Morto mio padre, io mi sono avventurato nella vita, nella vi

AMORE NELL’ARTE

TRE RACCONTI

DI

I. U. TARCHETTI

MILANO

E. TREVES & C. Editori della BIBLIOTECA UTILE

—

1869

Proprietà Letteraria

Lodi, Società Cooperativo-Tipografica.

LORENZO ALVIATI

L’amore non è una potenza indisciplinabile.

Come ogni altra forza naturale, dà

una presa alla volontà, all’arte, la

quale, checchè se ne dica, lo crea

facilissimamente e facilmente lo

modifica, mediante gli ambienti, le

circostanze estrinseche e le abitudini.

G. MICHELET.

Lo conobbi nel collegio di Valenza. Io aveva allora quattordici anni,

egli ne aveva diciasette compiuti, ma il suo corpo erasi già sviluppato

come a venti; in quella scolaresca di fanciulli egli rappresentava

colla sua statura elevata, colla sua testa di Apollo, un personaggio

assai più imponente del maestro. Quell’immagine mi richiama le memorie

più dolci e più pure della mia fanciullezza, mi evoca scene obliate

da lunghi anni, rimembranze confuse, sulle quali il mio pensiero

non sa tanto arrestarsi e scrutare da ritesserne intatta la tela.

Difficilmente la nostra memoria ha la virtù di evocare uh passato di

quindici anni; ma spesso in quelle tenebre che lo circondano rimane

un filo di luce che ci guida a rintracciare le gioie; spesso basta il

profumo d’un fiore, un filo d’acqua, un suono, un nome, una fronda,

per richiamarci le immagini di alcuni affetti, le circostanze di

alcuni avvenimenti che si erano dimenticati da anni. Ma sono scene

che l’intelletto illumina ad intervalli, a bagliori; quell’edificio

si sfascia ricostruendolo; la memoria evoca e passa, poichè nella

lotta che noi combattiamo col dolore non ci schermiamo che dal dolore

dell’istante: nessuno potrà lottare ad un tempo colle sofferenze

riunite di tutta una vita.

Non vi è mai accaduto di trattenervi in quelle lunghe notti d’inverno

a meditare vicino al focolare, e, rimescolando le ceneri già fredde,

rinvenirvi un piccolo carbone ancora acceso? Lo avrete veduto brillare

in quel momento d’uno splendore vivissimo, ma subito impallidire ed

estinguersi al contatto di quella luce a cui si era sottratto per

sempre. Così è delle memorie. Esse non si arrestano più d’un istante;

esse ricompariscono e fuggono; la loro apparizione è simile, nel mondo

immaginario, all’apparizione fantastica dei trapassati: si mostrano e

si dileguano, splendono come un baleno nella notte dell’intelligenza e

si estinguono. E che cosa sono in fatto le memorie se non le reliquie

della nostra vita morale, le sue salme, i suoi morti? È strano come

la maggior parte degli uomini consideri la vita come un avvenimento

continuato, e non s’avveda come noi moriamo ogni giorno, come

seppelliamo ogni sera una parte di noi, anzi la nostra intera esistenza

morale, poichè la sola vita fisica costituisce nella sua decadenza

progressiva, un fatto isolato e compiuto. E quante vite non abbiamo

noi sepolte prima di morire! su quante care esistenze di un giorno non

dobbiamo noi piangere! speranze, affetti, piaceri, nobili aspirazioni

alla virtù, ebbrezze ineffabili dell’amore..... a trent’anni la

vita non è più che un immenso cimitero, sulle cui tombe noi veniamo

a lamentare le gioie dell’esistenza che ci è sfuggita, e l’aridità

dell’esistenza che ci rimane. — Dolci e serene memorie dell’infanzia,

voi formate tutto il segreto de’ miei affetti, tutto il tesoro delle

mie più care predilezioni. Oh potessi, dal sepolcro in cui giacete,

evocarvi almeno un istante, per riabbellire del vostro sorriso fugace

questi miei giorni sconsolati e sofferenti!

Povero Lorenzo! E parmi di rivederlo là, sotto quei pioppi, ove

venivamo a riposarci dalle nostre passeggiate delle vacanze. Là il

Po si allarga, e forma alcuni seni incantevoli circondati da alberi

secolari. Uscendo pieno ed unito dalle gole dei colli, si versa e

si dilata nella pianura, ove le sue acque creano una vegetazione

rigogliosa, e le rapide selvette dei salici, i cui fusti riuniti e

raggruppati dai rovi e dai lentischi, coprono gli stessi sabbioni delle

rive. Non un eco, non un grido sotto quei pioppi maestosi e giganti, le

cui sommità riunite come un immenso padiglione ti nascondono spesso la

vista del cielo. Nel meriggio dei giorni canicolari tu non v’intendi

che il ronzio delle ali delle libellule o delle mosche dorate, e solo

nel mattino il lamento malinconico del cuculo ne risveglia gli echi più

lontani e sonori. Allorchè quei lunghi fusti giganti, coperti dei loro

ampi mantelli di licheni, emergono colla loro bianchezza dalle prime

ombre della notte, sembrano acquistare forme o movenze di fantasmi; un

mistero ineffabile di malinconia si diffonde per tutti quei luoghi;

la natura vi siede mesta, quasi ritrosa, e vi crea nel silenzio i

prodigi più meravigliosi della sua vegetazione. Vi sono infatti delle

foglie grandi come ventagli, dei convolvoli ampii come le ninfee, dei

livertisii che s’innalzano coi loro fusti tortuosi fino alle sommità

più elevate degli alberi. E dove le sorgenti si dilatano in qualche

seno e formano alcune bolle o alcuni canali, l’acqua si cinge tutto

all’intorno come di una corona, e sono masse di piccoli fiori bianchi

simile alle margherite dei prati; ma l’onda vi ha la trasparenza del

cristallo, e vi si vedono andare e venire frotte timorose di pesci,

mentre la luce riflette nel fondo sabbioso le forme singolari dei

ragni ballerini che nuotano colle loro lunghe gambe su quell’immobile

superficie d’argento.

Ritornando alle memorie più remote che la mia anima ha conservate di

Lorenzo, mi si affacciano per le prime queste scene incantevoli della

natura, che furono testimoni dei nostri dolori e delle nostre prime

confidenze. Per un rapporto misterioso tra la natura degli esseri e la

nostra natura spirituale, quasi sempre il carattere degli uomini si

informa a quelle impressioni esterne che lo hanno colpito nei primi

anni della vita. Le nostre idee, le nostre aspirazioni, i nostri

giudizii avranno sempre un rapporto esatto, benchè incomprensibile,

colla natura dei luoghi e delle cose che furono testimonii della nostra

infanzia. Io sento che vi ha in me, nella mia indole qualche cosa di

quel teatro della mia fanciullezza, di quei campi, di quelle acque,

di quella vegetazione; in certi miei sentimenti parmi di scorgere un

rapporto ben definito col profumo di certi fiori, colle loro tinte,

coll’azzurro melanconico di quel cielo. Tali fenomeni, non che gli

altri tutti della nostra natura, si manifestano, io credo, in tutti

gli uomini; e se molti tra essi non se n’avvedono, è perchè la loro

indole non li porta a meditare su sè medesimi; ma io penso che essi

tutti sieno o possano essere poeti ad un modo: tutti subiscono le

stesse impressioni, concepiscono le medesime idee; la diversità del

loro valore sta nella diversità dell’espressione, nella forma — la

letteratura non è che arte — noi vediamo che uomini turpi nella loro

vita privata scrissero pagine sublimi; uomini sublimi per domestiche e

sociali virtù, non seppero costrurre un periodo secondo le esigenze dei

rettori. Se ciò non fosse, come avviene che un libro è inteso da tutti?

trova un eco in tutti i cuori?

Lorenzo ed io ci amavamo di un affetto ardentissimo; ma il suo

amore sentiva quasi della paternità, ed egli si tratteneva meco come

avrebbe fatto con un fanciullo; le sue confidenze erano affettuose,

piene, espansive; ma egli pareva rivolgerle a sè più che a me stesso;

non pareva chiedere a me che di essere ammirato o compianto. Nè io

indovinava allora perchè avrei dovuto compiangerlo: mi sfuggiva il

segreto de’ suoi dolori — giovine, vigoroso, intelligente, libero come

il suo pensiero, padrone di vagare a suo talento per quelle campagne,

di contemplarvi tutte le mattine il sorgere del sole, di cercarvi a sua

posta dei nidi, di farvi una colazione sull’erba, di sottrarsi, quando

il volesse alla dura tirannia dello studio — tutto ciò mi parea troppo

dolce perchè io potessi crederlo sventurato, perchè non vi fosse tra

noi chi non avrebbe mutata la sua sorte con esso.

I fanciulli, più che ogni altro, sono avidi della propria libertà, nè

smarriscono questo amore che in proporzione delle abitudini che devono

contrarre vivendo. La vita sociale è una lotta che espelle a dramma

a dramma la natura degli uomini, fino alla completa trasformazione

dei loro caratteri. Le disillusioni, gli inganni, le cure, le lunghe

infermità dello spirito, l’ipocondria, le terribili prerogative dello

scetticismo e del dubbio non esistono nello stato naturale: esse non

sono che un prodotto della società. Nessuna legge havvi nella natura la

quale ci faccia conoscere che il corpo e lo spirito debbono invecchiare

ad un tempo, partecipando alle stesse fasi di decadenza: nulla potrebbe

corrompere in essa la verginità primitiva dei nostri pensieri e

delle nostre aspirazioni; in essa la vita non potrebbe essere che una

fanciullezza eterna, che una giovinezza perenne.

Lorenzo era nato in un piccolo villaggio del Piemonte. Suo padre,

costruttore e suonatore di organi, era venuto con lui, ancora bambino,

a stabilirsi in una grande fattoria, di cui aveva come ereditato per

titolo di parentela, il diritto e i vantaggi dell’amministrazione,

dall’amministratore defunto. Quel vasto stabilimento era situato

sulla riva destra del Po, in una posizione incantevole. Lorenzo vi

aveva passato la sua infanzia, e non era stato mandato alle scuole

che a dodici anni compiuti. Suo padre aveva preferito valersene fino

a quell’età per i servigi che poteva prestargli nel suo mestiere; e

poichè egli era uno dei più vaghi fanciulli dei dintorni, inorgoglivasi

di condurselo seco a tutte le feste dei paesi vicini, ove egli suonava

nelle chiese ed ove il suo giovine allievo era incaricato di muovere i

mantici degli organi. Ma dopo alcuni anni quest’umile attribuzione era

divenuta tediosa a Lorenzo: egli aveva già appreso da suo padre i primi

erudimenti della musica, e aveva voluto ribellarsi a quella schiavitù

che non lo rendeva che uno strumento dell’arte, che lo condannava ad

ignorarne per sempre i segreti. Non era artista, ma voleva divenirlo;

non ne aveva il genio, ma lo presentiva. Egli aveva conosciuto che

doveva in qualche modo dirozzare la propria intelligenza, apprendere a

frenare i trasporti della sua natura impetuosa e selvaggia, prima di

abbandonarsi allo studio dell’armonia, allo studio di un’arte in cui

tutto è raccoglimento e pensiero; si era perciò deciso di frequentare

le scuole, e fu allora che io lo aveva conosciuto a Valenza.

Pochi fanciulli si erano sviluppati come lui a dodici anni. Lorenzo

attraversava il Po a nuoto quando era gonfio, prendeva i nidi delle

ghiandaie sulle punte più elevate dei pioppi, raggiungeva le lontre

alla corsa, aveva disegni e ardimenti proprii di un’età più matura;

onde soffriva di quell’inazione a cui lo condannavano le discipline

dello studio. Non vi si dedicò che per cinque anni, e a malincuore: si

sarebbe detto che egli vi interveniva per una violenza che la sua mente

esercitava sulla sua natura, per una forza di volizione straordinaria:

la sua intelligenza era aperta, forte, serena: dopo un anno di studio

egli ci aveva raggiunti, poco dopo ci aveva superati, e in breve

tempo eragli rimasto più nulla da apprendere di quelle aride e sterili

cognizioni, di cui si era sempre pasciuto lo spirito, e impicciolite e

ingannate le nobili aspirazioni della gioventù nelle scuole.

Tutto era stato precoce in lui; la natura vi aveva sviluppato l’uomo

prima dei fanciullo; alla sfrenata vivacità d’un istante, era successa

una calma pensierosa e profonda; tutta la potenza della sua vitalità

si era trasfusa nell’operosità febbrile dello spirito; si sarebbe detto

che quella vita che appariva in lui come raddoppiata, fosse pur duplice

nella forza e nella celerità della sua azione. Ed egli lo sentiva;

egli aveva forse il presagio di un’esistenza breve e affannosa, e

affrettavasi a trasvolare con rapidità sull’oceano de’ suoi dolori e

delle sue gioie.

E infatti tutte le anime elette, tutte le intelligenze elevate hanno

provato questa impazienza tormentosa, quest’avidità irresistibile

dell’avvenire, questo bisogno di pascere lo spirito delle dolci

seduzioni dell’ignoto. Oh potessi divorarmi la vita! È il voto, è

l’esclamazione di tutte le intelligenze superiori: voto e aspirazione

eloquente, che rialza un lembo della mistica cortina del futuro, che

le riconforta e le rassicura del loro destino immortale. Nate per

l’eternità, esse sentono il peso del finito, e anelano di spezzare i

legami della materia che le incatena e le opprime.

Un giorno Lorenzo si avvide che le sue guancie incominciavano a portare

i segni della pubertà, e che in mezzo a noi tutti, egli appariva

troppo discorde d’anni e di cuore per rimanersene ancora in quella

spensierata società di fanciulli. Ci strinse la mano e ci disse addio

— lo avremmo riveduto ne’ suoi boschi, e chi sa.... forse lo avremmo

anche incontrato in quella vita sconosciuta e svariata che ci rimaneva

a percorrere.

Ci separammo con delle lacrime.

Sei anni dopo io aveva compiuto i miei studii, e stava per abbandonare

il collegio, quando mi sovvenni di Lorenzo che non aveva più riveduto

durante tutto quel tempo, e pensai che egli mi avrebbe abbracciato

volentieri, e che separandomi allora da lui avrei dato anche un addio

affettuoso, quasi più colmo, più intero, alla mia fanciullezza, a’

miei sogni, a quel mondo sì lusinghiero e sì dolce dal quale stava

per dividermi per sempre. Belle colline del Po, dove io non aveva che

venti anni, e che attraversai in quell’incantevole mattino di Agosto

per recarmi alla casa di Lorenzo! Ripasserò io ancora quei colli in un

mattino sì delizioso come quello? e potrò io ripassarli con venti anni

soltanto?

Era lui: seduto presso una siepe di carpino, leggeva ad alta voce _Le

vite_ di Plutarco; mi riconobbe da lontano, si alzò, mi raggiunse e

mi gettò le braccia al collo, esclamando — mio caro amico, mio caro

fanciullo! Fui colpito da questa parola: fanciullo. Era sempre quella

superiorità d’anni, d’intelligenza e di cuore che aveva dimostrata nel

collegio; ma era una dolce superiorità che non sentiva dell’orgoglio,

che non voleva esser tale che per amare e proteggere; era l’espressione

di quell’elevatezza morale che tutti gli uomini acquistano più o meno

coll’esercizio delle passioni e del dolore.

Allorchè due persone s’incontrano per la prima volta ha luogo tra le

loro anime una lotta tacita e ostinata, il cui esito è quasi sempre

immediato, e per la quale una di esse si eleva ed impone, l’altra si

sottomette e obbedisce. Vi sono delle anime orgogliose che contendono

a lungo la loro supremazia, e non potendo serbarla, fuggono dalla

lotta; vi sono delle anime dolci che vi si abbandonano volonterose,

che si affidano a un altr’anima sorella, e gioiscono di questa dolce

sottomissione. Tali sono la maggior parte delle donne coll’uomo, tale

era io con Lorenzo.

Ma quando pure non l’avessi conosciuto che in quell’istante avrei

potuto esitare ad abbandonargli tutto me stesso, come ad un fratello o

ad un padre? Vi era qualche cosa di affascinante nel suo viso, qualche

cosa di magnetico nel suo sguardo; il suono della sua voce era dolce e

severo ad un tempo; i suoi modi affettuosi, ma energici, la sua persona

bella e aitante; e poi quella sua testa di Giove, que’ suoi occhi

neri e inquieti, quelle linee maestose del suo viso, quelle ciocche

massiccie di capelli, mi davano l’idea di una di quelle divinità

greche scolpite da Fidia, di cui il tempo ha come paralizzati i

rigidi lineamenti del volto. Se la natura mi avesse creato donna avrei

trascorsa la mia vita a’ suoi piedi.

Passammo insieme un giorno felice; andammo a risalutare quei boschi,

quelle siepi, quelle campagne; risalimmo a nuoto la corrente: la natura

era tutta una festa; pareva sollevarsi da tutto il creato una voce

che dicesse: — amate, esultate, folleggiate, tutto è vostro quanto vi

circonda, inebbriatevi di me, benedite alla gioventù ed all’amore!

Tornammo silenziosi, raccolti, oppressi da quell’esuberanza di affetti

e di memorie che la natura aveva versato nelle nostre anime.... Ma quel

silenzio di Lorenzo racchiudeva in sè qualche cosa di più opprimente

che non fossero le sole rimembranze del nostro passato. Come avviene

di tutte le costituzioni irritabili e pronte, egli si era trasformato

in un istante: era ritornato fanciullo, aveva folleggiato meco tra

i boschi, sugli argini, tra le fresche correnti del fiume; ma ora la

meditazione lo aveva richiamato a sè, e la natura aveva ripreso il suo

dominio, abituale e imperioso.

Gli chiesi che avesse. Egli mi abbracciò con trasporto e mi disse: —

ti narrerò tutto stassera; se tu sapessi quale trasformazione ha subito

in questi anni il mio carattere; come tutto mi apparisce disprezzevole

e vano; come la mia anima, elevandosi ad investigare il destino umano,

e creandosi una vita in sè, è rimasta imponente e isolata nella gran

vita che le si agita d’attorno. Speranze, amori, piaceri, tutto si è

trasformato per me, tutto si è concretizzato in una sola idea, tutto

ha assunto un solo carattere, una sola legge, una sola rivelazione,

quella dell’arte. Essa ha resa la mia fibra sì irritabile, la mia

immaginazione sì feconda, la mia sensitività sì sofferente e sì viva,

il mio orgoglio sì esigente e severo, che io mi trovo collocato quaggiù

come in un mondo strano ed inesplicabile, di cui non giungo a percepire

nè la natura nè il fine. L’arte mi ha creato un mondo — essa sola —

e se io potessi popolarlo colle creature della mia fantasia, dar loro

forma e esistenza, vivere con esse e per esse, non avrei più nulla a

rimpiangere del mio destino; ma ohimè! nulla esiste quaggiù tranne che

l’ideale, e l’ideale è l’ombra, è il fantasma, la parodia — la realtà

che noi ci affanniamo di raggiungere è oltre la vita.

Egli tacque, ed era mesto; io lo contemplava tacendo; egli

rappresentava in quell’istante per me una di quelle creature

straordinarie in cui la bellezza fisica e la bellezza morale

rivaleggiano, e l’una presta all’altra una forma sensibile, e l’altra

vi si rivela vestendola della sua espressione celeste.

Ritornammo alla fattoria, che le prime ombre della notte si disegnavano

su quelle vaste lande di arena lasciate asciutte dall’acqua; il cielo

si andava qua e là popolando di stelle; alcuni fuochi fatui brillavano

in quei seni dove l’acqua stagnante aveva raccolte e corrotte le

alghe; gli uccelli annidati sulle quercie, mormoravano strane voci dai

loro nidi, i cani si rispondevano dalle valli, e gli ultimi rintocchi

dell’_avemaria_, così prolungati dagli echi e dai venti, sembravano

gemere su quel non so che di funerario e di triste di cui si veste la

natura nel piangere la sua morte di un giorno.

Lorenzo ed io ci tenevamo per mano camminando; spesso le nostre dita

si allentavano o si stringevano convulse; le nostre sensazioni erano

divenute comuni, le nostre vite si effondevano l’una nell’altra, e noi

lo sentivamo tacendo.....

Oh come è nobile la gioventù, come è potente nelle sue concessioni,

come è generosa e severa! E perchè la natura ci ripudia a trent’anni?

Perchè quegli alberi, quelle montagne, quegli astri non hanno più una

voce per noi? Ogni uomo è artista, è poeta nei primi anni della vita;

è un arido egoista negli ultimi; e quei pochi esseri che un’eccessiva

sensibilità ha condannati a rimanere eternamente fanciulli, errano

smarriti nel mondo, sbattuti come un fragile schifo su questo oceano

tempestoso della vita. È la società? è la natura? Domandiamolo a noi

stessi, noi che non abbiamo più che il conforto disperato del dubbio,

ma spargiamo di fiori il sentiero della gioventù, inebbriamola di amore

e di illusioni; non riveliamo ad essa questa terribile verità che ogni

uomo che è giunto a trent’anni, è già sopravvissuto a sè stesso.

Era un suono delicato e lamentevole, un arpeggiare sommesso di

pianoforte, forse una di quelle celesti melodie di Schubert che non si

odono mai senza piangere.

— Ascoltiamo, mi disse Lorenzo — e ci sedemmo sul limitare della porta

— è Adalgisa che suona; essa non ha cantato più da tre giorni, certo la

povera fanciulla è sofferente, e la sua malattia glielo avrà vietato.

— Chi è dessa? gli chiesi commosso dalle note melanconiche di quella

musica.

— Una donna che mi ama, diss’egli, una creatura sventurata; oserei dire

un angelo se le tristi passioni che si sviluppano colla materia non ne

contaminassero la natura privilegiata e celeste. L’infelice, aggiunse

Lorenzo, è travagliata da una malattia terribile, la cui azione

è dolce, lenta, sicura, mortale senza nulla svelarle della morte,

dall’etisia: questa infermità non è che uno svolgersi più rapido della

vita, in cui tutte le nostre facoltà si moltiplicano e si consumano

nella attività straordinaria della loro azione. L’anima dell’etico

acquista facoltà di nuovi e grandiosi concepimenti; la sua sensibilità

è squisita, la bellezza delle sue forme incantevole, l’espressione e

la mollezza dei suoi profili ineffabile. Adalgisa aggiunge alla sua

avvenenza naturale le fatali attrattive di questa infermità.

— E tu l’ami? gli chiesi.

Lorenzo stette un istante pensieroso, poi mi disse risoluto:

— Non l’amo; o almeno, aggiunse correggendosi, non l’amo di quell’amore

che si concepisce quaggiù dagli uomini. Dopo che una fatale avidità di

lanciarmi nell’avvenire mi ha fatto conoscere quali frutti maturassero

sull’albero della vita e mi ha allettato a raccoglierli, la mia anima

ha sentita la vanità di questi piaceri; essa ha compreso l’avvilimento

che le ne proveniva fruendone, e si è formato un ideale di purità

e di perfezione morale, a cui dirigere tutte le sue aspirazioni e

i suoi voti. Non credo alla donna, diss’egli, non ne ammiro che la

bellezza incantevole delle forme; non credo all’amore, non ho fede

che nel godimento che ne deriva. L’amore di un’anima elevata, quello

sforzo che ella compie per avvicinarsi alla divinità col culto del

buono e del bello, non può essere diretto ad una creatura la quale

non può darvi che della voluttà, la più vana di tutte le sensazioni;

non può essere rivolto al conseguimento di un piacere che vi degrada.

L’amore ha tale scopo nella donna; esso non può essere concepito

da lei disgiunto da questo fine, come da quella che vi è portata

dall’istinto della maternità e da una minore elevatezza di concezioni,

di aspirazioni e d’ingegno. Vi ha oltre a ciò nella donna un dolce

sentimento di sottommissione, un delicato desiderio di confortare di

gioie e di piaceri la vita dell’uomo che l’ha scelta a compagna — gioie

e piaceri che ella non può, che ella non sa offrire che offrendosi.

— La perfezione maggiore del suo essere, l’irritabilità della sua

costituzione la rendono più atta a sentire i piaceri e più avida a

procurarseli; ed è perciò che la natura ha collocato in lei una dose

più grande di pudore, che non è che una ipocrisia della sensualità,

e che non ha altro scopo che di frenare le ingenue rivelazioni

dell’istinto. Ma perchè tu comprenda tutto ciò, diss’egli, perchè tu

intenda come quell’amore dell’ideale che ci infiamma nei primi anni

della giovinezza, e ci guida a porgere un omaggio alla virtù come

linguaggio del bello, al bello come rivelazione del buono, escludendo

ogni appetenza di godimento, per ciò solo che noi siamo ancora dominati

dal sentimento dell’arte e della poesia, sentimento innato nell’uomo,

possa così miseramente trasformarsi e rivolgersi al culto esclusivo del

piacere, è d’uopo che io t’accenni quella triste esperienza della vita

che mi fu dato di raccogliere nei primi anni della nostra separazione.

Spesso i fiori che intrecciano la nostra corona non si distaccano che

per opera di quella mano alla quale era dato di aggiungerne, non si

avvizziscono che per ciò solo, che noi li avvolgiamo nell’atmosfera

velenosa delle nostre passioni, e per un frutto amaro della terra non

esitiamo a contaminarli nel fango.

Morto mio padre, io mi sono avventurato nella vita, nella vita agitata,

clamorosa, elegante; nei grandi centri ove la mia gioventù e la mia

arte mi avevano aperta una via. Mio padre aveva accumulate molte

ricchezze durante la sua vita operosa e modesta: un giorno mi trovai

solo nel mondo, ma mi trovai dovizioso: aveva tributato alla mia arte

otto anni di studii indefessi: le prime creazioni del mio genio mi

avevano dato fama di artista valente; aveva ventidue anni, il mio

volto era l’espressione fedele della mia anima, e le mia anima era

nobile e pura; avevo del coraggio e del cuore, e mi gettai risoluto

nell’avvenire.

Questo battesimo sociale che chiude la vecchia vita e ce ne riapre una

muova apporta spesso con sè molte gioie e molti, dolori. Io non ebbi

che dolori. Non era la mia anima suscettibile di provare la gioia?

Forse lo era, ma non per quella presso la quale si affannano tutti

gli uomini. I tripudii del mondo erano troppo o troppo poco per me; mi

opprimevano, e mi lasciavano un gran vuoto nel cuore: più io correva

verso di loro, e più me ne trovava lontano; avrei voluto vedervi

un’entità, una cosa concreta, uno scopo, un soddisfacimento nobile e

pieno, e non vi vedeva che il nulla.

Amai. Chi non ha amato o non ama? Era stato il delirio della mia

gioventù, il sogno di tante notti, lo scopo della mia arte. Predispormi

coll’arte all’amore, prepararmi l’animo ad accogliere questo

sentimento e a sentirlo, ingigantirmene l’ideale, rivestirlo di tutte

le illusioni, di tutte le parvenze possibili, ecco ciò che io aveva

vagheggiato nel silenzio di questo ritiro, prima di avventurarmi nel

mondo.

Ma gli uomini tutti e la gioventù sovratutto, credono che lo scopo

dell’amore sia la donna, non distinguono tra il sentimento e la

sensazione, fanno di queste due cose disparatissime una cosa sola, e

chiedono più tardi a sè stessi: che cosa era l’amore? avrebbero dovuto

chiedere: che cosa era la donna?

Io pure ho ingannato me medesimo: ho creduto che tale fosse lo scopo di

questo sentimento e mi affrettai a raggiungerlo. Mi era creato di esso

un ideale abbagliante, lo aveva vagheggiato per tanti anni, non aveva

mai dubitato di realizzarlo; e quando aveva abbandonato per sempre la

casa di mio padre, aveva detto a me stesso: — avrò anch’io un amore.

Ohimè, io non sapeva, che un artista non può amare che l’amore, che

due affetti sono troppo per esso, che quell’ideale che egli si è

creato, non è che l’ideale dell’arte, che nessuna creatura al mondo può

renderglielo in tutta la sua sublimità, può possederne tutte le forme e

i colori.

Ma che cosa è l’arte? È dessa che ci conduce all’amore, o è l’amore

che ci conduce all’arte? quale dei due è l’essenza e quale è la forma?

quale è quello che rivela, e quale è quello che è rivelato?

Non ho potuto comprenderlo ancora; egli è però ben certo che ogni

grande anima si è manifestata coll’arte, e che nessuna di esse ha

potuto sottrarsi al dominio dell’amore.

Ho amato anch’io una donna, una creatura non migliore e non peggiore

delle altre, un essere vago e felice, quali ne incontriamo spesso nel

mondo — esseri che sorvolano su tutto, che aman tutto, che spargono

delle rose su tutto; che versano delle lacrime e non piangono, che

sorridono e non gioiscono, che non potrebbero essere felici e lo sono.

Si chiamava Regina, aveva vent’anni ed era vedova. Viveva sola, aveva

blasoni e livree, aveva ammiratori ed amici, aveva arredi e palazzo da

sultana, era superbamente bella e orgogliosa. L’aveva veduta e l’aveva

segretamente ammirata, mi pareva che la sua avvenenza avesse sorpassato

la bellezza di quel tipo immaginario che io portava meco nel cuore;

mi pareva che il suo amore avrebbe dovuto colmare ad esuberanza quel

vuoto che io sentiva in me da gran tempo. Volli ispirare dell’affetto

e l’ottenni, volli smarrirmi nella mia passione e lo feci.... non ne

ritrassi che amarezza e sconforti.

La vedeva ogni giorno lungo i viali cavalcare colla spigliatezza

d’un giocoliere e coll’ardimento di una amazzone sorridere e pure

atteggiarsi a mestizia. Era sempre sola, un palafreniere la seguiva

da lontano; e quando io passava presso di lei mi fissava in volto gli

occhi con espressione di affetto indicibile! Ne fui presto ammaliato;

era il mio primo amore — il mio ultimo — mi vi abbandonai come un

fanciullo.

M’incontrava con lei ogni giorno durante le sue passeggiate; e benchè

non avessi osato o potuto dirle il mio amore, e benchè ella del paro

mi avesse tutto taciuto nessuno di noi due ignorava di essere amato, e

non attendeva che l’occasione di accertarsene. Anche questa occasione

venne. Io aveva dato una sera un concerto e vi era stato applaudito: il

teatro era affollatissimo, l’uditorio silenzioso ed intento, io stesso

agitato da una commozione indicibile; era giovane e artista, e aveva

destato in tutti gli animi un interesse profondo, una viva ammirazione

di me: il mio trionfo era stato facile ma non era stato meno completo;

mi erano stati gettati dei fiori, molte signore si erano tolte dai

capelli le loro camelie e le avevano lasciate cadere sul palco: io ne

aveva raccolto una parte, quando nell’alzare lo sguardo scorsi Regina

che mi gettava colla sua piccola mano coperta dal guanto un ricco mazzo

di fiori. Rimasi indicibilmente confuso; accennai appena del capo in

atto di ringraziamento, e mi ritrassi stringendomi al seno quel dono.

Quando fui nella mia camera, nell’appressare alle labbra quel mazzo,

vi scorsi un piccolo brano di carta arrotolata. Lo svolsi, era un

foglietto da taccuino dorato nei margini: su cui ella aveva scritte

colla matita queste parole:

«Siete degno del mio amore, e ve ne ringrazio. Vi posso scrivere

queste righe perchè sono sola, e posso farlo perchè ho dell’affetto

per voi. Voi siete un grande uomo, ma avete la timidità di un

fanciullo: venite domani a ringraziarmi di questa lettera.»

REGINA.

Rimasi profondamente impressionato da quella lettera. Non era così

che io avrei voluto conoscere di essere riamato; quelle parole non mi

rivelano quell’amore casto, esitante, ritroso, che aveva desiderato

di scorgere in lei, che aveva sentito fino allora in me stesso.

Non conosceva ancora il linguaggio e gli ardimenti di una passione

sensuale, ma ne aveva avuto in quelle parole una intuizione piena e

scoraggiante. Cercava un amore puro, quell’amore che tutti gli uomini

cercano a vent’anni, e non vi trovava che un amore di progetto, un

amore già quasi colpevole nella prima, nella più timida, nella più

santa delle sue rivelazioni. Ne era turbato; avrei voluto trovare in

me la forza di non andarvi, ma mi sentiva sì debole anche dinnanzi a

quell’affetto, che mi era impossibile il combattere il mio cuore. La

natura e l’istinto trionfavano. Io ignorava che le espressioni di quel

foglio erano il linguaggio esatto di un sentimento intorno al quale gli

uomini si formano generalmente un falso concetto, erano la rivelazione

del vero amore, quale egli è, quale deve essere: gli uomini non tengono

mai una giusta via di mezzo nell’uso e nell’apprezzamento che essi ne

fanno; prima di vent’anni domandano ciò che la natura non può dare, che

la stessa innocenza rifiuta — il sentimento puro e intangibile; dopo

le prime disillusioni non chiedono più che la voluttà, negano la sua

fusione col sentimento — non vogliono più che il piacere. La donna si

dà, ma non si dà mai sola, dà il cuore con essa: la donna soltanto sa

amare.

Lottai, ma mi era impossibile sottrarmi alla mia passione; andai da

Regina. La trovai, splendida, superba, raggiante; non l’aveva veduta

mai così bella. Non appena fummo soli mi si gettò tra le braccia e mi

baciò sulle guancie, eccitata da una commozione che pareva sincera.

Provai nondimeno una gioia meno intensa di quanto non lo fosse il

dolore che la mia anima sentiva in quell’istante. Avrei desiderato di

averlo ottenuto dopo lunghi giorni di amore quel bacio; ma averlo così,

senza conoscersi ancora, senza avere ancora ragione di amarsi.... il

primo bacio, quello che non si dimentica più, quello che segna il primo

periodo della nostra esistenza morale!..... Ah, tutto ciò parevami

assai doloroso!

Queste considerazioni si agitavano dentro di me in quell’istante

medesimo in cui ella pendeva sul mio seno, e aspettava parole colme di

passione e di affetto. Non ne dissi, non avrei potuto dirne. Regina si

sciolse dalla mie braccia, e guardandomi con occhi pieni di meraviglia

e di amore, esclamò con suono di dolce rimprovero:

— Non mi amate voi dunque? Mi avete dunque ingannata?

Dio buono! ingannata..... e come? Apprezzava dunque ella tanto il

nostro amore? Era amore vero e sentito? Era un abbandono logico,

naturale, doveroso quello di gettarsi tra le mie braccia? Mi parve di

comprendere qualche cosa: mi affrettai a rispondere, non meno commosso

di lei:

— Perdonate, è una strana confusione di idee che si è formata nella

mia anima è gioia, è amore, è sorpresa, sono mille sensazioni che mi

opprimono per quanto siano dolci e nuove, anzi perchè sono tali mi

opprimono.... Non ho mai amato, Regina, non fui mai amato; è naturale

che io debba trovarmi così confuso ed oppresso, così dolcemente

oppresso... avrei bisogno di sollevarmi colle lagrime; se fossi, come

voi dite, un fanciullo, se fossi solo, vorrei piangere, e piangere fino

a morirne.

— Quanto siete sensibile! mi disse Regina, quanto siete nobile e buono!

Ed è in vero la prima volta che amate? e son io che vi avrò inspirato

il primo amore, che potrò farvi conoscere le prime dolcezze di questo

sentimento? Oh ditemi che io non m’inganno, che mi amate; ho osato

tutto con voi, ho osato troppo, non punitemi col vostro silenzio, con

una riserbatezza che mi offende, perchè mi fa supporre che il vostro

cuore abbia emesso un giudizio troppo severo su di me.

Compresi che ella mi amava veracemente, che nel suo stesso abbandono,

nella sua stessa felicità vi era la prova più eloquente del suo

amore. È dell’amore che io doveva lagnarmi, non di lei; e mi accinsi a

rassicurarla con quanta potenza di persuasione io seppi attingere dalla

mia mente sconvolta ed agitata. Passai seco alcune ore — ci separammo

commossi. — Quando fui solo nella mia camera mi raccolsi e piansi

lungamente, piansi per la cessazione di un’illusione che avrebbe dovuto

accompagnarmi per tutta la vita. Era quello l’amore? Era così che lo

concepiscono gli uomini, che deve essere concepito da tutti gli uomini?

E perchè formarsene un ideale così elevato? Che cosa è l’ideale? Che

cosa è il sentimento in amore? Può egli l’amore stare da sè, rinunciare

alla sensazione che ne costituisce l’essenza, che unicamente lo crea?

Poichè non è il sentimento astratto che ci unisca indissolubilmente

alla donna, ma il possedimento che ci crea dei doveri e dei bisogni; è

l’intimità, è l’abitudine che rendono potente l’amore.

Tuttavia non abbandonai Regina: la natura agiva troppo potentemente su

me perch’io potessi superarla colla forza della mia volontà. La volontà

è sempre più debole dell’istinto, perchè ove nol fosse, ciascun uomo

potrebbe violare impunemente la propria natura. Incominciai anzi ad

amarla, conosceva che il suo cuore era retto e sincero, non ne poteva

dubitare: investigai il suo passato, e non vi trovai cosa alcuna di

cui dovessi soffrire ed affliggermi: un uomo qualunque, un uomo che non

fosse stato vero artista, avrebbe potuto essere felice con Regina. Io

non lo era.

Ottenni tutto da lei. Da quel giorno ella cominciò ad amarmi, da quel

giorno io sentii che il mio affetto era svanito. Lo dissimulai lungo

tempo, era pietà, era gratitudine che me lo imponevano, ma essa non

tardò ad avvedersi del mio abbandono, e ne fu mortalmente ferita.

— Che vuoi! mi disse ella una volta, che pretendi da me per amarmi?

che posso io fare per meritarmi il tuo amore? Hai guardato nel mio

passato e non vi hai veduto nulla, hai indagata la mia condotta e sono

uscita illibata dalle tue investigazioni. Quale demerito ho io per

essere condannata al tuo abbandono? Non sono abbastanza bella? non

sono abbastanza giovine e ricca? Sei geloso? preferisci l’isolamento?

Vuoi che rinunci a tutto, a’ miei abiti, a’ miei cavalli, alle mie

abitudini? Vuoi che abbandoniamo questa città e ci ripariamo in un

angolo di terra ignorato? che viviamo soli, sconosciuti, felici? Dimmi

lo vuoi?

Io era vinto, io era commosso, io avrei fatto il sacrificio della

mia vita per lei, ma non poteva amarla, non lo poteva: sentiva che

nessuna donna avrebbe potuto inspirarmi ancora dell’amore; l’amore, la

continuazione, il culto, l’affetto di quell’ideale che portava meco nel

cuore lo trovava nell’arte — la donna ne era la negazione.

Oscillammo alcun tempo tra la repulsione e l’amore, prevalse la

repulsione — ci separammo.

Io abbandonai quella città sei mesi dopo, nello stesso giorno in cui

ella partiva per Francia col ricco barone di Saint-Froix, colonnello di

cavalleria, col quale si era sposata al mattino.

Così disgustato dell’amore altrui rientrai nell’amore di me medesimo,

non perchè il mio cuore fosse incapace di collocare in una creatura

simile a me un affetto saldo e durevole, ma perchè aveva compreso

che nessuna di esse avrebbe potuto divider meco questo sentimento

senza offenderne la purezza; perchè sapeva che quell’amore che io

voleva, il mondo non me lo avrebbe mai dato, non me lo avrebbe mai

potuto dare. Nell’amore dell’uomo, e più specialmente della donna, ho

sempre veduto una specie d’ipocrisia, delle norme di convenzione che

volevano mostrare di condurre al sentimento, e non conducevano che alla

sensazione, non avevano altro scopo che la voluttà, e incominciate

con tutte le apparenze di un amore ideale, di un puro affetto di

cuore, finivano colle basse soddisfazioni di un amore brutale, assai

spesso colla sazietà, colla nausea, col disgusto che dà una passione

soddisfatta. L’amore non è che un’ipocrisia — nella maggior parte degli

uomini non è che l’abuso, l’applicazione falsa ed inesatta di un nome.

Potrebbe chiamarsi il piacere, la voluttà, la sensazione — sarebbero

le parole — ma l’_amore_, questa espressione di cui ci serviamo per

indicare quanto abbiamo di sacro e di diletto nel mondo, per rivolgerci

alla divinità, per accennare a quei legami pieni di mistero e di

incanto che sembrano congiungerci all’universo; essa, la parola più

dolce e più nobile del linguaggio umano, quella che inchiude l’idea

del sacrificio scambievole, che è la nostra religione, la rivelazione

più eloquente della nostra immortalità, non può essere adoperata per

nascondere la natura ed i fini di un desiderio sì basso, per velarne la

nudità, per travisarne lo scopo — l’amore è cosa dell’anima, la voluttà

è cosa della materia: distinguiamo tra due nature sì differenti.

Nella stessa facilità di quelle donne che si danno senza ritegno — e

quel ritegno ha sempre le sue cause nell’amor proprio, è sempre un’arte

quando non è calcolo o freddezza, — che non lo dissimulano, che dicono:

vi domando del piacere e vi do del piacere, mi parve di scorgere non

dirò una maggiore virtù, ma una maggiore arditezza della verità, una

franchezza saggia e lodevole. Che differenza tra esse e le altre? Le

une promettono di darsi, nulla più, e si danno — le altre promettono

cose infinite, l’amore puro e ideale, tutte le smorfie che affetta

il sentimento, e finiscono col darsi come le prime, nulla di meno:

in quelle una sincerità che ne scema se non ne scusa i traviamenti,

in queste un inganno, un artifizio volgare, od una ignoranza di sè

deplorevole. Tra un uomo ed una donna che si piacciono la virtù non è

in alcun luogo, se è in tal cosa che vuolsi far risiedere la virtù.

Basta avere un’esperienza della vita assai lieve per apprezzare la

verità di questa asserzione: quando due giovani creature di sesso

diverso sono prese di affetto l’una per l’altra sanno a che cosa

li deve condurre l’amore, e comprendono che dissimulano, e fingono

entrambe l’ignoranza di uno scopo che pure si struggono di affrettare

col desiderio.

Ecco le considerazioni che mi allontanarono per sempre dall’amore:

intendo l’amore quale è ordinariamente tra gli uomini, quell’affetto

che incomincia da un’apoteosi e finisce in una degradazione, le

cui fila sembrano partire dal cielo, e nondimeno toccano il fango.

Non spero altro dalla donna, benchè sappia che l’amicizia non è che

un’ombra dell’amore, e che non potè mai appagarmi soltanto di essa;

benchè comprenda che non può darlo che la donna, lei sola, ancorchè

puro, ancorchè deliberato per sempre all’astinenza dì quei piaceri che

ella può offrire.

Ma ciò è per fermo nella natura; e come ella abbia condannato ad

un fine sì triste un sentimento sì elevato e sì nobile, come si sia

servita di mezzi così divini per raggiungere uno scopo sì turpe, è

ciò di cui la mia anima non ha mai saputo darsi ragione, è l’enimma

eterno e insolvibile del cuore umano. Non condanno la facilità con cui

gli uomini corrono al piacere, ma l’astuzia con cui dissimulano di non

corrervi, le illusioni di cui circondano un atto di intimità che non

ne ha alcuna, e che riserbano alla gioventù inconsapevole un disinganno

certo e terribile.

Hai tu avuto quattordici anni? Te ne rammenti? Ti ricordi di quel

tempo quando nella donna non vedevi che l’angelo, quando nell’amore

non vedevi che l’unificazione di due anime? Ed hai serbato memoria di

quel giorno in cui afferrasti la realtà, in cui vedesti soccombere il

tuo ideale? Oh, la natura vi ebbe la sua parte di colpa, ma la donna

non meno!... La donna voluttuosa, facile, meno elevata di mente, è

meno atta a comprendere la bassezza e la vanità del piacere; desiderosa

di darsi perchè sa darsi, perchè vi ha attitudine, perchè desidera di

sottomettersi, e sa porre più che altrove in questo abbandono, quella

leggierezza, quella grazia, quella docilità, quel non so che di vago

e di fatuo che sa mettere sì bene in tutti i piccoli nonnulla della

sua vita. Si direbbe che il loro ritegno non è che un’arte, che quelle

medesime che si serbano virtuose lo fanno perciò solo, che sanno di

conservare in tal modo uno degli allettamenti più energici, e di poter

esercitare una seduzione più potente. Tutto ciò che vi è nella donna

— le sue opere, i suo pensieri, le sue parole, i suoi atti — tutto è

seduzione, benchè seduzione tacita e delicata. Oh, l’uomo è assai più

puro! Nella sua franchezza, nelle sue abitudini un po’ ardite, nel suo

stesso linguaggio un po’ rozzo e un po’ brutale, egli è assai più puro!

Nella fanciulla si trova sempre la donna — l’angelo bisogna cercarlo

nella madre.

Mio caro amico, riprese Lorenzo dopo un breve intervallo di silenzio,

io mi sono disgustato assai presto delle donne; le prime prove mi hanno

atterrito; non ti dirò ciò che ebbi ad esperimentare di poi; aggiunsi

sconforto a sconforto — mi ritrassi nella mia solitudine disperando

di non poter amare che la mia arte. E forse un artista non può, non

deve avere un altro amore che questo — l’amore astratto del bello,

del buono, l’amore che conduce direttamente a Dio, che rinuncia alla

creatura, che non si posa su cosa alcuna del mondo — tutto il resto

è sogno, è illusione, è voluttà d’un istante. Se l’amore debb’essere

infinito e gli uomini tutti amano cose finite, gli artisti sono i soli

uomini che amano.

Dopo l’abbandono di Regina ebbi altri affetti e altri inganni;

conobbi le donne uguali tutte, propense all’amore, ripugnanti

perciò dall’amicizia che ne rifiuta i privilegi e i diritti, facili

all’affetto, atte a colorire con quella vena di facile poesia che

è in esse qualunque atto di degradazione fisica sul quale l’uomo si

arresta a meditare con dolore.... Non ho serbato memoria di una donna

giovine, che abbia saputo perdonare a me giovane di averle potuto

offrire dell’amore e di non averle dato che dell’amicizia. Rientrai

in me stesso; volli riabitare questa casa, rivedere questi luoghi

che mi parlavano dell’infanzia, l’unica età della vita sulla quale

noi possiamo ritornare senza piangere, e darmi tutto alla mia arte, e

vivere di essa e per essa.

Ma neppure qui non mi sento sereno, non mi sento felice; non si può

amare l’amore per l’amore, e l’arte che ci crea un ideale così elevato,

non basta a far tacere quel bisogno incessante dell’anima che ci spinge

a cercarne una personificazione più o meno imperfetta negli uomini e

nelle cose reali della vita.

Bisogna amare, ecco la condanna; o turpemente o nobilmente bisogna

amare: per noi che ne vediamo l’oggetto nel cielo e dobbiamo cercarlo

nel fango è una condanna doppiamente terribile. Io vorrei possederlo

questo oggetto, ma dove mi sarà dato di rinvenirlo? dove troverò la

donna diversa dalla donna? Combatto da lungo tempo col mio cuore, tento

di ucciderne l’affettività, di deviarla dalla donna e di rivolgerla

all’arte. Inutile sforzo? La natura prevale; e l’arte che è troppo

grande, troppo conscia di sè per temere di una rivalità così poco

durevole, ne seconda la legge ed i fini.

Tornato qui, trovai Adalgisa già adulta; ci eravamo separati bambini e

benchè io non fossi allora che un povero fanciullo della sua fattoria,

ci eravamo legati di quell’amicizia pronta e sincera che si contrae

facilmente in quegli anni; ora quel sentimento si è mutato dal canto

suo in un amore appassionato e ardentissimo. Posso io corrispondervi?

È troppo tardi, nè ella potrebbe offrirmi di più di ciò che altre

m’offersero, nè vorrebbe offrirmi di meno; in lei vedrei sempre la

donna, l’amante sparirebbe coll’amore.

Così dicendo la notte era caduta, e Lorenzo, prendendomi per mano, mi

ritrasse dal limitare nella stanza. Passai con lui altri due giorni in

cui vidi e conobbi Adalgisa, dopo di che ci separammo tristi e scorati.

Abbrevierò la narrazione di questo racconto.

Due anni dopo ebbi, da Lorenzo questa lettera:

»È assai tempo che non ho più novelle di te. Ho saputo che sei a Nizza

e ti scrivo. Avrei avuto bisogno prima di scriverti. Ho attraversato

molte calamità, ho subite molte prove dacchè ci siamo divisi — ho

compreso spesso che se avessi potuto confidarmi a te, versarti tutto

il mio cuore, mi sarei sentito sollevato. Come la vita ci sfugge,

come la felicità ci sfugge! Due soli anni!... e pure quale solitudine

si è fatta intorno a noi, quante care esistenze ci sono state rapite

in così breve spazio di tempo! Ho pensato sovente con dolore quanto

debba essere triste la vecchiezza, quanto debba essere tormentoso il

sopravvivere a tutti quegli esseri che si sono amati e perduti.

»Ti ricordi dei discorsi che facemmo l’ultima volta che ci siamo

abbracciati? Il mio cuore combatteva allora una gran lotta, la mia

virtù stava per soccombere, una sfiducia terribile si era impadronito

di me. Io non credeva alla donna, io non poteva amare la donna —

reputava l’amore turpe o impossibile, così soggetta come mi appariva

ai bisogni irresistibili della natura, così fuso, così legato, così

immedesimato con questi stessi bisogni. Nel tempo medesimo anelava a

questo amore che la mia ragione ripudiava, nè subiva la prepotenza

irresistibile, vi soggiaceva come alla tirannia di una passione

indomabile. Strano mistero del mio cuore! Amava la donna nella sua

beltà, nelle sue attrattive — l’odiava nelle sue debolezze, nella sua

facilità, nella sua avidità di piacere. L’arte me ne aveva creato un

tipo perfetto, io voleva concretizzare questo tipo in una creatura

vivente, spiritualizzare la donna fino a trasformarla, fino a farle

raggiungere la perfezione ideale di quel modello.

»Mi ricordo che tu sorridevi di questo sogno, dissimulavi a stento

la tua sfiducia, mi nascondevi appena l’ilarità che ti destava

questa illusione. E pure che cosa è questo lavoro assiduo che compie

l’umanità da molti secoli se non una conseguenza del bisogno che essa

ha di spiritualizzarsi, di sottrarsi alle leggi fisiche per crearsi

delle leggi morali? Le idee confuse di civiltà, di progresso, di

perfezionamento sono una derivazione di questa grande idea, di questa

grande aspirazione. Ogni uomo tende a spiritualizzarsi. Perchè ci

vergogniamo delle nostre debolezze, delle nostre imperfezioni, dei

nostri bisogni? Perchè ci sono delle cose che ci sembrano turpi nella

nostra natura?... Perchè tentiamo di nasconderle? Nella lotta di questi

due grandi principii — del principio fisico e del principio morale —

è riposto il segreto delle lotte umane — forse anche le oscure ragioni

dell’umanità e della vita.

Amore nell'arte · 第 1 / 8 段