Il genio malefico di Casa Farnese.
Se, per consiglio ed insinuazione di papa Paolo III, Margherita
d’Austria erasi tenuta origliando a quel medesimo uscio, per cui
l’abbiamo vista penetrare nella sala de’ negozi e risolvere in modo
tanto felice la discussione impegnatasi tra l’imperatore ed il papa; un
altro individuo, origliando in pari tempo dalla serratura di un altro
uscio, ascoltava pure tutto quello interessante colloquio.
Era costui quello stesso Manfrone Aretusio, col quale abbiamo stretta
conoscenza nel convento de’ Minori Osservanti.
Quest’uomo — udite a pena le conclusioni di Carlo V — s’affrettò ad
allontanarsi e, sgattaiolando in punta de’ piedi per vari corritoi e
stanze di servizio, si condusse in un piccolo gabinetto, dove sembrava
starlo aspettando un cavaliere tutto armato di ferro dal capo alle
piante, il quale, nell’occhio grigio e lucente, nel naso aquilino e
grifagno, nella dura proeminenza dell’osso frontale, aveva scolpito
l’indole fierissima e la consuetudine del comando.
— Ebbene? — domandò questi, come vide entrar l’Aretusio.
— Ebbene, eccellenza — gli rispose l’uomo dagli occhi di velluto — la
comedia apparecchiata dal Santissimo Padre è sul punto di conseguire
il pieno suo scopo.... donna Margherita è saltata in campo a tempo
e luogo, e, con le sue smorfie, le sue moine, i suoi piagnistei, ha
saputo piegare la ferrea volontà paterna a fare il suo piacimento.
— La sorniona! — sclamò il cavaliere, sferrando un pugno di rabbia sul
tavolo, presso il quale tenevasi ritto — proprio vero il proverbio che
ciò che donna vuole, il diavolo lo vuole?
— Per altro, il consentimento imperiale è subordinato ad una condizione.
— Qual’è... qual’è cotesta condizione?
— È la nostr’àncora di salvamento, eccellenza.
— Ti colga il fistolo!... e perchè mi fai spasimare con le tue
lungagnaie!
— Sodisfo subito la vostra legittima curiosità; l’imperatore ha sibbene
accondisceso a dare la ducea di Milano al signor duca di Castro; ma
patto gli sia dimostrato, come due e due fanno quattro, che il medesimo
ha mutato interamente costumi e non mena più la vita rotta e scandalosa
di quand’era a’ soldi del signor marchese del Vasto, nè di quando si
dava bel tempo co’ chierici ed anco i vescovi delle Romagne.
— Ha detto ciò Carlo V?
— Vostra Grazia può far conto che sieno le sue testuali parole.
— In tal caso siamo a campo vinto.
— Come intende diportarsi Vostra Magnificenza?
— Non ci son due modi, mi pare.... quell’accidente d’uomo, dal quale
t’ho fatto accompagnare spedendoti qui ad esplorare il terreno, potrà
deporre tutto quanto egli sa, ed il signor duca di Ferrara confermarne
la testimonianza.
— Purchè l’imperatore non fiuti il maneggio!
— Gaspare mio, tu non hai d’uopo d’insegnare ai gatti ad
arrampicarsi.... faremo le cose a modino.... dov’hai lasciato il tuo
uomo?
— È sempre in convento, dove tien d’occhio quel ragazzaccio, che ha
cercato di rubarmi le carte.
— E sai chi sia davvero cotesto ragazzo?
— È un tale Lazzaro d’Alpinello di Santa Maria-Capua-Vetere, scudiero
o, meglio, servitore di un tedesco, che è in giro per divozione....
così almanco risulta dal registro de’ monaci, che mi son dato la cura
di consultare.
— Ma perchè ti voleva rubare le carte?
— Chi sa!... da principio m’era sorto in pensiero che tanto lui, quanto
il suo principale, non fossero che due emissari dello stesso Pierluigi
Farnese; ma poi ho potuto convincermi dei contrario.
— In qual modo?
— Ecco qui: mentre l’uomo che Vostra Grazia ha stimato opportuno
d’aggregarmi, coglieva in flagrante il piccolo napolitano e levava
tutto il convento a subbuglio con le sue grida: accorse nel dormitorio
anche il tedesco, il quale, saputo di che si trattasse, con una sua
tartagliata infernale, si mise a rimbrottare nella più aspra guisa
il proprio valletto, minacciando di cacciarlo, lì per lì, dal suo
servizio!
— Poteva non essere che un giuoco!
— Fu tale diffatti anche il mio primo pensiero, per cui mi dètti a
ghignare sarcasticamente, avertendo lo _slippete slappete_ che non
mi lasciava pigliare al rocchio de’ suoi artefici; ma, a portarsi suo
mallevadore intervenne in quel punto lo stesso vostro uomo....
— Il gigante?
— Appunto, quel diavolo di Terremoto, il quale mi dichiarò
conoscer’egli personalmente e da lunga mano il tedesco e saperlo
persona affatto inocua, una specie di antiquario, di raccoglitore
d’antichi cocci e monete, del quale potevo ciecamente fidarmi: e la
cosa finì lì!
— E tanto meglio!... quello, adesso, che ti rimane a fare si è di
spedirmi subito il tuo Terremoto a presentare le sue lagnanze e le
sue suppliche all’imperatore: esortalo ad essere franco, esplicito,
resoluto, a non temere di nulla.... digli anzi che sua maestà sarà
ben lieta di udirsi confermare dal suo labro tutte le bricconerie del
signor duca di Castro, pel quale nutre la più spiccata avversione....
aggiugni che, se mai Carlo V mettesse pena a prestargli fede, sappia
citare in tempo la testimonianza del signor duca di Ferrara.... io
vedrò Ercole II, per informarlo in buon punto, eppoi sarò là a fare il
resto.
— Vado immediatamente a preparare la mina.
— Chiamala piuttosto: la contromina.
— Comunque, spetta a Vostra Magnificenza l’appiccare il fuoco alle
polveri.
— Sta riposato, che ho già la miccia accesa.
E si separarono.
Chi erano veramente cotesti due uomini che stavano cospirando a danno
di casa Farnese?
Il cavaliere tutto armato di ferro era don Ferrante dei principi
Gonzaga, da poco duca di Guastalla e vicerè di Sicilia per Carlo V di
Spagna: l’altro, colui che conosciamo sotto il pseudonimo di Manfrone
Aretusio, era il suo fedel segretario Gaspare Gozzelini.
Da poco erasi ritirato l’imperatore ne’ suoi quartieri, dopo il suo
colloquio col pontefice, quando il suo ministro, cardinale Antonio
Perrenot di Granvelle, gli annunziò la persona di un misero vassallo,
che lo sollecitava di audizione e giustizia.
In altri momenti, Carlo V sarebbesi, senza dubio, rifiutato di
riceverlo, per non sprecare il prezioso suo tempo nel dar retta alle
vacue querimonie di un villanzone; ma in quello — null’altro avendo a
fare che il tenere a sportello e mandar col ceteratoio Sua Santità papa
Paolo III — vi si prestò di tanto maggiore buon grado che il soggiorno
a Busseto cominciava seriamente ad infastidirlo.
Con Biagio Alfonso d’Alburquerques, col conte di Feria e vari
cardinali, prelati e gentiluomini, trovavansi in quell’istesso momento
al suo fianco Ercole II d’Este, duca di Ferrara, e Ferrante Gonzaga
vicerè di Sicilia.
Al cenno adesivo dello imperatore, un usciere palatino introdusse il
supplicante, ch’era lo stesso nostro Terremoto in persona.
Alla vista del formidabile ciclopo, tutti della corte imperiale — meno
il Gonzaga e l’Estense che già il conoscevano — uscirono in una voce di
paurosa ammirazione.
— Chi sei? — gli chiese l’imperatore, adagiandosi su d’un alto scanno.
— Sono un antico vassallo de’ signori Camia di Valdinure — rispose
timido Terremoto — ed ho nome Arcangelo Rinolfo.
— Sei mai stato a’ soldi come uomo di guerra?
— Sì, Maestà Serenissima, ci fui con uno de’ miei buoni signori, a’
tempi delle levate per le guerre del milanese.
— Ed eri a Marignano, senz’altro.
— Sì, Maestà Serenissima, ci era.
— I francesi non l’hanno chiamata per nulla battaglia dei giganti: tu,
intanto, dovevi esserne uno.
— Son grande e grosso, egli è vero, e nerboruto anche; ma ho l’animo
buono e non abuso mai.... Dio scampi!... della forza, che m’ha concesso
la providenza, per fare il male del prossimo mio.
— Sei un vero cristiano, dunque!
— E battezzato.... sì, maestà Serenissima!
— E qual’è il motivo che ti conduce alla nostra presenza?
Terremoto — a simil domanda — s’impensierì tutto e, chinando lo sguardo
sul pavimento, si mise a torturare uno de’ bottoni del suo rozzo
farsetto, quasi volesse farne scaturire le idee e le parole, difettanti
al cervello ed al labro.
— Suvvia — lo inanimì il monarca, sorridendo di quel suo puerile
imbarazzo — fatti core: sono l’imperator di Lamagna, re di tutte le
Spagne e delle Indie anche; ma non è mai occorso ch’io abbia mangiato
nissuno.... spicciati, dunque, e dimmi il fatto tuo.
— Mi vi sarei già accinto, Sire — balbettò l’Ercole valnurese — se
un certo non so quale rispetto umano e la paura di recare offesa alla
Serenissima Maestà Vostra non mi facessero groppo alla gola, attalchè
peno un finimondo solo a metter fuora la voce.
— Si tratta, dunque, di cose assai gravi, onde tu abbia a lagnarti
seconoi?
— Tanto, Sire, che le paion sino cose non verosimili e inventate da
perfidia d’uomo.
— Chi riguardano coteste cose sì gravi?
— Un alto signore, un personaggio di nobilissima nazione, tale che,
dell’umile e poveretto servo della Maestà Vostra, qui supplicante,
potrebbe farsi, a suo agio, un solo boccone.... aup! così... come io
farei d’un ovo al coccio, o d’una mela poppina!
— Il nome, il nome di cotesto alto signore e nobilissimo personaggio?
— Sua Eccellenza, il signor duca di Castro.
— Il figlio di Sua Beatitudine?
— Appunto, Maestà, il figlio.... il beniamino del Santissimo Padre.
Carlo V si drizzò in piedi come sospinto su da una molla e, dopo aver
lanciato un torvo sguardo su le varie persone del proprio seguito:
— Non è, dunque, soltanto una querimonia — disse corrugando la fronte —
è un’accusa, per cui ci sei venuto dinanzi.
— Maestà Serenissima — farfugliò il dabben Rinolfo sempre più
sbigottito — io nè mi querelo, nè accuso; invoco solo dalla potenza
Vostra, protezione e giustizia in pro della mia giovine signora donna
Bianca della Staffa, nepote del fu messere Giovanni di Camia.
— Cos’ha ella a temere dal signor duca di Castro?
— Tutto Maestà, perocchè egli le insidia costantemente l’onore e non
le ha mai concesso un attimo solo di pace.... guai per la mia povera
signora s’io non fossi sempre arrivato in buon punto per strapparla
dalle mani di quel suo persecutore.
— Come e quando è accaduto tutto ciò?
Terremoto, del meglio che seppe, narrò per disteso i vari tentativi
compiuti dal Farnese, prima a Castell’Arquato, in casa i Santafiora,
quindi a Perugia, in occasione della guerra del sale, per impadronirsi
di Bianca della Staffa ed averla a sua posta, e come la meschina non ne
fosse che quasi a miracolo scampata.
L’imperatore seguiva tale narrazione senza batter palpebra, ma in atto
apparentemente freddo ed indifferente. Come Terremoto ebbe terminato:
— E chi mi sta mallevadore — gli disse severamente — che quanto tu mi
racconti non sia appunto che una perfida insinuazione?
Terremoto stava forse per metter in pratica il suggerimento datogli
dal Gozzelini, col declinare il nome d’Ercole II d’Este; quando questi
istesso:
— Io — sclamò d’improviso, avanzandosi rispettoso verso l’imperatore.
— Il signor duca di Ferrara? — fece Carlo V.
— Io stesso, Maestà!
Carlo V si rabbuiò anche maggiormente in sembiante e, rimettendosi a
sedere:
— Parlate pure, monsignore — disse al nepote di Lucrezia Borgia — cos’è
che potete narrarmi in appoggio delle accuse di costui?
— Le cose istesse che egli ha esposto alla Maestà Vostra.
— E come sono a vostra cognizione?
— Pel caso, Maestà, che, quando madonna Bianca della Staffa,
sottraendosi alle insidie del Farnese, sfuggì dalle mani de’ suoi
sgherri, che l’avevano circuita e assediata entro una taverna sul lago
di Perugia; ella trasse in cerca d’asilo, prima a Firenze, poscia
a Bologna, e finalmente a Ferrara, presso la mia corte, dove così i
Camia come i dalla Staffa si ebbero sempre aderenti e parziali....
io la impresi a proteggere e, sin d’allora, l’onesta e cara giovine
mi raccontò delle patite sue tribolazioni ne’ termini istessi, che ha
usato poc’anzi questo suo fedel servitore.
— E basta — fece l’imperatore, alzandosi di nuovo e congedando della
mano quanti gli stavano intorno — penseremo al da farsi.
Voltosi quindi, a Terremoto, ch’era rimasto lì grullo ed impacciato,
senza sapere a qual meglio partito appigliarsi;
— Quanto a te — gli disse — ritorna alla tua signora ed assicurala
che il patronato nostro non sarà mai per farle difetto: ed ove
ulteriormente si muova a suo danno, ricorra a noi; che noi sapremo
sempre proteggerla e farle giustizia!
Il gigante credette nulla poter fare di più acconcio che profondersi
in un ossequiosissimo inchino, dopo il quale uscì con gli altri dalla
stanza imperiale.
Con Carlo V rimase solamente il vicerè di Sicilia, a cui quello istesso
aveva ordinato di trattenersi.
Come furono soli:
— Eh? — fece quest’ultimo — cosa ne dice Vostra Maestà?
— Dico.... dico.... — borbottò Carlo V alquanto contrariato — dico
che voi avevate perfettamente ragione: la volpe perde il pelo, mai il
costume!
— Se domani la Maestà Vostra si lasciasse indurre a concedere la
ducea di Milano al signor duca di Castro, non solo il re di Francia
e i francesi, ma gli stessi abitatori delle provincie lombarde, non
potrebbero pigliare un simile atto che quale il più sanguinoso degli
oltraggi.... gittare il ricco e garrito retaggio di Valentina Visconti
in bocca d’un figliuolo di papa?... ad uomo siffatto, famigerato già
per tutta Italia, a cagione de’ suoi vizi e delle sue turpitudini,
assoggettare le nobili popolazioni di quelle province?... tanto
basterebbe, perdonatemi, Sire! ad alienarvi l’animo, se non di tutti,
di molti!
— Avete ragione, avete ragione! — rintostò il monarca, con un leggero
tono d’impazienza — nulla ho, del resto, impromesso che io debba
assolutamente attenere: posso mutare divisamento, senza mancare alla
fede giurata.
Ferrante Gonzaga si morse a sangue le labra, per occultare la gioia del
proprio trionfo.
Egli trionfava infatti.
Facilmente aveva indotto Ercole II d’Este che, siccome figlio della
celebre principessa Renata, era parzialissimo di Francia, a fare il
proprio piacere, con l’agitargli dinanzi alla mente lo spauracchio
della perdita del milanese. Sinchè questo ambito e contrastato
territorio rimaneva nella casa di Spagna; un rovescio qualunque poteva,
in un prossimo avvenire, retrodarlo alla casa di Francia; ma se — per
isventura — ne veniva investito Pierluigi Farnese, a sostegno del quale
sarebbesi adoperata tutta la influenza papale, quella speranza cadeva
per sempre. Utilissimo, quindi, anche agl’interessi di Francesco I, che
lo sterpone di Paolo III fosse così screditato agli occhi del monarca
spagnuolo da fargli rinunziare definitivamente al pensiero di quella
perigliosa investitura.
Ercole II sostenne la propria parte con pieno convincimento di
adempiere a un debito di fedele alleato e rincupì, per conseguenza, le
istesse tinte usate da Terremoto nel dipingere il carattere e narrare
le laide imprese del duca di Castro.
La partita era vinta.
L’indomani istesso Carlo V ritirò la sua parola e il desolato Paolo
III dovette contentarsi di mettere inanzi — a mo’ di rappresaglia — il
proprio intendimento di far eleggere il figliuolo signore di Parma e
Piacenza.