Il convegno di Busseto.
Parma, che era stata indicata, dopo Piacenza, per la tanto attesa
intervista del papa con l’imperatore — malgrado la scelta di Busseto
fatta posteriormente da quest’ultimo — nodriva sempre la speranza che
il fausto avvenimento potesse avverarsi tra le sue mura, tanto più che
aveva già l’onore di ospitare l’ottima donna Margherita, duchessa di
Camerino, la quale eravisi espressamente condotta, per riabbracciare
l’augusto suo genitore ed insieme il duca Ottavio, suo marito, che
aveva sino a quell’ora militato in Fiandra per l’imperatore istesso.
Tale speranza accrebbesi poi e si convalidò maggiormente quando si
seppe della venuta del papa.
Paolo III, infatti, era partito da Bologna su l’albeggiare del lunedì,
11 giugno, e — dopo aver fatto tappa a Spilimberto, a Scandiano ed
a Montecchio — giungeva in Parma verso il mezzogiorno del venerdì;
ma, forse perchè memore sempre del funesto caso occorsogli ivi
istesso cinque anni inanzi, non volle nè entrarvi pontificalmente,
nè visitare la cattedrale, prima di scendere al Vescovado, dove lo
stava aspettando, insieme a Margherita d’Austria, il nepote vescovo,
cardinale di Santafiora.
Malgrado ciò, l’Anzianato e la Curia vollero ugualmente cavarsi il
ruzzo di festeggiarne solennemente l’arrivo e — nella persistente
fiducia che anche l’imperatore dovesse alla fine optare per la loro
città — disposero tutto in guisa che rispondesse alla ipotesi del
sospirato convegno.
Così su la maggiore porta del duomo vedevasi un grande cartellone
riquadro, su cui, a caratteri cubitali scritto:
_STATE DUO PUGNATE DUO_
_VICTORIA VESTRA EST._
Nel palazzo vescovile, a mano dritta di chi entrava ne’ quartieri
apparecchiati anch’essi come se Carlo V avesse pur dovuto alloggiarvi,
era dipinto «un pontefice con una gran croce in mano, e da piedi il
Regno Mundi con queste parole: PAVLO. III. SALVO. SALVA. RES. PUB. Da
la manca vedevasi un Imperatore à l’antica, il quale con ambedue le
mani un Mondo teneva al petto con due ali con questo scritto IMPERATOR
STELLIS NON SVBIICITVR SED IOVIS IVDICIO GVBERNATVR, et sopra l’Arco
di detta porta questa orationetta: QVEM ADMODVM HOC VNO HOSPITIO, AMBO
ORBIS MAGNA LUMINA HOSPITES CONVENISTIS ITA DEVS OPT. MAX. PERPETVA
ANIMORVM CONIVNCTIONE PRO CHRISTIANA SALVTE SOSPITES DIV CONSERVET.
Dentro poi su l’arco dè la prima scalla questo detto: AD SUMMOS HONORES
ET ORBIS IMPERIUM NISI PER GRADVS PROBITATIS ET VIRTUTIS ASENDIT
NEMO. Sallito dopo sopra ad una loggia videsi fabricato un Camerino
di tavole tutte coperte di Ginepro con queste lettere in cornice: PER
MVLTA LVSTRA HOS TVOS ANTIQVOS LARES PRÆPOTENS DEVS FAXIT INCOLVMIS
SÆPE VISAS, et nel cortile di detto palazzo appicciato ad una loggia
in un scuto dentrovi l’Armi di N.ro S.re et l’Imperiali queste parole:
IVSTITIA ET PAX SE OSCULATE SVNT.»
Per le vie maggiori e minori della città era una frega, un viavai, un
brulichio di gente, che s’arrestavano e s’interrogavano l’un l’altro,
per sapere se maggiori o minori le probabilità di veder giungere tra
loro anche il temuto imperatore Carlo V.
Nella istessa piazza del duomo, moltissimi facevano capannello
intorno ad un vecchio signore, che, dal camiciotto di velluto nero
e dal beretto alla raffaellesca, dalla lunga barba ondeggiante, che
rammentava un po’ quella di Leonardo da Vinci, e, sovratutto, dallo
interesse pieno di ammirazione, col quale contemplava le stupende
proporzioni architettoniche, le slanciate colonnette ed i bassorilievi
massonici del battistero; riconoscevasi facilmente per un artista.
E lo era infatti.
Era quel celebre allievo di Sebastiano Zuccato, di Gentile Bellini e
di Giorgione Struzzo, che, già a quell’ora aveva di tanto superato
ed eclissato la fama de’ propri maestri; era il veneziano Tiziano
Vecellio, nato a Pieve del Cadore nel 1477 ed, a sua volta, in cammino,
per concedere a Carlo V quel tesoro, che non avean potuto ottenere nè
papa Leone X, nè re Francesco I di Francia; il tesoro del suo pennello.
Gli astrologi — genia che, di que’ tempi, faceva ancor meglio i propri
affari, che non oggi le sonnambule magnetizzate — rispondevano alle
ansiose dimande del popolino, che lo avverarsi de’ loro desiderî
dipendeva dallo stato del cielo, il quale, se mantenevasi sereno,
avrebbe determinato la venuta dell’imperatore; se no, l’avrebbe resa
impossibile.
Stavano tutti in tale trepidante aspettazione, allorchè — come ne ha
lasciato scritto l’ingenuo cronista — «circa le XXI hore in un subito
scopersesi un sì fiero Temporale che per un quarto d’hora altro non
si vide che pura grandine grossa la minore a guisa d’ovo, e tal’una
se ne trovò; che sola pesava sette et otto oncie: Taccio di quei che
mi hanno detto haverne pesato di X. XI. In fin’in XIII. Vncie si che à
tre miglia di lungo et quattro di largo da una banda di detta Città un
vago; pur di che si sia frutto, non vi ha lasciato pesti più viandanti:
de’ quali ad uno ha cavato un occhio, morti assai animali menuti. Vn
Prete Fiamingo sfratato, il quale in ginocchione sopra la porta de
la stanza scongiurando con spesse croci detto maltempo, sì bellamente
il percosse in viso la grandine che supino in terra come morto cadè.
Depoi soggionse una terribiliss.ª acqua si, che pareva che ’l ciel
scoppiasse.»
Laonde — stando a’ pronostici de’ leggitori nel gran libro de’ cieli
— la venuta dell’imperatore non doveva più aver luogo. Nè lo ebbe di
fatto, che — avutosi egli la notizia dello arrivo in Parma di papa
Paolo III — gli spedì immediatamente, con posta sforzata di quaranta
cavalli, il marchese don Alfonso di Pescara e del Vasto, governator di
Milano, ad annunziargli la scelta definitivamente da lui fatta della
rôcca di Busseto.
Udito ciò, il papa inviò immediatamente i cardinali di Santa Croce e
di Parigi, quali suoi legati all’imperatore, quindi, il mercoledì 19,
si mise a sua volta in cammino inanzi giorno: pranzò a Soragna; cenò e
dormì alla Castellina e «Il dì dipoi — sempre al dire del buon cronista
— partete à la volta di Bussetto, et à l’incontro le venne lo Ill.mo
S.r Duca di Ferrara vestito di raso chermesi, e trine d’oro. I suoi
paggi e staffieri à la sua divisa verde lionato e bianco, accompagnato
da Infiniti gentilhuomini bene in ordine, il quale venia di cremona da
Sua M.ta per visitare Sua B.ne la quale co’ i R.mi Farnese, S.ta Fiore,
Pucci, Mantua, Savello, Sadoletto, Ridolfi, Acquaviva, Gambaro, Burgos,
Grimani, Inghelterra, Salmonetta, et molti altri Prelati entrò in
detto Castello a XII hore senza Pompa, ed andò scavalcare à la Rocca,
alloggiamento diputato per S. S.ta et M.ta Ces.ª»
Come seguito d’onore, il papa aveva seco seicento fanti italiani,
oltre la solita guardia ordinaria de’ lanzi, o svizzeri, e trecento
cavalli. Scesi al castello, i cardinali sopramentovati andarono
pontificalmente ad incontrare sino alla distanza di mezzo miglio verso
il Po «il gran Cesare, che di Cremona partite la mattina à la volta
di Busseto, vestito d’una Casacha di damasco nero co’ orli piccioli di
veluto, et un semplice capeletto d’ormesino in Capo, a cavallo di una
belliss.ª Cavalla Ginetta bigia bardata tutta di veluto nero; a Cui
avanti andavano molti gentil huomeni, Dopo loro i Paggi tutti vestiti
di veluto nero beniss.i a Cavallo, con Zagagliette in mano: poscia i
quali seguivano gli Ill.mi S.ri Duca di Nazara, Duca di Alberques,
conte di Feria, Mons. gran Vella, Don Ferrante gonzaga vice Re di
Sicilia et il Prencipe di Sulmona co’ molti altri S.ri Spagnuoli et
Italiani, Dopo questi seguivano gli Ecc.mi S.ri Duca di Ferrara à
man destra al S.r Duca di Camerino con loro Paggi e staffieri vestiti
a loro liverea: i quali appresso seguiva un paggio di Sua M.ta solo
vestito come gli altri suddetti a Cavallo d’un belliss.º Sauro, in mano
ritta portava una Zagaglia in cima una bandirolla di taffetà rosso et
oro. Seguivalo depoi sua M.ta in mezzo de gli suddetti R.mi legati S.ta
Croce e parigi, a cui dietro andavano il R.mo Geneva et l’Arcivescovo
di san giaco; i R.mi Vescovi di Gieu, di Usén, e di Ras figliuolo de
’l granvella con molti altri prelati S.ri Prencipi, conti e cavaglieri
d’ogni lingua. Dopo seguiva la guardia ordenaria di cento cavalli
burgognoni con casache di veluto nero, et due altre compagnie simili,
de quali una ha per Cap.no il S.r Federico savello ben’in ordine.»
Carlo V — ricevuto l’omaggio della corte pontificia — entrò nella
rôcca, tra i cardinali Jacopo Sadoleto di Modena e Grimani di Venezia
e «n’andò per far riverenza à N. S. il quale gli venne incontro à Capo
de le Scalli, et quella accostatosele per basiarle inchinevol.te i S.mi
Piedi, sua B.ne messale le mani al collo gratamente il ricevette co’ un
soave bascio in guancia.»
Poscia l’imperatore si accomiatò «et n’andò à pranso, et prensato che
fù à XVIII ò XIX hore ritorno da Sua S.ta et ambidue soli entrorno in
Cam.ra ove per sino à le XXII hore stettero in segreto ragionamento, E
così seguentemente ogni giorno dopo pranso continuamente andando l’un
da l’altro senza esser visti per porte Segrete fino à hora di Cena
stavano insieme.»
Lo stesso cronista da cui prendiamo questi particolari ci fa sapere
come a Busseto si trovassero pure donna Margherita d’Austria,
duchessa di Camerino, e donna Costanza di Santafiora, contessa di
Castell’Arquato.
Due porte — continua il cronista — eranvi nella rôcca «guardate l’una
da la banda di Sua M.ta da Imperiali, l’altra da la; che stava Sua
S.ta da Thedeschi et soldati Italiani. La metà del detto Castello
era assignato à spagnuoli e l’altra à gli Ecclesiastici, similmente
la campagna, da una de le bandi à soldati, e cortigiani Imperiali, e
l’altra à Papisti.
«Durò final.te detto abboccamento (con gran discomodo de Cortigiani, à
quali oltre il gran caldo che patevano gli convenia riposarsi la notte
sù le pagliadi) da ’l Giovedì a XXI, che entrarono in Busseto sino al
Lunedi à XXV del passato (giugno) che cavalcò S. M.ta à XX.ti hore, ed
andò a Cremona: et simil.te il medesimo di N. S.re montato à cavallò
andò à Cena et à Dormire à Soragna; D’indi il dì seguente gionse à le
XII hore in Parma à pranso: Ove ha Celebrato la festa di San Piero, et
il dì seguente partete à la volta di Bologna.»