Il conte Giovanni Anguissola.
Dagli ultimi avvenimenti da noi narrati sono trascorsi tre anni.
La guerra del sale, che aveva trovato il suo inizio a Perugia, erasi
chiusa in Abruzzo.
Al paro dei perugini, nemmanco messere Ascanio Colonna da Palliano
aveva voluto assoggettarsi a prendere per le sue castella il sale da
Roma ed avendo perciò sofferto di molte rappresaglie fattegli dal Papa,
postosi con vari fanti e cavalli nella sua terra murata di Marino a
breve distanza dalla città santa, scorse più volte sino alle porte
di questa saccheggiando le fattorie e depredandole di granaglie e
bestiame, ed armato quel suo castello, che papa Rodrigo Borgia fece
costruire pel suo prediletto figliuolo, il duca Valentino, e che da
ciò prese nome di Rocca di Papa, e postosi egli stesso, nell’altro suo
castello di Genazzano; si preparò del suo meglio alle difese.
Il Pontefice, pertanto, pensò a radunare le sue genti, il cui maggior
nerbo aveva allora finito di sottomettere Perugia. Delle medesime
«era general capitano Pierluigi Farnese figliuolo di detto Papa, de
le fantarie Alessandro Vitello, de la cavallaria Giovanni Battista
Savelli, et maestro di campo Alessandro Terni». Seguiva lo esercito
quale legato ad latere il cardinal Giudiccione, i cui rapporti
cotidiani su quella guerra si trovano nei cartolari dello Archivio di
Stato Parmense.
Chi ne brami più particolareggiati ragguagli vada lassù a compulsarli.
Noi saremo brevissimi, poichè l’onda degli avvenimenti c’incalza.
Portatosi lo esercito pontificio a Rocca di Papa, si cominciò con le
artiglierie a battere quel forte, che era stato rifabricato da messere
Ascanio, dopo la guerra sofferta da Clemente VII, e veniva soccorso
dal conte di Tagliacozzo che vi si teneva dentro di presidio e da
settecento pedoni speditivi da Genazzano per distornare l’impresa. Ma
questi, imbattutisi presso il monte Cambriti con Alessandro Vitelli
e col medesimo Pierluigi e venuti con quest’essi alle mani, s’ebbero
la peggio e dovettero raccomandare la pelle alle gambe; mentre il
Bombaglino risanato dalle fratture riportate all’osteria della Magione,
fatte porre le scale a quella fortezza, vi entrò vittorioso.
Quindi proseguendosi la guerra «il Papa — come dice il cronista — fra
il termine di quattro mesi tolse tutto lo Stato ad Ascanio Colonna»
cioè: Palliano, Ceciliano, Ruviano, ed ogni altro castello da lui
posseduto su quello della Chiesa.
Compiuto l’uficio loro, le soldatesche si ritirarono a’ quartieri o,
meglio, si sciolsero per la massima parte, sul cominciar di febraio
1541, come appare da un foglio in cui si legge: «_Ill. D. Alexandro
Vitello Die XIII Aprilis_ 1541 _mandatum Cameræ pro primo quarterio
incepto Kalendis februarii juxta declarationem Illustrissimi et
Excellentissimi Ducis Casten. Duc._ 750».
Naturalmente la Camera Apostolica conosceva troppo bene le ladre
consuetudini di messere Alessandro, per essere sì grulla da sborsargli
750 ducati prima che avesse adempiuto interamente al dover suo.
Tra’ capitani, che — secondo i patti della capitolazione di Castel
Torsciano — aveano seguito il Farnese in Abruzzo contavasi il
personaggio da noi designato sinora col semplice nome di Cavalier Nero.
Prima di più oltre procedere è necessario diciamo chi veramente egli
fosse.
Non sarà caduta di memoria al lettore, la narrazione, da noi fatta, sin
dal principio di questa nostra istoria, di un truce caso di sangue,
onde era stata teatro, vari anni prima, l’abazia di San Savino nel
Valnurese.
L’abate — un conte Giambattista Marazzani, presso del quale viveva,
col titolo di nepote, ma diversamente reputata dallo universale,
quella feroce Olimpia che vedemmo prima in Castell’Arquato, presso i
Santafiora, quindi, in campo sotto Perugia, in abito virile e col nome
di capitano Tre-Grazie — l’abate era stato proditoriamente ucciso di
pugnale da Giovanni Anguissola amante di costei.
Figlio legittimo al conte Jacopo Anguissola, signore di Riva, di
Carmiano, del Ponte d’Albarola, di Spettine e d’altri luoghi molti nel
piacentino, e figlio adottivo al proprio avo materno Lazzaro Tedeschi,
conte di Corano e Vairasco in Valtidone; cognato al principe Luigi
Gonzaga di Castiglione delle Stiviere e di Castel Goffredo; conte
egli stesso di Grazzano, cavaliere aurato, cesareo senator di Milano;
Giovanni Anguissola poteva di buon dritto annoverarsi tra la più alta e
ragguardevole aristocrazia piacentina.
Il suo amore intenso, dissennato, furioso per Olimpia Marazzani lo
aveva quasi perduto, dappoichè egli ed il Cavalier Nero non fossero chè
una sola ed unica persona.
Abbiamo visto in qual modo, non trovando più la sua diletta appo il
supposto zio di San Savino, avesse tratto orrenda vendetta di costui,
trucidandolo; abbiamo visto in qual modo e per quale concorso di strane
circostanze fosse riuscito a impadronirsi di lei, strappandola dalle
braccia di Pierluigi Farnese e dal castello dei conti di Santafiora;
abbiamo visto finalmente, per quali altre fortuite accidentalità,
Olimpia ferita e moribonda forse cadesse di bel nuovo in sue mani sotto
le mura di Perugia; ma ignoriamo tutto quanto doveva essere intervenuto
fra eglino due nel lungo intervallo corso dal primo al secondo
rapimento.
Come dicemmo nella seconda parte di questa storia — lasciati a Vigolo
de’ Marchesi in riva alla Chiavenna, Bianca della Staffa ed il suo fido
Terremoto, il Cavalier Nero — che, d’ora in poi, chiameremo sempre
col suo vero nome di Giovanni Anguissola — si gittò, con in braccio
la sua Olimpia, traverso le agate del Rimore e le madrepore, onde sono
cosparsi i pressi della Chiavenna e del Chero, e galoppò diviato sino
al villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad una delle case dei marchesi
Tedaldi.
Olimpia era sempre svenuta.
Quando, sul fare del giorno, recuperò i sensi, ella si vide stesa su
di un candido letto entro una piccola stanza riccamente adobbata, dalle
cui imposte socchiuse il sole cominciava a saettare i suoi primi raggi.
Volse attorno uno sguardo indagatore, non sbigottito, e scorse al
proprio fianco un uomo inginocchiato sul soppidiano, che la stava
contemplando, con una specie d’estasi, aspettandone ansioso il
risveglio.
Era l’Anguissola.
La giovine donna, senza nessun riguardo pel proprio pudore, si drizzò
a sedere sul letto e fulminandolo di uno sguardo tra l’ironia ed il
disdegno.
— Che fai tu qui? — gli chiese — perchè mi hai tu rubato alla casa
ospitale dei Santafiora ed all’amore senza pari del mio Pierluigi?...
C’era tanta sfacciata inverecondia in simili parole ed un sì
schiaffeggiante sarcasmo, che l’Anguissola comprimendosi il cuore
affine non gli scoppiasse, dovette levarsi in piedi di scatto quasichè,
ginocchione, non potesse sostenere tutto il peso di quell’oltraggio
schiacciante.
Per formarsi uno esatto criterio di quanto il giovine gentiluomo
dovesse soffrire in quell’orribile momento è mestieri considerare
ch’egli amava ed aveva sempre amato la donna, cui stava genuflesso
dinanzi, con una passione timida insieme e sfrenata, rispettosa insieme
e concupiscente, strana miscela di spiritualismo e sensualità.
Più volte — ne’ brevi e fugaci istanti, in cui erasi trovato solo con
lei, alla commenda di San Savino — aveva tentato stringersela fra le
braccia e strapparle quelle supreme prove d’amore, ch’ella, col fuoco
dei suoi sguardi, con la lascivia dei suoi discorsi e delle sue pose,
sembrava impromettergli; ma sempre, ed una specie d’instintiva ed
invincibile ritrosia della stessa fanciulla e, più di tutto, l’arguta
vigilanza dell’abate, glie ne avevano tolto ogni mezzo.
Abbiamo pur detto che, comunque già affatto pervertita e corrotta,
quando soggiacque alla lussuria del Farnese, Olimpia non era per anco
materialmente caduta. Ciò doveasi appunto alla sorta d’isolamento in
cui ell’era sino allora vissuta presso l’abate di San Savino ed alla
sorta di misteriosa repugnanza, che le ispirava l’uomo, a cui aveva
concesso più che amore, amicizia.
Per una inesplicabile contradizione, ella sentivasi a un tempo istessa,
attratta e respinta dall’Anguissola; le pareva di amarlo contro il
proprio medesimo genio; contorcevasi in una mal definita lotta contro
sè stessa; epperò, a momenti, cedendo alla imperiosità de’ propri
istinti, era in sul punto di darglisi in braccio senza nessun riserbo;
subito dopo, invece, quella arcana repulsione la sopravinceva e, nel
contrasto, parevale che l’amore nodrito per lui le si rimutasse in
altrettanto odio.
Tale continua oscitanza e di affetti e di contegno riverberavasi
naturalmente su lo spirito dell’Anguissola, il quale, mal sapendo
farsene una accettabile ragione, barellava incessantemente a sua volta
fra la certezza di essere e il dubio di non essere riamato e provava
per la sua tormentatrice, un attaccamento misto di dispetto, una
tenerezza mista di paura, che lo traeva alla disperazione.
Lontano da lei, il suo amor proprio ferito gli suggeriva mille
propositi di rappresaglia e di vendetta: l’avrebbe posseduta,
contaminata, poi sdegnosamente reietta, offrendola ludibrio
alla publica improbazione: ma, vicino, il suo amore gli assopiva
nel cervello e nel cuore i malvagi progetti ed altri non sapeva
consigliargliene che di affettuosa sollecitudine e d’umile reverenza.
Al paro di Pierluigi Farnese, egli subiva lo irresistibile fascino di
quella donna fatata.
Quando ella gli parlò nel modo ingiurioso che abbiamo detto, egli,
per conseguenza, si sentì risvegliare in cuore tutti i suoi più atroci
divisamenti e, ghermendola per un braccio:
— Bada, Olimpia — le disse — che noi qui siamo soli e che io posso
fare a mia posta di te!... è ormai da troppo lunga pezza che ti prendi
giuoco dell’amore che io ti porto: sinchè la ho stimata verecondia e
castimonia di onorata fanciulla, io ho saputo impor freno al foco che
mi divora; ho saputo farti olocausto de’ miei impeti più irresistibili
e rispettarti sempre; ma oggi che, alla tua ritrosia, aggiugni il
dispregio e l’insulto, o vivaddio, non ho più nulla che mi trattenga:
oggi sarai mia ad ogni costo!
Olimpia lo ascoltò senza scomporsi, quindi, scoppiando in una cinica
risata!
— Ah! ah! — gli rispose — tu la pigli in cotesto tono tutt’altro che
da paladino?... ma, Giovanni mio caro, e perchè strapazzare così la tua
Olimpiuccia, che t’ha sempre voluto un bene dell’anima?... ti piace che
io mi stia teco?... e ci starò; non iscaldarti il sangue per questo!...
oh, non è già mio intendimento il tener teco il broncio e fare la
bocca brincia, perchè m’hai tolto a Castell’Arquato e al pazzo umore di
monsignor duca di Castro!... t’ho detto che colassù ci stavo oppipare,
ed è verità genuina, vangelio; ma poi.... sai come son fatta io!....
l’aqua di Lete è sempre a mio servigio.... non c’è che di te cattivo,
che mai ho potuto dimenticarmi!
E gli gittò languidamente le braccia intorno al collo e lo baciò su la
bocca.
Tutto lo sdegno dell’Anguissola sbollì, svaporò, come per incanto, al
suono di quelle affettuose parole al contatto di quell’amplesso, allo
scoccar di quel bacio; egli era già più che conquiso.
Nello slancio della sua gioia, fece egli pure per abbracciarla e
stringersela al seno.
Ma ella — respingendolo dolcemente e sorridendogli di un procace
sorriso:
— No, no, Giovanni — gli disse in tono di preghiera — lasciami cheta
per ora.... le emozioni di questa notte d’inferno mi hanno stanca,
spossata: ho bisogno di un po’ di riposo.... voglio dormire!
E, nel dir ciò, si ricacciava stesa sul letto e adagiava il capo su
i guanciali, con quella grazia felina tutta propria alle movenze de’
gatti.
Il conte, sedotto, ammaliato, richiamato da quell’amorevole contegno,
a’ suoi sentimenti di tenerezza e di ossequio, non seppe più far altro
chè sfiorarle le guance con le labra e ritirarsi in silenzio.
Un desiderio di quella donna era per lui una legge.
Sola a pena, Olimpia balzò giù dal suo giaciglio; si rivestì in fretta
in fretta; corse alla finestra, la aperse con cautela e guardò per ogni
intorno.
Le campagne s’irradiavano allora de’ primi chiarori dell’alba;
Era in quell’ora, che più grave il sonno
Pur de gl’infermi a l’egro ciglio incumbe
Una breve di pace ora fuggente
tutto dormiva: i grilli e le cicale soltanto rompevano l’alto silenzio,
che precede il risvegliarsi della natura.
La giovine donna — senza più oltre sprecare il proprio tempo in
vani e perigliosi indugi — si dètte a rovistare affrettatamente
ogni ripostiglio della sua stanzetta da letto. Ad una delle pareti,
addossavasi un largo stipo di rovere intagliato, sostenuto da quattro
zampe di bronzo. Lo schiuse. Conteneva oggetti di vestiario maschile:
camiciuole, brache, giustacuori, farsetti: era il guardaroba della
paggieria de’ marchesi Tedaldi. Olimpia scelse i capi che le parvero
attagliarsi meglio alla sua persona e, spogliatasi di bel nuovo,
li indossò sollecitamente. Tolse, quindi, le lenzuola dal letto; le
congiunse insieme con un solido groppo; annodò un capo al serrame della
finestra; poscia — con l’agilità di un leopardo — sgattaiolò lungo
il muro della casa, toccò terra e si slanciò di gran corsa traverso i
campi.
Quando, alcune ore dopo, Giovanni Anguissola andò a picchiare
pianamente all’uscio di quella stanzetta e — non udendosi rispondere —
vi penetrò cauto e guardingo; la trovò completamente diserta.
Le spoglie feminili giacenti sul pavimento; le vesti mancanti al
guardarobe, le lenzuola penzolanti dalla finestra gli rivelarono chiaro
quanto era avvenuto.
Con le sue ipocrite blandizie, la perfida donna non aveva mirato che ad
allontanarlo e sfuggirgli.
A tale scoperta, un singulto di pianto rabbioso gli eruppe dal cuore;
un denso velo gli offuscò la vista; brancolò intorno intorno quasi
stesse per traboccare a terra e non fu che soffolcendosi delle mani al
davanzale della finestra che potè reggersi in equilibrio.
Per quel sentimento di rivalità che scatta spontaneo dalla gelosia,
tutta la sua collera concentravasi su la persona di Pierluigi Farnese.
Sino a quel giorno, se qualche volta aveva dato sfogo al suo legittimo
maltalento, egli era stato soltanto contro della sua donna, lo
instabile umore e le improvise reluttanze della quale lo irritavano
in sommo grado. Ma le sue bizze avevano sempre durato quanto fuochi
di paglia, sì perchè intensamente l’amava; sì perchè ne attribuiva il
variabile contegno a sola bizzarria di feminile capriccio. Ma adesso
non più; adesso sapeva, e in modo indubitabile, poichè ella medesima
glie lo avesse dichiarato, che un altro glie ne rapiva il cuore, che un
altro gli era preferito, e quest’altro era monsignor duca di Castro.
Da quel momento, tutto il suo odio ripiegavasi contro di lui.
Livido in faccia per le atroci smanie che lo straziavano; con gli
occhi terribilmente fisi nello spazio, quasi volesse dar loro potenza
di attingere la mèta dell’odio suo; coi capelli irti e rabuffati; il
conte Giovanni Anguissola stese la mano fuori della finestra, ed,
agitandosi in atto di tremenda minaccia, sciolse un duplice voto;
quello di recuperare Olimpia a ogni costo e di non usarle più nessuna
misericordia: quello di vendicarsi di Pierluigi Farnese.
Già, dal momento in cui aveva consumato l’eccidio dello abate
commendatizio di San Savino, non s’era più dato un momento di pace.
Frugando e rifrugando per tutte le castella del piacentino, era giunto
a risapere, per mezzo di spie, che la sua Olimpia trovavasi ricovrata
presso i conti di Santafiora. A un Tedaldi, suo intimo, aveva chiesto a
prestanza la costui casa di Tavasca, in quel torno affatto deserta. Con
fino avvedimento, erasi proposto di trar partito delle cerimonie, che
si solennizzavano in Castell’Arquato per gli sponsali di Sforza Sforza
con Luisa Pallavicino, affine di riaccostarsi alla sua diletta. Tutto
eragli riuscito nel modo quasi miracoloso, che sappiamo; ed ora tutto
era nuovamente a rifarsi.
Scese quindi nel cortile; svegliò l’unico valletto, che lo avesse
seguito in quel luogo; gli fece rinsellare il cavallo; montò in arcioni
e partì.
Per quanto perlustrasse i dintorni, di Olimpia non gli fu dato
rinvenire la menoma traccia. Anzi, dalle medesime spie, che le avevano
già servito, imparò da lì a poco come, a Castell’Arquato, ella non si
fosse punto rivista e come anche lo stesso Farnese se se ne fosse ito.
Subitaneo e fermo sempre nelle sue resoluzioni, egli pensò allora
ch’ella dovesse trovarsi dove colui si trovasse e fermò di mettersi in
cerca di lui.
Da Fiorenzuola si recò prima a Roma, e, da Roma, lo seguì a Perugia.
Il rimanente ci è noto.