In qual modo Olimpia fosse morta.
Nè il conte Anguissola erasi male apposto: Olimpia aveva, infatti,
raggiunto il suo Pierluigi.
Come?
Nel modo più semplice.
Sfuggita alla casa de’ Tedaldi, ella contava restituirsi da Tavasca a
Castell’Arquato traversando alla bella pedona i villaggi di Budagnano,
Magnano e Diolo; ma — fatto breve corso di via — le suggerì che, se il
conte addavasi della sua fuga e si slanciava a cavallo, l’avrebbe ben
presto raggiunta. Però, oltrepassati a pena gli ultimi abitacoli del
primo di tali villaggi, si cacciò di traverso alla propria destra e
andò picchiare all’uscio di una povera casa contadinesca.
A’ villici, che, per buona sorte, trovò essere vassalli de’ Santafiora,
si dètte a credere quale un paggio del conte Sforza e, come tale, li
richiese di asciolvere e di ricovero.
E non istette guari ad avvedersi di quanto vantaggio le fosse stato
un simile spediente, imperocchè non erasi così seduta al desco, per
refocillarsi con un buon paio d’ova sbattute ed un fiaschetto di buon
Vigoleno ammanitili dalla massaia, che, dal finestruolo della casuccia,
vide passare e correr via a briglia sciolta lo stesso suo amante e
rapitore.
Per tutta la giornata, la giusta paura d’imbattersi in lui la tenne
chiovata nel tugurio di que’ buoni coloni.
Nel cuore della notte, tuttavia, si risolse a partire. Transitò
per Magnano e Diolo senza cattivi incontri ed arrivò alla rôcca dei
Santafiora che rompeva l’alba.
In quel medesimo punto ne usciva un drappello di cavalieri, alla testa
de’ quali uno a lei ben noto.
Era il suo Pierluigi, che i paterni comandi, recatigli il dì inanzi
da una staffetta, richiamavano sollecitamente a Roma, per la grossa
faccenda dell’insurrezione perugina.
Siccome procedevano al passo, ella potè seguirli rifacendo la propria
via e giungere nuovamente con essi fuori della terra murata.
Uscitane, si accostò resolutamente al Farnese, e gli si dètte a
conoscere.
Con un grido di gioia vivissima, il principe se la strinse fra le
braccia ed — ordinato ad uno de’ suoi armigeri di cederle il proprio
cavallo e di ricondursi alla rôcca, d’onde sarebbesi unito più tardi
alle genti del Trentacoste — volle che sempre gli cavalcasse al fianco
fino in vista delle porte di Roma.
A Roma, la fece scendere e pigliar stanza in una sua misteriosa
casuccia, che teneva in Ripetta, pei suoi segreti ritrovi, ed egli
s’avviò al Vaticano, per ivi apprendere dalle sacre labra paterne il
motivo del suo richiamo.
Ed ecco in quale guisa abbiamo trovato Olimpia Marazzani, in veste
maschile e sotto nome di capitano Tre-Grazie, nel campo pontificio
militante contra Perugia.
Nel suo cinismo, il Farnese non aveale taciuto la scoperta fatta da
Pellegrino di Leuthen della giovine della Staffa e lo intendimento
suo di sollecitare il comando di quella impresa guerresca, onde farla
servire alle turpi sue mire su di costei, ed Olimpia, con cinismo anche
maggiore e nel cieco aborrimento che le ispiravano il candore e la
verginità della innocente fanciulla; ne lo aveva tanto più incalorito,
col promettergli di seguirlo e di impiegare ogni suo sforzo pel
conseguimento di quel perfido scopo.
Come vi si fosse adoprata, lo abbiamo pur visto.
Trasportata ferita e fuori de’ sensi entro la casipola del chierico
perugino, il conte Giovanni Anguissola la sollevò di sua mano dalla
incomoda barella, su cui l’avevano stesa i suoi uomini, e la depose,
col massimo garbo e con tutte le maggiori cautele, sul letticciuolo,
che Bianca doveva trovare, pochi istanti dopo, chiazzato di sangue.
Fattosi apportar aqua entro il morione d’uno dei suoi, e messo in
brandelli un canevaccio, che rinvenne in un canto; il conte stava già
apparecchiato a lavare e fasciar le ferite di quella donna, che aveva
tanto amato e che forse amava tuttavia; quando i clamori sollevati
nell’accampamento papalino dalle grida di Pierluigi per la fuga di
Bianca e l’irruente calpestìo de’ cavalli, che si mettevano su le peste
di Terremoto; gli ispirarono il giusto timore di poter essere scoperto
e privato anche una volta di Olimpia, attalchè — con quel suo pronto
e repentino risolvere, ch’era una sua particolare caratteristica —
riposta la trafitta su la lettiga e fatti legare nuovamente i polsi a
Neruccio, dètte ordine alla sua scorta di seguirlo, con questo e con
quella, sino alla vicina Perugia.
Ignorava che Bartolomeo della Staffa se ne fosse già allontanato;
faceva, nel caso, assegnamento sopra di lui come mallevadore e, per
sottrarsi alle possibili indagini del Farnese, stimava ottimo consiglio
il riparare senz’altro colà.
Vi trasse, dunque, securo e — per porta Borgne, lasciata omai, al paro
delle altre, senza presidio di sorta, fra il confuso viavai di soldati
baglioneschi, che ne uscivano alla spicciolata, e di genti del contado,
che, avuto sentore della reddizione, vi rimettevano timidamente
il piede, dopo tanti giorni di paurose angoscie — potè facilmente
penetrarvi inosservato.
Suo proponimento era quello di cercar ricovero presso qualche
monistero, epperò si rivolse ad uno de’ suoi seguaci, ch’era perugino,
affine gli servisse di guida. E questi lo menò, tra quella porta e lo
Spedale del Cambio, per una viuzza rimota e diserta, presso un alto e
negro edifizio, dalle cui ampie finestre traspariva un fioco bagliore
di luce.
Era un convento di frati agostiniani.
La barbuta, che andava inanzi, bussò replicatamente alla porta maggiore.
Il frate portinaio ne schiuse lo sportellino; udì di che si trattasse;
ne riferì al padre guardiano e, poco stante, spalancata la porta,
intromise il lugubre convoglio sotto le severe chiostrate del
reclusorio.
Alla donna ferita, che l’Anguissola dichiarò essergli sorella, il
padre guardiano assegnò la sua propria cella e fece chiudere in altra
il nostro misero Neruccio, che lo stesso Anguissola designò come uno
scellerato assassino, nemico di Dio e della santa religione cattolica.
Nei conventi era abituale, di que’ tempi, l’esercizio della medicina
e della chirurgia. Fu però chiamato il frate meglio pratico in esse al
capezzale di Olimpia, che, in quel punto, era rientrata in sè stessa.
Com’egli le si curvava sopra, per esaminarne le ferite; ella — con
leggero soffio di voce — gli mormorò all’orecchio:
— Buon padre.... ditemi in pericolo anche più di quanto nol fossi....
fate di rimaner solo alcuni istanti con me.... ho gravi cose a dirvi!
Il monaco, infatti — dopo aver compiuto quelle locali ispezioni, che
la scienza gli suggeriva, ed applicata su le ferite della paziente
una larga benda imbibita di balsamici unguenti — andò a susurrare
alcune sommesse parole al padre guardiano; indi — volgendosi al conte
Anguissola, che attendeva trepidante il risultato di quella sua prima
investigazione:
— Messere — gli disse — egli è forza v’allontaniate alcun poco e
mi lasciate solo con madonna, al fine io tenti sovra di lei di un
particolare specifico mio, il solo forse abile a salvarla e che non
comporta nessuno possa frastornarmi mentre lo sto amministrando.
— Ma io — soggiunse subito il conte, cui grandemente crucciava il
pensiero di non potere assistere a quella medicazione — io non farò
atto, non muoverò verbo, che possa sturbarvi!
— Talvolta, messere — gli obiettò il frate, con piglio severo — il
dovere propone e il sentimento dispone.... come fratello, voi dovete
acerbamente penare de’ patimenti della sorella vostra e se.... diamo
l’ipotesi.... ell’avesse a soffrire anche maggiormente, e a metter
lagni strazianti e forse....
S’arrestò un momento perplesso; poi — abassando vieppiù la voce:
— Forse a soccomberne.... — continuò.
— Per la croce! — fece allora l’Anguissola — voi, dunque, credete?...
— Nulla io credo — concluse solennemente il frate — temo molto, ma e
molto spero anche e dai soccorsi dell’arte e da quelli d’Iddio!
Il guardiano con un suo cenno imperativo mozzò sul labro del conte ogni
ulteriore rimostranza e lo costrinse ad uscire secolui dalla cella,
nella quale il monaco curante rimase solo a fianco della donna affidata
alle sue cure.
Quanto intervenisse fra loro due non è ancor tempo di dirlo.
Fatto è che — in capo ad alcuni momenti, i quali parvero secoli
all’Anguissola, che, nell’ansietà dell’attesa, arpentava a passi
concitati le buie chiostrate del grande cortile — il monaco uscì
cautamente dalla cella, recando in mano la lampada che la rischiarava,
e si diresse verso lui.
— Ebbene? — gli chiese subito il conte.
— Ella dorme — gli rispose il frate — le ho amministrato il mio
specifico e confidiamo che la divina providenza dia a questo tanta
efficacia da poterla salvare.... ma, sino allo spuntare del sole,
conviene lasciarla affatto tranquilla; che nessuno l’accosti: il minimo
romore, la più lieve scossa, potrebbe riuscirle fatale e cagionarle la
morte!
— Oh, non temete!...
— Il reverendo padre guardiano ha assegnato a voi ed alle genti di
vostro seguito parte de’ letti della foresteria: ritiratevi, dunque....
ritemprate nel riposo e nel senno le vostre forze affiochite da una
dolorosa trepidazione....
— Oh, il sonno!... esso sfuggirebbe dalle mie ciglia!... piuttosto,
userò meglio del mio tempo, ingannando le mie ansie, con una visita al
prigioniero, che ho qui condotto; m’è giocoforza conferire con lui!
— Ve ne farò schiudere la cella!
Pochi istanti dopo il conte Giovanni, preceduto dal portinaio, entrava
nell’angusta cella, in cui stava chiuso il nostro Neruccio.
Là si trattenne sino al rompere del giorno.
A pena, traverso la piccola finestruola, vide il cielo illuminarsi
de’ primi e grigi barbagli dell’alba, uscì sollecito dalla cella,
lasciandola schiusa e si diresse a quella di Olimpia.
Anche di questa l’uscio era aperto.
Su la soglia tenevasi il padre guardiano con le braccia incrociate sul
petto.
Dall’interno emergeva un fioco chiarore come di molti cerei accesi.
Il conte ebbe una stretta al cuore.
Non osandolo della parola, interrogò dello sguardo il guardiano.
Questi, tacitamente del paro, gli rispose congiungendo le mani ad atto
di prece ed alzando gli occhi al cielo con un lungo sospiro.
Non c’era più dubio!
Olimpia era morta.
Nè ciò ancora bastava.
Nel punto istesso che egli, smarrito, fuori di sè per lo schianto
improviso, col cervello in fiamme, il pianto che gli faceva groppo
alla gola; mutava un passo per introdursi in quella funebre stanza, e
contemplare, per l’ultima volta, le adorate sembianze di quella donna
che lo aveva reso tanto infelice; vide uscirne una lunga fila di frati,
due de’ quali recavano su le spalle una bara tutta coperta da un ampio
drappo nero.
Quella vista gli tolse completamente l’uso della ragione.
Stese le braccia, mise un rauco grido e stramazzò a terra svenuto,
svegliando gli echi delle chiostrate col cupo tintinno della sua
pesante armatura.
Quando rinvenne, varî de’ suoi uomini d’armi, tra’ quali Neruccio, gli
stavano prestando le loro cure.
Chiese timidamente di Olimpia.
Era già sepolta.
Volle allora essere guidato nel tempio attenente al monistero e
conoscere la pietra sotto la quale giaceva la salma della sua diletta
e, su quella genuflesso, stette a lungo piangendo.