CAPITOLO XXVII.

Il capitano Tre-Grazie.

Uno solo de’ capitani non aveva seguito i colleghi in quella gloriosa

spedizione.

Era il giovinetto, che questi chiamavano il capitano _Tre-Grazie_.

Costui era rimasto nell’abazia di Monte degli Angioli presso di

Pierluigi.

Si trovavano soli.

— Che scritto è quello? — gli chiese il duca indicandogli un foglio

piegato in quarto e giacente sul tavolo, inanzi al quale egli stava

seduto.

Il giovane lo spiegò e:

— Un rapporto di monsignor Filareto — rispose.

— Ah! ah!... cosa dice?

— Ho da leggere?

— No, no, poffar Bacco!... dimmene il sugo e mi basta!... Apollonio è

un fiore d’uomo come se ne danno pochi: dotto, profondo, che scrive

latino meglio del Fracastoro e il volgare meglio di messer Agnolo

Fiorenzuola.... un tesoro, insomma!... ma quando ho a decifrare le

sue zampe di gallina o ad inghiottire que’ suoi periodi eterni, che

mozzano il respiro; Dio degli Dei, preferisco ammalar di renella, come

m’accadde due anni fa!.... tira, dunque via: cosa dice?

— E’ dice che i perugini, dopo aver spedito il loro Carlo della Penna

al signore Ascanio Colonna da Palliano, il quale eziandio di sovradazio

sul sale sembra non volerne sentire, gli hanno delegato adesso un

tale Lorenzo Bavarini cui messere il conte avrebbe impromesso aiuto di

quattrocento cavalli e di diecimila fanti.

— E buuum!... messere il conte di Palliano e di Rocca-di-Papa non

è stato per certo dal leggere l’_Amadigi di Gaula_ e le panzane di

Matteo Boiardo... ha di molte fanfaluche pel capo, il pover’uomo!...

quattrocento cavalli e diecimila fanti!.. eh, non mi fa celia il

messere!... come gli bastasse dar del piede nelle sue rocce d’Abruzzo

perchè ne scaturissero uomini armati a mo’ di funghi dopo le prime

piove d’autunno.... se non hanno altre legna da bruciare nel verno i

buoni perugini possono disporsi a schiattare di freddo!... eppoi?

— Eppoi, che messer Ridolfo Baglioni ha lasciato Fiorenza, con

permissione di quel signor duca....

— L’ambidestro!

— E per la via d’Arezzo s’è dirizzato a questa volta, raggranellando in

cammino buon dato di gregari e di capitani.

— Fisime! fisime! co’ miei lanzi e i miei fanti e co’ lavori

d’approccio che mastro Francesco Marchi saprà prepararmi, Perugia non

la può durare una settimana!... m’ho solo una grossa paura.

— Quale?

— Che sapendomi qui, a capo dello assedio, colei non s’affretti a

svignarsela prima che la città cada.

— Eh! eh!

— Non ti pare?

— C’è un mezzo per impedirlo.

— Dirmelo subito!

— Che qualcuno vi s’introduca prima che le cose siano ridotte a tale

estremità.

— Per la croce, hai ragione; ma chi?

— Io.... se ti piace.

— Tu?

— Sai bene: quella donna io l’aborro.

— E ti basterebbe l’animo?

— M’hai conosciuto mai d’animo fiacco e pusillo?

— Oh, no; ma....

— Ho il tuo consenso?

— Ma come intendi condurti?

— Ridolfo Baglioni tiene i suoi quartieri poco più in qua di Cortona

nelle campagne adiacenti al Trasimeno.... io ci vo’ senz’altra

compagnia che quello scaltrito del tuo Pellegrino di Leuthen....

Ridolfo sta appunto là facendo incetta d’uomini d’arme e capitani di

lance, co’ quattrini speditigli dai buoni rivoltosi di Perugia.... noi

gli proponiamo di accettarci al suo soldo; non istiamo a stiracchiarla

troppo circa le paghe, e non c’è pericolo ci rimandi.... una volta del

suo esercito, lascia fare a me per procacciare al restante.

— E tu fa quello che il core ti detta.

— Sai per prova che il core non mi può dettare se non quanto istia col

tuo interesse e il sodisfacimento de’ tuoi desideri.

— E perciò me gli affido.

— Forniscimi, intanto, di un salvocondotto.

— Col tuo nome proprio?

— No: di’ semplicemente pel suo latore: assumerò il nome che più mi

convenga.

— E sia.

E Pierluigi si chinò sul tavolo e — cosa rara — vergò di suo pugno il

richiestogli salvocondotto.

Il Trasimeno non ha del lago che la vastità: del resto — manchevole

affatto di rive, di dintorni, di amene accidentalità delle circostanti

campagne; con quelle sue aque immote, frigide, stagnanti, che si

dilagano a fiore di terra; con quelle uggiose canne palustri che vi

crescono, vi muoiono, vi imputridiscono tutto allo ingiro — ha più che

altro della immane pozzanghera, intorno alle cui melanconiche prode, il

demone della febre sbatte le mortifere sue ali di pipistrello.

Poco più in là di esso lago, in direzione della vetusta Cortona

dalle etrusche mura, non lungi dalla vasta e fertile Valle di Chiana,

trovavasi abbivaccato sur una diserta radura l’esercito messo assieme

da Ridolfo Baglioni, per conto de’ suoi concittadini, dei quali

intendeva muovere alle difese. Era un’accozzaglia d’ogni maniera

birboni, anche meno cappati di que’ che formavano le schiere di Santa

Madre Chiesa; il che è tutto dire: venturieri d’ogni lingua, refrattari

d’ogni bandiera, grassatori, tagliaborse, genti al bando di ogni

civile convivio, che miravano alle paghe, alle taglie, al saccheggio

e null’altro. Sempre — sin’anco addì nostri — quando s’è trattato di

improvisare milizie, sia pure per le più sante delle imprese, s’è

visto cacciarvisi dentro rifiuti di ergastolo e scampoli di forca.

I regolamenti e le discipline che preseggono a qualsiasi organismo

militare non si possono naturalmente chiamare in vigore in simili

occorrenze, epperò tanto vale tirar via le chiaviche a fogne o cloache:

gli scolaticci sturati e sciolti scorrono tumultuosi alla china e

bisogna lasciarli colare nel caldaione senza nè foraticcio nè vaglio:

tutto là dentro si rimescola e gorgoglia, come i vari e disparati

ingredienti, onde le streghe di Macbeth formavano il loro infernale

intruglio.

Ridolfo Baglioni, venuto d’Arezzo e Cortona, col principale nerbo

de’ suoi, che s’era andato ingrossando per via — aveva posto il suo

quartiere in quel sito, per farvi tappa, ed ivi attendere taluni de’

suoi capitani, che aveva spedito pe’ dintorni ad ingaggiare quanti più

uomini potessero. E — tratto tratto — qualcuno di costoro ritornava al

campo con qualche seguace. Primo era stato il Bettuccio, che veniva

da Castel Fiorentino dove s’era attardato; poscia Bino Signorelli,

che aveva dato una corsa in direzione di Chiusi; adesso era Giacomo

Bigazzini che riedeva dall’essersi inerpicato su su verso Gubbio. E

tutti menavano seco bulime incomposte di sgherri e persino di villici

avvinazzati, che intronavano i sentieri delle loro sguaiate e sconce

canzonacce. Altri due capitani, Girolamo della Bastia e Panta Almenna,

fuoruscito perugino, trovavansi già, a mo’ di vanguardo, inoltrati sino

a Perugia, dov’erano iti ad annunziare che presso Cortona si stavano

raccogliendo uomini, i quali accorrevano a torme.

Scendeva il bruzzolo.

Le aque del lago evaporate sotto la pressione di un caldo sole di

maggio ricascavano, all’ora della irradiazione, in una specie di

fitta ed umida caligine, che invadeva tutte le circostanti pianure ed

anticipava l’oscurità della sera.

I bivaccanti acciapinati per la massima parte su la nuda terra, fra

pochissime tende di rascia ed altre poche di pergole e fogliami —

avevano acceso vari fuochi e poste le sentinelle e stavano adoprandosi

a preparare la cena; quando lo scalpito improviso di due cavalli fece

a molti di loro rizzare le orecchie ed acuire gli sguardi verso la

strada costeggiante il lago. Non poteva essere nessuno de’ capitani,

dappoichè tutti si trovassero già restituiti all’accampamento. C’era

solo a temere fossero il della Bastia, o l’Almenna, già spediti a

Perugia, nel qual caso si aveva a presentire qualche poco gradevole

annunzio, o che, per esempio, i perugini, cedendo alle istanze rivolte

loro da molti maggiorenti e specie dal cardinale Gianmaria Del Monte

— che aveva congiunti nella loro città ed eravi già stato vice-legato

— si fossero risoluti a umiliarsi e domandar pace; o che le truppe

pontifice avessero fornito il loro cammino più prestamente di quanto

si poteva supporre e ridotto già alla impotenza la città ribellata: due

ipotesi codeste che riuscivano del paro sommamente incresciose a quella

feroce bordaglia la quale si sarebbe vista nel duro stremo di dover

ringuainare, a pena sfoderate, le sue care speranze di rapina e di

sacco.

Ma l’incertezza non durò a lungo.

Al grido d’allarme ed alla inchiesta delle scolte, s’intese una voce,

melodiosa, argentina, rispondere francamente:

— Viva Perugia e messer Baglione!

— Chi siete? — domandò una delle sentinelle.

— Gente di buona volontà — riprese la voce.

— Cosa desiderate?

— Null’altro che unirci a voi, per militare al vostro fianco in prò

della città di Cristo, contro le scellerate bandiere del suo Vicario.

— Siate i benvenuti! — fece la scolta, raddrizzando la pertugiana

inastata.

E lasciò che i due cavalieri entrassero nel campo.

Inutile il soggiungere, che erano Pellegrino di Leuthen e il capitano

Tre-Grazie.

Il Baglioni dormiva, per cui i due sopraggiunti vennero, da un

capolancia, guidati dinanzi a Bino Signorelli, che ne aveva la

luogotenenza.

Costui, non appena li ebbe scorti e risaputo dal capolancia a quale

scopo traevano allo attendamento:

— Menar le mani con noi? — disse loro — ma sarete appagati, gaglioffi

miei.... noi non chieggiamo altro di meglio che uomini!.... solo, ho

una lieve difficoltà da affacciarvi.

— Quale? — interrogò Tre-Grazie.

— Dall’un canto, che tu mi pari un cosettino mo’ mo’ svezzato e,

più che a far la barbuta in campo e contra dell’inimici, adatto a

giocarellare alla palla e addestrar cagnuoli od aironi in paggeria di

qualche potente gentiluomo o di qualche dama leggiadra; dall’altro, che

il tuo compagno, mal’atticciato com’è e poco in gambe, m’ha più l’aria

di un merciaiuolo ambulante chè d’una lancia spezzata.

— Non precipitate i giudizi vostri, messere!.... le apparenze traggono

assai soventi in errore e, quando m’abbiate visto alle prove, dovrete

farvi un ben diverso criterio di me: vi convincerete ch’io sono

tutt’altro da ciò che vi appaio....

E, nel dir questo, Tre-Grazie soghignò maliziosamente, mettendo

in evidenza due file di denti piccoli ed uniti d’una smagliante

candidezza. Indi continuò:

— Non sarà sotto di voi, messere, che io farò le prime mie armi.

— E sotto chi le hai fatte, le tue prime, di grazia?

— Sotto il duca d’Herbosa, l’anno passato, nelle Fiandre, d’onde

ritorno.

— Diavolo! diavolo! e di qual terra sei?

— Di Valle di Nure, messere, in quel di Piacenza.

— E ti chiami?

— Ho veramente nome Pier Schianchino de’ Mattei; ma i miei commilitoni

m’hanno ribattezzato con quello di capitano Tre-Grazie e così mi

chiamo.

— Giuggiole!.... capitano, tu dici?

— Tanto io era almeno nello esercito di Sua Maestà Apostolica e

Cattolica, l’imperatore di Lamagna, re delle Spagne e delle Indie.

— Ma io non posso pigliarti come tale anche fra noi, primo: perchè

tutte le bandiere sono coperte; secondo: perchè mi vieni pressochè

solo, non contando io per un uomo la specie di scimia, che ti fa da

compagno.

L’onesto Pellegrino mise fuori un sordo grugnito di malcontento.

S’intendeva facile che la qualificazione di scimia non gli andasse

troppo a fagiuolo.

— Nè tanto io richiedo — fu sollecito a rispondere Tre Grazie — sono

senza ingaggio e bramo impiegar bene il mio tempo: capitano o soldato

m’è indifferente; solo desidero ispirare a voi ed al magnifico messer

Ridolfo Baglioni qualche speciale fiducia, acciocchè mi abbiate a

tenere in onore e non confondermi con la ciurmaglia e il canagliume,

che brulica, senza dubio, sotto gli ordini vostri.

— E sta riposato — sclamò ridendo il capitano — che tanto io quanto

messere ti adopreremo a buon conto!... la tua cera mi garba; poi,

mi garbano anco que’ tuoi fari spicci e disinvolti e quel non so

che di frizzante e di rodomontesco, che ti balena negli occhi... hai

le fattezze d’una donnina; ma gli occhi, poffare, sono quelli di un

diavolo!... se nissun altro ti voglia fare buon viso, ci sono io, Bino

Signorelli, che ti accetto come mio secondo e luogotenente.... ti va?

— Capitano, io non saprei desiderare di meglio.

— Solo, se ho trovato subito il collocamento per te, non so davvero che

farmi di quella tua segrenna di commilitone.

Pellegrino fece un’altra smorfia.

— È un tedesco — mormorò allora Tre-Grazie chinandosi all’orecchio

del capitano — segrenna sin che vi piace, ma destro, astuto, fino

come l’oro.... aggiugnete, messere, ch’e’ conosce questi luoghi palmo

a palmo, meglio ancora che se vi fosse nato: voi potrete trarne il

maggiore profitto come indagatore, come esploratore....

— O come spia, t’ho mangiato — concluse sghignazzando il Signorelli.

— Per cui — continuò il giovinetto — se pigliate me, come luogotenente,

e tutti due noi pigliamo lui come nostr’uomo di confidenza.

— Si avrà la tua, se t’aggrada; ma la mia no, di certo.

— Mi faccio suo mallevadore!

— Oh, non scaldarti il fegato, ragazzo!.... che se ne vada, o che

resti poco men cale: se hai tanto attaccamento per quel tuo tedesco

del malanno e tu tientelo pure, in buona pace.... non mi domandi un

baiocco, per altro!.... darò a te la tua paga: quattro ducati il

giorno, il doppio ne’ giorni di battaglia e un decimo del bottino

convenuto per la mia gente; ma a lui, bada bene, nemmanco un sesino: ci

avrai a provedere tu stesso.... ti va?

— È quanto appunto stava per proporvi io medesimo.

Il giovine capitano sapeva bene, che le controversie co’ venturieri di

quel tempo si riducevano pressochè tutte a question di quattrini.

Signorelli non aggiunse verbo; accolse il giovine nella sua tenda

e disse brutalmente a Pellegrino che, se voleva coricarsi, si

procacciasse un po’ di posto in su l’erba. Tre-Grazie, dal canto suo,

lo incaricò, di aver cura dei cavalli.

L’indomani mattina lo stesso Signorelli veniva chiamato a sè dal

Baglioni, il quale gl’intimava di spedire immantinente qualcuno

de’ suoi a Perugia, che avertisse della Bastia e l’Almenna del loro

prossimo arrivo.

Ormai tutto il più d’uomini su cui si potesse contare era raggruzzolato

e non eravi più ragione per non rompere gl’indugi e mettersi in via.

Il Signorelli — ritornato alla propria tenda — chiese a Tre-Grazie se

fosse proveduto di buon cavallo.

— Ho un nero ginetto di Spagna, — gli rispose il giovine — che va come

il vento.... quando gli sono in groppa, e’ mi pare d’aver messo l’ale

alle spalle, tanto mi fischia l’aria impetuosa sul viso.

— E il tuo tedesco?

— Dove io vo e lui viene, il che significa, messere che il suo cavallo

non è da manco del mio: e di fatto è un eccellente puledro maggiaro.

— Se così è, figliuolo, io ho subito trovato bisogna per te.

— Ne ringrazio Iddio.

— O il diavolo ch’è tutt’uno!...

— Che si tratta di fare?

— Di montare in sella del tuo famoso ginetto e col tuo malnato tedesco

alle terga, che ti faccia da scudiero o valletto, qual più ti aggrada,

dare una brava corsa di tutta lena sino a Perugia.

Tre-Grazie dovette impor freno a’ moti del proprio cuore, affinchè un

trasalimento improviso ed inopportuno non isvelasse la gioia che quello

annunzio gli cagionava.

— A Perugia? — domandò, invece, con aria d’apatica curiosità — e che ci

andrò a portare a Perugia?

— Null’altro che l’annunzio del nostro prossimo arrivo.... a pena

giunto in città, ti recherai in piazza grande all’Udienza della

Mercanzia, dove hanno sede i Venticinque, e chiederai loro de’ capitani

nostri messer Gerolamo della Bastia e messer Panta Almenna e, come

ti sia dato avvicinarli, istruiscili che ci hai lasciato sul punto

di levare il campo e d’avviarci, cosicchè, se oggi siamo a’ dieci di

maggio, posdimani, dodici, contiamo averli raggiunti.

— E null’altro?

— Null’altro.

— Ma, dico, messere, que’ vostri capitani di lassù mi vorranno e’

riconoscere e prestar fede?

— No, certo, se tu ci andassi così di tuo talento; ma io vo’ a fornirti

del necessario, perchè non ti abbiano a pigliare in sospetto.

E, da un gregario, fece chiamare un tale messer Teodosio Arricciabene,

piccolo e gramo chierico che, nell’esercito raccogliticcio del

Baglione, serviva da segretario, e gli commise di scrivere le

patenti, che dovevano fare rispettare ed accogliere amicalmente il suo

emissario.

— Tornami a dire il tuo nome — chies’egli a Tre-Grazie — come ti chiami?

E questi:

— Pier Schianchino de’ Mattei, detto Tre Grazie.

— E il tuo sbilenco tedesco?

Il giovine stette in forse un momento. Probabilmente pensò che,

sotto il proprio vero nome, il pseudo-antiquario fosse troppo noto

anche in Perugia e suoi dintorni per non essere esente da pericolo il

declinarlo.

— Ebbene? — fece il Signorelli.

— Eh, messere — rispose il giovane, sorridendo e dondolando il capo,

tanto per guadagnar tempo — non vi state a spazientire... se non v’ho

subito risposto, egli è che mi facevo ritornare in mente il modo in cui

quel suo dannato di nome è scritto.... e’ pare un kirieleisonne!

— E com’è dunque?

— È Volframo di Rautzengrachenberg.

— Accidenti!

— Vedete!

E Teodosio Arricciabene, s’ingegnò del suo meglio — dietro le

indicazioni del giovinetto, che glie lo dettò lettera per lettera — a

scrivere il finto nome appioppato da questi a Pellegrino di Leuthen sul

foglio di ricognizione che dovea servir loro per introdursi in Perugia.

Munito di un tal foglio, Tre-Grazie inforcò il suo negro cavalluccio e,

seguito dal fedel Pellegrino, prese la via di Perugia.

Poteva così mantenere ciò che aveva impromesso a Pierluigi Farnese e

senza avervi durato grande studio, o fatica.

Terremoto · 第 47 / 98 题