Una disumazione.
Quale accade soventi ne’ primi istanti che susseguono a grave sciagura,
il conte Anguissola, lasciando il convento degli agostiniani, non
provava più nessuno degli antichi suoi sentimenti: tutto raccolto
nel dolore atroce della perdita di Olimpia, persino l’odio, che avea
giurato al Farnese, eragli interamente caduto dal core. E siccome
non aveva accettato il patto impostogli a Castel Torsciano suo primo
intendimento diveniva quello di eluderlo, senza tuttavia mancare alle
leggi dell’onore, e di ritornarsene in patria.
A tal fine, si abboccò con Alessandro Vitelli, sotto i cui ordini erano
stati posti gli uomini di Ascanio della Corgna e di Andrea d’Arezzo e,
mercè lo sborso di un centinaio di ducati, potè facilmente ottenere da
lui di essere sciolto dallo assunto impegno.
Stava, quindi, per abbandonare Perugia, pigliando le vie di Firenze
e di Bologna, affine di restituirsi al suo castello di Grazzano
nel piacentino; quando un caso altrettanto strano che inaspettato,
mutò affatto ordine alle sue idee e gli fece renunciare ad un tale
divisamento.
Trovavasi un mattino insieme al nostro Neruccio, in piazza di
Sopramuro, per la quale doveva transitare il signor duca di Castro, co’
suoi capitani e architetti, onde recarsi ad ispezionare i luoghi, su
cui gettare le fondamenta della nuova fortezza.
Veniva questi inanzi a lungo seguito di ufficiali delle sue truppe
e di maggiorenti della città e fiancheggiato, a destra, da monsignor
Bernardino dalla Barba, ed, a sinistra, da una carrozza a quattro ruote
tirata da due magnifici cavalli.
Al momento istesso, in cui la splendida cavalcata sfilava di fronte al
conte Anguissola, una persona, che tenevasi chiusa entro la carrozza,
sporse rapido il capo dallo sportello e subito lo ritrasse; ma non così
sollecitamente che quello non avesse agio di contemplarne le sembianze
e di emettere un alto grido.
In quelle sembianze aveva creduto riconoscere Olimpia.
Nel primo ed immenso suo stupore, il conte stese inanzi le braccia e
tentò muovere un passo per seguire il veicolo; ma, da un lato, glielo
impedì la folla stipata di popolo, che gli faceva argine: dall’altra,
la carrozza che erasi immediatamente richiusa e si slontanava veloce.
Affrettiamoci ad avvertire il lettore che, tra il conte Giovanni
Anguissola e il nostro Neruccio Nerucci, era corso patto di calda e
leale amicizia.
Simile trasformazione ne’ sentimenti del conte, riguardo al giovine
capolancia, dovevasi al colloquio avuto tra loro nel chiostro degli
agostiniani, mentre Olimpia stava agonizzando.
Interrogato su le ragioni che lo avevano spinto ad infierire contro
costei, Neruccio espose candidamente i varî casi della propria vita: il
suo intenso amore per Bianca della Staffa; il suo odio ed il perchè del
suo odio contro Pierluigi Farnese.
Tanto bastò perchè l’Anguissola si sentisse attratto verso di
lui da vivissima simpatia; gli chiedesse perdono dell’inflittigli
maltrattamenti, lo sciogliesse di prigione e gli si profferisse amico e
parziale per tutta la vita.
Fu dunque allo stesso Neruccio, che egli espresse i suoi dubi circa la
misteriosa ed inesplicabile apparizione che, in quel punto, lo aveva sì
profondamente commosso.
Cosa pensarne?
Neruccio stette un momento in forse: quindi esclamò:
— Badate, messere, che si dànno à questo mondo delle assai meravigliose
somiglianze.... non vi scaldate troppo la fantasia per ciò!...
considerate, d’altronde, che se colei, che avete mo’ mo’ travista,
fosse la vostra donna Olimpia de’ Marazzani, ella non potrebbe essere,
in pari tempo, sepolta nella chiesa del monistero.
Simili parole furono per l’Anguissola come una rivelazione.
— Sepolta? — diss’egli, quasi ragionando fra sè — e se la non
ci fosse?... perchè, infatti, quella sollecitudine estrema di
allontanarmi?... come può darsi ella non abbia un attimo solo
recuperato gli spiriti ed, in quello, espresso il desiderio di
rivedermi e parlarmi?... e per qual motivo si sono affrettati così a
porla nel sepolcro che, quando a mia volta sono rinsensato, ella fosse
già seppellita?... quà sotto, messer Neruccio, vi ha un mistero senza
dubio ed io vuo’ penetrarlo a ogni costo: mi aiuterete voi?
— Sono a servigi vostri per cotesto come per tutto.
— Ebbene: per questa sera, è uopo raggranellare gli stessi uomini,
ch’erano seconoi l’altra notte: nessun di loro ha lasciato ancora
Perugia, dovendo tutti partirne insieme a monsignor Pierluigi.... non
ci tornerà faticoso il raccapezzarli.
— Mi pongo subito all’opera.
— Ed io fo il medesimo dal canto mio.... a questa sera.
— Dove?
— Alla taverna del _Re Osco_, in cui siamo albergati.
— A questa sera, dunque!
E si separarono, pigliando ciascuno per due vie diverse.
Nel cuore della notte — mentre la città era quasi affatto diserta —
una schiera d’armati avvicinavasi pianamente allo Spedale del Cambio
e picchiava a più riprese su la porta di quel medesimo convento, che
poche notti prima aveva dato asilo e tomba ad Olimpia de’ Marazzani.
Comunque il mese di giugno toccasse omai la metà del suo corso e
facesse però un caldo soffocante; que’ uomini erano tutti ravviluppati
in ampli ferraiuoli, come nello stridore del verno, e da certe punte,
che uscivan loro disotto gli estremi lembi di questi, sarebbersi detti
in moto, non per visitare un sacro recinto di preghiera e di pace, ma
per attaccare e pigliar di assalto qualche formidabile fortilizio.
A’ loro colpi, il portinaio si affacciò allo sportello.
Il capo della schiera declinò il proprio nome, espresse il motivo che
lo adduceva e chiese del padre guardiano.
Poco stante la porta girò su i suoi cardini e gli armigeri penetrarono
nel cortile.
La porta si richiuse.
Il padre guardiano era alla loro presenza.
— Che volete da me? — domandò egli al loro duce.
— Padre — gli rispose costui, in atto umile e reverente — con questo
picciol novero di seguaci, io sto sul punto di recarmi su le galee di
Sua Maestà Cattolica l’imperatore di Lamagna, per combattere contro
le ladre bulime del Barbarossa, che infestano le coste italiane di
Calabria e di Puglia; ma, prima di partire, io e questi miei fidi
intendiamo sciorre un voto solenne su la funebre pietra che cuopre
la infelice spirata non ha guari in questa vostra casa ed offrire un
ultimo tributo alla sua memoria.... compiacetevi, dunque, o padre, di
guidarci alla tomba, che chiude le spoglie mortali di donna Olimpia de’
Marazzani!
Inutile il soggiungere che chi aveva parlato in tal guisa era il conte
Giovanni Anguissola.
Ma alle sue parole, il guardiano rimase un momento interdetto, come non
sapesse cosa rispondere e stesse mendicando pretesti.
— Ebbene — soggiunse, con qualche vivezza, il conte, dopo una breve
pausa — voi non ci rispondete?... è forse contrario alle discipline
della regola vostra quanto noi sollecitiamo dalla vostra cortesia?
— Oh, no, di certo — s’intromise a dire Neruccio, che, per aver
vissuto parecchi anni al fianco del misero suo zio, vescovo di Fano,
s’intendeva assai bene di faccende chiesastiche e di consuetudini
monacali — conosco gli statuti dell’ordine e nulla può vietarlo al
reverendo padre guardiano di questa pia comunità!...
— E dunque? — fece impazientemente l’Anguissola.
— Dunque — conchiuse il frate, cui le dichiarazioni di Neruccio
mozzavano i sotterfugi a fior di labra — sono pronto a compiacervi.
E — fattosi rimettere la lanterna dal portinaio — accennò
all’Anguissola di tenergli dietro e mosse verso la chiesa.
Ivi, indicò al conte una delle grandi pietre funerarie che cuoprivano
gli avelli, dicendogli semplicemente:
— È qui.
Pronunziati a pena tali due monosillabi, uno strano movimento si operò
nei seguaci dell’Anguissola. Due rinchiusero tosto l’usciolino della
piccola porta, per la quale erano tutti penetrati nel tempio, e vi si
collocarono contro come in sentinella; altri due si posero a’ fianchi
del padre guardiano, fissandolo in faccia con minaccioso cipiglio,
mentre un terzo gli toglieva la lanterna di mano; e i rimanenti
— lasciato cadere il ferraiuolo, e mettendo così in mostra i poco
promettenti arnesi, ond’erano armati: leve di ferro, marre e piccozze —
si avvicinarono alla lapide mortuaria.
Il frate comprese subito di che si trattasse e, levando alto le
braccia, con un grido di orrore, volle slanciarsi inanzi, per impedire
la nefanda profanazione; ma uno de’ suoi due custodi lo azzannò
violentemente per l’omero e, forzandolo a rimanersene cheto:
— È inutile, padre — gli disse — quel che vogliam fare lo faremo a ogni
modo, strepitiate o non strepitiate: meglio dunque, e per voi e per noi
che vi teniate tranquillo!
— Ma è un sacrilegio! — strillò il guardiano, tentando sciorsi dalla
stretta brutale.
— Non ci pensate, padre — gli rispose l’armigero, ghignandogli sotto il
naso — lo piglieremo su la coscienza nostra e ce ne faremo assolvere da
Sua Beatitudine in persona nell’occorrenza del primo anno santo!
Dietro gli ordini del loro duce e del suo amico Neruccio, gli altri
uomini d’arme avevano frattanto già compiuto il còmpito loro. Lavorando
in molti, ad un tempo, con le leve, i picconi e l’arco dell’osso,
erano giunti a scassinare e rimuovere la funebre pietra, scoperchiando
così la tomba sottostante, dalla cui apertura un lezzo nauseabondo di
putredine invase tutte le navate del sacro recinto.
L’Anguissola non attese altro: prese in mano la lanterna, e d’un balzo,
saltò in fondo alla orribile fossa.
Così la chiesa si trovò di bel nuovo immersa completamente nel buio
e, a chi vi avesse potuto spinger entro uno sguardo, ben strano e
pauroso sarebbe apparso lo spettacolo di quelle ombre mobili a pena e
susurranti intorno all’orifizio di quel fetido cavo, da cui usciva,
come vapore luminoso, un debole sprazzo di luce rossastra, che ne
schiarava fantasticamente i ceffi arcigni e malaugurosi.
Alcune parole profferite dall’Anguissola, mentre rovistava tra i
putridi resti e le ossa umane disseminati pel colombario, avertì
Neruccio che il suo novello amico er’approdato a buon fine con la sua
temeraria incursione nel regno de’ morti.
— Non m’ero ingannato! — aveva egli detto.
E, subito dopo, facendo forza del braccio su l’orlo della sepoltura,
ne usciva sollecito, impartendo l’ordine a’ suoi uomini di ricuoprirla
immediatamente.
Mentre questi obbedivano; egli si avvicinò al padre guardiano, e,
rimettendogli in pugno la lanterna:
— Padre — gli disse, con un ghigno angoscioso — Dio vel perdoni, ma voi
mi avete detto menzogna!
— Quale? — balbettò il monaco, abbassando gli occhi, sotto lo sguardo
di fuoco del suo accusatore.
— Quella che mi annunziava la morte di donna Olimpia Marazzani.
— Io non vi ho mai detto fosse avvenuta.
— Ma quella bara?
— Era vuota.
— E donna Olimpia?...
— Altro non posso soggiungere; me lo vieta il segreto della confessione!
— E sia — fece alteramente il conte — oramai mi è noto quanto
m’importava sapere.
E uscì dalla chiesa e dal convento, sempre seguito da’ suoi.
Non sarà d’uopo al lettore di sagacissimo acume per indovinare a che si
dovesse la menzogna del padre guardiano.
Olimpia aveva detto al frate curante com’ella appartenesse a monsignor
Pierluigi Farnese, capitan generale e gonfaloniere di Santa Madre
Chiesa e fattagli preghiera d’essere a questi restituita, sottraendola
possibilmente per sempre al suo rapitore, ma nel segreto e senza che il
medesimo potesse averne nocumento o fastidio.
La simulazione del suo decesso fu l’unico spediente, che il frate
medico giudicasse idoneo a prendere, come si suol dire, due colombi a
un baccello.
Ne conferì col guardiano, cui nulla di meglio potevasi offrire
della propizia opportunità di rendere segnalato servigio allo stesso
figliuolo del Santo Padre e — mentre il conte trattenevasi in colloquio
col nostro Neruccio — tra eglino due e la stessa Olimpia venne
concertata la comedia che il più de’ monaci recitarono in buona fede,
senza nemmanco sapere si trattasse di un gioco.
Al momento istesso, in cui Pierluigi, ceduto il governo a Monsignor
Bernardino della Barba, disponevasi a lasciar Perugia, per far ritorno
a Roma e, di là, recarsi in Abruzzo contro i ribelli Colonna; il suo
segretario Apollonio Filareto gli andò ad annunziare ed introdusse
alla sua presenza due gentiluomini stranieri, che domandavano conferire
secolui.
Erano due giovani alti, bruni, un po’ somiglianti tra loro, comunque
l’uno paresse di alquanto più attempato dell’altro, e vestiti
nell’elegante e sfarzoso costume de’ cavalieri spagnuoli dell’epoca:
tocco piumato in capo; giustacuore di raso, con maniche a gozzi e
sparati; ampie brache a liste ed a sbuffi, allacciate poco al di sotto
dell’inguine su fini calzoni di serica maglia; breve mantelletto di
velluto bordato d’oro e ad alto collare trattenuto da un aureo cordone
e da borchie cesellate infisse agli spallacci; lunga e sottile spada al
fianco destro ed, al sinistro, pendenti dalla cintola, il borsacchino a
nappe e ricami e la misericordia.
Posto piede nella maggior sala del palazzo del Priorato, dove risiedeva
sempre il Farnese, costoro gli si inchinarono nobilmente, senza torsi
di capo il berretto, secondo la costumanza spagnuola ed attesero in
silenzio ch’egli si degnasse interrogarli.
— Chi siete? cosa volete? — li richiese egli, infatti, dopo averli
squadrati a lungo d’alto in basso, con aria di palese diffidenza.
— Quanto a me — rispose il più attempato — sono Giovanni Anguissola,
piacentino, conte di Grazzano, cavaliere dello speron d’oro e senatore
milanese: l’amico mio è don Giovanni Osca da Valenza, gentiluomo
spagnuolo.
— Di che mi richiedete?
— Dell’alto onore di militare sotto gli ordini vostri, in servizio del
Sommo Pontefice e di Santa Madre Chiesa.
— E null’altro?
— Null’altro!
— Sarete sodisfatti.
Da quel giorno, Giovanni Anguissola — nel quale non era più possibile
che il Farnese riconoscesse il Cavalier Nero, perchè spoglio della sua
bruna armatura — ed il valenziano Giovanni Osca — nel quale il lettore
avrà, per contro, facilmente ravvisato il nostro Neruccio Nerucci —
furono ammessi a far parte di quello esercito pontificio, che poi —
come abbiamo già detto — menò a buon fine la guerra del sale contro
Fabio ed Ascanio Colonna.
Ad assumere il falso nome di Giovanni Osca, Neruccio era stato spinto
dallo stesso Anguissola, il quale gli aveva giudiziosamente fatto
avvertire che se mai, per mala sorte, dovesse il Farnese aver vento de’
suoi legami di parentela col misero vescovo di Fano poteva prenderlo in
diffidenza e avversione e macchinargli contro qualche tiro malvagio.