Gli esploratori.
Verso la metà del secolo XV, la possente casata scendente da
quell’Uberto Pelavicino, che — insieme a Buoso Doara ed Ezzelino da
Romano — fu tra’ più validi sostentacoli del ghibellinismo svevo in
Italia; possedeva sul parmigiano ed il piacentino — oltre all’avita
Busseto — Bargone, Borgosandonnino, Cortemaggiore, Costamezzana,
Fiorenzuola, Gallinella, Monticelli d’Ongina, Polesine, Ragazzola,
Ravarano, Roccabianca e le Fontanelle, Scipione, la Selva del
Bocchetto, Solignano, Specchio, Stagno, Tabiano, Varano de’ Marchesi e
Varano de’ Melegrani, o de’ Melegari, con Monte Salso, Vianino, Vigolo
de’ Marchesi e Zibello.
Assunto il più onesto nome di Pallavicino, la famiglia durò riunita
in solido fascio sino alla morte del prolifico Orlando avvenuta nel
1479, per scindersi allora in altrettanti disgregati dominî quanti
i costui sette figli maschi. In tale divisione, Busseto toccò al
primogenito Pallavicino, poi, da questi, in linea di primogenitura,
scese a Cristoforo e, da Cristoforo, a Gerolamo, il quale era appunto
signore al momento in cui Carlo V decise recarsi nella sua rôcca per
abboccarvisi con papa Paolo III.
Laonde, sino da vari giorni inanzi a quello, in cui presumibilmente
doveano giungervi gli ospiti augusti, era per tutta la rôcca un
ire e redire di artegiani, fanti e famigli, intesi a sgomberare, a
spolverare, a restaurare e mettere in buon assetto i quartieri.
Nè sollecito manco e manco febrile, comechè più silenzioso, era il
movimento che si rimarcava nel vicino chiostro de’ Minori Osservanti,
dove pure sapeasi che, del seguito dello imperatore e del papa, molti
avrebbero dovuto prendere alloggio.
E già da parecchi giorni, sì nel convento chè nel castello, tutto
trovavasi apparecchiato al solenne ricevimento senza che dello arrivo
dei due sommi monarchi si avesse per anco nissuna precisa contezza.
Correva il 19 giugno 1543 ed il sole volgeva al tramonto, quando
due stranieri, montati su magri ronzini, giunsero alla porta del
monastero e chiesero del padre guardiano. L’uno d’essi era un
meschino omicciattolo, dal grifo di faina e l’occhio del gatto,
vestito completamente di bigio, come un onesto merciaiuolo olandese;
l’altro un ragazzo male in arnese, sudicio e tinto in volto, come uno
spazzacamino, che a quello pareva servire da fante.
Il guardiano, nella costante attesa di qualche messo, o staffetta, che
gli annunziasse il corteo imperiale, o pontificio; a pena inteso come
i sopravegnenti procedessero da Parma, che subito mosse loro incontro
ansioso, nella ferma fiducia, si trattasse delle persone aspettate. Ma
s’ingannava.
Alle sue premurose dimande:
— Fostre Referenscie — gli rispose il piccolo ometto, che prese pel
primo la parola in uno strano e male intelligibile gergo — non afere
tinansce che pofere pegadore fiacciante per il monto con suo fetele
scutiere.... altro non timandare che un poche de ricofere e un poche ti
misericortia.
Il superiore del convento non seppe trattenere un atto di dispetto e, —
stringendosi nelle spalle:
— Non mi avete fatto dire — osservò — che provenite da Parma?
— Da Barme, da Barme — fece l’altro, nel quale i lettori avranno già
ravvisato quella buona lana di mastro Pellegrino di Leuthen — noi
fenire tritte tritte da Barme.
— E non sapete nulla di Sua Beatitudine, il nostro Santo Padre?
— Non sapere?.... tutto sapere!... Sua Peatitudine aferla feduta
arifare a Barme, tofe bresentemente si drofa.
— E vi è stato detto quando intenda recarsi in questa nostra città?
— Tetto! tetto!... cranti e moltissime cose escermi state tette; ma io
non potere carantire ferità cose statemi tette.
— Siete tedesco, voi, se non erro.
— Sì, sì, tetesche, molto tetesche, e molto difote Santa Peata Fercine
Santissima e Nostre Signore Ciesù Penedetto!...
Era evidente che Pellegrino studiavasi d’apparire assai più soro e
scimunito di quanto realmente non fosse, e doveva necessariamente
avercene delle buone, o cattive ragioni, che non tarderemo a conoscere.
Pertanto il padre guardiano, che non poteva rifiutare asilo a straniero
pellegrinante per motivo di religione e tanto divoto della Beata
Vergine e di Nostro Signor Gesù Cristo: dètte ordine al frate portinaio
di lasciarlo entrare, in uno col suo valletto, d’assegnar loro un posto
in foresteria e di trattarli convenientemente.
Il portinaio era un vecchio laico, già stato questuante della comunità,
posto in quescenza alla custodia de’ chiavistelli del gran portone
d’ingresso, perchè le gambe, che gli facevan sotto giacomo giacomo,
non gli consentivano più di gire cotidianamente a zonzo per la borgata
e i dintorni con la bissaccia in collo e il bordone tra mani, per
ritornarsene carico delle spoglie opime carpite alla buona fede de’
grulli. Ma se aveva logori e fuori d’uso i muscoli duttori delle anche,
non così poteasi dire di quelli della lingua, che serbavano tutta
l’elasticità e l’instancabile vigore de’ primi anni.
Fra Simpliciano da Voghera ciaramellava altrettanto da solo, quanto,
riunite, tutte le ciammengole d’un quartiere de’ Camaldoli di Firenze.
I vassalli e familiari di messer Gerolamo Pallavicino gli avean posto
nome _Il parlatore eterno_ e dicevasi in convento ch’ei non si chetasse
dal cinguettare nemmanco quando dormiva.
Fu, dunque, costui che si mise a’ fianchi di Pellegrino di Leuthen e
del suo giovane servidore e — dopo mostrato loro i poveri sacconi su’
quali avrebbero potuto passare la notte — li menò in giro pel convento,
istruendoli, com’era suo costume, di quanto esso accoglieva di più
ragguardevole in fatto d’arte e di storia.
In sagristia trasse fuora dal cassabanco un grosso volume rilegato in
cartapecora e, squadernandolo sovra uno de’ stalli:
— Questo, vedete — disse loro — è il libro delle note, dove, sin
da quando la nostra religione venne introdotta a Busseto, i padri
cominciarono a segnare le vicende della comunità e i fatti più
rimarchevoli del luogo; ora sono io, che lo tengo, e non fo per
laudarmi, chè la vanagloria è sempre stata uno dei peggio peccati, ma
non lo si è mai visto tenuto in uguale bell’ordine!
E, curvatosi sul libro, tolse in mano una grossa penna d’oca; la
intinse nel calamaruccio di stagno, che trovavasi su lo stallo; quindi
— voltosi a Pellegrino:
— Piacciavi, messere — gli disse — declinarmi il riverito vostro nome
e quello del compagno vostro, affine io li registri qui, di seguito
agli altri, come di forastieri, che albergarono nel nostro convento o
l’onorarono di loro presenza.
— Foi tite mio nome? — fece il tedesco, per guadagnar tempo — oh,
mio nome molto tificile a scrifere!... mio nome essere Gotifredo di
Wranchgotzhausen.
— Troni e dominazioni! — sclamò fra Simpliciano, quasi avesse udito
pronunziare il nome di Satanasso — Golfitrido di Vransgosgagus!...
sembrano parole arabiche, che il Signore le danni!
Nondimeno, s’ingegnò del suo meglio a mettere in carta qualche cosa che
somigliasse a quella stramba cacofonia.
— E il compagno vostro? — domandò quindi a Pellegrino.
Il tedesco — anche più impicciato a questa seconda, che nol fosse
stato alla prima dimanda — lanciò di sghimbescio uno sguardo furbesco
al suo giovane fante, il quale si fe’ inanzi ardimentoso e, con voce
argentina:
— Il mio nome? — chiese.
— Appunto — affermò lo zoccolante portinaio, sempre curvo sul suo
grosso registro — come ti chiami?
— Lazzaro d’Alpinello — gli rispose il ragazzo, scambiando col suo
principale una ironica occhiata di scherno.
— E i luoghi di vostra nazione? — riprese il frate.
— Io — fece Pellegrino — essere nate a Katzenellenbogen tra l’Odenwald
e Wettergau nell’Assia.
— Ed io — soggiunse il ragazzo — a Santa-Maria-Capua-Vetere in Campania.
Il pover’uomo — a dover scrivere tale filatessa di nomi — sudava caldo,
come lo avessero aggiogato a un aratro. Comunque, se la cavò del suo
meglio e, deponendo la penna, mise un grosso e sonoro respiro, quasi
avesse compiuto una delle dodici fatiche di Ercole.
— Pelle porcate Pussete! — sclamò allora il tedesco, tanto per non
lasciar morire la conversazione e darle un nuovo indirizzo.
— Borgata? — brontolò il portinaio, drizzando maestosamente l’arco
del dorso ed atteggiandosi ad una grottesca fierezza d’accatto — una
borgata Busseto? ma che Iddio vel perdoni, messere! e non sapete che è
città da oltre due lustri?...
E — sfogliettato il prezioso volume, nel quale aveva allora
scombiccherato il nome e la patria dei due forastieri, sino a trovare
una pagina su cui posò trionfalmente l’indice destro:
— Leggete un po’ qua — riprese a dire — leggete qua, dove il mio
precessore ha annotato il fatto lo stesso giorno 4 marzo 1533 e....
vedrete!
Lazzaro d’Alpinello si piegò sul libro e lesse ad alta voce la seguente
nota, che trascriviamo testualmente:
«Nota che lo serenissimo imperatore ritornando de Ungaria a casa
sopravene che alogiò qui in Buxeto e per sua solla benignità ha creato
questo castello in cittate; passando dico a dì 4 de marcio a hore 22
et allogio un dì et una nocte e per perpetua memoria ellese cavallier
spron d’oro chiamato hestor P.no et in cassa nostra alogiò 4 lancichi
nechi et la dove il magistro teneva scolla el ducha de la guardia
de essa Maestà Cesarea alogio anchor lui et hera in la ditta citta
alogiati ancora lo ducha de millan et lo ducha de Savoia et ant.º de
leva et da poi partendosi sen ando in alexandria dove nui havesimi li
provillegi.»
L’_hestor P.no_ significava Ettore Pallavicino, il quale apparteneva
alla famiglia de’ marchesi di Pellegrino, che vivevano di que’ giorni
in Busseto come semplici privati.
Si desuma da ciò in quale guisa il dabbene fra Simpliciano da Voghera
dovesse avere imbastardito i nomi di Gotifrido di Wranchgotzhausen, di
Katzellenbogen, di Odenwald e di Wettergau.
Erano intesi a quella poco amena lettura, alloracche s’udì risuonare, a
più riprese, il campanello del portone d’ingresso.
Lo zoccolante s’affrettò ad accorrervi, lasciando i due seguirlo adagio
ed al buio pel corridoio, che, dalla sagristia, menava al cortile
principale, dove — raggiuntolo pochi momenti dopo — si trovarono di
fronte a un nuovo personaggio.
Era costui un uomo di mezza età e di mezza statura, dal volto bianco,
sbarbato ed abatesco, i cui occhietti d’un nero cupo, senza luce
nessuna, pareano due macchie d’inchiostro sur un nitido foglio di
carta. Vestiva egli modestamente di bruno, con sopra un gamurro a
capperuccio di saio marrone alla maniera marinaresca e, nello entrare
in convento, era sceso da un piccolo, ma buon cavallo maggiaro.
Interrogato, e dal guardiano e dal portinaio, del suo essere, nome,
patria e procedenza, e di che richiedesse; egli dichiarò, a sua volta,
andare in pellegrinaggio per la salute dell’anima e pel desiderio
ardente d’umiliarsi al pontefice; chiamarsi Manfrone Aretusio da
Vespolate; provenir di Cremona, dove in quel torno trovavasi di stanza
l’imperatore, e non domandare che ricovero e nulla più.
Pellegrino di Leuthen e quest’ultimo giunto si guatarono
scambievolmente in cagnesco, come se l’uno fiutasse nell’altro un
avversario, un nimico, e non ismisero più un attimo dal tenersi
d’occhio ed invigilarsi a vicenda. Se l’uno s’accostava ad appiccar
discorso col pettegolo zoccolante della portinaria, e subito facevasi
inanzi anche l’altro a metter bocca nella conversazione e ciascuno,
se interrogato dal laico, lavorava destramente di scherma, per dire
e non dire e non porgere mai troppo esatti ragguagli sul proprio
conto, senonchè Pellegrino ed il proprio valletto non parlavano quasi
mai d’altro che di Sua Maestà Cesarea l’augusto imperatore Carlo V
dicendone mirabilia; mentre Manfrone Aretusio aveva, di rimpatto,
sempre su le labra Sua Beatitudine Papa Paolo III ed i varî membri
della illustre famiglia Farnese, cui tributava i più strampalati
encomi.
Un tale contegno nulla poteva offrire di straordinario e di
rimarchevole pe’ buoni Minori Osservanti, che nessuna cagione traeva
a dubitare de’ loro ospiti; per contro, nelle istesse persone, che,
avendolo assunto artatamente, sapevano di mentire e misuravano gli
altri alla loro medesima stregua, destava i più gravi sospetti.
Ciascuno, dal canto proprio, rimuginava conghietture in cervello; ma
che si azzoppavano tutte contro l’interrogativo:
— Chi può mai essere costui?
Tanto pensava Pellegrino di Manfrone e altrettanto Manfrone di
Pellegrino.
Calata la notte, suonato il coprifuoco, ognun di loro si ridusse
in foresteria, cercando, o simulando cercare un po’ di riposo sul
rispettivo giaciglio loro assegnato.
Trascorse un’ora.
Nel chiostro regnava il più profondo silenzio; tutti parevano immersi
in un sonno da ghiri, quando, pian piano, in peduli, trattenendo il
respiro, facendosi lume con le mani, tre individui uscirono, l’un
dopo l’altro, dal dormentorio e — per gli ànditi e le chiostrate —
s’avviarono verso quella parte del cortile, dov’erano le scuderie.
Inutile dichiarare chi fossero.
Andava inanzi, pel primo, Manfrone Aretusio; al quale teneano dietro —
a qualche distanza e per altra via — Lazzaro d’Alpinello e Pellegrino
di Leuthen; ma nè questi sapevano di lui, nè quello di loro.
Giunti i due ultimi presso la scuderia, ch’era illuminata internamente
da una fumigosa lanterna, parve loro veder passare davanti al lume di
questa l’ombra di una forma umana. Ristettero però alquanto in forse
e, prima di penetrarvi, come n’erano intenzionati, vi misero dentro
l’occhio, facendo cautamente capolino dalle due bande dell’uscio.
Uno sguardo fuggiasco bastò ad insegnar loro con chi avessero a
fare. L’ombra umana era l’Aretusio, che li aveva preceduti nella
scuderia e che, in quel mentre, s’aggirava intorno a’ loro ronzini,
palpandone ansioso le gualdrappe e le selle. Il furbo s’era avuta la
loro istessa idea: quella, cioè, di assecurarsi se, tra gli arnesi
delle loro cavalcature, non tenessero per avventura, celato alcunchè,
atto a metterlo in via onde scuoprire chi veramente eglino fossero.
Riusciva, dunque, frustraneo ch’e’ tentassero, dal canto loro, quella
medesima prova, dappoichè tornasse ovvio non foss’egli stato cotanto
soro per fornire a chi reputava suoi avversarî lo identico mezzo di
rappresaglia, che sperava trarre da essoloro.
Paghi laonde di essersi con ciò cerziorati che quello sconosciuto
era un loro nimico e di non avergli dato in mano appiglio alcuno
che potesse servirgli d’arme a loro danno; stavano già per battere
pianamente in ritirata, allorchè s’avvidero come — forse per camminare
più libero e spiccio — il loro emolo avesse svestito il suo gamurro
marinaresco e fosse in semplice farsetto.
— Affrettiamoci! — mormorò imperativamente l’Alpinello, chinandosi
all’orecchio dell’antiquario prussiano — s’egli ha seco taluna cosa,
che possa giovare al fine nostro, è fuori dubio che la tiene nascosta
nel borsello aggiustato alla sua cappa: corriamo ad impadronircene!
— Ciuste! ciuste! — farfugliò il tedesco — ma, se indante noi fruchiamo
sue gabbe, lui arrifarci atosse imbrofisamende?...
— Ci si rimedia presto! — disse l’Alpinello, serrando adagio l’uscio
della scuderia e facendone scorrere il chiavistello esterno.
Poi — trascinandosi dietro Pellegrino per una manica del suo grigio
corsetto — riguadagnò frettolosamente il dormitorio, dove, sempre
tastoni, si dètte a ricercare il punto in cui trovavasi il giaciglio
dell’Aretusio. La bolgetta, appesa al gamurrino di costui, che formava
lo scopo precipuo delle sue ricerche, fu — per sua buona sorte — il
primo oggetto nel quale andò casualmente ad imbattersi.
Gongolante di gioia, allungò resoluto la mano, nello intendimento
d’impadronirsene; ma — in quel medesimo punto — si sentì ghermire a
mezzo il braccio come da una tenaglia di ferro.
Così improvisa, così violenta, così dolorosa fu quella stretta, che il
ragazzo non potè padroneggiare il proprio spasimo e si lasciò sfuggire
un lungo gemito di angoscia.
In pari tempo, una voce rauca insieme e sonora come il muggito d’un
bove:
— Accorruomo — gridò — al ladro! al ladro! al tagliaborse!
Pellegrino, che — per non impacciare il valletto nella progettata
rapina e non correr rischio di muovere qualche rumore — s’era già
corcato sul suo saccone, in attesa de’ risultati; a quel gemito, a quel
grido indovinò, senz’altro, cosa fosse accaduto, e lesto lesto, riprese
la verticale e s’avacciò a trovar l’uscio di nuovo e a ricacciarsi allo
aperto.
Il coraggio non era, certo, mai stata la dote prima, per cui brillasse
il nostro scaltrito cimelista; ma nel caso del momento, non era
tanto viltà d’animo, quanto raffinata furberia, che quella fuga gli
consigliasse.
Come vedremo, nel darsela a gambe, ei preparavasi astutamente alla
riscossa.
Intanto, all’alto richiamo di chi aveva azzannato l’Alpinello,
accorsero diversi frati, con alla testa il guardiano ed il portinaio
in coda, i quali trovavansi già in moto pel chiostro, trattivi da altre
grida e da un assordante frastuono, ch’erano giunti quasi nel medesimo
tempo alle loro orecchie.
Tale baccano lo aveva fatto l’Aretusio, il quale — vistosi a pena
rinserrato, o per isbaglio, od a tradimento, entro la scuderia — erasi
dato a martellarne l’uscio a suon di pugni e di calci ed a chiamare al
soccorso vociando a perdifiato.
Liberato da’ monaci, ch’erangli subito volati in aiuto, egli pure entrò
secoloro nel dormentorio, che si rischiarò d’improviso alla luce de’
lumicini, ch’ei recavano tra mani.
Dietro loro, sporse inanzi la faccia il gaglioffo di Leuthen, per
riconoscere se, con le sue conghietture, avesse côlto nel segno ed uno
strano spettacolo gli si parò inanzi agli occhi.
Lazzaro d’Alpinello, il suo giovane familio, coi capelli irti, il volto
livido, gli occhi sbarrati, il respiro mozzo per lo spavento, teneasi
ginocchioni presso l’uno de’ tettucci, in un canto del vasto stanzone,
stretto sempre a’ polsi dalla ferrea mano dell’uomo, che avea posto il
convento in allarme.
Dal suo valletto, Pellegrino portò lo sguardo su di costui ed una
esclamazione di meraviglia fu sul punto di tradirlo.
In quell’uomo aveva riconosciuto una sua antica conoscenza.
Niente altri che Terremoto.