Il lupo e la volpe.
In quello istesso ambiente della rôcca di Busseto, che il cronista
battezza del semplice nome di «camera» e ch’era veramente la così
detta sala de’ negozi, noi troviamo, dunque, Sua Maestà Cattolica
l’imperatore Carlo V, e Sua Beatitudine papa Paolo III Farnese stretti
in segreto ed animato colloquio.
Erano seduti a’ due lati di un piccolo tavolo dai piedi a spirale,
coperto di un ricco tappeto di velluto paonazzo e di un cumulo di carte
e di libri, sul quale l’imperatore si appoggiava del gomito sinistro,
prestando la massima attenzione a quanto gli andava sciorinando il suo
sacro interlocutore.
— La Maestà Vostra, lo vede! — diceva questi — facendo conoscere al
Cristianissimo il sommo vitupero, in cui sarebbe incorso se, in tempo
che ella forniva la impresa di Algeri in benefizio della cristianità di
tutto il mediterraneo e, per conseguenza, pure di Francia, le avesse
rivolto contro le armi; io sono riuscito a tenerlo per alquanto tempo
tranquillo; ma sino dal cessato anno i suoi umori bellicosi sonosi
di bel nuovo risvegli ed in quattro oppositi punti ha fatto attaccare
dalle sue genti i domini della Maestà Vostra.... il delfino Enrico, suo
primogenito, con poderoso esercito, s’è accinto ad assediar Perpignano,
mentre il duca d’Orléans, suo cadetto, se l’è presa col ducato di
Lucemburgo: e il duca di Cleves col duca di Longueville son passati
nel Brabante, mentre il duca di Vendôme penetrava in Lombardia... vero
che i generali della Maestà Vostra seppero tenere a scacco il nimico,
il quale pressochè dovunque s’è avuta la peggio; vero, che da quando
Francesco I ha commesso il turpissimo atto di stringersi in lega con
l’infedele, insultando così a quella santa religione cattolica, che gli
è stata madre e di cui dovrebb’essere uno de’ più strenui difensori,
non è più possibile che il Signore Iddio sia mai più con le sue armi;
ma non manco è vero che le insensate sue smanie e la sua iattanza
mettono del continuo a repentaglio la pace publica e procacciano a
cristianità tutta una infinita serie di mali!
Carlo V — accarezzandosi il fulvo pizzo con quell’atto che gli era
sempre abituale, massime allorchè meditava — faceva un legger cenno
affermativo del capo, senza nulla rispondere.
— Di più — continuò il papa, senza mostrarsi sconcertato da un tale
silenzio — nel tempo istesso che il monarca francese mette insieme il
più di gente che può, per ritentare le sue pazze imprese, Khair-Eddin,
il Barbarossa, sta allestendo una formidabile schiera di galee per
piombare novellamente su le misere coste del mediterraneo.... la Maestà
Vostra, per contrapporre un valido ostacolo alle forze congiunte di
Francia e di Turchia, s’è bene stretta in alleanza, con Arrigo VIII,
re d’Inghilterra; ma che ne proviene?... la minaccia di nuova, lunga,
micidialissima guerra, con grave iattura de’ poveri popoli, con
manifesta offesa d’Iddio, il quale vuole precipuamente la misericordia,
il perdono e la pace fra tutti i suoi figli.
Il discendente di Ferdinando ed Isabella i Cattolici proseguiva a
tormentarsi la barba, senza muover verbo.
— Egli è però — riprese a dire Paolo III dopo una pausa — che io torno
a fare appello all’animo mite e generoso di Vostra Maestà, affinchè
voglia piegarsi a’ miei paterni consigli ed aiutarmi nell’arduo, ma
santissimo còmpito, di comporre gli animi a reciproca benevolenza e di
ristabilire la pace nel mondo.
— In qual maniera? — domandò allora Carlo V, affisando il pontefice
negli occhi con lo sguardo freddo e penetrante de’ suoi occhi neri ed
opachi.
Il Farnese fece uno sforzo sovra sè stesso, per rendersi impenetrabile,
ed, incrociando le mani e sporgendo in fuori il labro inferiore,
assunse un’aria anche più spiccata di unzione e di mansuetudine.
Indi soggiunse:
— In una maniera, che, già varie volte, mi sono permesso di accennare
alla Maestà Vostra.
— Vostra Beatitudine — fece il monarca spagnuolo — intende, senza
dubio, riparlarmi della ducea di Milano.
— Appunto! appunto!... — s’affrettò a dire Paolo III — è sempre cotesto
il soggetto primo, od almeno il pretesto, di tutte le guerre combattute
tra la Francia e l’impero: tolta di mezzo quella ducea, e sarebbe
rimossa la cagione di ulteriori conflitti.
— Ah, tôrla di mezzo! — borbottò Carlo V, rimettendosi a stiracchiarsi
i peli della barba — tôrla di mezzo.... è presto detto!
— Indubiamente — osservò subito il papa — che io non dico di dare
ascolto alle pretese di Francesco I... sarebbe consigliare una
umiliazione, quasi una viltà, che dee ripugnare all’animo eletto e
giustamente orgoglioso della Maestà Vostra; ma io dico....
— Di investire qualcun’altro di quella ducea, eh?
— È sempre stato il mio pensiero!
— Non ho pena a crederlo.
— E sarebbe il partito meglio acconcio.
— Per Vostra Beatitudine!
— Ed anco per la Maestà Vostra.
— Ne ho i miei serî dubi!
— Che la Maestà Vostra s’affidi interamente e ciecamente nei lumi e
nella sperienza del suo indegno padre in Nostro Signor Gesù Cristo.
— Me lo impone Vostra Santità come domma, come atto di fede?
— Non sino a cotesto punto: prego e non impongo.
— E quale sarebbe la persona, che Vostra Beatitudine, mi consiglierebbe
d’investire di quella ducea?
— Una persona, che, s’è cara al mio cuore, lo dev’essere pure a quello
di Vostra Maestà Cesarea: il giovine monsignor Ottavio Farnese, duca di
Camerino.
Era cotesta una manovra furbesca del papa, alla quale Carlo V non era
probabilmente preparato, dappoichè, malgrado la storica sua presenza di
spirito, non seppe fare a meno dal trasalire e:
— Don Ottavio? — sclamò meravigliando — far Duca di Milano, don
Ottavio.... quel fanciullo? oh, che Vostra Santità non ci pensi!
— Badi la Maestà Vostra — soggiunse il pontefice, con un fino soghigno
— che io le ho appunto proposto un fanciullo, non un uomo, affinch’ella
possa moderarlo a tutto suo piacimento e continuare, per mano sua, a
tenersi ugualmente in pugno il dominio ed il governo del milanese.
— Ed è precisamente in cotesto che sta il peggio guaio della
proposta: cedendo il milanese, per quanto possa fare a fidanza con
la malleabilità e l’ossequenza del cessionario, io lo perdo: ed, in
ugual tempo, la istessa persuasione che, per tal modo, io ne serbi
parimente governo e dominio, toglie ogni importanza alla cessione....
il cavalleresco sire di Francia non s’accheterebbe, di certo, ad un
simile componimento, che rivestirebbe, per lui, tutta l’apparenza di un
intrigo.
Paolo III durò somma fatica ad occultare, sotto una larva di
rattristata remissione, la viva gioia che tali parole gli producevano.
Costantemente fermo nella mira di conseguire il ducato di Milano
pel suo Pierluigi, e’ non aveva messo inanzi quella proposta chè
nell’intento di dimostrare allo imperatore la propria condescendenza.
Considerando, per altro, come a lui poteva sorridere il progetto di
contribuire allo ingrandimento del proprio genero, aveva provato,
nell’affacciarla, un non so qual batticuore, per tema di vederla
accettata. Era, quindi, col più grande sodisfacimento che s’udiva
ribattere quelle medesime obiezioni ch’egli stesso aveva, prima di ogni
altro, previsto.
— Comprendo! comprendo! — mormorò allora, scuotendo melanconicamente
la testa — i motivi che m’adduce la Maestà Vostra sono di natura e di
portata tali, che non saprei davvero in quale guisa combatterli!
Carlo V, che indovinava il giuoco dell’avido Vicario di Cristo e, come
suol dirsi, lo vedeva venire, ebbe un sorriso di olimpica ironia, che
sembrava dire:
— È qui che t’aspettavo!
— Riconosco anch’io — prosegui il Farnese — che il re di Francia non
potrebbe tenersi sodisfatto della transazione e che il sacrificio
da me richiesto alla Maestà Vostra non approderebbe al desiderato
resultamento.
— Per cui?... — domandò, con leggero accento sarcastico l’imperatore.
— Per cui — fece l’altro abbassando gli occhi, quasi sentisse vergogna
della propria ostinatezza — non ci sarebbe altro mezzo che.... il mio
primitivo progetto.
— Il signor duca di Castro?
— Appunto, Maestà, mio figlio Pierluigi, quello istesso, che la Maestà
Vostra si compiacque già di infeudare del marchesato di Novara.
— Ed è però che mi sembra che basti.
— Ma io nulla invoco in pro della mia famiglia; è il bene de’ popoli,
è l’amore sviscerato al gregge cattolico, che, da buon pastore,
unicamente mi muove!
— Nè di cotesto ho dubitanza veruna; ma siamo schietti, Santità.... si
può egli dare che io affidi il retaggio de’ Visconti e de’ Sforza ad
uomo della tempra del duca di Castro?
— Pierluigi è il più affettuoso, il più divoto, il più umile tra’
vassalli di Vostra Maestà Cesarea.
— Vuo’ ammetterlo; ma egli è pure quel medesimo che don Fernando
d’Avalos dovette cassare da’ registri delle sue truppe per le brutture,
ch’egli andava commettendo; è pure quel medesimo, su cui grava sempre
la fama del turpe misfatto compiuto su la persona del vescovo di Fano.
— Trascorsi giovanili, Maestà; de’ quali la stessa potestà eclesiastica
l’ha, per mio mezzo, pienamente assoluto.
— Ma è stato il pontefice, od è stato il padre che gli ha concesso
perdonanza?
— Io mi sono richiamato in pensiero la sublime sentenza di quell’Uomo
Dio, che rappresento su la terra: chi è senza peccato scagli la prima
pietra sopra di lui! e la ho applicata e come pontefice e come padre!
— Sta bene, Santità; ma perchè un peccatore venga reputato degno del
perdono ottenuto fa anche mestieri si appalesi pentito de’ peccati
commessi.
— E Pierluigi lo è, lo è sinceramente.
— Ma non lo dimostra coi fatti.
— Ah, Maestà!...
— Santo Padre — fece risolutamente l’imperatore rizzandosi in piedi
— non sarà mai che io metta il milanese in balìa del signor duca di
Castro!
Il papa si alzò, a sua volta, dando evidente segno della più profonda
tristezza.
Nel medesimo tempo si schiuse uno degli usci della sala de’ negozi ed
una giovane dama vi penetrò titubante.
Era donna Margherita d’Austria, la figlia naturale dello stesso Carlo
V, la moglie di don Ottavio Farnese, duca di Camerino.
— Ebbene? — chies’ella entrando e rivolgendosi al venerando suo
bisavolo.
— Figlia mia — le rispose mestamente il pontefice — armate l’animo
vostro di rassegnazione, poichè l’augusto vostro genitore non vuole
assolutamente condiscendere alle mie ragionevoli proposte.
— Voi, mio padre? — soggiunse la principessa, passando dal papa allo
imperatore — e perchè mai vi mostrate tanto ritroso e severo con la
nobile famiglia, a cui m’avete imparentato?
— Ve ne prego, Margherita — disse con calma il monarca spagnuolo —
non confondiamo questioni di parentado e di sentimento con questioni
di politica e ragioni di Stato... Sua Beatitudine conosce i motivi,
per cui io mi rifiuto dal secondare i suoi desiderî, e sa quanto sieno
fondati e giusti.
— Eh, no, no — intervenne a dire Paolo III — io stimo invece che
la Maestà Vostra si lasci sopraffare da una erronea prevenzione, o
sobillare da maligne insinuazioni altrui.
Tacciare Carlo V di essere lo zimbello dei maneggi e raggiri di qualche
intrigante, era il mezzo più sicuro per farlo andare in bestia. E ben
sel sapeva il maliziuto pontefice, il quale contava, in tal guisa, di
impermalirlo e di strappargli, per via di reazione e di ripicco, ciò
che non aveva potuto ottenere per convincimento.
— Insinuazioni altrui? — sclamò l’imperatore aggrottando la fronte e
smettendo dal tormentarsi la barba — no, Santità; nelle mie simpatie,
come nelle mie avversioni, non m’ho altro giudice e consigliero fuori
di me stesso.
— Voi, dunque, odiate il mio avo? — gli chiese ingenuamente donna
Margherita.
— Non odio nessuno io — mormorò Carlo V con impazienza — sono troppo
buon cristiano per nodrire simil fatta di basse passioni, io!... ma,
per quanta benevolenza porti al signor duca di Castro, essa non può
bastare ad acciecarmi al punto di crearlo duca di Milano.
— Ah, non dite cotesto, padre mio — gridò la principessa, gittandosi
a’ suoi piedi in umile atto — ve ne prego, ve ne supplico, ve ne
scongiuro!... se è vero che mi amate; se è vero, come frequentemente vi
compiaceste attestarmi, che io v’ispiri un affetto vivo e profondo, non
mi rifiutate la grazia, che imploro piangendo dalla vostra generosità;
nominate duca di Milano il padre del mio consorte!
Carlo V oscillava incerto: sua figlia Margherita aveva sempre
esercitato un grande impero sopra di lui. Egli l’amava teneramente; e
il vedersela a’ piedi, udirla piangere in quel modo, era una tortura
pel suo cuore di padre che non sapeva tollerare. Tuttavia gli ricorse
il pensiero che quelle preghiere, quelle lacrime non fossero che una
indegna comedia appresa alla giovine donna dagli stessi suoi nuovi
congiunti. Conosceva troppo a fondo lo spirito obliquo e le manovre
artificiose di costoro, per non dover diffidare anche di lei. Impose
quindi forza alla propria tenerezza e, rialzando la figlia:
— È inutile — le disse — è inutile che voi vi umiliate in cotesta
guisa.... moglie al figlio del duca di Castro od al figlio del duca di
Milano voi sarete sempre Margherita d’Austria, figlia di Carlo V.
— Ah, padre mio!... — sospirò la futura governatrice del Brabante —
se non cedete alle mie preghiere, egli è che non per nulla il Signore
Iddio v’ha situata la testa al disopra del core.
— Margherita!
— Oh, si, si!... rispetto a Beatrice di Portogallo, che è duchessa di
Savoia; rispetto a Renata, la cadetta del vostro avversario di Francia,
che è duchessa di Ferrara; rispetto a Leonora, la figlia di un semplice
vostro vicerè, che è duchessa di Firenze, e cinge quel medesimo diadema
strappato dalla mia fronte dal pugnale di scellerato sicario; cosa sono
io.... io, la figliuola del più grande e temuto regnator d’Europa?...
una meschina duchessa di Castro, signora di Nepi e marchesana di
Novara!
— Appartenete sempre a’ reali di Spagna, agli imperiali di Lamagna.
— Ma salga domani altro membro del Sacro Collegio alla cattedra di San
Pietro, e questa famiglia de’ Farnesi, cui mi avete legato, scadrà così
in basso, che i figli della vostra figliuola, i vostri nipoti, Maestà,
saranno poco più di poveri gentiluomini di cappa e spada, vassalli
degli stessi vassalli.
Co’ suoi sospetti Carlo V aveva perfettamente colpito nel segno.
Margherita parlava infatti, indettata dal marito e principalmente
dallo scaltro suo avo. Quand’ella andò sposa in Roma, racconta il
Segni, che «si trovò su i principî malcontenta di un tal maritaggio» e
che «essendo ita a Castro e Nepi, disse che la più vile terricciuola
del duca Alessandro, suo primo marito, valeva più di Castro, e di
quanto aveva casa Farnese.» Paolo III erasi però sollecitato di trar
profitto di simile disposizione d’animo della giovine principessa,
per accrescerne il malumore e rinfocolarne le ambizioni. Egli che le
aveva posto sott’occhi l’avvilente divario fra il di lei stato umile
e precario e quello d’altre principesse di assai minori natali; egli
che le avea insinuato la paura della propria morte non lontana e
de’ gravi danni che potevano conseguirne per tutta la sua famiglia;
egli, finalmente, che l’aveva consigliata ad ascoltare, origliando
dalla toppa dell’uscio, uno de’ suoi colloqui con l’imperatore e ad
intervenirvi allora che ne giudicasse opportuno e propizio il momento,
per aggiugnere alle sue le proprie istanze.
Carlo V indovinava gran parte di tali maneggi; ma l’amor suo sviscerato
per la figliuola lo acciecava da un lato, mentre dall’altro le di lei
savie e considerate riflessioni lo mettevano dassenno sovrappensieri.
Stette un momento in forse; rimeggiò il tu per tu fra il cedere ed il
resistere; quindi — con quel fare ambidestro ch’eragli peculiare:
— Ebbene — concluse — mi sia provato che, dopo i trascorsi che ho
addebitato poc’anzi al signor duca di Castro, egli s’è dappoi contenuto
sempre quale si addice ad intemerato gentiluomo e leal cavaliere, ed io
impegno la mia fede di imperatore e di re che lo fo duca di Milano.
Il papa, che aveva assistito, gongolante nell’intimo, ma senza darne
alcuno estrinseco indizio, a quel decisivo battibecco tra padre
e figlia e al graduale prevalere di questa su l’animo di quello;
non seppe rintuzzare una esclamazione di gioia, che, tuttavia
corresse a tempo, prima d’aver richiamato sopra di sè l’attenzione
dell’imperatore, trasformandola in un atto di pio esaltamento, con lo
incrociare le mani e volgere beatamente le pupille al soffitto.
Margherita pure si rasserenò tutta in viso e, stringendo e baciando le
mani dello augusto suo genitore, si accomiatò giubilante.
Carlo V avea impegnato la sua reale e imperiale parola di creare
Pierluigi Farnese duca di Milano, e però il lieto evento potevasi già
considerare come avverato. Non istette, quindi, ad indugiare oltre il
felicissimo Paolo III e ne spedì subito il fausto annunzio al figliuolo
istesso che, in quel torno, trovavasi a Piacenza, in compagnia del suo
segretario Annibal Caro.
Ma padre e figlio Farnesi istituivano i loro calcoli senza dell’oste,
e non era impossibile dovessero rifarli. Eglino proponevano; ma chi
disponeva era il loro genio malefico.