CAPITOLO XXXI.

Un’altra Clorinda.

Ma — come lo abbiamo già detto — non sempre, quando il diavolo fa le

pentole, sa pur farne i coperchi.

I cavalieri procedenti da Perugia ed il cui scalpitare aveva già tanto

sorpreso ed allarmato Tre-Grazie, s’erano, nel frattempo, di molto

avvicinati e tanto più presto dovevano trovarsi di fronte a’ rapitori

di Bianca, inquantochè questi trottassero a briglia sciolta verso di

loro.

Non tardarono, infatti, a giungere in vista gli uni degli altri.

I cavalieri non erano che tre; ma erano appunto: quel giovane, pallido

e melanconico capolancia, che, nella bettola presso l’Arco di Augusto,

vedemmo prestare ascolto al colloquio di Tre-Grazie con Brancaccio; il

gioviale suo collega, che lo aveva indotto a mettere il piede, per la

prima volta, in quel lurido luogo, ed un altro loro commilitone.

Il giovine, che faceva parte dello esercito baglionesco, sino dacchè

messer Ridolfo ne avea formato il primo nucleo, partendosi da Firenze

pel Pontassieve e la Incisa, si era sempre distinto per un odio

acerrimo, tutto suo personale, contro il duca di Castro.

Il suo ingaggio in quello esercito erasi compiuto in istraordinaria

maniera.

Mentre il Baglione faceva tappa al Pontassieve, con tre o quattro de’

suoi capitani e pochissimi ancora de’ primi gregari; se l’era visto

apparire dinanzi tutto lacero, scalzo, semignudo.

— Cosa vuoi? — gli aveva chiesto.

— Prima di tutto — gli rispose il misero giovine — due risposte ad

altrettante mie domande.

— Parla.

— È egli vero che voi siate su le mosse, per accorrere in difesa de’

vostri compatrioti di Perugia?

— È vero!

— È vero altresì che, contra de’ perugini, militi in persona monsignor

Pierluigi Farnese, duca di Castro?

— È vero altresì!

— Ebbene, messere: io vi supplico in grazia di prendermi al vostro

soldo.

— Oimè, nol rifiuto; ma tu, poveraccio, se’ lì senz’armi e senza

nemmanco vesti di che cuoprirti.

— E voi mi rifornirete del tutto, messere; poi vi risarcirete man mano,

col trattenermi le paghe.

— Interamente?

— Interamente.... pur che mi provediate eziandio di un cavallo e di

vettovaglie per me e per esso.

Avido come era, il Baglione non poteva desiderare di meglio, e

s’affrettò ad accettare il convenevole patto.

In seguito — essendosi il giovine assai distinto e per capacità e per

disciplina, — lo creò capolancia e — da quell’ora — gli cominciarono a

correre le paghe.

Ne’ pochi fatti d’arme, ch’ebbero luogo durante la difesa di Perugia,

egli erasi mostrato sempre primo al fuoco: si batteva con passione, con

entusiasmo, con una specie di delirio e — nel più fitto della mischia —

si guatava curiosamente d’intorno e a quanti gli stavano presso:

— C’è il Farnese? — soleva richiedere ansioso — c’è il Farnese

all’attacco?

Ma giammai gli fu dato vederlo.

Come ci è noto, cotesto giovine ufiziale — dopo aver sorpreso le alcune

parole rivolte sommessamente da Tre-Grazie a Brancaccio, allusive ad un

qualunque tradimento in pro del Farnese — aveva mormorato fra sè:

— Bene! vi terrò d’occhio!

E lo aveva fatto.

Apparteneva alla istessa sua lancia un napolitano di

Santa-Maria-Capua-Vetere, amico intimo d’uno de’ tre birbaccioni, di

cui Brancaccio aveva procacciato il concorso a Tre-Grazie. Per mezzo di

colui — il quale gli doveva gratitudine perchè gli doveva nientemeno

che la vita — egli s’era, quindi, messo a portata di conoscere tutti

gli andamenti ed i progetti di costoro. Ignorava, ben vero, a danno

di chi fossero precisamente rivolti; ma, in isgrosso, sapeva in che

consistessero; sapeva, cioè, come Tre-Grazie lavorasse sott’aqua in

prò e forse per conto e per mandato di Pierluigi Farnese, e come scopo

precipuo di un tale lavorìo fosse il rapimento di una fanciulla. E non

c’è bisogno di soggiungere che s’era proposto d’impedirlo.

Si confidò al suo gaio collega, Jacopo Barizello da Lodi, detto

_Il Felciata_, quello stesso, che lo aveva introdotto nella taverna

dell’Arco di Augusto; si aggiunsero un altro capo di lancia, certo

Valentaccio Ciprigni di Macerata: e — tutti tre uniti — come seppero

Tre-Grazie ed i suoi usciti di Perugia e trovandosi pienamente liberi,

perocchè prosciolti dal Baglione; si posero su le costoro pedate.

Tre-Grazie li vedeva inoltrarsi non senza molto dispetto misto a

qualche po’ di paura. Perciò, appunto, dava sempre più forte di sproni

ne’ fianchi del proprio cavallo, sperando poterli incrociare e passar

oltre tanto velocemente, ch’e’ non dovessero badare all’umano fardello,

che si recava in braccio.

Ma nella istessa guisa e nello istesso mentre che l’avanzarsi di que’

tre metteva a lui nel cuore dispetto e paura; un debole raggio di

speranza s’insinuava, per la medesima cagione, nel core di Bianca. —

La poverina, alla loro vista, erasi un cotal po’ rianimata e, facendo

forza delle braccia per sollevarsi più alto del suo rapitore, stava già

nel procinto di chiamare al soccorso; quando un lungo grido partì dal

gruppo de’ tre cavalieri, cui ella rispose con un altro grido:

— Bianca?...

— Neruccio?...

Sì; il pallido e melanconico capolancia, che cavalcava tra il Felciata

ed il Valentaccio, non era altri che il nostro Neruccio Nerucci, da

noi lasciato ferito ai piedi di monte Osèro, nel povero casolare della

Chiappa, in mano del vecchio Luca Rinolfo, padre di Terremoto.

Risanato; ma senza più aver novella nè di costui, nè della sua Bianca;

ma senza aver modo al momento di guadagnarsi la vita; e’ si tolse

un bel mattino di là, e, _pedibus calcantibus_ tirò via per Parma,

Bologna, Firenze, nel duplice scopo di rintracciare l’amata fanciulla e

di procacciarsi qualche onesto mezzo di sussistenza.

Durante la sua lunga peregrinazione, sciupò le vesti e quel po’ di

quattrini, che gli rimanevano nel borsello; dovette vendere armi ed

arredi per ritrarne alquanti altri, che furono bentosto pure esauriti

ed a Firenze — nudo, crudo, disperato — sarebbesi visto nel duro stremo

di basire d’inedia, se non gli fosse giunta in tempo a salvarlo, la

notizia della impresa, cui s’accingeva il Baglione. L’odio suo non

mai sopito contro Pierluigi Farnese lo trasse ad accorrere sotto le

bandiere di lui e sappiamo in qual modo ed a quali patti: il caso —

o la providenza — lo traeva adesso dinanzi alla diletta donzella, con

tanta solerzia e sempre indarnamente ricercata.

— Bianca!

— Neruccio!

Al chiaror della luna, i due giovani s’erano riconosciuti e questi

— cacciando inanzi a spron battuto il proprio cavallo — erasi già

avventato ad arrestare pel morso quello di Tre-Grazie.

L’urto fu violento.

Gli animali s’impennarono, rincularono rovinosamente e misero i

cavalieri a un pelo di traboccar giù d’arcione. Malgrado ciò, poterono

mantenersi in equilibrio e — risospinti inanzi i cavalli — sguainarono

entrambi la spada, apparecchiandosi alla lotta.

Senonchè Neruccio trovavasi nella più sfavorevole situazione, non

potendo drizzar la punta contro il proprio avversario, senza correr

rischio di ferire, in pari tempo, anche la sua Bianca, della cui

persona quello facevasi abile schermo. Tentò, quindi, con una svelta

manovra, di buttarsi da un lato per coglierlo alla sprovista.

Ma Tre-Grazie lo prevenne.

Mentr’egli faceva girare il proprio cavallo, che, scalpitando,

andò quasi a rasentare quello di Tre-Grazie; questi, che tenevasi

aquacchiato dietro il corpo di Bianca e col braccio destro penzolo

verso terra, con un rapido movimento, rialzò questo braccio e stese

inanzi la spada con tutta la forza della sua gracile persona.

Il cavallo di Neruccio — nel cui ventre la spada del giovine capitano

era penetrata fin presso all’elsa — s’inarcò su le gambe deretane e —

con un lungo nitrito di dolore — precipitò sul fianco, traendo seco,

nella caduta, il proprio cavaliere.

Intanto Brancaccio ed i suoi tre camerati avevano raggiunto il loro

comandante e — tratta a lor volta le draghinazze — si scaraventavano su

Valentaccio e il Felciata.

Nella loro qualità di capi di lancia, erano costoro assai meglio

sperti in ischerma e nel maneggio delle armi, chè nol potessero i

semplici ribaldi seguaci di Brancaccio. N’ebbero però ben presto

ragione e a suon di stoccate, li cacciarono l’un dopo l’altro giù di

sella, mandandoli a vomitar nella polve l’ultima loro bestemmia. Ma

rimaneva il più duro; rimaneva Brancaccio, il quale — come il lettore

ricorda — aveva imparato da Gaspardo di Feltz certo suo particolare

colpo di stocco a cui nessuno sfuggiva. E doveva essere un maledetto

colpo dassenno, poichè non andò guari, che — prima il Felciata, poi

Valentaccio lasciando redini e staffe, rotolarono anch’essi sul battuto

della strada e andarono a tener compagnia ai loro caduti avversari.

Spigliatosi così d’ogni altro intoppo, Brancaccio volò a prestar

soccorso a Tre Grazie, che lo chiamava a sè ad alte strida.

E n’era tempo!

Comunque trascinato a terra dalla caduta del proprio cavallo, Neruccio

erasi immediatamente raddrizzato, per balzar di nuovo alle briglie di

quello di Tre-Grazie ad impedirne la fuga.

Bianca intanto lo aiutava del suo meglio.

Siccome il suo rapitore aveva dovuto abbandonare la propria spada

nel ventre della misera bestia proditoriamente scannata, ella pensò

di disarmarlo affatto, strappandogli di cintola la misericordia

e lanciandola lontano al di là delle siepi. Così Tre-Grazie,

completamente inerme, venne a trovarsi senz’altro mezzo di difesa se

non il far rinculare la propria cavalcatura e schivare le botte che gli

ammenava il suo assalitore, occultandosi il meglio possibile dietro le

spalle della fanciulla.

Un tal giuoco per altro, non poteva durare a lungo. Laonde il giovine

capitano che prevedeva prossima la propria sconfitta s’era dato a

gridare al compagno:

— Ehi, Brancaccio!... smetti, smetti dal battagliare.... accorri

qui.... pigliati costei, e, via.... di galoppo!... recala al campo de’

papalini.... nella tenda di monsignor Pierluigi Farnese.... consegnala

a lui, a lui solo, e digli....

Ma, al momento, non potè completare la frase.

Nello istesso punto, che Brancaccio — liberatosi degli altri due

antagonisti ed obbedendo alle sue ingiunzioni — gli toglieva Bianca

di braccio e spronava il cavallo verso Perugia; la spada di Neruccio

penetrandogli nel fianco, lo trapassava fuor fuora.

Tre-Grazie rovesciò di sella mandando un gemito e — con flebile voce:

— Digli — mormorò cadendo — che è l’ultimo dono che gli fa l’amor mio.

Neruccio rimase come stupido.

Brancaccio, con la fanciulla rapita erasi già dileguato, rapido come

un lampo. Pensare a inseguirlo, duplice follìa, e perchè impossibile

raggiungerlo, e perchè, s’era veramente diretto verso il campo

pontificio, tanto avrebbe valso il gittarsi a capo inanzi entro un

abisso senza fondo. Che fare?

Intanto, a pochi passi di distanza cinque uomini contendevano

alla morte i loro ultimi soffi vitali dibattendosi nelle strette

dell’agonia, e dinanzi a lui un giovinetto dalle feminili sembianze

arrovesciavasi a terra entro un lago di sangue.

— Un dono del suo amore? — pensò Neruccio, stranamente impressionato

dalle parole profferite da costui — e quell’uomo, quel mostro, può

ispirare di simili affetti!

Poi mutò alcuni passi e chiamò:

— Jacopo?

Era il nome proprio del Falciata.

— Valentaccio?

Ma nessuno gli rispose.

Si avvicinò loro. — Li palpò. — Non davano più segno di vita.

Il colpo di stocco insegnato da Feltz a Brancaccio era davvero

tremendo. I due suoi compagni erano morti.

Degli altri tre non credette occuparsi e, riaccostatosi invece a

Tre-Grazie, s’inginocchiò a terra al suo fianco, per riconoscere se

tuttavia respirasse.

Toccandolo gli surse uno strano dubio.

Gli sbottonò il nero farsetto; gli levò varie carte di tasca; gli

sciolse la camiciuola; lo esaminò attentamente e al termine di tale

perquisizione:

— Poter del mondo — sclamò, tornando a rizzarsi in piede — una donna?

— Sì, — gli rispose allora, con voce a bastanza secura, il personaggio,

che abbiamo conosciuto sinora coi nomi o di capitano Tre-Grazie, o

di Pier Schianchino de’ Mattei — sono una donna e però mi confido mi

userete, benchè nimica, qualche riguardo.

— Tutti — disse il capolancia — ma.... ad una condizione.

— Quale?

— Che mi direte perchè abbiate rapito donna Bianca della Staffa e

speditala adesso a Pierluigi Farnese.

— Oh, è facile!... perchè Pierluigi n’è invaghito ne è pazzo, e la

vuole.

— E voi?

— Ed io faccio ogni suo piacere, perchè amo lui a mia volta e perchè

quella fanciulla l’aborro!

— Disgraziata! — ruggì Neruccio, mettendo di nuovo mano alla spada —

l’aborrite?... perchè?... che vi ha ella fatto?

— Nulla — rispose cinicamente la donna ferita — ma aborro in lei la sua

leggiadria, la sua giovinezza, la sua stessa virtù.... Pierluigi l’ama

perchè è pura ed immacolata; io voglio cessi di esserlo, affinchè cessi

anche l’amore di lui!

— Ah! — sclamò di nuovo Neruccio con un gesto d’orrore, brandendo

ferocemente la spada.

— Volete finirmi? — fece la donna — e sia!.... è il vostro dritto!....

se altri poi vi chiegga di me, dite loro che avete ucciso, non il

capitano Tre Grazie come mi chiamano tutti, ma sibbene.... donna

Olimpia de’ Marazzani.

A quel nome, Neruccio udì risuonare dietro di sè una rauca voce, che

mal sarebbesi detto se di gioia o di minaccia.

Il giovane si volse e si vide intorniato da una decina d’armigeri, alla

testa de’ quali un uffiziale con la visiera calata e tutto chiuso in

bruna armatura.

Era il Cavalier Nero.

Costui — senz’altro chiedere — ordinò agli uomini che lo seguivano

di legar ben stretto Neruccio e tenerlo prigione e — d’altro lato —

di abattere alcuni rami d’albero, de’ quali formare alla meglio una

lettiga.

Composta che fu, vi fece adagiar sopra donna Olimpia de’ Marazzani e —

traendosi dietro Neruccio — ripartì con essa in direzione di Perugia.

Poco stante, giunse sul medesimo luogo Bartolomeo della Staffa.

L’arrivo della giumenta di Bianca lo aveva posto in sospetto di qualche

sciagura. Fatto però arrestare il rimanente della sua famiglia in sul

punto dov’erano pervenuti, s’affrettò a retrocedere per correre alle

indagini.

L’incontro dei cinque cadaveri, che trovò stesi al suolo, dov’erasi

impegnata la mischia fra Neruccio e Tre-Grazie ed i loro seguaci; lo

rese certo della temuta sventura ed — un po’ pel giusto timore di non

esporre sè ed i suoi a qualche maggiore pericolo; un po’ per altra

ragione, che non tarderemo a conoscere — stimò prudente ritornarsene su

i propri passi e continuare la via dell’esilio.

Terremoto · 第 51 / 98 题