Il ratto.
Fatto l’accordo, i Venticinque che — malgrado il pattuito — non
s’estimavano troppo al securo, si disposero ad abbandonare la città con
le proprie famiglie, ricovrando poi, come fecero, quali a Siena e quali
a Firenze.
Del numero — e tra i primi — fu naturalmente Bartolomeo della Staffa,
che aveva coscienza di essersi adoprato per la santa causa della
sua patria assai più che chiunque; epperò certo d’essersi, più che
chiunque, attirato sul capo l’odio dei Farnesi.
Tre-Grazie vedeva, dunque, intessersi, filo per filo, tutto quanto il
suo ordito. La proposta di accompagnare e scortar nella fuga messer
Bartolomeo della Staffa ed i suoi, l’aveva già messa inanzi da vari
giorni e vista accettata con la massima premura e coi segni della più
viva riconoscenza. I suoi quattro scherani — che ovviamente il Baglione
aveagli concesso di trattenere, pur di pensare egli stesso alle paghe
respettive — gli aveva già introdotti in casa della Staffa e presentati
come suoi fidi seguaci, disposti a tutto ardire, a tutto sfidare, per
rendergli servizio.
Non c’era, quindi, il minimo ostacolo da temere, ed egli s’avvicinava a
grandi passi, al momento, in cui veder compiuto il progetto, che aveva
preparato con l’opera, sollecitato col desiderio.
Correva il 4 giugno.
Nel dì stesso una parte delle truppaglie di Ridolfo Baglioni doveva
lasciare Perugia e, due dì dopo, farvi solenne ingresso il signor duca
di Castro.
Conveniva, dunque, affrettarsi.
Bartolomeo della Staffa — ottemperando ai consigli o, piuttosto, alle
sobillazioni del capitano Tre-Grazie — decise di non lasciar scorrere
la notte di quel giorno, senza aver abbandonato la città dove il
restare più a lungo sarebbe stata la massima delle imprudenze.
Scesa infatti, la notte; compiuti i debiti apprestamenti; trattasi
dietro una mezza serqua di muli, che portavano in groppa i meglio
arredi, le meglio suppellettili della casa, e le biancherie, i
vestiari, i gioielli e le armi personali, Messer Bartolomeo della
Staffa, cavalcando con tutta la sua famiglia — che si formava di un
vecchio zio mezzo ebete, di tre figliuole, di un giovane cugino e della
nipote Bianca, oltre cinque famigli — uscì chetamente da porta Susanna,
accompagnato da Tre-Grazie e da’ quattro sbirri, che gli cavalcavano al
fianco.
Fu mesto, doloroso, straziante il distacco di quei profughi dalla loro
città natale, che ben comprendevano non avrebbero mai più riveduta.
Messer Bartolomeo — il focoso patriota, l’intrepido guerriero, l’uomo
aduso ai rischi ed alle sciagure — non sapeva impor la forza al proprio
affanno e rompeva in singhiozzi.
È tanto cara la patria.
Padroneggiato quel primo ed inevitabile schianto, e datogli, con
le lagrime, alquanto di sfogo e di ristoro; la mesta comitiva de’
fuggiaschi procedè silenziosa per l’aspra via dell’esilio.
La notte — che un repente annebiarsi del cielo aveva reso anche
più tetra — aggiungeva tristezza a quella tanta tristezza. I muli
del bagaglio andavano inanzi coi servi. Bartolomeo li seguiva a
qualche distanza, col capo inclinato sul petto, tutto assorto ne’
suoi dolorosi pensieri. Gli stava al fianco lo zio, che — per lo
accasciamento della persona e il modo trascurato in cui lasciava gire
la propria cavalcatura — sarebbesi detto altrettanto angosciato quanto
il congiunto; ma che, invece, non era che maggiormente istupidito
dalla nuovità del caso. Dietro loro, si tenevano le tre figlie del
capo-famiglia, elleno pure desolate e piangenti; poi veniva il giovine
loro cugino e, finalmente, Bianca, indugiata ultima a bello studio
dalle ciance del capitano Tre-Grazie.
Com’è facile a intendersi, per quanto il rammarico de’ suoi cari
dovesse pesarle grave sul core; ella — che aveva vissuto tanto più
a lungo nel Valnurese, presso dell’avolo, chè non a Perugia, presso
di loro — non poteva, per l’abbandono di questa città, provarne
altrettanto. — Il suo — per così esprimerci — non era che un rammarico
di consenso. Ond’è che, più facilmente di chiunque altro della triste
brigata, ella inchinavasi a prestare ascolto alle cortesi parole, che
le andava volgendo, ad arte, il giovine capitano.
S’erano così allontanati di circa un miglio dalla città, quando costui
— afferrando d’improviso le briglie della giumenta su cui ell’era
seduta — la costrinse di botto a fermarsi.
Bianca — un cotal po’ allarmata da quell’atto strano ed imperioso — fu
a un punto di mettere un grido. Ma Tre-Grazie la prevenne susurrandole
sommessamente col tono il più rispettoso:
— Non vi spaurite, madonna! egli è che m’è parso udire il trottìo di
vari cavalli, che camminino a questa volta, e vorrei sincerarmene....
statevi cheta un momento, che presti ascolto.
E scese d’arcione nell’atto di curvarsi a terra, per viemmeglio
origliare.
Un rumore s’udiva di fatto ed era proprio — come lo aveva annunziato
Tre-Grazie — la pesta di vari cavalli, che s’avvicinavano dalla parte
di Perugia.
Comunque — mentre egli origliava — la famiglia della Staffa si
slontanasse sempre più sollecitamente, tanto che non si percepiva
nemmanco più il calpestio delle loro cavalcature; Bianca, a
quel rumore, si tranquillò completamente, scorgendo in esso la
giustificazione del modo brusco e quasi violento in cui il giovine
capitano l’aveva arrestata.
Costui, per contro, ne rimase siffattamente stupito, che non sapeva
prestar fede al proprio orecchio.
Era strano infatti. Egli inventava di sana pianta un supposto pericolo,
onde aver pretesto per trattenere un momento la fanciulla e staccarla
così dal resto della comitiva che gli tornasse più facile il mandare ad
effetto il divisato rapimento; ed ecco che quel pericolo si manifestava
reale: gente a cavallo procedeva effettivamente su la strada che,
da Perugia, conduce al Trasimeno e — siccome non era probabile
fossero pontifici, quali egli li aveva fatti supporre a Bianca per
coonestare il proprio fittizio timore — ovvio resultava dovessero
essere o baglioneschi o — più presumibilmente ancora — altri perugini
fuggiaschi, da’ quali naturalmente nulla poteva ripromettersi di buono
pe’ suoi progetti.
In quella — a rendere anche più critica la situazione del capitano
— i leggieri vapori, che ingombravano il cielo, si diradarono
repentinamente e, fra i lembi delle nuvolette squarciate, la luna
piovve su la terra il suo candido raggio.
Bianca si guardò attorno, dall’alto della sua giumenta, e tornò a
provare un senso d’indefinibile trepidazione. La carovana de’ suoi
congiunti s’era già interamente dileguata dietro una sinuosità della
via; inginocchiato su questa e con in pugno le briglie del proprio
cavallo, Tre-Grazie stava sempre origliando in silenzio e — tra il
gruppo, che formavano eglino due, e il gomito dietro il quale era
sparita la famiglia della Staffa — quattro uomini tenevansi immobili,
ritti su i loro cavalli.
Erano i quattro scherani di Tre-Grazie.
Tale circostanza fu appunto quella che ravvivò i timori nell’animo
della giovinetta.
— Perchè? — pensava entro sè stessa — si sono dessi arrestati a
loro volta, piuttostochè continuare il cammino con lo zio e con gli
altri?... il capitano non ha fatto loro alcun cenno!... che abbiano
notato eglino pure il medesimo calpestio?... sarebbe per lo meno
strano, poichè ci andavano inanzi e noi stessi dovevamo impedir loro di
avertirlo!.. che sarà dunque, mai, Gesù mio?...
Ma non dovette attender molto a saperlo.
Nell’atto istesso ch’ella rimuginava in cervello tali sue giuste
apprensioni, l’uno de’ quattro sgherri, che le davano tanto a pensare,
le balzò repentinamente di fianco e — sollevatala a un tratto dal suo
seggio — la gettò tra le braccia di Tre-Grazie che, in quel medesimo
punto, era rimontato in arcione.
La poverina volle mandare uno strido; ma costui — stringendola
vivamente col braccio sinistro, e dando una spronata al proprio cavallo
che spinse di nuovo in direzione di Perugia — con l’altra mano, le fece
balenare sul petto l’acuta lama di una misericordia, e le intimò con
voce rauca:
— O taci, o ch’io ti scanno in su l’atto!
Bianca fu per svenire.
Brancaccio — quel medesimo sbirro che l’aveva strappata di sella
— dètte col palmo della mano un forte sculaccione alla di lei
giumenta, che, galoppando, riprese lo interrotto cammino. Per tal
modo, quand’anco Bartolomeo ed i suoi — non iscorgendo più la loro
giovine parente — si fossero, alla loro volta, arrestati e decisi, per
avventura, di retrocedere; quel galoppo doveva rinfrancarli e tenerli
ancora per alcuni momenti in sospeso.
Poscia Brancaccio, co’ suoi tre degni associati, si slanciò di trotto
serrato su le orme di Tre-Grazie.
Il ratto era compiuto.