CAPITOLO XLIX.

Il duca di Piacenza e di Parma.

Quale sia stato il governo o — piuttosto — lo sgoverno, che lo sterpone

di papa Paolo III fece de’ bei paesi balestrati in sua balìa da un

sinedrio pretesco; nessuno lo ignora.

Noi ci limiteremo, quindi, ad un breve e sfuggente cenno cronologico

desunto dalle cronache de’ tempi, tanto perchè — anche que’ pochi tra

i benigni lettori nostri, cui mancassero le nozioni istoriche, che

vogliamo ammettere nei più — possano formarsi una idea del modo di

procedere di Pierluigi come sovrano regnante.

Inteso egli pertanto a disporre la propria corte, designò a suoi

segretari intimi e partecipanti: Apollonio Filareto, Annibal Caro,

Anton Francesco Rainerio, Francesco Monterchi, Giovan Battista Pico,

Davide Spilimbergo, Gandolfo Porrino, il filosofo Giovanni Pasini, il

piacentino Bartolomeo Gotifredi, il Zuccardi, il Tebalducci. In cima a

tutti pose il Filareto ed, a reggere la podesteria, chiamò da Parma il

dottore in legge messer Francesco de’ Cusani.

Per l’amministrazione della giustizia cui sovratendeva Annibal Caro,

eresse pure un Supremo Consiglio, o Tribunale, composto di sette

giureconsulti, il quale teneva udienza nel palazzo grande di piazza,

publiche il lunedì ed il venerdì e segrete il mercoledì e visitava i

carcerati il sabato.

Tale Supremo Consiglio — che aveva a presidente quel Claudio Tolomei

da Siena, che fu poi vescovo di Curzola, a consiglieri: Alessandro

Viustino, Bernardo Bergonzio da Parma, Tomaso Avogadri da Novara, Pier

Filippo Martorelli da Osimo, Salvator Pasino da Colle di Toscana e

Francesco Campello, detto comunemente _Cecchino da Spoleto_ con titolo

ed autorità di capitano di giustizia, ed a segretario il gentiluomo

milanese dottore Anton Francesco Rainerio — tale Supremo Consiglio,

ripetiamo, cominciò a funzionare, tenendo la sua prima seduta publica

il giorno nove di novembre.

Pierluigi istituì, inoltre, il Maestrato delle Entrate, specie di

Ministero delle Finanze, che doveva invigilare su le rendite della Casa

Ducale ed i privati interessi del principe e gli dette a presidente

messer Pier Paolo Guidi ed a consiglieri il piacentino Giovanni Bosello

ed il parmigiano Angelo Cantelli.

Da principio, soleva il novello principe recarsi in su le rive del

Po ed ivi, tenendo corte alla consuetudine medioevale, rendere

egli in persona giustizia. In tali solenni occasioni, gli erano

compagni, scorta e consiglio, il conte Sforza Sforza di Santafiora,

suo nipote, Sforza Pallavicino da Fiorenzuola, il cavaliere Giovan

Francesco Asinelli, consigliere di guerra, Pier Filippo Martorelli, il

presidente del Magistrato delle Entrate, Alessandro Tomasoni da Terni,

maestro di Campo, che è quanto dire: ministro della guerra, il dottor

Fabio Copallati, il marchese Camillo Sforza-Fogliani, Bartolomeo da

Villachiara, suo primo ministro, e la pleiade de’ segretari.

Il buon popolo — sempre facile a sperare ed illudersi — prese per

moneta di buona lega quelle menzognere parvenze di ordine e di legalità

assunte da monsignore il duca e ne benaugurò pel proprio avvenire.

Ma — al solito — non istette gran pezza a doversi persuadere di aver

pigliato un madornalissimo granchio a secco. Pierluigi era sempre

Pierluigi: la volpe perde il pel non il costume.

Mutando però repentinamente ed intenzioni e pratiche, cominciò a mandar

fuori un suo nuovo bando col quale intimava a tutti i feudatari, che

aveano possedimenti e castella nel territorio della ducea di rendersi

ad abitare nelle principali città e di non rimanersene ne’ loro feudi,

sotto comminatoria della confisca de’ beni e di pene personali, che

molti non potettero sfuggire.

Quindi ordinò la famosa _Tagliata_ che egli stesso aveva già intrapreso

sino da quando trovavasi in Piacenza come capitano delle armi di Santa

Chiesa. Per tutto il paese dove quella _tagliata_ dovevasi effettuare,

leggevasi inciso su colonnette di pietra «INTRA HOS FINES NEMO

STRUCTURAM, ARBOREM, VITEM HABEAT. QUI SECUS FAXIT GRAVIS MULCTÆ REUS

ESTO.»

In circostanza delle gazzarre carnevalesche festeggiate con una grande

giostra su la piazza della cittadella e con altri publici giuochi e

sollazzi, il ticchio gli venne di comandare a tutti i suoi maggiori

vassalli che dovessero convenire in città in compagnia delle rispettive

loro consorti. E così da siffatte esorbitanze, a cui non tutti

consentivano d’ottemperare trasse argomento a sevire contro di questo e

di quello.

Perchè il conte Gerolamo Pallavicino, signore di Cortemaggiore, non

s’era affrettato a mettere stabile dimora a Piacenza, profittò di

saperlo assente, per farne arrestare la madre, Lodovica d’Erasmo

Triulzio, e la moglie, Camilla d’Ottaviano Pallavicino, e tenerle a

lungo recluse nel vescovado di Piacenza, mentre inviava suoi uomini ad

occupare la terra di Cortemaggiore.

In pro’ del Pallavicino, s’interposero moltissimi distinti Signori

vuoi presso di Carlo V e vuoi della republica veneta, e tanto più

che la di lui moglie trovossi in istato di gestazione. Ma siffatte

pratiche a null’approdarono. Pierluigi schermivasi ora accusando il

sere di Cortemaggiore di quattro distinti omicidi, ora di parteggiare

segretamente per la Francia e lo stesso papa — cui s’erano pure rivolti

quegl’intercessori — chiarivasi del medesimo aviso del figliuolo,

trovando opportuno il sostener prigioniera donna Camilla, onde impedire

a Girolamo ogni successione e dichiarando che la gravidanza di lei

altro poteva non essere che una maliziosa simulazione.

In pari tempo, altre gravissime cagioni di sdegno suscitò il Farnese

nel nobile conte Giovanni Dal Verme, pretendendo da lui i balzelli per

le sue terre di Romagnese, che questi giustamente riteneva piuttosto

milanesi che piacentine.

Ed altre ancora nelle possenti casate degli Anguissola, de’ Landi, de’

Scotti e dei Fontana, col voler eleggere egli stesso il Vicariato di

Provigione che — per antichissime consuetudini e dritto — perteneva a

quelle quattro famiglie.

Arroge i vizî nefandi di cui Pierluigi era macchiato, e il suo continuo

insidiare all’onore ed alla domestica pace di quanti gli stavano

intorno.

Ciò doveva naturalmente alienargli in breve l’animo di tutti ed

accumulare una tremenda tempesta sul maledetto suo capo.

Scoppiò frattanto il moto de’ Fieschi.

Ma — prima di divisarne i casi — diciamo, in breve, da che muovesse ed

in che veramente consistesse.

Terremoto · 第 70 / 98 题