CAPITOLO XXXVII.

In qual modo Olimpia fosse morta.

Nè il conte Anguissola erasi male apposto: Olimpia aveva, infatti,

raggiunto il suo Pierluigi.

Come?

Nel modo più semplice.

Sfuggita alla casa de’ Tedaldi, ella contava restituirsi da Tavasca a

Castell’Arquato traversando alla bella pedona i villaggi di Budagnano,

Magnano e Diolo; ma — fatto breve corso di via — le suggerì che, se il

conte addavasi della sua fuga e si slanciava a cavallo, l’avrebbe ben

presto raggiunta. Però, oltrepassati a pena gli ultimi abitacoli del

primo di tali villaggi, si cacciò di traverso alla propria destra e

andò picchiare all’uscio di una povera casa contadinesca.

A’ villici, che, per buona sorte, trovò essere vassalli de’ Santafiora,

si dètte a credere quale un paggio del conte Sforza e, come tale, li

richiese di asciolvere e di ricovero.

E non istette guari ad avvedersi di quanto vantaggio le fosse stato

un simile spediente, imperocchè non erasi così seduta al desco, per

refocillarsi con un buon paio d’ova sbattute ed un fiaschetto di buon

Vigoleno ammanitili dalla massaia, che, dal finestruolo della casuccia,

vide passare e correr via a briglia sciolta lo stesso suo amante e

rapitore.

Per tutta la giornata, la giusta paura d’imbattersi in lui la tenne

chiovata nel tugurio di que’ buoni coloni.

Nel cuore della notte, tuttavia, si risolse a partire. Transitò

per Magnano e Diolo senza cattivi incontri ed arrivò alla rôcca dei

Santafiora che rompeva l’alba.

In quel medesimo punto ne usciva un drappello di cavalieri, alla testa

de’ quali uno a lei ben noto.

Era il suo Pierluigi, che i paterni comandi, recatigli il dì inanzi

da una staffetta, richiamavano sollecitamente a Roma, per la grossa

faccenda dell’insurrezione perugina.

Siccome procedevano al passo, ella potè seguirli rifacendo la propria

via e giungere nuovamente con essi fuori della terra murata.

Uscitane, si accostò resolutamente al Farnese, e gli si dètte a

conoscere.

Con un grido di gioia vivissima, il principe se la strinse fra le

braccia ed — ordinato ad uno de’ suoi armigeri di cederle il proprio

cavallo e di ricondursi alla rôcca, d’onde sarebbesi unito più tardi

alle genti del Trentacoste — volle che sempre gli cavalcasse al fianco

fino in vista delle porte di Roma.

A Roma, la fece scendere e pigliar stanza in una sua misteriosa

casuccia, che teneva in Ripetta, pei suoi segreti ritrovi, ed egli

s’avviò al Vaticano, per ivi apprendere dalle sacre labra paterne il

motivo del suo richiamo.

Ed ecco in quale guisa abbiamo trovato Olimpia Marazzani, in veste

maschile e sotto nome di capitano Tre-Grazie, nel campo pontificio

militante contra Perugia.

Nel suo cinismo, il Farnese non aveale taciuto la scoperta fatta da

Pellegrino di Leuthen della giovine della Staffa e lo intendimento

suo di sollecitare il comando di quella impresa guerresca, onde farla

servire alle turpi sue mire su di costei, ed Olimpia, con cinismo anche

maggiore e nel cieco aborrimento che le ispiravano il candore e la

verginità della innocente fanciulla; ne lo aveva tanto più incalorito,

col promettergli di seguirlo e di impiegare ogni suo sforzo pel

conseguimento di quel perfido scopo.

Come vi si fosse adoprata, lo abbiamo pur visto.

Trasportata ferita e fuori de’ sensi entro la casipola del chierico

perugino, il conte Giovanni Anguissola la sollevò di sua mano dalla

incomoda barella, su cui l’avevano stesa i suoi uomini, e la depose,

col massimo garbo e con tutte le maggiori cautele, sul letticciuolo,

che Bianca doveva trovare, pochi istanti dopo, chiazzato di sangue.

Fattosi apportar aqua entro il morione d’uno dei suoi, e messo in

brandelli un canevaccio, che rinvenne in un canto; il conte stava già

apparecchiato a lavare e fasciar le ferite di quella donna, che aveva

tanto amato e che forse amava tuttavia; quando i clamori sollevati

nell’accampamento papalino dalle grida di Pierluigi per la fuga di

Bianca e l’irruente calpestìo de’ cavalli, che si mettevano su le peste

di Terremoto; gli ispirarono il giusto timore di poter essere scoperto

e privato anche una volta di Olimpia, attalchè — con quel suo pronto

e repentino risolvere, ch’era una sua particolare caratteristica —

riposta la trafitta su la lettiga e fatti legare nuovamente i polsi a

Neruccio, dètte ordine alla sua scorta di seguirlo, con questo e con

quella, sino alla vicina Perugia.

Ignorava che Bartolomeo della Staffa se ne fosse già allontanato;

faceva, nel caso, assegnamento sopra di lui come mallevadore e, per

sottrarsi alle possibili indagini del Farnese, stimava ottimo consiglio

il riparare senz’altro colà.

Vi trasse, dunque, securo e — per porta Borgne, lasciata omai, al paro

delle altre, senza presidio di sorta, fra il confuso viavai di soldati

baglioneschi, che ne uscivano alla spicciolata, e di genti del contado,

che, avuto sentore della reddizione, vi rimettevano timidamente

il piede, dopo tanti giorni di paurose angoscie — potè facilmente

penetrarvi inosservato.

Suo proponimento era quello di cercar ricovero presso qualche

monistero, epperò si rivolse ad uno de’ suoi seguaci, ch’era perugino,

affine gli servisse di guida. E questi lo menò, tra quella porta e lo

Spedale del Cambio, per una viuzza rimota e diserta, presso un alto e

negro edifizio, dalle cui ampie finestre traspariva un fioco bagliore

di luce.

Era un convento di frati agostiniani.

La barbuta, che andava inanzi, bussò replicatamente alla porta maggiore.

Il frate portinaio ne schiuse lo sportellino; udì di che si trattasse;

ne riferì al padre guardiano e, poco stante, spalancata la porta,

intromise il lugubre convoglio sotto le severe chiostrate del

reclusorio.

Alla donna ferita, che l’Anguissola dichiarò essergli sorella, il

padre guardiano assegnò la sua propria cella e fece chiudere in altra

il nostro misero Neruccio, che lo stesso Anguissola designò come uno

scellerato assassino, nemico di Dio e della santa religione cattolica.

Nei conventi era abituale, di que’ tempi, l’esercizio della medicina

e della chirurgia. Fu però chiamato il frate meglio pratico in esse al

capezzale di Olimpia, che, in quel punto, era rientrata in sè stessa.

Com’egli le si curvava sopra, per esaminarne le ferite; ella — con

leggero soffio di voce — gli mormorò all’orecchio:

— Buon padre.... ditemi in pericolo anche più di quanto nol fossi....

fate di rimaner solo alcuni istanti con me.... ho gravi cose a dirvi!

Il monaco, infatti — dopo aver compiuto quelle locali ispezioni, che

la scienza gli suggeriva, ed applicata su le ferite della paziente

una larga benda imbibita di balsamici unguenti — andò a susurrare

alcune sommesse parole al padre guardiano; indi — volgendosi al conte

Anguissola, che attendeva trepidante il risultato di quella sua prima

investigazione:

— Messere — gli disse — egli è forza v’allontaniate alcun poco e

mi lasciate solo con madonna, al fine io tenti sovra di lei di un

particolare specifico mio, il solo forse abile a salvarla e che non

comporta nessuno possa frastornarmi mentre lo sto amministrando.

— Ma io — soggiunse subito il conte, cui grandemente crucciava il

pensiero di non potere assistere a quella medicazione — io non farò

atto, non muoverò verbo, che possa sturbarvi!

— Talvolta, messere — gli obiettò il frate, con piglio severo — il

dovere propone e il sentimento dispone.... come fratello, voi dovete

acerbamente penare de’ patimenti della sorella vostra e se.... diamo

l’ipotesi.... ell’avesse a soffrire anche maggiormente, e a metter

lagni strazianti e forse....

S’arrestò un momento perplesso; poi — abassando vieppiù la voce:

— Forse a soccomberne.... — continuò.

— Per la croce! — fece allora l’Anguissola — voi, dunque, credete?...

— Nulla io credo — concluse solennemente il frate — temo molto, ma e

molto spero anche e dai soccorsi dell’arte e da quelli d’Iddio!

Il guardiano con un suo cenno imperativo mozzò sul labro del conte ogni

ulteriore rimostranza e lo costrinse ad uscire secolui dalla cella,

nella quale il monaco curante rimase solo a fianco della donna affidata

alle sue cure.

Quanto intervenisse fra loro due non è ancor tempo di dirlo.

Fatto è che — in capo ad alcuni momenti, i quali parvero secoli

all’Anguissola, che, nell’ansietà dell’attesa, arpentava a passi

concitati le buie chiostrate del grande cortile — il monaco uscì

cautamente dalla cella, recando in mano la lampada che la rischiarava,

e si diresse verso lui.

— Ebbene? — gli chiese subito il conte.

— Ella dorme — gli rispose il frate — le ho amministrato il mio

specifico e confidiamo che la divina providenza dia a questo tanta

efficacia da poterla salvare.... ma, sino allo spuntare del sole,

conviene lasciarla affatto tranquilla; che nessuno l’accosti: il minimo

romore, la più lieve scossa, potrebbe riuscirle fatale e cagionarle la

morte!

— Oh, non temete!...

— Il reverendo padre guardiano ha assegnato a voi ed alle genti di

vostro seguito parte de’ letti della foresteria: ritiratevi, dunque....

ritemprate nel riposo e nel senno le vostre forze affiochite da una

dolorosa trepidazione....

— Oh, il sonno!... esso sfuggirebbe dalle mie ciglia!... piuttosto,

userò meglio del mio tempo, ingannando le mie ansie, con una visita al

prigioniero, che ho qui condotto; m’è giocoforza conferire con lui!

— Ve ne farò schiudere la cella!

Pochi istanti dopo il conte Giovanni, preceduto dal portinaio, entrava

nell’angusta cella, in cui stava chiuso il nostro Neruccio.

Là si trattenne sino al rompere del giorno.

A pena, traverso la piccola finestruola, vide il cielo illuminarsi

de’ primi e grigi barbagli dell’alba, uscì sollecito dalla cella,

lasciandola schiusa e si diresse a quella di Olimpia.

Anche di questa l’uscio era aperto.

Su la soglia tenevasi il padre guardiano con le braccia incrociate sul

petto.

Dall’interno emergeva un fioco chiarore come di molti cerei accesi.

Il conte ebbe una stretta al cuore.

Non osandolo della parola, interrogò dello sguardo il guardiano.

Questi, tacitamente del paro, gli rispose congiungendo le mani ad atto

di prece ed alzando gli occhi al cielo con un lungo sospiro.

Non c’era più dubio!

Olimpia era morta.

Nè ciò ancora bastava.

Nel punto istesso che egli, smarrito, fuori di sè per lo schianto

improviso, col cervello in fiamme, il pianto che gli faceva groppo

alla gola; mutava un passo per introdursi in quella funebre stanza, e

contemplare, per l’ultima volta, le adorate sembianze di quella donna

che lo aveva reso tanto infelice; vide uscirne una lunga fila di frati,

due de’ quali recavano su le spalle una bara tutta coperta da un ampio

drappo nero.

Quella vista gli tolse completamente l’uso della ragione.

Stese le braccia, mise un rauco grido e stramazzò a terra svenuto,

svegliando gli echi delle chiostrate col cupo tintinno della sua

pesante armatura.

Quando rinvenne, varî de’ suoi uomini d’armi, tra’ quali Neruccio, gli

stavano prestando le loro cure.

Chiese timidamente di Olimpia.

Era già sepolta.

Volle allora essere guidato nel tempio attenente al monistero e

conoscere la pietra sotto la quale giaceva la salma della sua diletta

e, su quella genuflesso, stette a lungo piangendo.

Terremoto · 第 58 / 98 题