»Ebbene! che faceva io se non che spingermi troppo innanzi su questa

via? se non che anelare con troppo ardore a quel perfezionamento ideale

cui tutti gli uomini aspirano? Gli artisti sono uomini che precedono

gli altri — vanno innanzi e additano il sentiero, si voltano indietro e

si trovano soli... questi grandi, questi infelici solitarii!...

»Ti ricorderai anche di Adalgisa. Io non poteva accettarne l’amore,

corrispondervi; le ragioni che ti ho espresso ora mi allontanavano

anche da lei, me ne allontanavano ripugnante, afflitto, corrucciato di

me stesso. Perchè io avrei voluto amarla, poterla amare, rendere a lei

quelle gioie, quella felicità, quella luce che essa voleva gettare su

tutta la mia vita. Non lo poteva. Tu mi lasciasti in quel tempo — erano

gli ultimi giorni delle mie lotte e delle mie esitazioni. Adalgisa si

ammalò poco dopo la tua partenza — la sua etisia raggiunse uno sviluppo

impossibile ad arrestarsi — non si riebbe più — io la perdetti quando

incominciava a tenermi cara la sua vita e il suo amore.

»Io ti parlerò di questo amore come di una malattia della mia

anima, come di un fenomeno inesplicabile della mia natura. Non vi ha

dubbio che gli artisti sieno uomini infermi, creature malate, esseri

incompleti, i quali perciò appunto dovranno sempre sottrarsi alle

norme comuni della vita. Ciò che essi creano è effetto della loro

imperfezione, della loro infermità; come alcune specie di bache, di

frutti, di nodi bizzarri, sono un prodotto della malattia delle piante,

come dalla corteccia incisa di alcuni alberi stilla la gomma. Io

che l’aveva tratta a morire colla mia indifferenza, che l’aveva resa

infelice col mio rifiuto, io doveva amarla quando già la vita avea

incominciato a sfuggirle, ad adorarla dopo che l’aveva perduta. Non so

se tu abbia provata la più spaventosa tortura che possa subire il cuore

umano — l’impossibilità d’amare le persone che ci amano e che reputiamo

degne di amare. Non vi è tormento che possa adeguarsi a questo: basta

averlo provato una volta perchè si comprenda tutta l’impotenza della

nostra volontà, perchè rovini tutto l’edificio della nostra fede,

perchè una tenebra immensa si distenda su tutta la nostra vita. L’amore

è inesorabile; è in noi, ma è fuori di noi; non possiamo imporlo a noi

stessi, non possiamo lasciarcelo imporre.

»Tutte le persone dotate di qualche virtù e di qualche avvenenza

hanno assistito a questa rovina che facevano intorno a sè stessi,

hanno suscitato delle passioni che non potevano appagare, consumato

delle vite che non potevano proteggere col loro amore. Nelle stragi

che l’amore mena nel mondo, alcuni pochi soccombono alla felicità

dell’affetto contraccambiato, molti al dolore dell’affetto non

corrisposto, moltissimi — e sono infinitamente i più miseri — allo

strazio di non poter amare.

»Io ho provato questo strazio in tutta la sua potenza. Vedeva deperire

la bellezza di Adalgisa, avvizzirsi la sua fede, affievolirsi e

consumarsi la sua vita, e non poteva soccorrerla. Io assisteva a questa

distruzione, lenta, penosa, inesorabile, senza poterla impedire.

Chiedeva indarno al mio cuore ciò ch’egli non poteva darmi, ciò che

io non poteva esigere da lui. Perchè l’amore è una gran fede, è un

gran vero — non lo si finge, non lo si smentisce. Esso non proviene da

noi, ci viene non sappiamo d’onde, lo subiamo — perciò non lo possiamo

mentire perchè non lo conosciamo che dopo averlo provato — o meglio

ancora provandolo.

»Te partito, Adalgisa si pose a letto, la pietà mi trattenne presso di

lei fino al giorno della sua morte. Fu in quel frattempo che il gelo

del mio cuore si sciolse, che io incominciai ad amarla e a confortarla

di questo convincimento — non visse felice, ma morì felice. Perchè

ho incominciato ad amarla in quei giorni? È una domanda che mi sono

rivolto sovente io stesso senza potervi rispondere. Di mano in mano

che la sua malattia affievoliva la sua vitalità, prostrava le sue

forze e le sue passioni, la sua anima acquistava una nuova potenza —

di mano in mano che si restringevano i limiti della sua vita fisica,

si dilatavano, si estendevano quelli della sua vita morale. Io l’amava

forse perchè vedeva in lei sparire la donna e formarsi l’angelo, pur

rimanendo angelo e donna ad un tempo — perchè la vedeva librata tra

il cielo ed il mondo, come avesse voluto additarmi il cielo senza

togliermi alle gioje più miti della terra.

»Non ti parlerò dei giorni che trascorsi presso di lei, al suo

capezzale — giorni pieni di tristezza e di grandi gioje ad un tempo,

di esitanze, di sogni, di illusioni, di subiti sconforti — cari e mesti

giorni che io non potrò ricordare mai senza piangere.

»Adalgisa non prevedeva, non credeva vicino il suo fine: mi parlava

dell’avvenire, di noi, del suo amore; formava progetti di felicità per

un tempo lontano — la sua anima, simile alla fiamma che si ravviva un

istante prima di spegnersi, gettava, già vicina a dividersi da lei,

una più gran luce sulle gioie immaginarie del suo avvenire. Soventi

ella intravedeva il vero, ricadeva ne’ suoi sconforti, presentiva

l’abbandono della vita. Allora rivolava al passato, evocava, numerava,

interrogava le gioje in quell’età, più spesso accarezzate che godute,

più spesso sognate che ottenute; mi parlava dell’infanzia, di quegli

anni che avevamo trascorsi assieme, quando la nostra affettività era

ancora una virtù che spandevamo su tutti, che dividevamo con tutti;

quando gli affetti, così dispersi, non si erano ancora riuniti nel

cuore per rivolgerli ad una sola creatura. L’amore, diceva ella, era

stato allora una grande espansione, ora non era che un grande egoismo.

»La malattia aveva come modificate le sue sembianze, aveva dato al suo

volto qualche cosa di sì pallido, di sì mobile, di sì trasparente,

che la sua natura appariva trasfigurata, spiritualizzata, mutata

essenzialmente da quella di prima. La sua vitalità era affluita tutta

allo sguardo; pareva intravedesse sempre qualche cosa al di là degli

oggetti che la circondavano — guardava come si guarda spesso, senza

vedere. Le sue mani si erano come affilate, erano divenute sì piccole,

sì leggiere, sì bianche, che nello stringerle vi sentivate la mancanza

della vita, e ricordavate quelle mani che vi accarezzavano fanciullo,

vi avvedevate che esse non dovevano più toccare alcuna cosa della

terra...... Oh le mani di un morente! Chi non ha strette una volta

quelle mani? Chi non ha compreso il terribile linguaggio di quel

contatto? Sì le mani hanno un linguaggio speciale, un’espressione a

sè, un’eloquenza misteriosa che ogni uomo non può non intendere. Son

esse che accarezzano le teste dei biondi fanciulli, che asciugano le

lagrime degli infelici, che rivelano i primi tumulti della passione,

che esprimono la pietà, la tenerezza, che infondono i conforti, che vi

toccano, che vi stringono, che vi abbracciano l’ultima volta prima di

morire. Le mani sono il linguaggio del corpo, come il sentimento è il

linguaggio dell’anima.

»Non è senza ragione che le superstizioni umane hanno attribuito un

pregio sì grande alla verginità della donna. Non saprei come provare

questa asserzione, come giustificare questa fede che mi ha inspirata

la vista di Adalgisa; ma egli è ben certo che se vi sono nella nostra

natura due elementi che lottano per dominarsi — l’elemento fisico

e l’elemento spirituale — e se la nostra perfezione, la nostra

supremazia, la nostra grandezza sono riposte nella prevalenza di

quest’ultimo, ella è una grande rinuncia quella che vien fatta per

esso alla soddisfazione dei sensi più viva e più irresistibile. Si può

deplorare questa rinuncia, non si può non ammirarla — la verginità

eserciterà sempre uno dei più grandi prestigi sugli uomini, perchè

rivela ad un’ora la casta verginità del cuore e della mente.

»Vi sono delle creature che sentono il peso della materia, la sua

tirannia, l’impero che esercita sullo spirito: alcuni la subiscono,

alcuni vi si ribellano. Quei martiri delle leggende cristiane che,

spinti da un ascetismo religioso, si maceravano il corpo coi digiuni

e colle battiture, non potevano essere che uomini straordinarii:

combattevano ad oltranza quella lotta che noi combattiamo con armi

più facili, con tregue lunghe, con viltà più frequenti, e nelle quali

preferiamo spesso il soccombere al resistere forti ed infaticati.

»Questa vittoria dello spirito sulla materia mi appariva piena, intera

in Adalgisa — è in ciò che è riposto il segreto di quel fascino che la

fede, che il genio, che il culto di un gran principio morale esercitano

sopra di noi; il rispetto che c’inspira la vecchiaja, l’interesse

che ci destano le persone deboli o inferme — simile a quelle lampade

funerarie che gli antichi collocavano presso le tombe, la cui fiammella

acquistava sempre più maggior luce, quanto più s’assottigliava il vaso

d’alabastro che la conteneva — l’anima della fanciulla traspariva,

si rivelava, attraverso le forme vaghissime del suo corpo che la

consunzione svigoriva senza alterare.

»Essa era anzi più bella. Che ti dirò delle contraddizioni

inesplicabili della mia natura?... Io me ne innamorai in quei giorni;

e quanto più ella si andava approssimando al suo fine, quanto più io

acquistava la certezza del suo abbandono, tanto più si rafforzava in

me questo affetto. Come raccontarti tutte le lotte del mio cuore?

descriverti, enumerarti le mie sensazioni? In poco tempo il mio

amore raggiunse tutta la sua pienezza, assunse tutta la forza d’una

passione indomabile. Sola, mia, soffrente, purificata dalla morte —

così e non altrimenti io poteva amare una donna. Una donna! Non era

una creatura umana che io amava in lei, era uno spirito concretizzato,

personificato in un essere vivo, racchiuso in un velo vaghissimo,

delicato, trasparente, che appena lasciava indovinare l’essenza di cui

era composto.

»Ma a che dirti tutto? come spiegarti il carattere della mia passione?

Spesso mi atterriva il pensiero di perderla, più spesso ancora il

pensiero di ricuperarla. La vita le avrebbe ridonato la forza, la

salute, i desiderii; io avrei trovato in lei ciò che aveva trovato

in Regina, ciò che si trova in tutte le donne, la donna; noi saremmo

sopravvissuti al nostro amore... Perdendola, io raffermava invece

per sempre la mia fede, conservava per sempre le mie illusioni; la

religione dell’amore avrebbe potuto pretendere da me un culto sincero

ed eterno. Incauti coloro che piangono la perdita di una donna

amata! Non vi è che la morte che possa purificare l’amore, che possa

santificarlo, eternarlo — essa ne suggella la fede. Quando essa ha

diviso due esseri che si amano, colui che è sopravvissuto può illudersi

sulla durata che quell’affetto avrebbe avuto, se vivo; ha una tomba su

cui piangere, e può costruirsi una fede su cui riposare. Nessuna gioja

della terra è dolce come quelle lagrime e come quella fede! Ma ciò che

è orribile è sopravvivere alle proprie affezioni, vederle vacillare,

cadere, finire, irridire a sè stessi, posarsi sopra altre creature.

Quanti esseri ci circondano che avevamo amati, che avevamo fusi colla

nostra esistenza, coi quali avevamo sfidato la mutabilità dei tempi e

della fortuna... e che adesso sono più nulla! Vivere tra tali creature,

vederle vive e felici, e portarne il lutto, è come vivere in un mondo

che ha cessato di appartenerci, è come presentire la morte co’ suoi

dolori, co’ suoi abbandoni, co’ suoi rimpianti, senza averne nè la

dimenticanza, nè la quiete.

»Ma a che farti conoscere tutti i dettagli dolorosi del mio racconto?

Adalgisa morì; e con quella morte cessò in me quell’indifferenza,

quell’avversione all’amore, quel bisogno di raccogliermi in me stesso

che mi aveva chiuso fino allora tutte le sorgenti della felicità e

del piacere. Quell’affetto che mi s’era formato nel cuore durante

la sua malattia, si tramutò dopo che l’ebbi perduta, in una passione

che mi divorava la vita, senza che potessi spegnerla, che mi dominava

senza che potessi combatterla. L’aveva dimenticata viva, l’aveva amata

morente, l’adorava già morta. In ciò io era conseguente a me stesso,

a’ miei principii, alle mie idee: il mio amore era logico come lo era

stata la mia indifferenza — procedeva dalle stesse cause, si riposava

sulle medesime convinzioni. Un ostacolo mi aveva allontanato fino

allora dalla donna — la sensualità della bellezza: ora questo ostacolo

era sparito, la bellezza di Adalgisa non era più che un riflesso

della bellezza intatta ed eterna — in quelle forme pure e perfette

io vedeva personificato quell’ideale che l’arte, che il vero, che il

bello avevano come delineato nella mia fantasia. Gli uomini tendono

a personificare tutte le loro sensazioni, tutte le concezioni della

loro mente — la vasta idealità umana si riduce tutta alla creazione

di alcuni tipi vaghi e indecisi, di cui cerchiamo indarno quaggiù

una personificazione vivente. Dio non si è rivelato a noi: egli

non ha tanto creato gli uomini, quanto gli uomini hanno creato lui

stesso — l’idea di Dio non è che una personificazione dell’idea del

bello eterno, e del buono eterno — le anime elevate non hanno osato

circoscrivere questa bontà e questa bellezza in una forma, le anime

volgari sono discese fino all’umanazione.

»Se tu avessi visto Adalgisa, avresti potuto comprendere quanto ella si

avvicinasse a questo ideale. Non so dirti quanto ella fosse bella, nè

quanto il mio ideale fosse elevato! D’altronde che cosa è la bellezza?

Essa non può essere il risultato dell’armonia di alcune linee,

perchè queste stesse linee disposte diversamente possono dare diverse

specie di bellezze — vi è non una legge in ciò; non vi è una bellezza

assoluta. Possiamo analizzare il volto umano, descriverlo in tutte

le sue parti, ammirare l’armonia dei loro rapporti — non basta — vi è

ancora qualche cosa che è fuori di questa legge, che sfugge a questa

analisi, che costituisce unicamente il bello che noi ammiriamo. Egli

è che ciascun uomo, personificando le proprie idee, si è formato un

tipo di bellezza, secondo il quale esamina e giudica delle forme degli

oggetti e delle creature che ci circondano. Ciò è quanto noi chiamiamo

il gusto. Le leggi della bellezza fisica sono riposte in una legge

della bellezza morale. L’identità della natura in ciascun uomo rende

queste leggi pressochè simili in tutti, quindi pressochè uno il tipo

della bellezza umana, ma se noi potessimo uscire un istante fuori di

noi medesimi, distruggere e mutare questa legge vedremmo che il bello

ci apparirebbe deforme, e il deforme bello, che la bellezza è tutta

immaginaria, tutta convenzionale, tutta subordinata a questo principio.

Ecco perchè io non tenterò di delinearti l’immagine di Adalgisa —

converrebbe che tu discendessi nella mia anima per rintracciarvela.

»Non ho mai preso ad investigare che cosa sia l’amore, quali i suoi

limiti nel cuore degli altri uomini. Perciò appunto che ti ho detto

ora, io non ignorava che nel bello si ama inconsciamente il buono, che

nel deforme si odia inconsciamente ciò che è cattivo, ma le ragioni

di quest’odio e di questo amore mi rimasero sempre ignorate — si

poteva aver coscienza di questi due estremi morali, ammirarne queste

personificazioni diverse, senza nè amarle, nè odiarle — il segreto

dell’amore, che è ad un tempo il segreto della vita universale, rimarrà

sempre inviolato dagli uomini.

»Oh! dirti le ore di ebbrezza che io trascorsi al suo fianco, i

deliri di quegli abbandoni!... Quel cadavere che mi stava d’innanzi

ricongiungeva i fili spezzati della mia esistenza, mi rimetteva in pace

coll’umanità, con me stesso; riannodava i legami che mi avvincevano

all’arte e alla vita. Quante anime non sapranno comprendere la natura

di questa passione, giustificare la sua origine, la sua essenza, i suoi

fini! Non è vero che le donne sappiano amare, sanno piacere, godere.

Spogliatele di quelle attrattive del sesso che vi vedete mascherate

dal sentimento — e non vi è più nulla. Ma in Adalgisa queste attrattive

erano mute, distrutte — tutto ciò che vi era di ripugnante era sparito,

tutto ciò che vi era di dolce era rimasto. Che importava a me che ella

non vivesse? Io non aveva mai voluto chiederle del piacere. Nella

ricerca affannosa del bello, io non aveva cercato mai che il bello,

ancorchè passeggiero, ancorchè inanimato. Fui sempre casto di quella

castità che è propria della robustezza; nè io aveva cercato nella

personificazione dei mio ideale altri attributi che quelli elevatissimi

del mio ideale medesimo. E poi vi è qualche cosa di morto in natura? vi

è qualche cosa di inanimato intorno a noi, cui non possiamo infondere

una parte della nostra anima? Ho sempre sorriso di questa specie

di avversione che gli uomini hanno per tutto ciò che non vive: mi

sono sempre sentito nel cuore un’esuberanza di spirito sufficiente

a infondere la vita a tutti quegli esseri inerti che mi stavano

dintorno. Le grandi anime soffrono in mezzo a ciò che si agita e vive;

prediligono la solitudine dove possono espandere la propria vitalità.

»Non vissi con lei che due giorni — la terra riebbe Adalgisa — io

assistetti senza lacrime alla sua sepoltura. E perchè avrei dovuto

piangerla? Non mi bastava la memoria? Coloro che piangono ciò che

muore rinnegano la propria fede, la durabilità dei proprii affetti, la

coscienza del proprio destino.

»Da quel giorno le mie lotte erano finite, io mi sentiva riconciliato

coll’esistenza. Mi ridonai all’amore della mia arte — non era che un

solo amore, uno stesso amore — non vissi più che di quello.

»La musica fra tutte le arti è la più divina perchè la più

indeterminata. Concretizzate le idee nelle parole, la luce nella

tela, le forme nel sasso, ma non potete concretizzare il suono — il

regno delle note è infinito come il regno delle idee — più ancora,

va oltre le idee, ve ne crea di quelle che non potete determinare,

di cui non sapete darvi ragione. Strana e ridicola cosa! Gli uomini

hanno voluto circoscrivere la potenza di questo linguaggio, il solo

che sia veramente universale; l’hanno collegato colla parola la quale

non esprime che cose determinate, — connubio mostruoso! — hanno detto:

queste note esprimeranno il dolore, queste il piacere, quelle la

sorpresa, e via via; hanno composta la sintassi delle note — hanno

immiserito, circoscritto, rinnegato questo linguaggio che ci parlava

di un mondo lontano, che ci sollevava sull’ordine delle idee comuni,

che ci trasportava oltre il dominio dei sensi; che appunto era grande,

perchè era impossibile sottoporlo a leggi fisse, trattenerlo dentro

limiti fissi, perchè era inesauribile, perchè era indeterminato.

»Queste parole ti lascieranno indovinare quali sieno le mie idee in

fatto di musica, quali i tentativi che io faccio per redimerla da

queste leggi di convenzione.

»Scrivimi. Dopo la perdita di Adalgisa, io vivo da solo, in questa

città. Vorrei farti comprendere quali sieno i rapporti misteriosi che

esistono tra la di lei memoria e la mia arte, e come questa attinga da

quella, e quella si avvivi nella fiamma di questa, e formino un tutto

solo ed armonico — ma ciò mi tornerebbe impossibile.

«Rimarrai tu costì lungo tempo? Ti scriverò altra volta.»

Ma non ebbi da lui altre lettere.

Passarono due anni da quell’epoca, nè io aveva più ricevuta notizia

alcuna di Lorenzo, e quasi me n’era dimenticato, allorchè n’ebbi da un

amico le tristi novelle che mi accingo a raccontare; anzi trascriverò

qui quel brano della sua lettera, che vi si riferisce:

«È da lui stesso che io ho saputo che tu non ignori le sue follie

passate, e quella sua passione d’amore così strana, così ideale, e

così incomprensibile. Ho anzi ragione a credere che tu abbia penetrato

meglio e più profondamente di me nelle segrete oscurità della sua

anima, e che la natura della sua follia ti sia apparsa più evidente

e più chiara. Credo averla compresa io pure, e ciò mi spiega in

qualche guisa la seconda e la più grave delle sue aberrazioni. Se

egli non ti ha scritto più dopo la’ tua partenza da ***, ignori senza

dubbio che egli si è dimenticato di Adalgisa, e che un amore non

meno appassionato, non meno esigente, ma non meno inesplicabile si è

sostituito a quel primo.

»Era naturale che egli se ne dimenticasse, e che quell’affetto così

triste, così spento, così solitario si spegnesse nel suo cuore per dar

luogo ad una passione più viva e più reale benchè ancora più assurda.

Tu meraviglierai dell’oggetto di questa sua seconda affezione.

»Io credo che tutta l’infermità della sua anima e della sua

intelligenza si riducesse a ciò: che egli voleva personificare in un

tipo di bellezza sensibile quel tipo astratto e ideale che gli aveva

creato la sua arte. La natura stessa lo conduceva a cercare questa

personificazione nella donna; la purità della sua anima, la casta

religione di questo ideale lo costringevano a volerne escluse quelle

passioni fisiche che la contaminavano. Perciò egli non aveva amata

Adalgisa che morta, l’aveva amata solamente in quegli istanti, in

cui senza avere ancora perduto nulla della sua bellezza, si era già

spogliata di tutte le sue passioni. Seguendo questo ordine stesso di

idee, non allontanandoci dalle leggi e dalla natura della sua follia,

comprenderai agevolmente come egli non potesse rimanere fedele a

questa affezione giacchè egli aveva d’uopo di vedere, di ammirare

questa personificazione più o meno imperfetta del suo ideale. Non è a

dirsi se egli soffrisse di questa dimenticanza che gli imponeva la sua

stessa natura, la sua arte stessa; egli aveva creduto che quell’affetto

sarebbe durato eterno, e lo sentiva svanire, spegnersi, dileguarsi

miseramente come tutti gli affetti terreni; sentiva riformarsi nel

cuore quel vuoto che egli aveva riempiuto un istante, ma che ora non

poteva sperare più di riempire.

»In quell’intervallo di lotte, in quel periodo di triste scoraggiamento

si disgustò anche della sua arte, alla quale credeva, e non senza

ragione, dovere unicamente la sua infelicità. La musica, diceva

egli, è relativamente alle nostre facoltà la più imperfetta, e la più

incompleta di tutte le arti. Noi non sappiamo se ci andiamo avvicinando

od allontanando dalla sua perfezione — non lo potremo mai indovinare —

non le potremo mai assegnare nè un limite, nè una legge, nemmeno una

via sicura, tanto ella si allontana da tutto ciò che è sensibile, da

tutto ciò che è reale. Non è nemmeno possibile una definizione, ella

sfugge ai sensi, al raziocinio, a tutto: si è camminato finora sopra

delle ipotesi, si sono stabilite delle norme elementari, si sono creati

dei sistemi, dei generi, delle leggi di convenzione, ma nessuno ha

ancora potuto comprendere che cosa ella sia, d’onde si è partiti, e fin

dove si potrà giungere. I veri artisti hanno sentito tutto il tormento

di questa ignoranza e di questa impotenza, hanno compreso quanto

fosse grande il contrasto che la vaga idealità di quest’arte formava

coll’arido realismo, con cui la natura li aveva condannati a lottare.

»Disperando di trovar pace qui, egli prese a viaggiare; e fu a Firenze

che vide la Venere dei Medici, e che lo stesso sentimento che lo aveva

fatto invogliare di una fanciulla morta, gli destò nell’anima una

passione ancora più ardente, ancora più inesplicabile, per quel tipo

perfettissimo della bellezza femminile. Lorenzo passò da quell’amore a

questo colle stesse esitanze, colle stesse indecisioni di coloro che si

sciolgono da un affetto reale. E con questa nuova passione non fece che

crearsi nuove origini di sofferenze. Era naturale che egli sì vigoroso,

sì ardente, dotato di un’immaginazione così viva e così feconda, non

potesse appagarsi di un amore così sterile e così solitario. Egli aveva

voluto lottare colla sua natura, ma indarno.

»Fu anzi quella medesima esuberanza di vitalità che egli si sforzava

di trattenere, di accumulare in sè stesso, che guastò in qualche modo

il suo organismo, e finì collo spegnere in parte la sua ragione. Il

suo cuore, la sua mente, le sue aspirazioni combattevano una lotta

perenne coi bisogni della sua vita, colle esigenze aride, materiali,

inesorabili della natura. Egli non voleva soccombere anche a prezzo

della sua felicità; non voleva concedere nulla al realismo dei sensi e

delle passioni.

«Se tu verrai qui ti racconterò a voce la storia di questo suo secondo

amore. I dettagli sono molti e strazianti, nè mi regge l’animo di

evocarli e di scriverli.»

Amore nell'arte · 第 2 / 8 段