via? se non che anelare con troppo ardore a quel perfezionamento ideale
cui tutti gli uomini aspirano? Gli artisti sono uomini che precedono
gli altri — vanno innanzi e additano il sentiero, si voltano indietro e
si trovano soli... questi grandi, questi infelici solitarii!...
»Ti ricorderai anche di Adalgisa. Io non poteva accettarne l’amore,
corrispondervi; le ragioni che ti ho espresso ora mi allontanavano
anche da lei, me ne allontanavano ripugnante, afflitto, corrucciato di
me stesso. Perchè io avrei voluto amarla, poterla amare, rendere a lei
quelle gioie, quella felicità, quella luce che essa voleva gettare su
tutta la mia vita. Non lo poteva. Tu mi lasciasti in quel tempo — erano
gli ultimi giorni delle mie lotte e delle mie esitazioni. Adalgisa si
ammalò poco dopo la tua partenza — la sua etisia raggiunse uno sviluppo
impossibile ad arrestarsi — non si riebbe più — io la perdetti quando
incominciava a tenermi cara la sua vita e il suo amore.
»Io ti parlerò di questo amore come di una malattia della mia
anima, come di un fenomeno inesplicabile della mia natura. Non vi ha
dubbio che gli artisti sieno uomini infermi, creature malate, esseri
incompleti, i quali perciò appunto dovranno sempre sottrarsi alle
norme comuni della vita. Ciò che essi creano è effetto della loro
imperfezione, della loro infermità; come alcune specie di bache, di
frutti, di nodi bizzarri, sono un prodotto della malattia delle piante,
come dalla corteccia incisa di alcuni alberi stilla la gomma. Io
che l’aveva tratta a morire colla mia indifferenza, che l’aveva resa
infelice col mio rifiuto, io doveva amarla quando già la vita avea
incominciato a sfuggirle, ad adorarla dopo che l’aveva perduta. Non so
se tu abbia provata la più spaventosa tortura che possa subire il cuore
umano — l’impossibilità d’amare le persone che ci amano e che reputiamo
degne di amare. Non vi è tormento che possa adeguarsi a questo: basta
averlo provato una volta perchè si comprenda tutta l’impotenza della
nostra volontà, perchè rovini tutto l’edificio della nostra fede,
perchè una tenebra immensa si distenda su tutta la nostra vita. L’amore
è inesorabile; è in noi, ma è fuori di noi; non possiamo imporlo a noi
stessi, non possiamo lasciarcelo imporre.
»Tutte le persone dotate di qualche virtù e di qualche avvenenza
hanno assistito a questa rovina che facevano intorno a sè stessi,
hanno suscitato delle passioni che non potevano appagare, consumato
delle vite che non potevano proteggere col loro amore. Nelle stragi
che l’amore mena nel mondo, alcuni pochi soccombono alla felicità
dell’affetto contraccambiato, molti al dolore dell’affetto non
corrisposto, moltissimi — e sono infinitamente i più miseri — allo
strazio di non poter amare.
»Io ho provato questo strazio in tutta la sua potenza. Vedeva deperire
la bellezza di Adalgisa, avvizzirsi la sua fede, affievolirsi e
consumarsi la sua vita, e non poteva soccorrerla. Io assisteva a questa
distruzione, lenta, penosa, inesorabile, senza poterla impedire.
Chiedeva indarno al mio cuore ciò ch’egli non poteva darmi, ciò che
io non poteva esigere da lui. Perchè l’amore è una gran fede, è un
gran vero — non lo si finge, non lo si smentisce. Esso non proviene da
noi, ci viene non sappiamo d’onde, lo subiamo — perciò non lo possiamo
mentire perchè non lo conosciamo che dopo averlo provato — o meglio
ancora provandolo.
»Te partito, Adalgisa si pose a letto, la pietà mi trattenne presso di
lei fino al giorno della sua morte. Fu in quel frattempo che il gelo
del mio cuore si sciolse, che io incominciai ad amarla e a confortarla
di questo convincimento — non visse felice, ma morì felice. Perchè
ho incominciato ad amarla in quei giorni? È una domanda che mi sono
rivolto sovente io stesso senza potervi rispondere. Di mano in mano
che la sua malattia affievoliva la sua vitalità, prostrava le sue
forze e le sue passioni, la sua anima acquistava una nuova potenza —
di mano in mano che si restringevano i limiti della sua vita fisica,
si dilatavano, si estendevano quelli della sua vita morale. Io l’amava
forse perchè vedeva in lei sparire la donna e formarsi l’angelo, pur
rimanendo angelo e donna ad un tempo — perchè la vedeva librata tra
il cielo ed il mondo, come avesse voluto additarmi il cielo senza
togliermi alle gioje più miti della terra.
»Non ti parlerò dei giorni che trascorsi presso di lei, al suo
capezzale — giorni pieni di tristezza e di grandi gioje ad un tempo,
di esitanze, di sogni, di illusioni, di subiti sconforti — cari e mesti
giorni che io non potrò ricordare mai senza piangere.
»Adalgisa non prevedeva, non credeva vicino il suo fine: mi parlava
dell’avvenire, di noi, del suo amore; formava progetti di felicità per
un tempo lontano — la sua anima, simile alla fiamma che si ravviva un
istante prima di spegnersi, gettava, già vicina a dividersi da lei,
una più gran luce sulle gioie immaginarie del suo avvenire. Soventi
ella intravedeva il vero, ricadeva ne’ suoi sconforti, presentiva
l’abbandono della vita. Allora rivolava al passato, evocava, numerava,
interrogava le gioje in quell’età, più spesso accarezzate che godute,
più spesso sognate che ottenute; mi parlava dell’infanzia, di quegli
anni che avevamo trascorsi assieme, quando la nostra affettività era
ancora una virtù che spandevamo su tutti, che dividevamo con tutti;
quando gli affetti, così dispersi, non si erano ancora riuniti nel
cuore per rivolgerli ad una sola creatura. L’amore, diceva ella, era
stato allora una grande espansione, ora non era che un grande egoismo.
»La malattia aveva come modificate le sue sembianze, aveva dato al suo
volto qualche cosa di sì pallido, di sì mobile, di sì trasparente,
che la sua natura appariva trasfigurata, spiritualizzata, mutata
essenzialmente da quella di prima. La sua vitalità era affluita tutta
allo sguardo; pareva intravedesse sempre qualche cosa al di là degli
oggetti che la circondavano — guardava come si guarda spesso, senza
vedere. Le sue mani si erano come affilate, erano divenute sì piccole,
sì leggiere, sì bianche, che nello stringerle vi sentivate la mancanza
della vita, e ricordavate quelle mani che vi accarezzavano fanciullo,
vi avvedevate che esse non dovevano più toccare alcuna cosa della
terra...... Oh le mani di un morente! Chi non ha strette una volta
quelle mani? Chi non ha compreso il terribile linguaggio di quel
contatto? Sì le mani hanno un linguaggio speciale, un’espressione a
sè, un’eloquenza misteriosa che ogni uomo non può non intendere. Son
esse che accarezzano le teste dei biondi fanciulli, che asciugano le
lagrime degli infelici, che rivelano i primi tumulti della passione,
che esprimono la pietà, la tenerezza, che infondono i conforti, che vi
toccano, che vi stringono, che vi abbracciano l’ultima volta prima di
morire. Le mani sono il linguaggio del corpo, come il sentimento è il
linguaggio dell’anima.
»Non è senza ragione che le superstizioni umane hanno attribuito un
pregio sì grande alla verginità della donna. Non saprei come provare
questa asserzione, come giustificare questa fede che mi ha inspirata
la vista di Adalgisa; ma egli è ben certo che se vi sono nella nostra
natura due elementi che lottano per dominarsi — l’elemento fisico
e l’elemento spirituale — e se la nostra perfezione, la nostra
supremazia, la nostra grandezza sono riposte nella prevalenza di
quest’ultimo, ella è una grande rinuncia quella che vien fatta per
esso alla soddisfazione dei sensi più viva e più irresistibile. Si può
deplorare questa rinuncia, non si può non ammirarla — la verginità
eserciterà sempre uno dei più grandi prestigi sugli uomini, perchè
rivela ad un’ora la casta verginità del cuore e della mente.
»Vi sono delle creature che sentono il peso della materia, la sua
tirannia, l’impero che esercita sullo spirito: alcuni la subiscono,
alcuni vi si ribellano. Quei martiri delle leggende cristiane che,
spinti da un ascetismo religioso, si maceravano il corpo coi digiuni
e colle battiture, non potevano essere che uomini straordinarii:
combattevano ad oltranza quella lotta che noi combattiamo con armi
più facili, con tregue lunghe, con viltà più frequenti, e nelle quali
preferiamo spesso il soccombere al resistere forti ed infaticati.
»Questa vittoria dello spirito sulla materia mi appariva piena, intera
in Adalgisa — è in ciò che è riposto il segreto di quel fascino che la
fede, che il genio, che il culto di un gran principio morale esercitano
sopra di noi; il rispetto che c’inspira la vecchiaja, l’interesse
che ci destano le persone deboli o inferme — simile a quelle lampade
funerarie che gli antichi collocavano presso le tombe, la cui fiammella
acquistava sempre più maggior luce, quanto più s’assottigliava il vaso
d’alabastro che la conteneva — l’anima della fanciulla traspariva,
si rivelava, attraverso le forme vaghissime del suo corpo che la
consunzione svigoriva senza alterare.
»Essa era anzi più bella. Che ti dirò delle contraddizioni
inesplicabili della mia natura?... Io me ne innamorai in quei giorni;
e quanto più ella si andava approssimando al suo fine, quanto più io
acquistava la certezza del suo abbandono, tanto più si rafforzava in
me questo affetto. Come raccontarti tutte le lotte del mio cuore?
descriverti, enumerarti le mie sensazioni? In poco tempo il mio
amore raggiunse tutta la sua pienezza, assunse tutta la forza d’una
passione indomabile. Sola, mia, soffrente, purificata dalla morte —
così e non altrimenti io poteva amare una donna. Una donna! Non era
una creatura umana che io amava in lei, era uno spirito concretizzato,
personificato in un essere vivo, racchiuso in un velo vaghissimo,
delicato, trasparente, che appena lasciava indovinare l’essenza di cui
era composto.
»Ma a che dirti tutto? come spiegarti il carattere della mia passione?
Spesso mi atterriva il pensiero di perderla, più spesso ancora il
pensiero di ricuperarla. La vita le avrebbe ridonato la forza, la
salute, i desiderii; io avrei trovato in lei ciò che aveva trovato
in Regina, ciò che si trova in tutte le donne, la donna; noi saremmo
sopravvissuti al nostro amore... Perdendola, io raffermava invece
per sempre la mia fede, conservava per sempre le mie illusioni; la
religione dell’amore avrebbe potuto pretendere da me un culto sincero
ed eterno. Incauti coloro che piangono la perdita di una donna
amata! Non vi è che la morte che possa purificare l’amore, che possa
santificarlo, eternarlo — essa ne suggella la fede. Quando essa ha
diviso due esseri che si amano, colui che è sopravvissuto può illudersi
sulla durata che quell’affetto avrebbe avuto, se vivo; ha una tomba su
cui piangere, e può costruirsi una fede su cui riposare. Nessuna gioja
della terra è dolce come quelle lagrime e come quella fede! Ma ciò che
è orribile è sopravvivere alle proprie affezioni, vederle vacillare,
cadere, finire, irridire a sè stessi, posarsi sopra altre creature.
Quanti esseri ci circondano che avevamo amati, che avevamo fusi colla
nostra esistenza, coi quali avevamo sfidato la mutabilità dei tempi e
della fortuna... e che adesso sono più nulla! Vivere tra tali creature,
vederle vive e felici, e portarne il lutto, è come vivere in un mondo
che ha cessato di appartenerci, è come presentire la morte co’ suoi
dolori, co’ suoi abbandoni, co’ suoi rimpianti, senza averne nè la
dimenticanza, nè la quiete.
»Ma a che farti conoscere tutti i dettagli dolorosi del mio racconto?
Adalgisa morì; e con quella morte cessò in me quell’indifferenza,
quell’avversione all’amore, quel bisogno di raccogliermi in me stesso
che mi aveva chiuso fino allora tutte le sorgenti della felicità e
del piacere. Quell’affetto che mi s’era formato nel cuore durante
la sua malattia, si tramutò dopo che l’ebbi perduta, in una passione
che mi divorava la vita, senza che potessi spegnerla, che mi dominava
senza che potessi combatterla. L’aveva dimenticata viva, l’aveva amata
morente, l’adorava già morta. In ciò io era conseguente a me stesso,
a’ miei principii, alle mie idee: il mio amore era logico come lo era
stata la mia indifferenza — procedeva dalle stesse cause, si riposava
sulle medesime convinzioni. Un ostacolo mi aveva allontanato fino
allora dalla donna — la sensualità della bellezza: ora questo ostacolo
era sparito, la bellezza di Adalgisa non era più che un riflesso
della bellezza intatta ed eterna — in quelle forme pure e perfette
io vedeva personificato quell’ideale che l’arte, che il vero, che il
bello avevano come delineato nella mia fantasia. Gli uomini tendono
a personificare tutte le loro sensazioni, tutte le concezioni della
loro mente — la vasta idealità umana si riduce tutta alla creazione
di alcuni tipi vaghi e indecisi, di cui cerchiamo indarno quaggiù
una personificazione vivente. Dio non si è rivelato a noi: egli
non ha tanto creato gli uomini, quanto gli uomini hanno creato lui
stesso — l’idea di Dio non è che una personificazione dell’idea del
bello eterno, e del buono eterno — le anime elevate non hanno osato
circoscrivere questa bontà e questa bellezza in una forma, le anime
volgari sono discese fino all’umanazione.
»Se tu avessi visto Adalgisa, avresti potuto comprendere quanto ella si
avvicinasse a questo ideale. Non so dirti quanto ella fosse bella, nè
quanto il mio ideale fosse elevato! D’altronde che cosa è la bellezza?
Essa non può essere il risultato dell’armonia di alcune linee,
perchè queste stesse linee disposte diversamente possono dare diverse
specie di bellezze — vi è non una legge in ciò; non vi è una bellezza
assoluta. Possiamo analizzare il volto umano, descriverlo in tutte
le sue parti, ammirare l’armonia dei loro rapporti — non basta — vi è
ancora qualche cosa che è fuori di questa legge, che sfugge a questa
analisi, che costituisce unicamente il bello che noi ammiriamo. Egli
è che ciascun uomo, personificando le proprie idee, si è formato un
tipo di bellezza, secondo il quale esamina e giudica delle forme degli
oggetti e delle creature che ci circondano. Ciò è quanto noi chiamiamo
il gusto. Le leggi della bellezza fisica sono riposte in una legge
della bellezza morale. L’identità della natura in ciascun uomo rende
queste leggi pressochè simili in tutti, quindi pressochè uno il tipo
della bellezza umana, ma se noi potessimo uscire un istante fuori di
noi medesimi, distruggere e mutare questa legge vedremmo che il bello
ci apparirebbe deforme, e il deforme bello, che la bellezza è tutta
immaginaria, tutta convenzionale, tutta subordinata a questo principio.
Ecco perchè io non tenterò di delinearti l’immagine di Adalgisa —
converrebbe che tu discendessi nella mia anima per rintracciarvela.
»Non ho mai preso ad investigare che cosa sia l’amore, quali i suoi
limiti nel cuore degli altri uomini. Perciò appunto che ti ho detto
ora, io non ignorava che nel bello si ama inconsciamente il buono, che
nel deforme si odia inconsciamente ciò che è cattivo, ma le ragioni
di quest’odio e di questo amore mi rimasero sempre ignorate — si
poteva aver coscienza di questi due estremi morali, ammirarne queste
personificazioni diverse, senza nè amarle, nè odiarle — il segreto
dell’amore, che è ad un tempo il segreto della vita universale, rimarrà
sempre inviolato dagli uomini.
»Oh! dirti le ore di ebbrezza che io trascorsi al suo fianco, i
deliri di quegli abbandoni!... Quel cadavere che mi stava d’innanzi
ricongiungeva i fili spezzati della mia esistenza, mi rimetteva in pace
coll’umanità, con me stesso; riannodava i legami che mi avvincevano
all’arte e alla vita. Quante anime non sapranno comprendere la natura
di questa passione, giustificare la sua origine, la sua essenza, i suoi
fini! Non è vero che le donne sappiano amare, sanno piacere, godere.
Spogliatele di quelle attrattive del sesso che vi vedete mascherate
dal sentimento — e non vi è più nulla. Ma in Adalgisa queste attrattive
erano mute, distrutte — tutto ciò che vi era di ripugnante era sparito,
tutto ciò che vi era di dolce era rimasto. Che importava a me che ella
non vivesse? Io non aveva mai voluto chiederle del piacere. Nella
ricerca affannosa del bello, io non aveva cercato mai che il bello,
ancorchè passeggiero, ancorchè inanimato. Fui sempre casto di quella
castità che è propria della robustezza; nè io aveva cercato nella
personificazione dei mio ideale altri attributi che quelli elevatissimi
del mio ideale medesimo. E poi vi è qualche cosa di morto in natura? vi
è qualche cosa di inanimato intorno a noi, cui non possiamo infondere
una parte della nostra anima? Ho sempre sorriso di questa specie
di avversione che gli uomini hanno per tutto ciò che non vive: mi
sono sempre sentito nel cuore un’esuberanza di spirito sufficiente
a infondere la vita a tutti quegli esseri inerti che mi stavano
dintorno. Le grandi anime soffrono in mezzo a ciò che si agita e vive;
prediligono la solitudine dove possono espandere la propria vitalità.
»Non vissi con lei che due giorni — la terra riebbe Adalgisa — io
assistetti senza lacrime alla sua sepoltura. E perchè avrei dovuto
piangerla? Non mi bastava la memoria? Coloro che piangono ciò che
muore rinnegano la propria fede, la durabilità dei proprii affetti, la
coscienza del proprio destino.
»Da quel giorno le mie lotte erano finite, io mi sentiva riconciliato
coll’esistenza. Mi ridonai all’amore della mia arte — non era che un
solo amore, uno stesso amore — non vissi più che di quello.
»La musica fra tutte le arti è la più divina perchè la più
indeterminata. Concretizzate le idee nelle parole, la luce nella
tela, le forme nel sasso, ma non potete concretizzare il suono — il
regno delle note è infinito come il regno delle idee — più ancora,
va oltre le idee, ve ne crea di quelle che non potete determinare,
di cui non sapete darvi ragione. Strana e ridicola cosa! Gli uomini
hanno voluto circoscrivere la potenza di questo linguaggio, il solo
che sia veramente universale; l’hanno collegato colla parola la quale
non esprime che cose determinate, — connubio mostruoso! — hanno detto:
queste note esprimeranno il dolore, queste il piacere, quelle la
sorpresa, e via via; hanno composta la sintassi delle note — hanno
immiserito, circoscritto, rinnegato questo linguaggio che ci parlava
di un mondo lontano, che ci sollevava sull’ordine delle idee comuni,
che ci trasportava oltre il dominio dei sensi; che appunto era grande,
perchè era impossibile sottoporlo a leggi fisse, trattenerlo dentro
limiti fissi, perchè era inesauribile, perchè era indeterminato.
»Queste parole ti lascieranno indovinare quali sieno le mie idee in
fatto di musica, quali i tentativi che io faccio per redimerla da
queste leggi di convenzione.
»Scrivimi. Dopo la perdita di Adalgisa, io vivo da solo, in questa
città. Vorrei farti comprendere quali sieno i rapporti misteriosi che
esistono tra la di lei memoria e la mia arte, e come questa attinga da
quella, e quella si avvivi nella fiamma di questa, e formino un tutto
solo ed armonico — ma ciò mi tornerebbe impossibile.
«Rimarrai tu costì lungo tempo? Ti scriverò altra volta.»
Ma non ebbi da lui altre lettere.
Passarono due anni da quell’epoca, nè io aveva più ricevuta notizia
alcuna di Lorenzo, e quasi me n’era dimenticato, allorchè n’ebbi da un
amico le tristi novelle che mi accingo a raccontare; anzi trascriverò
qui quel brano della sua lettera, che vi si riferisce:
«È da lui stesso che io ho saputo che tu non ignori le sue follie
passate, e quella sua passione d’amore così strana, così ideale, e
così incomprensibile. Ho anzi ragione a credere che tu abbia penetrato
meglio e più profondamente di me nelle segrete oscurità della sua
anima, e che la natura della sua follia ti sia apparsa più evidente
e più chiara. Credo averla compresa io pure, e ciò mi spiega in
qualche guisa la seconda e la più grave delle sue aberrazioni. Se
egli non ti ha scritto più dopo la’ tua partenza da ***, ignori senza
dubbio che egli si è dimenticato di Adalgisa, e che un amore non
meno appassionato, non meno esigente, ma non meno inesplicabile si è
sostituito a quel primo.
»Era naturale che egli se ne dimenticasse, e che quell’affetto così
triste, così spento, così solitario si spegnesse nel suo cuore per dar
luogo ad una passione più viva e più reale benchè ancora più assurda.
Tu meraviglierai dell’oggetto di questa sua seconda affezione.
»Io credo che tutta l’infermità della sua anima e della sua
intelligenza si riducesse a ciò: che egli voleva personificare in un
tipo di bellezza sensibile quel tipo astratto e ideale che gli aveva
creato la sua arte. La natura stessa lo conduceva a cercare questa
personificazione nella donna; la purità della sua anima, la casta
religione di questo ideale lo costringevano a volerne escluse quelle
passioni fisiche che la contaminavano. Perciò egli non aveva amata
Adalgisa che morta, l’aveva amata solamente in quegli istanti, in
cui senza avere ancora perduto nulla della sua bellezza, si era già
spogliata di tutte le sue passioni. Seguendo questo ordine stesso di
idee, non allontanandoci dalle leggi e dalla natura della sua follia,
comprenderai agevolmente come egli non potesse rimanere fedele a
questa affezione giacchè egli aveva d’uopo di vedere, di ammirare
questa personificazione più o meno imperfetta del suo ideale. Non è a
dirsi se egli soffrisse di questa dimenticanza che gli imponeva la sua
stessa natura, la sua arte stessa; egli aveva creduto che quell’affetto
sarebbe durato eterno, e lo sentiva svanire, spegnersi, dileguarsi
miseramente come tutti gli affetti terreni; sentiva riformarsi nel
cuore quel vuoto che egli aveva riempiuto un istante, ma che ora non
poteva sperare più di riempire.
»In quell’intervallo di lotte, in quel periodo di triste scoraggiamento
si disgustò anche della sua arte, alla quale credeva, e non senza
ragione, dovere unicamente la sua infelicità. La musica, diceva
egli, è relativamente alle nostre facoltà la più imperfetta, e la più
incompleta di tutte le arti. Noi non sappiamo se ci andiamo avvicinando
od allontanando dalla sua perfezione — non lo potremo mai indovinare —
non le potremo mai assegnare nè un limite, nè una legge, nemmeno una
via sicura, tanto ella si allontana da tutto ciò che è sensibile, da
tutto ciò che è reale. Non è nemmeno possibile una definizione, ella
sfugge ai sensi, al raziocinio, a tutto: si è camminato finora sopra
delle ipotesi, si sono stabilite delle norme elementari, si sono creati
dei sistemi, dei generi, delle leggi di convenzione, ma nessuno ha
ancora potuto comprendere che cosa ella sia, d’onde si è partiti, e fin
dove si potrà giungere. I veri artisti hanno sentito tutto il tormento
di questa ignoranza e di questa impotenza, hanno compreso quanto
fosse grande il contrasto che la vaga idealità di quest’arte formava
coll’arido realismo, con cui la natura li aveva condannati a lottare.
»Disperando di trovar pace qui, egli prese a viaggiare; e fu a Firenze
che vide la Venere dei Medici, e che lo stesso sentimento che lo aveva
fatto invogliare di una fanciulla morta, gli destò nell’anima una
passione ancora più ardente, ancora più inesplicabile, per quel tipo
perfettissimo della bellezza femminile. Lorenzo passò da quell’amore a
questo colle stesse esitanze, colle stesse indecisioni di coloro che si
sciolgono da un affetto reale. E con questa nuova passione non fece che
crearsi nuove origini di sofferenze. Era naturale che egli sì vigoroso,
sì ardente, dotato di un’immaginazione così viva e così feconda, non
potesse appagarsi di un amore così sterile e così solitario. Egli aveva
voluto lottare colla sua natura, ma indarno.
»Fu anzi quella medesima esuberanza di vitalità che egli si sforzava
di trattenere, di accumulare in sè stesso, che guastò in qualche modo
il suo organismo, e finì collo spegnere in parte la sua ragione. Il
suo cuore, la sua mente, le sue aspirazioni combattevano una lotta
perenne coi bisogni della sua vita, colle esigenze aride, materiali,
inesorabili della natura. Egli non voleva soccombere anche a prezzo
della sua felicità; non voleva concedere nulla al realismo dei sensi e
delle passioni.
«Se tu verrai qui ti racconterò a voce la storia di questo suo secondo
amore. I dettagli sono molti e strazianti, nè mi regge l’animo di
evocarli e di scriverli.»