CAPITOLO XXXVIII.

Una disumazione.

Quale accade soventi ne’ primi istanti che susseguono a grave sciagura,

il conte Anguissola, lasciando il convento degli agostiniani, non

provava più nessuno degli antichi suoi sentimenti: tutto raccolto

nel dolore atroce della perdita di Olimpia, persino l’odio, che avea

giurato al Farnese, eragli interamente caduto dal core. E siccome

non aveva accettato il patto impostogli a Castel Torsciano suo primo

intendimento diveniva quello di eluderlo, senza tuttavia mancare alle

leggi dell’onore, e di ritornarsene in patria.

A tal fine, si abboccò con Alessandro Vitelli, sotto i cui ordini erano

stati posti gli uomini di Ascanio della Corgna e di Andrea d’Arezzo e,

mercè lo sborso di un centinaio di ducati, potè facilmente ottenere da

lui di essere sciolto dallo assunto impegno.

Stava, quindi, per abbandonare Perugia, pigliando le vie di Firenze

e di Bologna, affine di restituirsi al suo castello di Grazzano

nel piacentino; quando un caso altrettanto strano che inaspettato,

mutò affatto ordine alle sue idee e gli fece renunciare ad un tale

divisamento.

Trovavasi un mattino insieme al nostro Neruccio, in piazza di

Sopramuro, per la quale doveva transitare il signor duca di Castro, co’

suoi capitani e architetti, onde recarsi ad ispezionare i luoghi, su

cui gettare le fondamenta della nuova fortezza.

Veniva questi inanzi a lungo seguito di ufficiali delle sue truppe

e di maggiorenti della città e fiancheggiato, a destra, da monsignor

Bernardino dalla Barba, ed, a sinistra, da una carrozza a quattro ruote

tirata da due magnifici cavalli.

Al momento istesso, in cui la splendida cavalcata sfilava di fronte al

conte Anguissola, una persona, che tenevasi chiusa entro la carrozza,

sporse rapido il capo dallo sportello e subito lo ritrasse; ma non così

sollecitamente che quello non avesse agio di contemplarne le sembianze

e di emettere un alto grido.

In quelle sembianze aveva creduto riconoscere Olimpia.

Nel primo ed immenso suo stupore, il conte stese inanzi le braccia e

tentò muovere un passo per seguire il veicolo; ma, da un lato, glielo

impedì la folla stipata di popolo, che gli faceva argine: dall’altra,

la carrozza che erasi immediatamente richiusa e si slontanava veloce.

Affrettiamoci ad avvertire il lettore che, tra il conte Giovanni

Anguissola e il nostro Neruccio Nerucci, era corso patto di calda e

leale amicizia.

Simile trasformazione ne’ sentimenti del conte, riguardo al giovine

capolancia, dovevasi al colloquio avuto tra loro nel chiostro degli

agostiniani, mentre Olimpia stava agonizzando.

Interrogato su le ragioni che lo avevano spinto ad infierire contro

costei, Neruccio espose candidamente i varî casi della propria vita: il

suo intenso amore per Bianca della Staffa; il suo odio ed il perchè del

suo odio contro Pierluigi Farnese.

Tanto bastò perchè l’Anguissola si sentisse attratto verso di

lui da vivissima simpatia; gli chiedesse perdono dell’inflittigli

maltrattamenti, lo sciogliesse di prigione e gli si profferisse amico e

parziale per tutta la vita.

Fu dunque allo stesso Neruccio, che egli espresse i suoi dubi circa la

misteriosa ed inesplicabile apparizione che, in quel punto, lo aveva sì

profondamente commosso.

Cosa pensarne?

Neruccio stette un momento in forse: quindi esclamò:

— Badate, messere, che si dànno à questo mondo delle assai meravigliose

somiglianze.... non vi scaldate troppo la fantasia per ciò!...

considerate, d’altronde, che se colei, che avete mo’ mo’ travista,

fosse la vostra donna Olimpia de’ Marazzani, ella non potrebbe essere,

in pari tempo, sepolta nella chiesa del monistero.

Simili parole furono per l’Anguissola come una rivelazione.

— Sepolta? — diss’egli, quasi ragionando fra sè — e se la non

ci fosse?... perchè, infatti, quella sollecitudine estrema di

allontanarmi?... come può darsi ella non abbia un attimo solo

recuperato gli spiriti ed, in quello, espresso il desiderio di

rivedermi e parlarmi?... e per qual motivo si sono affrettati così a

porla nel sepolcro che, quando a mia volta sono rinsensato, ella fosse

già seppellita?... quà sotto, messer Neruccio, vi ha un mistero senza

dubio ed io vuo’ penetrarlo a ogni costo: mi aiuterete voi?

— Sono a servigi vostri per cotesto come per tutto.

— Ebbene: per questa sera, è uopo raggranellare gli stessi uomini,

ch’erano seconoi l’altra notte: nessun di loro ha lasciato ancora

Perugia, dovendo tutti partirne insieme a monsignor Pierluigi.... non

ci tornerà faticoso il raccapezzarli.

— Mi pongo subito all’opera.

— Ed io fo il medesimo dal canto mio.... a questa sera.

— Dove?

— Alla taverna del _Re Osco_, in cui siamo albergati.

— A questa sera, dunque!

E si separarono, pigliando ciascuno per due vie diverse.

Nel cuore della notte — mentre la città era quasi affatto diserta —

una schiera d’armati avvicinavasi pianamente allo Spedale del Cambio

e picchiava a più riprese su la porta di quel medesimo convento, che

poche notti prima aveva dato asilo e tomba ad Olimpia de’ Marazzani.

Comunque il mese di giugno toccasse omai la metà del suo corso e

facesse però un caldo soffocante; que’ uomini erano tutti ravviluppati

in ampli ferraiuoli, come nello stridore del verno, e da certe punte,

che uscivan loro disotto gli estremi lembi di questi, sarebbersi detti

in moto, non per visitare un sacro recinto di preghiera e di pace, ma

per attaccare e pigliar di assalto qualche formidabile fortilizio.

A’ loro colpi, il portinaio si affacciò allo sportello.

Il capo della schiera declinò il proprio nome, espresse il motivo che

lo adduceva e chiese del padre guardiano.

Poco stante la porta girò su i suoi cardini e gli armigeri penetrarono

nel cortile.

La porta si richiuse.

Il padre guardiano era alla loro presenza.

— Che volete da me? — domandò egli al loro duce.

— Padre — gli rispose costui, in atto umile e reverente — con questo

picciol novero di seguaci, io sto sul punto di recarmi su le galee di

Sua Maestà Cattolica l’imperatore di Lamagna, per combattere contro

le ladre bulime del Barbarossa, che infestano le coste italiane di

Calabria e di Puglia; ma, prima di partire, io e questi miei fidi

intendiamo sciorre un voto solenne su la funebre pietra che cuopre

la infelice spirata non ha guari in questa vostra casa ed offrire un

ultimo tributo alla sua memoria.... compiacetevi, dunque, o padre, di

guidarci alla tomba, che chiude le spoglie mortali di donna Olimpia de’

Marazzani!

Inutile il soggiungere che chi aveva parlato in tal guisa era il conte

Giovanni Anguissola.

Ma alle sue parole, il guardiano rimase un momento interdetto, come non

sapesse cosa rispondere e stesse mendicando pretesti.

— Ebbene — soggiunse, con qualche vivezza, il conte, dopo una breve

pausa — voi non ci rispondete?... è forse contrario alle discipline

della regola vostra quanto noi sollecitiamo dalla vostra cortesia?

— Oh, no, di certo — s’intromise a dire Neruccio, che, per aver

vissuto parecchi anni al fianco del misero suo zio, vescovo di Fano,

s’intendeva assai bene di faccende chiesastiche e di consuetudini

monacali — conosco gli statuti dell’ordine e nulla può vietarlo al

reverendo padre guardiano di questa pia comunità!...

— E dunque? — fece impazientemente l’Anguissola.

— Dunque — conchiuse il frate, cui le dichiarazioni di Neruccio

mozzavano i sotterfugi a fior di labra — sono pronto a compiacervi.

E — fattosi rimettere la lanterna dal portinaio — accennò

all’Anguissola di tenergli dietro e mosse verso la chiesa.

Ivi, indicò al conte una delle grandi pietre funerarie che cuoprivano

gli avelli, dicendogli semplicemente:

— È qui.

Pronunziati a pena tali due monosillabi, uno strano movimento si operò

nei seguaci dell’Anguissola. Due rinchiusero tosto l’usciolino della

piccola porta, per la quale erano tutti penetrati nel tempio, e vi si

collocarono contro come in sentinella; altri due si posero a’ fianchi

del padre guardiano, fissandolo in faccia con minaccioso cipiglio,

mentre un terzo gli toglieva la lanterna di mano; e i rimanenti

— lasciato cadere il ferraiuolo, e mettendo così in mostra i poco

promettenti arnesi, ond’erano armati: leve di ferro, marre e piccozze —

si avvicinarono alla lapide mortuaria.

Il frate comprese subito di che si trattasse e, levando alto le

braccia, con un grido di orrore, volle slanciarsi inanzi, per impedire

la nefanda profanazione; ma uno de’ suoi due custodi lo azzannò

violentemente per l’omero e, forzandolo a rimanersene cheto:

— È inutile, padre — gli disse — quel che vogliam fare lo faremo a ogni

modo, strepitiate o non strepitiate: meglio dunque, e per voi e per noi

che vi teniate tranquillo!

— Ma è un sacrilegio! — strillò il guardiano, tentando sciorsi dalla

stretta brutale.

— Non ci pensate, padre — gli rispose l’armigero, ghignandogli sotto il

naso — lo piglieremo su la coscienza nostra e ce ne faremo assolvere da

Sua Beatitudine in persona nell’occorrenza del primo anno santo!

Dietro gli ordini del loro duce e del suo amico Neruccio, gli altri

uomini d’arme avevano frattanto già compiuto il còmpito loro. Lavorando

in molti, ad un tempo, con le leve, i picconi e l’arco dell’osso,

erano giunti a scassinare e rimuovere la funebre pietra, scoperchiando

così la tomba sottostante, dalla cui apertura un lezzo nauseabondo di

putredine invase tutte le navate del sacro recinto.

L’Anguissola non attese altro: prese in mano la lanterna, e d’un balzo,

saltò in fondo alla orribile fossa.

Così la chiesa si trovò di bel nuovo immersa completamente nel buio

e, a chi vi avesse potuto spinger entro uno sguardo, ben strano e

pauroso sarebbe apparso lo spettacolo di quelle ombre mobili a pena e

susurranti intorno all’orifizio di quel fetido cavo, da cui usciva,

come vapore luminoso, un debole sprazzo di luce rossastra, che ne

schiarava fantasticamente i ceffi arcigni e malaugurosi.

Alcune parole profferite dall’Anguissola, mentre rovistava tra i

putridi resti e le ossa umane disseminati pel colombario, avertì

Neruccio che il suo novello amico er’approdato a buon fine con la sua

temeraria incursione nel regno de’ morti.

— Non m’ero ingannato! — aveva egli detto.

E, subito dopo, facendo forza del braccio su l’orlo della sepoltura,

ne usciva sollecito, impartendo l’ordine a’ suoi uomini di ricuoprirla

immediatamente.

Mentre questi obbedivano; egli si avvicinò al padre guardiano, e,

rimettendogli in pugno la lanterna:

— Padre — gli disse, con un ghigno angoscioso — Dio vel perdoni, ma voi

mi avete detto menzogna!

— Quale? — balbettò il monaco, abbassando gli occhi, sotto lo sguardo

di fuoco del suo accusatore.

— Quella che mi annunziava la morte di donna Olimpia Marazzani.

— Io non vi ho mai detto fosse avvenuta.

— Ma quella bara?

— Era vuota.

— E donna Olimpia?...

— Altro non posso soggiungere; me lo vieta il segreto della confessione!

— E sia — fece alteramente il conte — oramai mi è noto quanto

m’importava sapere.

E uscì dalla chiesa e dal convento, sempre seguito da’ suoi.

Non sarà d’uopo al lettore di sagacissimo acume per indovinare a che si

dovesse la menzogna del padre guardiano.

Olimpia aveva detto al frate curante com’ella appartenesse a monsignor

Pierluigi Farnese, capitan generale e gonfaloniere di Santa Madre

Chiesa e fattagli preghiera d’essere a questi restituita, sottraendola

possibilmente per sempre al suo rapitore, ma nel segreto e senza che il

medesimo potesse averne nocumento o fastidio.

La simulazione del suo decesso fu l’unico spediente, che il frate

medico giudicasse idoneo a prendere, come si suol dire, due colombi a

un baccello.

Ne conferì col guardiano, cui nulla di meglio potevasi offrire

della propizia opportunità di rendere segnalato servigio allo stesso

figliuolo del Santo Padre e — mentre il conte trattenevasi in colloquio

col nostro Neruccio — tra eglino due e la stessa Olimpia venne

concertata la comedia che il più de’ monaci recitarono in buona fede,

senza nemmanco sapere si trattasse di un gioco.

Al momento istesso, in cui Pierluigi, ceduto il governo a Monsignor

Bernardino della Barba, disponevasi a lasciar Perugia, per far ritorno

a Roma e, di là, recarsi in Abruzzo contro i ribelli Colonna; il suo

segretario Apollonio Filareto gli andò ad annunziare ed introdusse

alla sua presenza due gentiluomini stranieri, che domandavano conferire

secolui.

Erano due giovani alti, bruni, un po’ somiglianti tra loro, comunque

l’uno paresse di alquanto più attempato dell’altro, e vestiti

nell’elegante e sfarzoso costume de’ cavalieri spagnuoli dell’epoca:

tocco piumato in capo; giustacuore di raso, con maniche a gozzi e

sparati; ampie brache a liste ed a sbuffi, allacciate poco al di sotto

dell’inguine su fini calzoni di serica maglia; breve mantelletto di

velluto bordato d’oro e ad alto collare trattenuto da un aureo cordone

e da borchie cesellate infisse agli spallacci; lunga e sottile spada al

fianco destro ed, al sinistro, pendenti dalla cintola, il borsacchino a

nappe e ricami e la misericordia.

Posto piede nella maggior sala del palazzo del Priorato, dove risiedeva

sempre il Farnese, costoro gli si inchinarono nobilmente, senza torsi

di capo il berretto, secondo la costumanza spagnuola ed attesero in

silenzio ch’egli si degnasse interrogarli.

— Chi siete? cosa volete? — li richiese egli, infatti, dopo averli

squadrati a lungo d’alto in basso, con aria di palese diffidenza.

— Quanto a me — rispose il più attempato — sono Giovanni Anguissola,

piacentino, conte di Grazzano, cavaliere dello speron d’oro e senatore

milanese: l’amico mio è don Giovanni Osca da Valenza, gentiluomo

spagnuolo.

— Di che mi richiedete?

— Dell’alto onore di militare sotto gli ordini vostri, in servizio del

Sommo Pontefice e di Santa Madre Chiesa.

— E null’altro?

— Null’altro!

— Sarete sodisfatti.

Da quel giorno, Giovanni Anguissola — nel quale non era più possibile

che il Farnese riconoscesse il Cavalier Nero, perchè spoglio della sua

bruna armatura — ed il valenziano Giovanni Osca — nel quale il lettore

avrà, per contro, facilmente ravvisato il nostro Neruccio Nerucci —

furono ammessi a far parte di quello esercito pontificio, che poi —

come abbiamo già detto — menò a buon fine la guerra del sale contro

Fabio ed Ascanio Colonna.

Ad assumere il falso nome di Giovanni Osca, Neruccio era stato spinto

dallo stesso Anguissola, il quale gli aveva giudiziosamente fatto

avvertire che se mai, per mala sorte, dovesse il Farnese aver vento de’

suoi legami di parentela col misero vescovo di Fano poteva prenderlo in

diffidenza e avversione e macchinargli contro qualche tiro malvagio.

Terremoto · 第 59 / 98 题