. La sua musica —

contrariamente a ciò che si poteva supporre — era dolce, semplice,

appassionata, estremamente melodica. Coloro che l’hanno udita

hanno serbato memoria per lungo tempo di quel fascino inesplicabile

che esercitavano le sue melodie. Mi è pur rimasta una sua memoria

circa quel barbaro sistema di finali fragorosi e convenzionali, da

cui nessuno ha finora saputo sciogliersi, e che io ho in animo di

pubblicare. Sarà l’ultimo omaggio che io renderò alla memoria di un

amico affettuoso, e di un genio sventuratissimo.

Lorenzo Alviati, morì nel manicomio di Alessandria l’11 giugno 1863.

RICCARDO WAITZEN

LORENZO. E voi lo credete?

IL MAGISTRATO. No, io non ho fede

alcuna negli spiriti — intesi

però a dire che essi esercitano

delle strane influenze sugli

uomini, e questa fede antica

quanto l’umanità non può

essere avversata ciecamente, nè

distrutta ad un tratto.

(A GHOST IN COMEDY).

Che cosa è l’immaginazione? Chi ne definisce le facoltà? Dove

rintraccieremo noi quella linea che separa l’immaginario dal vero? E

nel mondo dello spirito, nelle sue vaste concezioni, esiste qualche

cosa che noi possiamo chiamare assolutamente reale, od assolutamente

fantastico? O piuttosto non è egli tutto fantastico nello spirito? Come

nulla vi ha di individuato, di isolato, nell’immensità delle masse

che compongono l’universo, ma tutto si riunisce e si sfuma per mezzo

delle piccole masse intermedie, non potrebbe essere che l’ideale ed

il realismo si congiungessero tra di loro per certe leggi che a noi

non è dato di conoscere, per certo mistero che a noi non è concesso

di afferrare; e che gli uomini non facessero che definire con queste

due parole i due punti estremi di questa linea, quali sono il mondo

sensibile ed il mondo immaginario? Qualunque sia quel vero che a noi

non è dato di percepire, egli è però ben certo che dei grandi legami

esistono tra di loro. La loro conciliazione secondo la natura umana,

ha formato la lotta di tutti i tempi, come forma la lotta dell’oggi:

l’umanità tende ad equilibrarsi tra queste due grandi attrazioni, come

quella che si sente dominata da entrambe, e non ignora costituirsi

dalla loro azione il segreto delle sue lotte e della sua vita.

La letteratura moderna, conscia di questa verità, si è rivolta alla

soluzione di un grande quesito: «idealizzare il reale»; fondere assieme

queste due potenze, costringere l’immaginazione, l’idea a soffermarsi

sulla realtà, ad anatomizzarla, a rivestirla de’ suoi colori, delle

sue forme, delle sue seduzioni divine. Quella grande letteratura, che è

la recente letteratura francese: Karr, Vittor Ugo, Girardin, e più di

tutti Michelet co’ suoi libri divini dell’amore e della donna, hanno

dimostrata possibile questa conciliazione, indirizzandola allo scopo

dell’umana felicità. Forse la letteratura avvenire non mirerà più ad

altro fine che a questo: essa arresterà lo spirito degli uomini sempre

rivolto all’ideale e al fantastico, per trattenerlo sui campi della

realtà, ove noi dobbiamo combattere, qui e non altrove, vogliosi o non

volenti, la lotta secolare della vita.

Ma la scienza ha pure rialzato in questi ultimi tempi un lembo della

cortina misteriosa. Mesmer colla scoperta del magnetismo sembrò

aver fatto un passo gigantesco su questa via. I primi fenomeni di

quella scienza, arcani, oscuri, confusi, perciò accolti con quella

superstiziosa credulità che affascina tutti gli uomini all’idea

dell’incomprensibile e dello ignoto, sembrarono aver afferrato le prime

fila per districare tutto quanto il segreto, fino allora inviolato,

della natura umana: — la fusione delle anime, la trasmissione del

pensiero, la chiaroveggenza, l’intuizione, l’unificazione di due, di

più individualità; furono altrettante scoperte che parvero assicurarci

la conquista di verità prodigiose e infinite.

Tuttavia non si tardò a riconoscere che tutto era fittizio in questa

scienza, e che le prime basi gettate con tanta apparente solidità,

non bastavano a sostenere quell’edificio colossale e gigantesco che

si voleva innalzare sopra di esse: toltine i fenomeni materiali,

tutto si è arrestato, tutto è ricaduto nell’ignoto; — l’ipnotismo

ci ha dimostrato che gli stessi effetti si ottenevano colla semplice

fissazione di un oggetto luminoso; lo spiritualismo rimaneva dunque

escluso, e i fenomeni del Mesmer ricadevano nel dominio della materia.

— Perocchè chi ha mai potuto definire le proprietà degli spiriti,

e i rapporti che essi hanno tra di loro? Che cosa è il sogno, il

sonnambulismo, il presagio, l’astrazione, il pensiero e più di tutto

l’incubo? I sensi — ecco i limiti estremi delle nostre facoltà; nulla

di positivo, nulla di assoluto fuori di essi — ogni altra cosa è

immaginaria e fantastica; essa appartiene a un’altra sfera di esseri,

sulla cui natura, sul cui fine, sulle cui facoltà, nulla ci è dato di

comprendere e di asserire con sicurezza.

Ciò non di meno, una vaga, una poetica illusione è venuta oggi a

mettere in rapporto il mondo fisico col mondo spirituale, il mondo

finito col vivente: intendo parlare dello _spiritismo_, questa

applicazione singolare della scienza, per la quale uno spirito

compiacente discende a parlare con voi un linguaggio di convenzione

immedesimandosi in un tavolo, in una sedia, in un arnese qualunque

della vostra camera: ed ecco che il magnetismo si è collocato come

interprete, come intermedio tra voi e il mondo spirituale — perocchè

come avrebbe potuto uno spirito rivelarsi senza il concorso di un

oggetto sensibile?

Io vorrei conoscere se coloro i quali, mercè questo mezzo, continuano

a convivere in ispirito coi loro cari, hanno la fede assoluta nella

realtà di questa convivenza. Se essi credono, il fenomeno esiste.

Noi non possiamo sorridere di questa credenza: proviamone l’assurdo,

proviamone del paro la verità se ci è possibile. Bensì ciascuno di

noi ha sentito in sè stesso, in molte circostanze della vita, qualche

cosa che gli parlava di altri esseri, o sofferenti o lontani, o già

morti alla nostra esistenza di un giorno. Ditemi, non avete voi perduto

qualcuno dei vostri diletti? e non ne avete spesso udito ancora la voce

e i consigli? non li avete più riveduti nei vostri sogni, nelle vostre

veglie affaticate e affannose? non li avete sentiti come discendere,

pesare sopra di voi, immedesimarsi in voi stessi, congiungere alla

vostra la loro vita? Chi vi dice che mentre vi si affaccia un’immagine

nel sogno, quell’immagine stessa non sia lì viva, palpitante, curvata

sopra di voi o assisa presso il vostro guanciale? E chi vi dice ancora

che voi sognate? Che cosa è il sogno se non che un’esistenza piena,

colma, smisurata, al cui confronto l’esistenza della veglia, non è che

la vita monca e impotente della pietra?.... Veglia, sonno.... parole!

Io non vi domanderò quali fatti appartengano al mondo reale e quali a

quello della immaginazione, non vi domanderò ancora quale sia quella

linea che separa questi due mondi — negatemi che i fenomeni esistano.

È assai tempo che io conobbi nell’esercito due giovani ufficiali, due

gemelli: la natura li aveva fatti ad uno stampo; nessuna distinzione

fra di loro — le stesse fattezze, lo stesso colorito, lo stesso suono

di voce — essi si amavano di tutta la tenerezza fraterna, e forse

alla loro nascita la natura, ignara del concepimento di due esseri,

trovatasi così alle strette, poichè la cosa non ammetteva indugio,

aveva diviso fra di loro quel soffio della vita, che aveva predestinato

inconsciamente ad un solo. Non ho conservato memoria di avvenimenti più

singolari di quelli a cui dava luogo la loro prodigiosa somiglianza.

Uno di essi, Giulio, era un abile giocatore di bigliardo: l’altro,

Luciano, non era che un giocatore assai mediocre. Spesso i loro

compagni prima di accingersi al giuoco con uno di essi (era impossibile

farlo con entrambi senza che ne derivasse una strana confusione) gli

domandavano:

— Sei tu Giulio o Luciano? noi confidiamo sulla tua parola.

— Luciano, sul mio onore.

Ed ecco che la partita s’impegnava colla certezza di uscirne vincitori,

ma ad un dato momento, Luciano scivolava nella sala, subentrava non

visto il fratello, e la partita era perduta.

Spesso ancora nelle riviste del reggimento, uno di essi si assentava

per turno, sicuro che l’altro poteva supplirlo senza pericolo di

essere scoperti. Ed eccone uno sfilare grave e impettito d’innanzi al

colonnello nella prima compagnia cui appartiene, e appena uscitogli

di vista, portarsi alla coda del reggimento e ripassare di nuovo

alla testa della compagnia dell’assente. Ma un giorno il colonnello

insospettito lo fa uscire dalle file, lo trattiene presso di sè, ed

ecco che lo strattagemma è scoperto e punito.

Come è costume di soldato, essere chiuso agli affetti duraturi e

gentili, e aperto solamente alle piccole passioni di un giorno, essi

avevano delle amanti delle quali si dividevano i favori senza che le

tradite potessero avvedersi dell’inganno. La loro vita rimaneva così

come moltiplicata, e la loro natura porgeva ad essi il privilegio di

sensazioni sempre rinnovate e sempre recenti.

Spesso avveniva che una di loro gli dicesse:

«Amor mio io non ti riconosco più questa sera, tu mi sei tutto

mutato: è forse ciò che tu mi promettevi ieri l’altro? un contegno più

delicato, più rispettoso, più calmo?.... ecco le tue promesse, ecco i

tuoi giuramenti svaniti.....»

«Non mi badare, o fanciulla, le mie preoccupazioni del giorno sono sì

gravi che io ho tutto dimenticato, e poi il mio amore è sì veemente,

sì imperioso, sì cieco.... ma tu che lo disconosci, oh! tu mi ami sì

poco.....»

Certo quella mente immaginosa di Shakespeare, nell’ideare la sua

commedia degli equivoci, non avrebbe potuto creare delle combinazioni

più singolari e più ardite. Ma la vita dei due giovani era predestinata

ad un fine prematuro e inatteso. Luciano cadde colpito da una palla

austriaca nella giornata di S. Martino: Giulio che gli sopravisse

divenne malinconico e pensieroso, sentì che gli era venuta a mancare

come una metà di sè stesso, abbandonò la carriera militare, e essendosi

ritirato a vivere in una piccola casa di campagna sul Canavese, vi morì

di patéma un anno dopo.

Alcuni mesi prima della sua morte io mi recai a visitarlo, e mi

trattenni alcuni giorni presso di lui. Lo trovai infermo e prostrato,

affetto da quell’etisia del cuore che precede nelle nature soffrenti e

sensibili l’etisia fisica; ma la sua anima aveva acquistata tuttavia

una potente effettività, una forza di astrazione straordinaria.

Egli mi assicurava che era felice, che aveva ogni giorno dei lunghi

ed affettuosi colloquii con suo fratello, che egli era presente ad

ogni istante, che in quelle sei ore che egli trascorreva ogni giorno

rinchiuso nella sua camera ne evocava lo spirito col solo atto della

volizione, e si abbandonava con lui alle dolci confidenze, alle piene

espansioni del loro affetto, alle costanti e profonde investigazioni

del loro destino.

Spesso io sorrideva della sua fede ed egli mostrava di compiangere la

mia incredulità, e diceva con tutto lo slancio d’un desiderio a stento

represso: «oh potessi io presto morire, andarmene, libero, là dov’egli

dimora! oh potessi presto raggiungerlo!

E lo raggiunse di fatto.

Ora potremo noi dileggiare un trasporto di fede sì vivo? E siamo noi

ben sicuri che tutto ciò non fosse che fede, che allucinazione, che

sogno? Ho sentito uomini colti e severi dire coll’espressione d’un

convincimento incrollabile: «ciò è falso, ciò è vero, ciò solamente

sussiste, fin là e non più oltre voi dovete innalzare l’edifizio della

vostra fede.» Presuntuosi! E fino a qual punto hanno essi scrutato

nelle viscere della natura? Fino a qual pagina essa ha loro aperto

il libro meraviglioso de’ suoi segreti? Che vi hanno essi letto? La

fede è finita: dalle sue basi incrollabili noi possiamo trarre delle

conseguenze finite, perciò spesso imperfette: ma il dubbio solo è

grande, sconfinato come l’immenso universo, incommensurabile come

l’oceano, profondo e tenebroso come gli abissi dell’anima umana: il

dubbio è la rivelazione della scienza, — essa lo cerca immolandogli

ogni fede — poichè una sola fede esiste, quella del dubbio.

Ma veniamo al nostro racconto.

In un caldo mattino di agosto dell’anno 1840, un elegante calesse

tirato da due buoni cavalli amburghesi, sollevava un nembo di polvere

sulla via che da Raab mena a Vienna. Su quel calesse vi era Riccardo

Waitzen: egli veniva da Ofen; era uscito di tutela due giorni prima,

e andava a domiciliarsi nella capitale dell’impero, con ventidue anni,

due cavalli amburghesi, uno spartito di Mozart nella sua valigia e un

ordine di pagamento di cento mila fiorini sopra una banca principale

di Vienna. Riccardo Waitzen si sentiva equilibrato come un principe

nella sua carrozza; egli non era mai stato così felice, e poichè la

felicità eccessiva sente assai spesso della natura del dolore, il

giovine era portato a sentimenti malinconici, e guardava il sorgere

del sole dietro le foreste del lago di Neusiedl con aspetto cupo e

turbato, come se quel giorno fosse stato l’estremo della sua felicità

e delle sue speranze. Questa sensibilità che si eccita e si ridesta

alla vista della natura ci dice che Riccardo non era cattivo e che

il suo animo era suscettibile di sentimenti delicati e profondi: sì,

egli era tale, e lo sarebbe per certo rimasto se egli non fosse uscito

da Ofen, se gli avvenimenti futuri della sua vita non ne avessero

sconvolto l’indole e il cuore. Poveretto! il giovine non aveva più

nè padre nè madre, anzi, egli non li aveva mai conosciuti; non aveva

ricevuto quella dolce e perseverante educazione della famiglia che

s’immedesima in noi e perdura a traverso tutte le peripezie della vita:

uscito da un collegio a diciotto anni, egli conosceva le coniugazioni

latine, e i primi elementi della storia, sapeva suonare un valzer di

Bach, e cantare una cabaletta di Schubert o di Thalberg; ma il suo

cuore era rimasto costantemente la parte più negletta di lui: egli

non aveva amato, egli non si era mai sentito tratto ad amare; la sua

natura lo chiamava soltanto al piacere, all’incostanza, alla vita

clamorosa e felice. Riccardo non aveva che una passione, una sola,

ma energica, prepotente, assoluta, la passione ruinosa del giuoco,

e fu da essa che ebbero origine quegli avvenimenti che noi stiamo

per raccontare. Non ci arresteremo su quei due primi anni che egli

trascorse così ignorato nella capitale; noi non lo considereremo che

nella sua vita di artista e di amante, e aggiungeremo solamente che

un anno dopo quel primo mattino di agosto, egli aveva ventitre anni,

un solo cavallo amburghese, lo spartito di Mozart ancora nella sua

valigia, e cinque mila fiorini di capitale depositati alla banca. E

finalmente un’altr’anno dopo, egli non aveva più che ventiquattro anni,

lo spartito inalienabile di Mozart, e cinquantamila fiorini di debito.

Il giuoco lo aveva rovinato.

Ma prima che Riccardo Waitzen, per una di quelle predilezioni della

fortuna così rare negli annali del genio, si fosse acquistato per tutta

la Germania fama di artista straordinario in due soli anni di studii

e di occupazioni indefesse, era già conosciuto nei grandi centri di

Vienna come un giovine la cui eleganza e la cui liberalità avevano

superato ogni esempio. Bisogna aggiungere che Riccardo era bello, di

quella bellezza intatta, sorridente, fiorita, da cui traspare, come

la luce in un vaso d’alabastro, l’interna contentezza dell’anima: il

dolore non aveva tracciata la più piccola ruga su quel volto, e, a dire

il vero, è d’uopo confessare che egli ignorava completamente cosa fosse

il dolore.

Non so se qualcuno de’ miei lettori, qualcuno di coloro che sono

portati dalla loro natura a riflettere e a trarre il meglio che si

può dalla dubbia morale dei costumi presenti, si sia mai tolto seco

uno di questi esseri che in tutte le società, in tutte le nazioni,

rappresentano la classe più improduttrice, più inoperosa e più

riprovevole del popolo — i _lions_, i _dandies_, i _zerbini_ — e

rinchiusoselo nella sua camera, da solo a solo, e citatolo al tribunale

incorruttibile della sua coscienza. Io mi sento umiliato nella mia

natura di uomo all’idea di emettere un giudizio su queste creature. Io

li vorrei poco meno che esclusi dalla nostra grande famiglia, nè dubito

che verrà un tempo in cui l’umanità riverente ai due grandi principii

d’ogni ordine sociale che sono la punizione dell’ozio e la santità e la

ricompensa del lavoro, condannerà all’ostracismo e al disprezzo questa

classe inoperosa e fatale. Giova però osservare che il _fashionable_

inglese ha certe eccentricità proprie della sua nazione che ne fanno

un tipo interessante e curioso: il tedesco è quasi sempre assai colto

spesso artista o poeta: il francese splendido, originale, simpatico,

impaziente di profondere tutta la sua fortuna per avere il diritto

di uccidersi a venticinque anni, o di rientrare con decoro nella

vita domestica: ma l’italiano non ambisce che lo sfoggio dell’abito,

non ha nè arte, nè studio nè distinzione alcuna, nè pregio alcuno

intellettuale: egli è costantemente il più frivolo, il più ignorante, e

il più scipito di tutti.

Riccardo non era però tanto caduto in fondo d’ogni bassezza che non

riconoscesse l’avvilimento che gli proveniva da quella sua vita

insipida e vana. «Io ho più di cento mila lire di debito, diceva

egli una sera a sè stesso, una somma che non potrò più restituire; la

fortuna ha cessato di sorridermi, e di tutto ciò che mi aveva accordato

una volta non mi è rimasto nè un confidente, nè un amico, nè tampoco

uno di quei buoni cavalli amburghesi che aveva portato meco da Ofen:

in verità gli è ben tempo che io riprenda tra le mani quell’eccellente

spartito di Mozart che riassume tutte le mie memorie di collegio: non

per nulla la Provvidenza lo avrà collocato tra gli arnesi della mia

guardaroba, e conservatomelo per due anni nel fondo della mia vecchia

valigia». Riccardo meditava su queste e tante altre cose più tristi tra

il frastuono d’una festa da ballo, sdrajato sopra un sofà collocato

nello sfondo di una finestra, di cui aveva racchiuse le cortine per

nascondersi alla vista de’ suoi amici. Era la prima volta che il

pensiero del suo avvenire veniva a collocarsi come un incubo assiduo,

pesante, affannoso, tra lui e l’abbandono prestabilito della sua vita:

Riccardo, soffriva e sentiva per la prima volta di soffrire.

Ma mentre egli si abbandona con una voluttà ancora ignorata a questo

nuovo sentimento di dolore, ode profferire il suo nome, sente che si

cerca di lui; e il giovine si scuote, si passa le mani sul viso, si

racconcia la zazzera colle dita, si alza, e si slancia sorridente nella

sala.

Una vaga fanciulla di sedici anni, la cui voce era melodiosa come

quel bisbiglio degli usignuoli, delle farfalle, e dei fiori che sì

ascolta nelle prime notti di aprile, era stata pregata di cantare una

vecchia leggenda tedesca ordita sopra i motivi d’una patetica sinfonia

di Hummel, e Riccardo doveva accompagnarla al piano-forte. Anna Roof,

che tale era il suo nome, era uscita di collegio pochi giorni prima,

e si dicevano grandi cose della sua abilità nel canto e nel suono, ma

sopratutto nel canto: ella era divenuta a un tratto la regina della

festa, e aveva ricevuto un tributo di ammirazione e di elogi che poche

donne avevano fino allora ottenuto. La sua bellezza aveva certo giovato

a questo trionfo, ma nessuno avrebbe saputo dire perchè Anna era bella:

le sue fattezze sfuggivano allo sguardo, come qualche cosa di mobile

e di vaporoso; i suoi occhi avevano tutta la trasparenza del cielo,

e quella profondità e quel mistero del suo azzurro; il sentimento e

la malinconia nel baciare il volto di una donna, non vi avevano mai

lasciato tanta parte di sè come su quello di Anna: il sentimento e la

malinconia riuniti formano la natura dell’angelo, e Anna era un angelo.

Certo se v’ha al mondo un tipo vivente di donna che si informi a

quell’ideale di cui ogni uomo ha portato delirando l’immagine nel

cuore fino a vent’anni, quella è la donna tedesca. In verità io

posso anche odiare i tedeschi, ma non posso odiare le loro spose e

le loro fanciulle. È ad esse, alla loro dolcezza, al loro abbandono,

alla loro fedeltà, a quella verginità di mente e di cuore, a quella

cara ingenuità di fanciulla che esse sanno conservare per tutta la

vita, che la Germania va debitrice della letteratura più morale e più

appassionata del mondo.

È la loro moralità che regge e costituisce la famiglia, è la moralità

della famiglia che regge e costituisce la nazione. Io lo ripeto; io

credo che ogni buon italiano odia cordialmente un tedesco, ma vede di

buon occhio le sue donne.

Dobbiamo e possiamo noi credere alla predestinazione? certo molti

avvenimenti si compiono quaggiù per un concorso di circostanze che non

possiamo giudicare imprevedute e immediate. Vi sono molte anime che si

sentono, che si conoscono, che si cercano, che non ignorano l’esistenza

di un’altra colla quale sono destinate a raggiungere la loro

completazione. Tutte le unità nell’universo sono divise e separate,

e tendono per le proprietà della loro natura a riunirsi: forse vi è

nel fondo tenebroso di questo pensiero un debole filo di luce che ci

potrebbe guidare a rintracciare i segreti della vita universale, del

moto, della generazione e dell’amore.

Quando Anna Roof e Riccardo si videro in quella sera la prima volta,

sentirono che essi erano nati l’uno per l’altro, e che nessuna

avversità di fortuna li avrebbe potuti disgiungere. Nessuno di loro

aveva ancora amato, ma il giovane non aveva più di puro che il cuore;

Anna aveva ancora l’ignoranza della purità e l’ignoranza della colpa:

aveva la purezza naturale dell’angelo.

Amore nell'arte · 第 3 / 8 段