CAPITOLO XXVI.

L’esercito di Santa Madre Chiesa.

Ma, nel medesimo tempo — come abbiam detto — Pierluigi Farnese si

avvicinava.

Traendo via per la strada, che è tra Campagnano e Castelnuovo di Porto,

tra Civita Castellana e Poggio Mirteto, tra Narni e Rieti, tra Cascia e

Spoleto, fra Trevi e Montefalco, passando per Fuligno, era giunto sul

monte degli Angioli presso d’Assisi, dove aveva posto il suo quartier

generale.

Il sistema militare de’ tempi si andava grado grado modificando sì

per la importanza sempreppiù prevalente delle armi da fuoco, sì per

le profonde e radicali riforme suggerite dall’_Arte della guerra_

di quello ingegno versatile ed aquilino — uom di stato e filosofo,

critico ed istoriografo, dramaturgo e stratega ad un tempo — che,

per quattordici anni consecutivi, tenne i registri della Magnifica di

Firenze.

Comprendendo tra’ primi di quanto danno e pericolo tornasse lo affidare

la sorte delle imprese guerresche a’ condottieri e capitani di ventura;

aspirando a costituire eserciti nazionali, onde opporre al tristo

spettacolo di mercenarî stranieri la forza morale di italiani, che

convincessero il prisco valore non essere interamente estinto fra

noi; Niccolò Macchiavelli aveva proposto di combinare assieme i due

sistemi della falange macedone e della legione romana, dando picche

alle prime linee per respingere gli assalti della cavalleria e buone

spade alle altre; di surrogare a’ fortilizî i campi trincerati ed

i rapidi e decisivi attacchi alle lunghe e cautelose evoluzioni; di

meglio regolare e distribuire le marce ed — anzichè scindere i corpi in

avanguardia, battaglie e retroguardia, come si usava — di far precedere

e seguire qualche manipolo di cavalli, mentre il grosso avanzasse in

colonne serrate e parallele: idea cotesta non desunta dagli antichi e

che formò poi una delle glorie di quell’altro genio non meno versatile

ed eminentemente guerriero di Federico II di Prussia.

Fu il Macchiavello a preconizzare le _landwher_ e le _landsturm_, col

voler sottomettere tutti gli uomini fra i diecisette e i quaranta

al _deletto_, o coscrizione, sicchè tutti a un bisogno, potessero

prendere le armi, nè però queste fossero professione speciale di

alcuno; tutti il sentissero come un dovere santo, nè però corressero

alle fila con improvido ardore; — egli a porre una gerarchia di gradi

ben proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse, ad assegnar

tamburi, vessilli, pennacchi, colori ed altri distintivi opportuni

a conservar l’ordine; — egli finalmente, a far tradurre in atto

dalla Signoria buona parte de’ suoi dettami, con l’armare diecimila

contadini, cui dètte abito uniforme biancorosso, armi e suoni a modo

de’ svizzeri e tedeschi e che s’esercitavano ogni giorno festivo nel

comune e due volte l’anno in grandi mostre generali, come adesso le

nostre milizie della provincia e del comune, sostituite alla riserva ed

alla guardia civica.

Malgrado ciò — in molta parte d’Italia — l’antico sistema, comecchè

imbastardito, era pur tuttavolta in onore.

Ricchi, occupati di arti, di industria, di traffico, gl’italiani non

avevano nè tempo, nè voglia di mettersi soldati, preferendo vederseli

condotti sul mercato, quasi derrate dell’Arabia e dell’India: ed

erano gente senza morale nè sentimento, perchè mestieranti, la cui

viltà rendeva sempreppiù spregevole l’uso dell’armi e tra la nazione e

l’esercito inalzava una insormontabile barriera.

I grandi condottieri su lo stampo di Braccio e di Sforza erano finiti:

non rimanevano più che abietti mercenarî, puri masnadieri, assoldati

oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci

quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della

preda, iattanti, spavaldi molto più a parole che non a fatti. — Solo

un momento si tardassero le paghe, e subito rompevano obbedienza,

arrestavano il capo, spesso lo costringevano ad azzuffarsi in

circostanze disopportune, nell’unico intento di riuscire al saccheggio.

Del quale — per poco una terra si fosse difesa — pretendevano al

dritto, sicchè talvolta se ne pattuiva il riscatto prima ancora

di acquistarla, o la si vendeva ad un appaltatore, come fecero gli

spagnuoli nel 1530, che — al dire del Varchi — «vendettero il sacco

d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da

poi, mettea sequestro su quel comune, e arrestava alcuni terrazzani per

averne certi resti.»

Siffatte bulime formavansi a mo’ di tarsio o musaico d’ogni maniera

de’ più birbeschi elementi: spagnuoli traditori, maestri nello

insinuarsi carponi tra picca e picca e, tutelati dal loro invulnerabile

brocchello, pugnalare il nemico; svizzeri sempre disposti a passare

con arme e bagaglio alla fazione avversaria per qualche quattrino di

maggior soldo fosse loro promesso; — raitri e lanzichenecchi tedeschi,

lerci, beoni, impazienti d’ogni disagio, che si ugnevano mani e ferri

col grasso de’ cadaveri nemici, e si trascinavano dietro prigionieri,

uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code de’ cavalli

e spinti a suon di calci e frustate; ladroni, che disertavano ogni

tratto per trasportare a casa loro il bottino, attalchè «_il n’estoit

jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui

ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bledz, soyes à filer et

autres ustensilles;_ — » stradioti reclutati fra gli albanesi accasati

nel reame di Napoli, cavalieri feroci, che — armati di spada, di mazza

e d’un lungo bastone ferrato a due capi, con la cotta di maglia ed

un morione senza visiera nè cresta — si battevano ad oltranza, mai

concedendo quartiere; — fantaccini nostrali, comandati a ragion d’un

uomo per casa e pagati un tanto il giorno; — e villani, che doveano

prestarsi a’ trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincere,

ed anche far le guardie nelle rôcche e tener saldo al caso finchè

giungessero i soccorsi.

E di non dissimile accozzaglia componevasi appunto l’esercito che Santa

Madre Chiesa aveva affidato al suo Gonfaloniere e Capitan Generale per

militare contro Perugia.

E nonpertanto, in quel ridente mattino d’aprile, la lunga,

interminabile striscia di uomini, di cavalli, di salmerie, che dall’imo

annebbiato della vallea, saliva tortuosa sino al culmine aprico di

monte degli Angioli, offriva un vago, pittoresco spettacolo.

A chi avesse potuto contemplarla dall’alto al basso librato nello zenit

su l’ale di qualche favoloso ippogrifo, sarebbe parsa uno di quelli

immani serpenti delle foreste d’America dalla pelle variegata e dalle

squame a metallici riflessi, tanto era mista e diversa per fogge strane

ed eteroclite, per colori cupi e smaglianti, e svolazzo di piume, e

scintillio di gemme, e lucicar di spade e di cimieri.

La natura, inconscia o beffarda, sembrava accogliere quel minaccioso

apparato di guerra col suo più voluttuoso sorriso.

Primavera le ridava la giovinezza.

L’aria mobile e frizzante rapiva alle pinete i loro acri profumi;

un biancastro vapore leggero e diafano, come que’ veli di Coo che

avvolgevano cento volte le nudità senza occultarle, mitigava lo

sfolgorante azzurro del cielo; la terra si schiudeva a’ primi germi,

rorida, imbalsamata, come la vergine che sorrida al suo primo amore.

Nel monistero, annesso al tempio di Santa Maria degli Angioli, dov’era

già quella _Porziuncula_, da cui uno de’ primi a balbettare il dolce

idioma italiano, San Francesco d’Assisi, poetava:

Nulla donca oramai più mi riprenda

Se tale amore mi fa pazzo gire.

Già non è core che più si difenda....

Pensi ciascun come cor non si fenda,

Fornace tal come possa patire....

Data m’è la sentenza

Che d’amore io sia morto;

Già non voglio conforto

Se non morir d’amore!

colà aveva preso stanza, col legato monsignor Jacobacci, il duca

Pierluigi Farnese, insieme al suo stato maggiore, il quale non

componevasi solo de’ comandanti supremi, che ci accadde già menzionare,

ma anche de’ suoi capitani particolari, che — oltre al Tomasoni da

Terni ed al Trentacoste da Camerino, a noi già noti — erano Antonio da

Cortona, Marcantonio da Castello, Giulio d’Ascoli ed il Bombaglino di

Arezzo.

A costoro aggiugnevasi un giovinetto ed imberbe ufficiale, che

Pierluigi aveva da poco assoldato.

Era un piccolo omettino, gracile, dilicato, tutto in abito di velluto

nero alla spagnolesca, con una semplice cotta di maglia, una barbuta

brunita ed una spada sottile, che nulla aveva di maschio fuorchè gli

occhi neri, sdegnosi, lucicanti.

I suoi colleghi — un po’ per ischerno, un po’ in ossequio alle gentili

sue forme — lo chiamavano capitano _Tre-Grazie_.

Egli non aveva comando; ma era addetto al servizio personale del duca.

Fu alla presenza e col sussidio di costoro, che Pierluigi — sentite le

spie, tra le quali primeggiava il nostro Pellegrino di Leuthen — tenne

il suo preliminare consiglio di guerra.

La strategia d’allora consisteva in ben poca cosa: tormentare,

taglieggiare, spelazzare il nemico quanto più si potesse e indurlo

gradatamente alla disperazione.

Però ciascun comandante di corpo ricevette commessione di sbandare

le proprie genti per le campagne circostanti a Perugia e d’inviare

trombette alle terre, intimando loro la resa e — dove subito non

cedessero — pigliarle a forza e menarne rovina.

Tali gli ordini che venivano impartiti dal rappresentante del Vicario

di Cristo, in nome di quella religione di pace e di perdono proclamata

da’ vangeli.

Ned i prodi capitani e colonnelli militanti sotto il suo comando erano

di stoffa da sentir scrupoli di coscienza e da temporeggiare nello

eseguire quegli ordini. Alla testa de’ loro cavalli si sparpagliarono

per le terre indifese ad oriente ed a mezzogiorno della città

devastando i campi, tagliando gli alberi, incendiando case e villaggi,

impadronendosi e mandando a sacco Castel delle Forme, San Martino in

Colle, Deruta, Bettona, Sigillo, Fossato, Marsciano, Papiano, Cerqueto

e Casa Castalda, spargendo ovunque la desolazione, il terrore, la

morte.

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