La investitura.
S’era in sul finire di agosto dell’anno così detto di grazia 1545 e
nella città di Piacenza.
Entro un ampio salone di pianterreno, tappezzato in cuoio liscio e
grezzo a borchiellature di rame, e col mobiliare più antico di un
secolo della voga corrente a que’ dì; teneansi in colloquio due uomini,
nell’uno de’ quali — alla barba puntuta, al naso piovente e alle
volatiche onde avea chiazzata la pelle del volto — facile tornava il
riconoscere il signor duca di Castro.
L’altro era messere Alessandro Viustino, dottore in leggi ed allora di
lui rappresentante nel reggimento della podesteria di Novara.
Sin dal maggio, il Farnese trovavasi albergato nella casa di quella sua
creatura, dove, senza fallo, attendeva gli pervenisse da Roma la buona
novella.
La buona novella doveva essere la sua investitura nel ducato di Parma
e Piacenza, pel trattamento della quale causa Sua Beatitudine il Papa
avea già tenuto due distinti concistori.
L’ospite e l’ospitato stavano conversando delle difficoltà più o meno
grandi, che il pontefice avrebbe potuto incontrare a spuntarla: quando
un donzello — dopo aver bussato pianamente all’uscio — si fe’ inanzi
ad annunziare l’arrivo di tale, che chiedeva istantemente parlare a
monsignore il duca.
Pierluigi sobbalzò dalla sua scranna, con quel movimento irresistibile
di ansietà che è tutto proprio delle prolungate aspettazioni e:
— Fa entrare, fa subito entrare — intimò al valletto.
Il quale poco istette ad introdurre un’altra nostra conoscenza, il
tedesco Pellegrino di Leuthen.
Pellegrino giungeva direttamente da Roma.
Figurarsi se doveva essere il benvenuto!
Il duca gli corse incontro, come lo avrebbe fatto con una vezzosa dama
di corte e — stringendogli tutte le due mani nelle sue:
— Ebbene, ebbene, mastro di Leuthen — gli addimandò premuroso — quali
notizie mi recate?
— Pone! pone! — fece il tedesco, assidendosi s’uno scannello, che,
nel frattempo, il Viustino gli aveva profferto — gasa Farnese gasa biù
fordunate di gueste monte!
— Storia vecchia, Pellegrino: veniamo alle nuovità.
— Cranti, crantissime nuofità!... fostre eccellensce difenute nonne tue
folte in una folta sola.
— Cosa volete dire?
— Foler tire che fentisette gueste medesime mese Sua Magnificensce
tonna Marcherite t’Afstrie bartorito e tato alla luce tue cemelli, che
patezzati coi nomi di Alessantre e di Garle....
— Ah, mia nuora?... brava! è di buona razza; ma di cotesto assai
mediocremente mi preme... io bramerei piuttosto sapere come siano ite
le faccende....
L’astuto raccoglitor di cimeli interruppe il duca d’un cenno e
strizzando maliziosamente dell’occhio al Viustino che stava curioso in
ascolto:
— Monscignore — riprese a dire — subone io dimendicarmi suoi
inderessi.... ma sua eccellensce fare crantissime torte sue fetelissime
serfitore.... gome!... io breferire bartoriscione tonna Marcherite
t’Afstria a crante, imbordantissime afenimente fostre infestimente?...
ah, monscignore....
— Bene! bene! vi chiedo scusa del dubio... ma spiegatevi, spicciatevi
una volta.... chè vi caschi la lingua!
— Domine! domine! guante siede imbasciente!... se lincua tofesse
cascare fostre tefotissime serfe, fostre defotissime serfe non essere
gabace tarfi sbiecascioni tesiterate!...
— La vorrete finire una volta?
— Sùpito! sùpito! sùpito!...
— Ah, sia ringraziato il Signore!
— Tunque, fostre eccellensce tefe sabere tue goncistore state tenute
Sua Peatitutine per fostre facente.... fostre fetelissime secredarie,
messere Abollonie Filarete fatta crante berorascione in fostre
fafore; ma Antalot e Marquina, ministri serenissime imberadore, niente
folere.... folere infece infestite feute fostre tegnissime figlie,
signor tuca di Camerine... tenute tunque prime goncistore alli totici
questo mese e trofate molte, crante, ostinatissime obbosiscione...
gartinali di Cupis e di Purgos fatta obbosiscione abertamente;
gartinale di Pologna timantate crascia tacere; gartinali Bisano,
Garpi e Satolete barlate molto contro e gartinali Trifulscio, Garaffa
e Armagnac niente interfenuti goncistore.... oh, faccente brese
pruttissime bieche!...
— Per la croce di Dio, pare anco a me! — sclamò Pierluigi.
— E com’è andata a terminare? — chiese, non senza qualche ansietà, il
dottore Viustino.
— Antata derminare — rispose il tedesco — come tofefa antare
derminare.... Sua Peatitudine fatte gorrere molte splentite
bromissione gartinali regalcitranti.... settimana topo tenute segonto
goncistore.... e allora tutti borborati abbrofata brobosiscione e,
con crante, crantissimo blauso di tutti, fostre eccellensce broglamata
tuche di Biacensce e di Barme.
— Davvero! — gridò il neo-monarca, balzando nuovamente in piedi,
comunque un po’ a stento, acciaccato qual’era dai turpi malanni che lo
affliggeano del continuo.
E ricascò subito su la propria sedia.
— Daffero! daffero! — confermò il tedesco — guante io lassiate
Rome, Sua Peatitutine stare già brebarate foi espetire suo lecato ed
emissario ingompensato bortarvi pone nofelle.
— Ah, finalmente! — sospirò Pierluigi.
E il Viustino, facendogli eco:
— Sia ringraziata la bontà del Signore.
— E guella tel suo Ficario — concluse filosoficamente Pellegrino di
Leuthen.
Senz’attender altro, il Farnese inviò tosto persone di sua fiducia
a render palese il lieto avvenimento a’ più ragguardevoli principi
e così: Vincenzo Buoncambi a re Francesco I di Francia e il conte
Agostino Landi alla serenissima di Venezia.
Su i primi del settembre — come lo aveva annunziato il tedesco —
giunse a Piacenza l’emissario papale. Era quel medesimo Bernardino
de’ Castellari, vescovo di Casale, detto _Monsignor dalla Barba_, che
già ci accadde di vedere a Perugia, dov’era ito a seppellire la guerra
del sale e le libere guarentigie di quella nobile contrada. Monsignor
dalla Barba poteasi considerare, a buon dritto, quale uno augello di
malo augurio, la cui presenza rispondeva mai sempre a qualche grave
calamità di popolo. Egli, infatti, e sottomettere nel 1532 i ribelli
anziani di Ancona, cui impose a legato un Benedetto degli Accolti,
che, per conseguire il governo di quella città, aveva promesso pagare
alla Camera Apostolica l’annuo canone di ventimila scudi; — egli —
come vedemmo — a sostituire il medesimo Pierluigi nel governo della
soggiogata Perugia, che assoggettò alle più dure taglie e privò
de’ più antichi istituti, sino a cambiarle il supremo magistrato in
un _Conservatore dell’obbedienza alla Chiesa_; — egli, finalmente,
apportatore al duca di Castro ed a’ piacentini dei brevi papali che
quello costituivano duca di Piacenza e di Parma: nunzio egregiamente
scelto a tanta sventura di popolo!
Il giorno ventitrè dello istesso mese di settembre, il vescovo dalla
città, Monsignor Catellano Triulzio, il teatino Rocco de’ Tamburini,
il conte Jacopo Mandello e secoloro, Antonello Manzio, Alberto Penna,
Giannantonio Fasolo e Paolo Notari, cittadini piacentini, aventi
insieme, quali testimoni, gli altri cittadini Agostino Fasolo e Giovan
Battista Peragò; si portarono, con Monsignor della Barba, in cittadella
dove questi presentò solennemente i brevi papali al novello duca, il
quale trovavasi in letto.... dicono taluni cronisti, con la podagra; ma
tutti sanno di quale razza di podagra si trattasse.
Il Consiglio Generalissimo della città avea dato incarico, perchè al
nuovo signore prestassero giuramento di fede ligia e leal sudditanza,
al priore cavaliere Barnaba Del Pozzo, agli anziani: cavaliere Marco
Antonio Barattieri, conte Anton Maria Anguissola, Aurelio Cicala, Marco
Antonio Zanardi-Landi, Giovanni Stefano Anguissola, Giovanni Bartolomeo
da Fontana, Antonio Morselli, Giovan Battista Bonino, Benedetto
della Corte e Gabriello da Cinquate, ed ai dottori in legge: Lazzaro
Tedaldi, Alessandro Viustino, Pier Maria Pavesi, Marco Antonio Scotti,
Pellegrino Casati, Fabio Capallati, Dionigi Rocca, Lodovico Anguissola
e Battista Morselli.
Tutte cotali cerimonie vennero seguite da tre giorni di publiche feste
con spari, giuochi pirotecnici, processioni, torneamenti e con la
promulgazione di un bando, a tenore del quale rimaneva prescritto che
tutti gli anni il ventitrè di settembre si dovesse in ugual maniera
solennemente festeggiare.
Ma i bandi soventi propongono e chi dispone è quel grande laceratore
e costitutore insieme di tutte le legalità che ha nome il volere del
popolo.