La taverna.
Caduto Castel Torsciano, Perugia non poteva più resistere a lungo.
Panta Almenna dette sibbene una brava pettinata ai cavalli di
Alessandro Vitelli, che — preso quel forte — s’erano avviati al Ponte
Pattolo per devastare le campagne. Gli altri difensori della città,
condotti dal Baglione e dal dalla Staffa tentarono sibbene una nuova
uscita, con la quale, — meglio avventurati che non nella prima —
giunsero a respingere e sbaragliare il grosso dell’esercito farnesiano
che — dopo il fatto di Pretola — s’era cotanto avanzato da cacciarsi
sin dentro il Borgo di Fontenuovo e — per gli oliveti del monistero
di Monteluce — accostarsi alla porta di Sant’Antonio. Una batteria
situata sul monte di Porta Sole li coglieva in pieno lungo la via
scoperta de’ Cappuccini, per la quale si erano volti in ritirata e ne
faceva macello. Giunse sibbene da Rimini messer Roberto Malatesta, col
soccorso di qualche barbuta. Ma erano — diremo — pannicelli caldi.
Le spelazzate alle campagne, l’esaurimento de’ quattrini — a grande
fatica — accattati, fecero scarseggiare, poi difettare totalmente le
vettovaglie e mancar le paghe a’ soldati. Il Baglione, ch’era mosso
da ingordigia di bottino e da avidità di salario più che da nissuno
amor patrio, strepitava, minacciava, a ogni tratto d’andarsene e di
sciorre la sua mal cappata accozzaglia. Un consiglio generale, tenuto
il primo giugno — nell’atto istesso che le milizie respingevano i
primi attacchi nemici — deliberava spedire a Roma il cavalier Gian
Benedetto Montesperelli e messere Orazio della Corgna, a chiedere
perdonanza e indulgenza. N’ebbe vento il popolame minuto e se n’adirò,
sbraitando per le vie di voler impiccare a gueffi delle case quattro
quinti de’ traditori Venticinque. Taluni di costoro, e primissimi
quel Giulio della Corgna e quel Tindaro degli Alfani, che avevano
sempre parteggiato per gl’indugi e.... la manna del cielo, n’ebbero la
tremarella, ed il primo così potente, che lo trasse a fuggir furtivo
dalla città; l’altro si preparò ad imitarne lo esempio col mandar fuori
tutto il meglio delle sue argenterie, arredi e supellettili, il che
scoperto, venne arrestato, posto prigione e poco mancò la bordaglia
irritata e schiamazzante non lo mettesse a pezzi. I maggiorenti — gli
uomini del commercio, del lavoro, del danaro che ce n’è sempre — si
sgomentarono di tutto un simile arrugginìo e cominciarono a sobillare
il Baglione perchè trattasse della resa. Il Baglione non domandava omai
di meglio e, due dì dopo, il 3 giugno, la resa venne trattata.
Contava egli tra’ suoi medesimi avversari un congiunto — Gerolamo
Orsino. A costui spedì, quindi, un suo araldo proponendo una
capitolazione. Il trattato venne discusso presso il monistero di
Monteluce e stabilito come segue:
1) che Ridolfo Baglioni si partisse securamente, con le sue genti di
battaglia e con le bandiere spiegate;
2) che il duca Pierluigi Farnese entrasse in Perugia, con una guardia
d’italiani a lui convenevole, senza alcun spagnuolo;
3) che prendesse possesso della città per il Papa e la conservasse in
quello stato in cui era avanti la ribellione, salva la roba e la vita
di tutti e l’onore delle donne.
Ma non corriamo troppo oltre ed arrestiamoci un tanto, per ritornare ai
principali personaggi della nostra istoria, che il desiderio di tener
dietro passo passo alle vicende politiche della _Guerra del Sale_, ci
ha fatto, per avventura, dimenticare oltre il convenevole.
Non così Pier Schianchino de’ Mattei e Volframo di Rautzengrachenberg,
o — a più giusto dire — il giovane capitano Tre-Grazie ed il vecchio
Pellegrino di Leuthen, ebbero adempiuto allo incarico loro, annunziando
ai capitani Panta Almenna e Gerolamo della Bastia ed ai Venticinque
il prossimo arrivo di Ridolfo Baglioni; che quello — seguendo le
indicazioni dello astuto tedesco — si mise tosto in giro per iscuoprire
le tracce della nostra giovine Bianca.
Nè il compito doveva tornargli difficile, dappoichè Pellegrino — nella
precedente sua sosta a Perugia — avesse scoperto come la fanciulla si
trovasse albergata presso lo zio Bartolomeo della Staffa e dove sita la
casa di costui.
Tre-Grazie non ebbe che a rendervisi, con un pretesto, per sincerarsi
della esattezza di tali scoperte. E il pretesto fu subito trovato. Da’
medesimi capitani baglioneschi, a’ quali era stato commesso, aveva
risaputo come il della Staffa — impaziente e dubitoso qual era del
sollecito arrivo de’ richiesti soccorsi — si fosse deciso a spedire
ingaggiatori suoi propri per le circostanti borgate in busca di gregari
e cavalli. Trasse quindi partito da ciò per recarsi a fargli visita
ed assecurarlo in persona che quei soccorsi erano in sul punto di
giungere.
Messer Bartolomeo lo accolse da quel perfetto gentiluomo che era con
ogni maniera amabilità e cortesie e — volendo farlo capace di sua viva
riconoscenza per quanti volavano in difesa dell’amata sua patria — lo
pregò istantemente acciocchè si compiacesse pigliar stanza in sua casa
e posto alla sua mensa.
Tre-Grazie non avrebbe saputo domandare di meglio: toccava il cielo col
dito. Tanto per rispetto alla forma, cominciò dal rifiutare l’onorevole
invito; ma poi — come cedendo alle gentili sollecitazioni dell’ospite
— finì ad accettarlo e — da quel giorno istesso — si trovò insediato in
casa dei della Staffa, sotto il medesimo tetto che ricovrava la giovine
Bianca, vale a dire: padrone del campo.
Occupata la posizione, lo studiare il piano che lo menasse a vittoria
completa, non doveva essere per lui che l’affare di un attimo. E
lo fu. Ne scrisse allora diffusamente al Farnese, esponendogli, in
primo, il resultato de’ propri maneggi e, quindi, le sue speranze ed
i suoi intendimenti per l’avvenire e gl’inviò la lettera col mezzo di
Pellegrino, che ottenne ovviamente di far uscire dalla città, sotto
colore di spedirlo al capitano Signorelli, con una sua particolare
missiva.
Sbarazzatosi del tedesco — che, restando in Perugia, poteva essere
riconosciuto e guastargli le ova nel paniere — egli si senti anche
più forte. Gli pareva che nulla più al mondo potesse sovraggiungere
ad attraversare i suoi progetti, i quali — come il sagace lettore può
facilmente imaginario — erano tutti in odio della nostra misera Bianca.
Ai pasti cotidiani della numerosa famiglia della Staffa, egli trovavasi
assiso al di lei fianco.
La giovinetta — come lo scorse — ebbe un soprassalto di terrore e un
freddo brivido le corse per tutte le ossa. Le sembrava non essere
quella la prima volta che si vedeva dinanzi quel volto imberbe e
fortemente accentuato e che quegli occhi scintillanti si affisavano in
lei. Ma — per quanto frugasse e rifrugasse ne’ più reconditi penetrali
delle sue reminiscenze — mai pervenne a scovare un solo ricordo, che
coonestasse una tale imaginaria supposizione.
Allora pensò, che quanto stimava rimembranza non fosse, invece, altro
che presentimento e — siccome la vista del giovine ufiziale le aveva
dato quasi una stretta al cuore — non potè credere che a presagio
funesto ed istintivamente alienarsi da lui.
Se ne avvide Tre-Grazie e — mettendo ogni più accurato studio nel
far onore al proprio nomignolo — s’industriò quanto più seppe per
combattere nell’animo della fanciulla quella prevenzione di repugnanza.
E tanto vi si adoprò destramente che non era ancora scorsa una mezza
settimana senza che Bianca fossa costretta a mormorare fra sè:
— Perchè mai mi tormento con le strane mie ubbie?.... cotesto capitano
è il più garbato giovane che mi conosca; è tutto condescendenza ed
affettuose cure pe’ miei ospiti e congiunti; non mi rivolge mai verbo
che non improntato della più onesta reverenza; ed io ho a serbargliene
rancore?.... e di che? e perchè?.... evvia! bando una volta a queste
sciocche idee da feminuccia volgare!
Se in quel tanto di brutale istinto, che pur s’incontra nell’uomo, c’è
molto del cattivo, e c’è pur anche molto del buono. Certe spontanee
repulsioni, che ci si manifestano inconsapevolmente al primo aspetto
di una cosa, o di una persona, appartengono forse a questa seconda
parte dello istinto nostro. Ma noi — con la ragione sviluppata dalla
educazione e col criterio sviluppato dalla ragione — in luogo di
secondarle ci adopriamo del nostro meglio a combatterle, rintuzzarle,
annientarle e non sempre col nostro maggiore vantaggio.
Bianca si trovava appunto a far questo: la poverina imponeva silenzio
alle provide voci del proprio istinto e — cedendo al fascino di una ben
giuocata comedia — si lasciava attrarre come usignuolo dal serpe.
Non andò guari, infatti, che Tre-Grazie se n’ebbe cattivata tutta la
confidenza, come già godeva quella dell’intera di lei famiglia.
Il piano di costui era della più grande semplicità. Dal modo, in cui
camminavano le faccende, egli comprendeva bene che i perugini non
l’avrebbero potuta durare a lungo e che il giorno di capitolare la resa
non doveva essere lontano. A questo punto, tornava evidente, che i più
de’ Venticinque — come quelli che reputavansi maggiormente compromessi,
ed in ispeciale messer Bartolomeo della Staffa, che lo era daddovero e
molto — non avrebbero indugiato a mettere il più di strada possibile
tra la loro gola e il capestro, che probabilmente gli apparecchiava
il Farnese. Egli, dunque, si sarebbe proposto — nella sua qualità di
nuovo amico di casa — di tutelare e scortare con alquanti de’ suoi la
fuga di messer Bartolomeo e la sua famiglia; avrebbe disposto in guisa
che questa si operasse di notte; quindi — aiutato dalle tenebre e da’
compagni — toltasi in braccio Bianca, fatto voltar groppa al cavallo e,
via, dàtogli di sprone sino alla tenda di Pierluigi.
Presumibilmente nulla poteva intervenire, che gli sconcertasse un
simile piano.
Tutto lo assunto compendiavasi nello accaparrarsi il concorso
di quattro o cinque ausiliari, che — per quattrini, s’intende —
consentissero a prestargli mano nel divisato rapimento; ed era ovvio
che cosifatti satelliti dovesse ricercarli tra le milizie del Baglione,
da vari giorni già arrivate in Perugia e che racchiudevano ogni maniera
de’ più eterocliti elementi, e non durar pena a trovarli.
In capo della via, allora detta _Nuova_, perchè costrutta nel 1390,
piegando verso l’Arco di Augusto, aprivasi una lurida bettolaccia dalla
porta sgangherata, le tavole unte e bisunte, le panche traballanti su’
loro piedi sconnessi, dove i soldati e i capilance di quelle milizie
avevano preso l’andazzo di convenire ogni sera, in cui non fossero
di guardia alle mura, per accoppare il tempo giuocando a zara e
sbevazzando vin cotto delle Marche, o vin crudo delle Romagne.
Ivi trasse una sera Tre-Grazie, nello intendimento di farvi, a
bell’agio, i suoi studi.... _in anima vili_ e la sua scelta.
Confidente nel proverbiale _in vino veritas_, era egli persuaso che,
in nessun luogo meglio che alla taverna, avrebbe potuto formarsi uno
esatto criterio sul carattere e l’indole vera dei farabutti, cui era
sul punto di domandare sussidio.
Tra superiori e subalterni, ce ne trovò, infatti, congregati bene una
ventina, gli uni stretti in circolo attorno a un tavolo su cui due
loro compagni si garrivano, o ai dadi o alla mora, prima le paghe,
poi il cavallo, poi la daga, la spada, il pugnale, il moschetto e —
finalmente — la loro parte di bottino... _in fieri_; altri a cavalcioni
di una panca, con le gomita puntellate al sordido desco e gli occhi già
imbambolati dalle reiterate libazioni: altri, infine, o accoccolati o
stesi addirittura sul terroso pavimento e immersi nel sonno.
I morioni, le barbute, gli elmetti, le partigiane, i centuroni, i
cosciali, smessi da’ giuocatori e da’ bevitori, per istar meglio in
panciolle, giacevano alla rinfusa in un canto della stamberga, cui
davano l’aria d’un magazzino di rigattiere antiquario.
L’ostessa — grossa contadina di Foligno, dall’epa regurgitante, gli
occhi lagrimosi e il mento barbuto — s’affaccendava, da destra a manca,
qui recando un paio di bicchieri di stagno, là un fiasco di Sangiovese,
dove una frittatina grassa al battuto di lardo, dove una lucernetta
d’ottone a tre becchi, per meglio rischiarare una partita ai dadi.
Appesa nel mezzo del soffitto a vôlto, nero come quello d’una cantina,
un enorme lanternone di ferro, dai vetri fuliginosi e dal lucignolo
scoppiettante, spandeva la sua luce tetra e rossastra su quella scena
bizzarra.
Quando vi penetrò il giovane capitano Tre-Grazie, la bettola echeggiava
de’ più bestiali e assordanti clamori: giuocatori, che si bisticciavano
e, dalle parole, minacciavano passare alle busse; capilance, che
gridavano più forte, per sedarne la bizza e ricondurli al silenzio;
beoni che tempestavano le tavole di colpi, per richiedere nuovo
alimento alla loro sete da spugne, o che — in quella beata estasi
della prima ebrezza — intuonavano sguaiate ed oscene canzonacce;
tutti i dialetti, tutte le imprecazioni e bestemmie più accidentate,
che s’incrociavano, come razzi e girandole, in un fuoco d’artefizio;
formavano una chiucchiurlaia di suoni, di urla, di strilli, così
strepitosa, da disgradarne due locomotive, quando si rasentano, in uno
scambio di convogli sotto una galleria ferroviaria.
Tre-Grazie sedette, si fece apprestare un bicchiere di lambrusco
riminese e prestò attenzione.
— Bada, Guidalesco — vociava uno de’ giuocatori, mentre agitava il
bossolo fatale — se perdo anco questa, che sia impiccato, che sia,
se non diserto domani e non piglio su il mio moschettone nuovo della
fabrica di Milano e quel famoso colpo di stocco, che m’ha insegnato lo
svizzero Gaspardo di Feltz, per andarli a profferire a Sua Grandezza,
Monsignor Duca di Castro, che Dio faccia campare mill’anni e che sarà
sempre meno tirchio e noioso di questo branco di bottegai perugini!
— Tieni la lingua a posto, Brancaccio! — gl’intimò un capo bandiera —
o che io, se la duri, ti fo legare su stretto peggio d’una salsiccia e
mortificare le carni, come ad un santo anacoreta!
— Ho detto: se perdo! — fece remessivamente Brancaccio.
— E hai perduto — gli ghignò in volto il suo antagonista.
— Sacramento! — urlò il perdente e s’allontanò dal tavolo, dopo averla
quasi sfondata con un pugno.
Tre Grazie lo chiamò a sè.
Aveva cominciato a scegliere.
Per via dello stesso Brancaccio — scampolo di galera che, a furia
d’aver mutato padrone e militato sotto tutte le insegne, non ricordava
più tampoco il paese dov’era nato — non tardò a stringere lì per
lì, conoscenza con altri tre birbaccioni, i quali — udito di che si
trattasse e dopo essersi fatti un po’ tirare per quanto al compenso, —
consentirono tutti di mettersi a’ suoi ordini e di aiutarlo in ogni sua
impresa.
Ma il proverbio dice che se il diavolo fa spesso le pentole non fa
sempre i coperchi.
Infatti — tra i frequentatori della taverna — tutti indistintamente o
assorbiti dal giuoco, o avvinazzati o dormienti, epperò non in istato
di prestare la minima attenzione al crocchio misterioso che Tre-Grazie
e i suoi quattro accoliti formavano in un canto — uno per eccezione ve
n’era, che vi badava ed anche tendendo molto l’orecchio.
Era costui un giovane capo di lancia, alto, ben fatto, pallido,
melanconico, il quale non si trovava in quel luogo che per mero caso,
indottovi da uno de’ suoi commilitoni, quello istesso che, poco prima,
aveva ammonito Brancaccio. Chiassone e sollazzevole quant’altri mai,
questo suo compagno non aveva tardato molto a staccarsi da lui per
assistere ad una partita di zara; cosicchè egli era venuto a trovarsi
tutto solo in mezzo a un ambiente, che — stando alle apparenze — non
doveva minimamente confarsi nè a’ suoi gusti, nè al suo carattere.
Volendo tuttavia — per non mostrarsi scortese — aspettare ad andarsene
che la partita di zara fosse finita; e’ s’era addossato frattanto
ad una delle pareti e stava là ritto, tutto assorto ne’ propri
pensieri; quando talune parole rivolte a fior di labra da Tre-Grazie a
Brancaccio, lo scossero vivamente e lo trassero da quel sue meditare.
Tali parole erano le seguenti:
— Quindi passare al soldo del signor duca Pierluigi Farnese!
Il giovine, all’udirle, ebbe come un trabalzo di sdegno; si staccò un
momento dalla parete; fece un passo inanzi; ma quindi — mutato aviso —
tornò a riprendere la sua postura, mormorando fra sè stesso:
— Sta bene! vi terrò d’occhio!