Un’altra Clorinda.
Ma — come lo abbiamo già detto — non sempre, quando il diavolo fa le
pentole, sa pur farne i coperchi.
I cavalieri procedenti da Perugia ed il cui scalpitare aveva già tanto
sorpreso ed allarmato Tre-Grazie, s’erano, nel frattempo, di molto
avvicinati e tanto più presto dovevano trovarsi di fronte a’ rapitori
di Bianca, inquantochè questi trottassero a briglia sciolta verso di
loro.
Non tardarono, infatti, a giungere in vista gli uni degli altri.
I cavalieri non erano che tre; ma erano appunto: quel giovane, pallido
e melanconico capolancia, che, nella bettola presso l’Arco di Augusto,
vedemmo prestare ascolto al colloquio di Tre-Grazie con Brancaccio; il
gioviale suo collega, che lo aveva indotto a mettere il piede, per la
prima volta, in quel lurido luogo, ed un altro loro commilitone.
Il giovine, che faceva parte dello esercito baglionesco, sino dacchè
messer Ridolfo ne avea formato il primo nucleo, partendosi da Firenze
pel Pontassieve e la Incisa, si era sempre distinto per un odio
acerrimo, tutto suo personale, contro il duca di Castro.
Il suo ingaggio in quello esercito erasi compiuto in istraordinaria
maniera.
Mentre il Baglione faceva tappa al Pontassieve, con tre o quattro de’
suoi capitani e pochissimi ancora de’ primi gregari; se l’era visto
apparire dinanzi tutto lacero, scalzo, semignudo.
— Cosa vuoi? — gli aveva chiesto.
— Prima di tutto — gli rispose il misero giovine — due risposte ad
altrettante mie domande.
— Parla.
— È egli vero che voi siate su le mosse, per accorrere in difesa de’
vostri compatrioti di Perugia?
— È vero!
— È vero altresì che, contra de’ perugini, militi in persona monsignor
Pierluigi Farnese, duca di Castro?
— È vero altresì!
— Ebbene, messere: io vi supplico in grazia di prendermi al vostro
soldo.
— Oimè, nol rifiuto; ma tu, poveraccio, se’ lì senz’armi e senza
nemmanco vesti di che cuoprirti.
— E voi mi rifornirete del tutto, messere; poi vi risarcirete man mano,
col trattenermi le paghe.
— Interamente?
— Interamente.... pur che mi provediate eziandio di un cavallo e di
vettovaglie per me e per esso.
Avido come era, il Baglione non poteva desiderare di meglio, e
s’affrettò ad accettare il convenevole patto.
In seguito — essendosi il giovine assai distinto e per capacità e per
disciplina, — lo creò capolancia e — da quell’ora — gli cominciarono a
correre le paghe.
Ne’ pochi fatti d’arme, ch’ebbero luogo durante la difesa di Perugia,
egli erasi mostrato sempre primo al fuoco: si batteva con passione, con
entusiasmo, con una specie di delirio e — nel più fitto della mischia —
si guatava curiosamente d’intorno e a quanti gli stavano presso:
— C’è il Farnese? — soleva richiedere ansioso — c’è il Farnese
all’attacco?
Ma giammai gli fu dato vederlo.
Come ci è noto, cotesto giovine ufiziale — dopo aver sorpreso le alcune
parole rivolte sommessamente da Tre-Grazie a Brancaccio, allusive ad un
qualunque tradimento in pro del Farnese — aveva mormorato fra sè:
— Bene! vi terrò d’occhio!
E lo aveva fatto.
Apparteneva alla istessa sua lancia un napolitano di
Santa-Maria-Capua-Vetere, amico intimo d’uno de’ tre birbaccioni, di
cui Brancaccio aveva procacciato il concorso a Tre-Grazie. Per mezzo di
colui — il quale gli doveva gratitudine perchè gli doveva nientemeno
che la vita — egli s’era, quindi, messo a portata di conoscere tutti
gli andamenti ed i progetti di costoro. Ignorava, ben vero, a danno
di chi fossero precisamente rivolti; ma, in isgrosso, sapeva in che
consistessero; sapeva, cioè, come Tre-Grazie lavorasse sott’aqua in
prò e forse per conto e per mandato di Pierluigi Farnese, e come scopo
precipuo di un tale lavorìo fosse il rapimento di una fanciulla. E non
c’è bisogno di soggiungere che s’era proposto d’impedirlo.
Si confidò al suo gaio collega, Jacopo Barizello da Lodi, detto
_Il Felciata_, quello stesso, che lo aveva introdotto nella taverna
dell’Arco di Augusto; si aggiunsero un altro capo di lancia, certo
Valentaccio Ciprigni di Macerata: e — tutti tre uniti — come seppero
Tre-Grazie ed i suoi usciti di Perugia e trovandosi pienamente liberi,
perocchè prosciolti dal Baglione; si posero su le costoro pedate.
Tre-Grazie li vedeva inoltrarsi non senza molto dispetto misto a
qualche po’ di paura. Perciò, appunto, dava sempre più forte di sproni
ne’ fianchi del proprio cavallo, sperando poterli incrociare e passar
oltre tanto velocemente, ch’e’ non dovessero badare all’umano fardello,
che si recava in braccio.
Ma nella istessa guisa e nello istesso mentre che l’avanzarsi di que’
tre metteva a lui nel cuore dispetto e paura; un debole raggio di
speranza s’insinuava, per la medesima cagione, nel core di Bianca. —
La poverina, alla loro vista, erasi un cotal po’ rianimata e, facendo
forza delle braccia per sollevarsi più alto del suo rapitore, stava già
nel procinto di chiamare al soccorso; quando un lungo grido partì dal
gruppo de’ tre cavalieri, cui ella rispose con un altro grido:
— Bianca?...
— Neruccio?...
Sì; il pallido e melanconico capolancia, che cavalcava tra il Felciata
ed il Valentaccio, non era altri che il nostro Neruccio Nerucci, da
noi lasciato ferito ai piedi di monte Osèro, nel povero casolare della
Chiappa, in mano del vecchio Luca Rinolfo, padre di Terremoto.
Risanato; ma senza più aver novella nè di costui, nè della sua Bianca;
ma senza aver modo al momento di guadagnarsi la vita; e’ si tolse
un bel mattino di là, e, _pedibus calcantibus_ tirò via per Parma,
Bologna, Firenze, nel duplice scopo di rintracciare l’amata fanciulla e
di procacciarsi qualche onesto mezzo di sussistenza.
Durante la sua lunga peregrinazione, sciupò le vesti e quel po’ di
quattrini, che gli rimanevano nel borsello; dovette vendere armi ed
arredi per ritrarne alquanti altri, che furono bentosto pure esauriti
ed a Firenze — nudo, crudo, disperato — sarebbesi visto nel duro stremo
di basire d’inedia, se non gli fosse giunta in tempo a salvarlo, la
notizia della impresa, cui s’accingeva il Baglione. L’odio suo non
mai sopito contro Pierluigi Farnese lo trasse ad accorrere sotto le
bandiere di lui e sappiamo in qual modo ed a quali patti: il caso —
o la providenza — lo traeva adesso dinanzi alla diletta donzella, con
tanta solerzia e sempre indarnamente ricercata.
— Bianca!
— Neruccio!
Al chiaror della luna, i due giovani s’erano riconosciuti e questi
— cacciando inanzi a spron battuto il proprio cavallo — erasi già
avventato ad arrestare pel morso quello di Tre-Grazie.
L’urto fu violento.
Gli animali s’impennarono, rincularono rovinosamente e misero i
cavalieri a un pelo di traboccar giù d’arcione. Malgrado ciò, poterono
mantenersi in equilibrio e — risospinti inanzi i cavalli — sguainarono
entrambi la spada, apparecchiandosi alla lotta.
Senonchè Neruccio trovavasi nella più sfavorevole situazione, non
potendo drizzar la punta contro il proprio avversario, senza correr
rischio di ferire, in pari tempo, anche la sua Bianca, della cui
persona quello facevasi abile schermo. Tentò, quindi, con una svelta
manovra, di buttarsi da un lato per coglierlo alla sprovista.
Ma Tre-Grazie lo prevenne.
Mentr’egli faceva girare il proprio cavallo, che, scalpitando,
andò quasi a rasentare quello di Tre-Grazie; questi, che tenevasi
aquacchiato dietro il corpo di Bianca e col braccio destro penzolo
verso terra, con un rapido movimento, rialzò questo braccio e stese
inanzi la spada con tutta la forza della sua gracile persona.
Il cavallo di Neruccio — nel cui ventre la spada del giovine capitano
era penetrata fin presso all’elsa — s’inarcò su le gambe deretane e —
con un lungo nitrito di dolore — precipitò sul fianco, traendo seco,
nella caduta, il proprio cavaliere.
Intanto Brancaccio ed i suoi tre camerati avevano raggiunto il loro
comandante e — tratta a lor volta le draghinazze — si scaraventavano su
Valentaccio e il Felciata.
Nella loro qualità di capi di lancia, erano costoro assai meglio
sperti in ischerma e nel maneggio delle armi, chè nol potessero i
semplici ribaldi seguaci di Brancaccio. N’ebbero però ben presto
ragione e a suon di stoccate, li cacciarono l’un dopo l’altro giù di
sella, mandandoli a vomitar nella polve l’ultima loro bestemmia. Ma
rimaneva il più duro; rimaneva Brancaccio, il quale — come il lettore
ricorda — aveva imparato da Gaspardo di Feltz certo suo particolare
colpo di stocco a cui nessuno sfuggiva. E doveva essere un maledetto
colpo dassenno, poichè non andò guari, che — prima il Felciata, poi
Valentaccio lasciando redini e staffe, rotolarono anch’essi sul battuto
della strada e andarono a tener compagnia ai loro caduti avversari.
Spigliatosi così d’ogni altro intoppo, Brancaccio volò a prestar
soccorso a Tre Grazie, che lo chiamava a sè ad alte strida.
E n’era tempo!
Comunque trascinato a terra dalla caduta del proprio cavallo, Neruccio
erasi immediatamente raddrizzato, per balzar di nuovo alle briglie di
quello di Tre-Grazie ad impedirne la fuga.
Bianca intanto lo aiutava del suo meglio.
Siccome il suo rapitore aveva dovuto abbandonare la propria spada
nel ventre della misera bestia proditoriamente scannata, ella pensò
di disarmarlo affatto, strappandogli di cintola la misericordia
e lanciandola lontano al di là delle siepi. Così Tre-Grazie,
completamente inerme, venne a trovarsi senz’altro mezzo di difesa se
non il far rinculare la propria cavalcatura e schivare le botte che gli
ammenava il suo assalitore, occultandosi il meglio possibile dietro le
spalle della fanciulla.
Un tal giuoco per altro, non poteva durare a lungo. Laonde il giovine
capitano che prevedeva prossima la propria sconfitta s’era dato a
gridare al compagno:
— Ehi, Brancaccio!... smetti, smetti dal battagliare.... accorri
qui.... pigliati costei, e, via.... di galoppo!... recala al campo de’
papalini.... nella tenda di monsignor Pierluigi Farnese.... consegnala
a lui, a lui solo, e digli....
Ma, al momento, non potè completare la frase.
Nello istesso punto, che Brancaccio — liberatosi degli altri due
antagonisti ed obbedendo alle sue ingiunzioni — gli toglieva Bianca
di braccio e spronava il cavallo verso Perugia; la spada di Neruccio
penetrandogli nel fianco, lo trapassava fuor fuora.
Tre-Grazie rovesciò di sella mandando un gemito e — con flebile voce:
— Digli — mormorò cadendo — che è l’ultimo dono che gli fa l’amor mio.
Neruccio rimase come stupido.
Brancaccio, con la fanciulla rapita erasi già dileguato, rapido come
un lampo. Pensare a inseguirlo, duplice follìa, e perchè impossibile
raggiungerlo, e perchè, s’era veramente diretto verso il campo
pontificio, tanto avrebbe valso il gittarsi a capo inanzi entro un
abisso senza fondo. Che fare?
Intanto, a pochi passi di distanza cinque uomini contendevano
alla morte i loro ultimi soffi vitali dibattendosi nelle strette
dell’agonia, e dinanzi a lui un giovinetto dalle feminili sembianze
arrovesciavasi a terra entro un lago di sangue.
— Un dono del suo amore? — pensò Neruccio, stranamente impressionato
dalle parole profferite da costui — e quell’uomo, quel mostro, può
ispirare di simili affetti!
Poi mutò alcuni passi e chiamò:
— Jacopo?
Era il nome proprio del Falciata.
— Valentaccio?
Ma nessuno gli rispose.
Si avvicinò loro. — Li palpò. — Non davano più segno di vita.
Il colpo di stocco insegnato da Feltz a Brancaccio era davvero
tremendo. I due suoi compagni erano morti.
Degli altri tre non credette occuparsi e, riaccostatosi invece a
Tre-Grazie, s’inginocchiò a terra al suo fianco, per riconoscere se
tuttavia respirasse.
Toccandolo gli surse uno strano dubio.
Gli sbottonò il nero farsetto; gli levò varie carte di tasca; gli
sciolse la camiciuola; lo esaminò attentamente e al termine di tale
perquisizione:
— Poter del mondo — sclamò, tornando a rizzarsi in piede — una donna?
— Sì, — gli rispose allora, con voce a bastanza secura, il personaggio,
che abbiamo conosciuto sinora coi nomi o di capitano Tre-Grazie, o
di Pier Schianchino de’ Mattei — sono una donna e però mi confido mi
userete, benchè nimica, qualche riguardo.
— Tutti — disse il capolancia — ma.... ad una condizione.
— Quale?
— Che mi direte perchè abbiate rapito donna Bianca della Staffa e
speditala adesso a Pierluigi Farnese.
— Oh, è facile!... perchè Pierluigi n’è invaghito ne è pazzo, e la
vuole.
— E voi?
— Ed io faccio ogni suo piacere, perchè amo lui a mia volta e perchè
quella fanciulla l’aborro!
— Disgraziata! — ruggì Neruccio, mettendo di nuovo mano alla spada —
l’aborrite?... perchè?... che vi ha ella fatto?
— Nulla — rispose cinicamente la donna ferita — ma aborro in lei la sua
leggiadria, la sua giovinezza, la sua stessa virtù.... Pierluigi l’ama
perchè è pura ed immacolata; io voglio cessi di esserlo, affinchè cessi
anche l’amore di lui!
— Ah! — sclamò di nuovo Neruccio con un gesto d’orrore, brandendo
ferocemente la spada.
— Volete finirmi? — fece la donna — e sia!.... è il vostro dritto!....
se altri poi vi chiegga di me, dite loro che avete ucciso, non il
capitano Tre Grazie come mi chiamano tutti, ma sibbene.... donna
Olimpia de’ Marazzani.
A quel nome, Neruccio udì risuonare dietro di sè una rauca voce, che
mal sarebbesi detto se di gioia o di minaccia.
Il giovane si volse e si vide intorniato da una decina d’armigeri, alla
testa de’ quali un uffiziale con la visiera calata e tutto chiuso in
bruna armatura.
Era il Cavalier Nero.
Costui — senz’altro chiedere — ordinò agli uomini che lo seguivano
di legar ben stretto Neruccio e tenerlo prigione e — d’altro lato —
di abattere alcuni rami d’albero, de’ quali formare alla meglio una
lettiga.
Composta che fu, vi fece adagiar sopra donna Olimpia de’ Marazzani e —
traendosi dietro Neruccio — ripartì con essa in direzione di Perugia.
Poco stante, giunse sul medesimo luogo Bartolomeo della Staffa.
L’arrivo della giumenta di Bianca lo aveva posto in sospetto di qualche
sciagura. Fatto però arrestare il rimanente della sua famiglia in sul
punto dov’erano pervenuti, s’affrettò a retrocedere per correre alle
indagini.
L’incontro dei cinque cadaveri, che trovò stesi al suolo, dov’erasi
impegnata la mischia fra Neruccio e Tre-Grazie ed i loro seguaci; lo
rese certo della temuta sventura ed — un po’ pel giusto timore di non
esporre sè ed i suoi a qualche maggiore pericolo; un po’ per altra
ragione, che non tarderemo a conoscere — stimò prudente ritornarsene su
i propri passi e continuare la via dell’esilio.