Terremoto ritorna in scena.
Brancaccio, non ismettendo un attimo dallo stimolare il proprio
cavallo, girò in breve ora intorno a Perugia e giunse agli avamposti
dello accampamento pontificio. Ivi, senza declinare il proprio nome, si
annunziò quale emissario del capitano Tre-Grazie e domandò di essere
immediatamente ammesso alla presenza di Sua Grazia, monsignor duca di
Castro.
Pierluigi Farnese stava, in quel punto, chiuso nella migliore stanza
di un modesto casolare di Pretola, dove aveva posto quartiere,
bisticciandosi acremente con Alessandro Vitelli, che non voleva, per
nessun conto, menar buoni e ritenere per validi i patti concertati fra
l’Orsino e il mandatario di Ridolfo Baglioni. Indarno osservava il
Farnese essere troppo tardive le rimostranze: il Vitelli non voleva
chetarsi. Ad interrompere il litigio si fe’ inanzi opportunamente
la chisciottesca figura del Trentacoste avvertendo il suo signore e
padrone del sopraggiungere di Brancaccio.
A pena udito il nome di Tre-Grazie; il figlio di Paolo III, che ne
attendeva forse ansiosamente le novelle, non istette a badar oltre
allo impetuoso vocìo del suo immediato subalterno e — pregatolo, più
o meno cortesemente di lasciargli sgombero il posto — dètte ordine a
Trentacoste d’introdurre il messo del suo prediletto aiutante.
Brancaccio entrò, trascinandosi dietro la misera Bianca più morta che
viva.
Quando la poveretta si vide in faccia all’uomo, che già aveva voluto sì
villanamente oltraggiarla, una fiamma di verginale rossore le avvampò
in volto e dovette appoggiarsi, per non cadere, al braccio istesso di
colui, che la teneva stretta come prigioniera.
— Ah! ah! — ghignò Pierluigi, ringalluzzendosi e schizzando favolesche
di concupiscenza da’ suoi grandi occhi, iniettati di sangue — ah! ah!
la tortorella è, dunque, ricondotta al suo nido... che ti diceva io,
mia bellissima, quando nel castello della mia buona sirocchia, ti saltò
il grillo in capo di farmi la schizzinosa!.... mi son tale, ti dissi,
che, come una volta abbia voluto e sempre ottengo quello che voglio!
Poi, indirizzatosi al berroviero:
— E chi sei tu? — gli chiese aggrottando la fronte — cosa t’ha
incaricato Tre-Grazie di riferirmi?
— Io — rispose il malandrino inchinandosi con ipocrita unzione —
non sono che un umile ed indegno servitore della Grazia Vostra,
monsignore.... uomo d’armi, lancia spezzata, capace anche, se
occorra di capitanare una bandiera e, per coraggio tanto, a prova di
misericordia e bombarda.... sono nato tra Viterbo e Montefiascone in
un luogo di cui non ricordo esattamente... nato in campagna; da chi?...
vattel’a pesca.... e mi hanno messo a nome Brancaccio....
— Forse perchè ti piace abbrancare?
— Sì, monsignore... ma sempre per conto e benefizio di chi mel comanda.
— E che t’ha detto Tre-Grazie?
— Poco, monsignore.... poco, perchè il poverino non ha avuto l’agio di
dirmene di più.
— Gli è forse intervenuto qualche cattivo incontro?
— Il più cattivo di tutti, monsignore: un incontro, che gli ha mozzato
il respiro.
— Come?... che?... — sclamò il principe, facendosi anche più rosso in
viso — Tre-Grazie?....
— L’ho lasciato, monsignore — fece Brancaccio — con tanto di spiedo che
lo trapassava da parte a parte.
— Per la croce di Dio!.... e com’è accaduto!
Allora lo sbirro gli narrò per filo e per segno tutte le vicende, che
avevano preceduto ed accompagnato il ratto della fanciulla.
— Quando io mi son preso costei fra le braccia — terminò — il vostro
povero capitano danzava l’ultimo trescone sul suo ginetto e nel cascar
giù rovescio: «digli, mi disse, che è questo l’ultimo dono dell’amor
mio!»
— Infelice! — mormorò Pierluigi, passandosi una mano su la fronte come
per scacciarne un molesto pensiero.
Indi:
— Trentacoste? — chiamò.
Il magro ufiziale sporse inanzi i suoi due baffi auncinati.
— Ti consegno una recluta — proseguì il Farnese indicandogli Brancaccio
— mettilo alla testa d’una decina degli uomini di Castel Torsciano
e.... te lo raccomando!
— Monsignore! — fece lo sgherro, inchinandosi anche più servilmente —
io vi proverò coi fatti la mia inesauribile riconoscenza!
Ed uscirono.
Pierluigi e Bianca rimasero soli.
A pena soli, la fanciulla si lasciò cadere piangendo a’ piedi di lui e:
— Messere — implorò, con voce singhiozzante — non vogliate rapirmi
ciò che solo al mondo mi avanzi: il mio onore!... non ho più nulla,
nè patria, nè genitori, nè parenti, nè amici!.... abbiate pietà di
una meschina!.... il signore Iddio ve ne terrà conto, meglio che d’un
pellegrinaggio a’ luoghi santi, poichè chi preserva una innocente,
salva un’anima dalle malebolge d’inferno!....
— Hai ragione, hai ragione, figliola — le disse in tono beffardo
il Farnese, forzandola della mano a rialzarsi — ned io, se mi
fossi in tutt’altra congiuntura, niegherei ascolto a’ tuoi pietosi
suggerimenti.... ma, cosa vuoi?... tra me e quel signore Iddio, di cui
tu, niente niente, mi minacci le collere, ci corre quasi un grado di
parentela.... siamo, per così dire, in famiglia e non ci ho nulla a
temere da lui.... vedi, dunque, figliola, che, se dovessi ottemperare
al tuo consiglio, io farei un sacrificio che non ha ragione di essere!
— Oh, mio Dio! mio Dio! — mormorò la fanciulla.
— Piuttosto — riprese il duca — siccome tu se’ ancora un po’ troppo
agitata e piagnolosa e che, d’altronde, la notte non è per anco di
molto inoltrata; ti farò grazie di alquanti momenti per rimetterti; c’è
una stanzuccia qui presso, ben chiusa, ben custodita, un vero nido di
rondine, dove potrai gemere e sfogarti a tua posta e tutta da sola....
eccola!
E aperse un uscio.
Poi continuò:
— Ritirati qua dentro; fa il tuo esame di coscienza; convinciti che
lottare con me è tempo e fatica sprecati e, quando ti sarai un pochino
fatta più calma, io ti verrò a raggiungere; ma non ti nasca lo stolto
pensiero di sottrarti alle mie volontà... sono generoso: ti concedo una
remora, ma, come direbbe il mio messere Apollonio, _quod difertur non
aufertur!_
E spinse la fanciulla nell’attigua stanza, dopo averle posto fra mani
un lumicino che accese alla lampada ardente su di un tavolo.
Era una cameretta disadorna, in cul di sacco, col solo uscio per cui
Bianca vi era acceduta, una sola finestra sprangata di ferro ed aperta
su la campagna, un piccolo e semplice letticciuolo, due sedie ed una
panca.
Bianca si lasciò cadere su di questa, appoggiò i gomiti alle ginocchia,
il volto alle palme, e stette qualche tempo lacrimando sommessa, tutta
assorbita nei suoi dolorosi pensieri.
Pierluigi si affrettò a rinchiudere l’uscio a chiave e ad allontanarsi
con la chiave in tasca.
Alla remora concessa alla infelice giovinetta ed alla sollecitudine di
nasconderla e di scostarsi da lei, lo costringeva un convegno preso
sin dal meriggio co’ suoi due capitani Savelli ed Orsino, i quali lo
avevano pregato di riceverli la sera, per concertarsi secolui intorno
alla spedizione contro ai Colonna.
L’Orsino era congiunto alla di lui moglie Gerolama di Pitigliano,
epperò non voleva potesse essere in alcun modo testimone di quelle sue
scapate da discolo.
Non aveva infatti così allontanato la fanciulla, che il solito
Trentacoste gli annunziò i due capitani.
Pierluigi li ricevette con ostentata affabilità, udì quanto
dovevano esporgli in punto a quella spedizione; assentì ad ogni loro
osservazione e proposta, affine di troncare al più presto il colloquio
e — a pena l’ebbero lasciato libero — licenziò Trentacoste, si chiuse
in camera da solo, e si slanciò ansioso in quella attigua, dove
trovavasi Bianca.
La sventurata fanciulla — come abbiamo detto — erasi gittata su di una
panca in uno stato di profondo abbattimento. Dopo il primo stupore —
durante il quale nemmanco s’era avuta agio di riannodare e comporre
le proprie idee scombuiate — la infelice concentrò ogni suo pensiero
su lo imminente pericolo, che le sovrastava, ed un brivido freddo,
come di morte, le serpeggiò per tutte le fibre sino ad agghiadarle il
core. La speranza, ultimo barlume di fede, che scoppietta ed illumina
di fuggevoli guizzi anche l’agonia, le suscitò un momento nell’animo
l’idea della fuga. Epperò — rizzatasi di sbalzo — corse prima
all’uscio, che trovò chiuso di fuori a chiave, poi si dètte a tastare
ansiosamente le quattro pareti della stanza nella illusoria fiducia
potessero offrirle qualche àdito nascosto, od aprirsi d’improviso al
suo contatto per virtù d’arte maga, o divino volere della providenza.
Delusa, si ritrasse nel vano della finestra, si provò inutilmente a
scuoterne le sbarre di ferro, che — comunque esigue ed arrugginite —
non si smossero d’una linea sotto i suoi deboli sforzi e, finalmente,
spossata anche più da tale ultimo vano tentativo, si appoggiò de’
cubiti sul davanzale e tornò a rompere in pianto.
Era da poco in quella postura e così assorta nel proprio affanno
disperato, da non badare tampoco a quanto cadevagli sotto i sensi;
alloracchè sentì sfiorarle la fronte un ardente soffio.
Alzò la testa e si vide dinanzi una faccia d’uomo così orribile e
mostruosa, che a tutt’altri ed in tutt’altra occasione, avrebbe fatto
rizzare i capelli in testa per lo spavento.
Ma a lei non punto.
Ella, invece, parve tutta rasserenarsi a quella sgradevole vista e
— stendendo le braccia fuori della inferriata e soffocando a stento
un’esclamazione di gioia, che stava per eromperle dal petto:
— Terremoto? — sclamò il più che potè a bassa voce — oh, salvami!
salvami!
— Il Farnese? — domandò il gigante, riassumendo tutte le possibili
dimande in questo semplice ed aborrito nome.
— È qui presso — rispose Bianca — nell’attigua stanza.... ma non può
tardare a raggiungermi!
Terremoto si pose un dito su le labra indicandole di tacere; lanciò
una occhiata d’ogni intorno per accertarsi di non essere osservato;
quindi — fatto segno alla fanciulla di scostarsi dalla finestra — ne
afferrò le sbarre con le due mani e curvandosi su la enorme persona e
puntellandosi de’ piedi contro lo zoccolo del muro esterno — cominciò a
trarle a sè.
Le sbarre erano tuttora a bastanza robuste e suggellate sodo nella
grossezza del muro; ma la forza di trazione del colosso era, d’altro
canto, sì prepotente che non poterono resistervi a lungo, e finirono
per piegarsi nel mezzo ed uscire dai fori, cui erano assecurate le loro
estremità.
Bianca seguiva i progressi di quella nuova fatica d’Ercole, con l’ansia
febrile del naufrago che, esausto di forze, tenta le ultime bracciate a
nuoto, per raggiungere la tavola salvatrice.
Finalmente la inferriata si staccò completamente dal muro e Terremoto
cadde con essa rovescione sul terreno. L’erba — per buona ventura —
attutì il rumore della caduta.
A pena si fu egli rialzato, che Bianca — arrampicatasi nel frattempo
sul davanzale della finestra — era già fra le sue braccia.
In quel medesimo punto, Pierluigi Farnese — licenziati i suoi due
capitani — penetrava risolutamente nella stanzetta.
Trovandola diserta, mise un grido di stupore; ma, scorgendo in
pari tempo la finestra priva della sua ferriata, non durò fatica a
indovinare, almeno approssimativamente, cosa potess’essere accaduto.
Alla sua volta, si avvicinò, quindi, a quella finestra e guardò fuori
per la campagna. A un venti passi, nulla più, scorse, infatti, la
fanciulla portata via fra le braccia del suo gigantesco salvatore.
E allora non potè trattenersi dallo erompere in un grido di rabbia.
— All’armi!... ferma!... ferma! — si dette ad urlare.
A simili grida di una voce ben nota, in un batter di ciglia, l’intero
campo pontificio fu levato a rumore: capitani, soldati, saccardi, tutti
uscirono dalle case, dalle tende, in cui ricovravano; i dormienti,
svegliati di soprassalto, s’affrettarono a sorgere in piedi, a balzare
alle armi: era una confusione, uno scompiglio generale; pareva fosse
imminente qualche terribile conflitto ed, invece, non si trattava che
d’inseguire un fuggiasco, il quale, frattanto, correva via traverso i
campi, col suo leggero carico tra le braccia e con tutta la maggiore
velocità delle sterminate sue gambe.