L’esercito di Santa Madre Chiesa.
Ma, nel medesimo tempo — come abbiam detto — Pierluigi Farnese si
avvicinava.
Traendo via per la strada, che è tra Campagnano e Castelnuovo di Porto,
tra Civita Castellana e Poggio Mirteto, tra Narni e Rieti, tra Cascia e
Spoleto, fra Trevi e Montefalco, passando per Fuligno, era giunto sul
monte degli Angioli presso d’Assisi, dove aveva posto il suo quartier
generale.
Il sistema militare de’ tempi si andava grado grado modificando sì
per la importanza sempreppiù prevalente delle armi da fuoco, sì per
le profonde e radicali riforme suggerite dall’_Arte della guerra_
di quello ingegno versatile ed aquilino — uom di stato e filosofo,
critico ed istoriografo, dramaturgo e stratega ad un tempo — che,
per quattordici anni consecutivi, tenne i registri della Magnifica di
Firenze.
Comprendendo tra’ primi di quanto danno e pericolo tornasse lo affidare
la sorte delle imprese guerresche a’ condottieri e capitani di ventura;
aspirando a costituire eserciti nazionali, onde opporre al tristo
spettacolo di mercenarî stranieri la forza morale di italiani, che
convincessero il prisco valore non essere interamente estinto fra
noi; Niccolò Macchiavelli aveva proposto di combinare assieme i due
sistemi della falange macedone e della legione romana, dando picche
alle prime linee per respingere gli assalti della cavalleria e buone
spade alle altre; di surrogare a’ fortilizî i campi trincerati ed
i rapidi e decisivi attacchi alle lunghe e cautelose evoluzioni; di
meglio regolare e distribuire le marce ed — anzichè scindere i corpi in
avanguardia, battaglie e retroguardia, come si usava — di far precedere
e seguire qualche manipolo di cavalli, mentre il grosso avanzasse in
colonne serrate e parallele: idea cotesta non desunta dagli antichi e
che formò poi una delle glorie di quell’altro genio non meno versatile
ed eminentemente guerriero di Federico II di Prussia.
Fu il Macchiavello a preconizzare le _landwher_ e le _landsturm_, col
voler sottomettere tutti gli uomini fra i diecisette e i quaranta
al _deletto_, o coscrizione, sicchè tutti a un bisogno, potessero
prendere le armi, nè però queste fossero professione speciale di
alcuno; tutti il sentissero come un dovere santo, nè però corressero
alle fila con improvido ardore; — egli a porre una gerarchia di gradi
ben proporzionata alle facoltà dell’uomo e delle masse, ad assegnar
tamburi, vessilli, pennacchi, colori ed altri distintivi opportuni
a conservar l’ordine; — egli finalmente, a far tradurre in atto
dalla Signoria buona parte de’ suoi dettami, con l’armare diecimila
contadini, cui dètte abito uniforme biancorosso, armi e suoni a modo
de’ svizzeri e tedeschi e che s’esercitavano ogni giorno festivo nel
comune e due volte l’anno in grandi mostre generali, come adesso le
nostre milizie della provincia e del comune, sostituite alla riserva ed
alla guardia civica.
Malgrado ciò — in molta parte d’Italia — l’antico sistema, comecchè
imbastardito, era pur tuttavolta in onore.
Ricchi, occupati di arti, di industria, di traffico, gl’italiani non
avevano nè tempo, nè voglia di mettersi soldati, preferendo vederseli
condotti sul mercato, quasi derrate dell’Arabia e dell’India: ed
erano gente senza morale nè sentimento, perchè mestieranti, la cui
viltà rendeva sempreppiù spregevole l’uso dell’armi e tra la nazione e
l’esercito inalzava una insormontabile barriera.
I grandi condottieri su lo stampo di Braccio e di Sforza erano finiti:
non rimanevano più che abietti mercenarî, puri masnadieri, assoldati
oggi a combattere quello per cui campeggerebbero domani, feroci
quando lontano il pericolo, coraggiosi solo nella speranza della
preda, iattanti, spavaldi molto più a parole che non a fatti. — Solo
un momento si tardassero le paghe, e subito rompevano obbedienza,
arrestavano il capo, spesso lo costringevano ad azzuffarsi in
circostanze disopportune, nell’unico intento di riuscire al saccheggio.
Del quale — per poco una terra si fosse difesa — pretendevano al
dritto, sicchè talvolta se ne pattuiva il riscatto prima ancora
di acquistarla, o la si vendeva ad un appaltatore, come fecero gli
spagnuoli nel 1530, che — al dire del Varchi — «vendettero il sacco
d’Empoli per cinquemila ducati a Baccio Valori, che, alquanti mesi da
poi, mettea sequestro su quel comune, e arrestava alcuni terrazzani per
averne certi resti.»
Siffatte bulime formavansi a mo’ di tarsio o musaico d’ogni maniera
de’ più birbeschi elementi: spagnuoli traditori, maestri nello
insinuarsi carponi tra picca e picca e, tutelati dal loro invulnerabile
brocchello, pugnalare il nemico; svizzeri sempre disposti a passare
con arme e bagaglio alla fazione avversaria per qualche quattrino di
maggior soldo fosse loro promesso; — raitri e lanzichenecchi tedeschi,
lerci, beoni, impazienti d’ogni disagio, che si ugnevano mani e ferri
col grasso de’ cadaveri nemici, e si trascinavano dietro prigionieri,
uomini e donne, giovani e vecchi, legati fra loro alle code de’ cavalli
e spinti a suon di calci e frustate; ladroni, che disertavano ogni
tratto per trasportare a casa loro il bottino, attalchè «_il n’estoit
jour qu’il ne se desrobast trois ou quatre cens lansquenetz qui
ammenoient beufz et vaches en Almaigne, lictz, bledz, soyes à filer et
autres ustensilles;_ — » stradioti reclutati fra gli albanesi accasati
nel reame di Napoli, cavalieri feroci, che — armati di spada, di mazza
e d’un lungo bastone ferrato a due capi, con la cotta di maglia ed
un morione senza visiera nè cresta — si battevano ad oltranza, mai
concedendo quartiere; — fantaccini nostrali, comandati a ragion d’un
uomo per casa e pagati un tanto il giorno; — e villani, che doveano
prestarsi a’ trasporti, preparare le vie, le spianate, le trincere,
ed anche far le guardie nelle rôcche e tener saldo al caso finchè
giungessero i soccorsi.
E di non dissimile accozzaglia componevasi appunto l’esercito che Santa
Madre Chiesa aveva affidato al suo Gonfaloniere e Capitan Generale per
militare contro Perugia.
E nonpertanto, in quel ridente mattino d’aprile, la lunga,
interminabile striscia di uomini, di cavalli, di salmerie, che dall’imo
annebbiato della vallea, saliva tortuosa sino al culmine aprico di
monte degli Angioli, offriva un vago, pittoresco spettacolo.
A chi avesse potuto contemplarla dall’alto al basso librato nello zenit
su l’ale di qualche favoloso ippogrifo, sarebbe parsa uno di quelli
immani serpenti delle foreste d’America dalla pelle variegata e dalle
squame a metallici riflessi, tanto era mista e diversa per fogge strane
ed eteroclite, per colori cupi e smaglianti, e svolazzo di piume, e
scintillio di gemme, e lucicar di spade e di cimieri.
La natura, inconscia o beffarda, sembrava accogliere quel minaccioso
apparato di guerra col suo più voluttuoso sorriso.
Primavera le ridava la giovinezza.
L’aria mobile e frizzante rapiva alle pinete i loro acri profumi;
un biancastro vapore leggero e diafano, come que’ veli di Coo che
avvolgevano cento volte le nudità senza occultarle, mitigava lo
sfolgorante azzurro del cielo; la terra si schiudeva a’ primi germi,
rorida, imbalsamata, come la vergine che sorrida al suo primo amore.
Nel monistero, annesso al tempio di Santa Maria degli Angioli, dov’era
già quella _Porziuncula_, da cui uno de’ primi a balbettare il dolce
idioma italiano, San Francesco d’Assisi, poetava:
Nulla donca oramai più mi riprenda
Se tale amore mi fa pazzo gire.
Già non è core che più si difenda....
Pensi ciascun come cor non si fenda,
Fornace tal come possa patire....
Data m’è la sentenza
Che d’amore io sia morto;
Già non voglio conforto
Se non morir d’amore!
colà aveva preso stanza, col legato monsignor Jacobacci, il duca
Pierluigi Farnese, insieme al suo stato maggiore, il quale non
componevasi solo de’ comandanti supremi, che ci accadde già menzionare,
ma anche de’ suoi capitani particolari, che — oltre al Tomasoni da
Terni ed al Trentacoste da Camerino, a noi già noti — erano Antonio da
Cortona, Marcantonio da Castello, Giulio d’Ascoli ed il Bombaglino di
Arezzo.
A costoro aggiugnevasi un giovinetto ed imberbe ufficiale, che
Pierluigi aveva da poco assoldato.
Era un piccolo omettino, gracile, dilicato, tutto in abito di velluto
nero alla spagnolesca, con una semplice cotta di maglia, una barbuta
brunita ed una spada sottile, che nulla aveva di maschio fuorchè gli
occhi neri, sdegnosi, lucicanti.
I suoi colleghi — un po’ per ischerno, un po’ in ossequio alle gentili
sue forme — lo chiamavano capitano _Tre-Grazie_.
Egli non aveva comando; ma era addetto al servizio personale del duca.
Fu alla presenza e col sussidio di costoro, che Pierluigi — sentite le
spie, tra le quali primeggiava il nostro Pellegrino di Leuthen — tenne
il suo preliminare consiglio di guerra.
La strategia d’allora consisteva in ben poca cosa: tormentare,
taglieggiare, spelazzare il nemico quanto più si potesse e indurlo
gradatamente alla disperazione.
Però ciascun comandante di corpo ricevette commessione di sbandare
le proprie genti per le campagne circostanti a Perugia e d’inviare
trombette alle terre, intimando loro la resa e — dove subito non
cedessero — pigliarle a forza e menarne rovina.
Tali gli ordini che venivano impartiti dal rappresentante del Vicario
di Cristo, in nome di quella religione di pace e di perdono proclamata
da’ vangeli.
Ned i prodi capitani e colonnelli militanti sotto il suo comando erano
di stoffa da sentir scrupoli di coscienza e da temporeggiare nello
eseguire quegli ordini. Alla testa de’ loro cavalli si sparpagliarono
per le terre indifese ad oriente ed a mezzogiorno della città
devastando i campi, tagliando gli alberi, incendiando case e villaggi,
impadronendosi e mandando a sacco Castel delle Forme, San Martino in
Colle, Deruta, Bettona, Sigillo, Fossato, Marsciano, Papiano, Cerqueto
e Casa Castalda, spargendo ovunque la desolazione, il terrore, la
morte.