CAPITOLO XXV.

«Perusia Civitas Cristi».

Rompeva l’alba dell’8 aprile 1540, che era il secondo giovedì dopo

Pasqua, ed una fitta di popolo d’ogni condizione — partendosi dall’arco

di Augusto presso la porta Sant’Angelo — scendeva giù per la via

nuova dalla parte soprana a quella di sotto della città, riversandosi

ad oriente verso porta Sole, per arrestarsi prima sul largo della

fontana, dov’era la podesteria, la corte di giustizia, le carceri ed

il ginnasio, e quindi in piazza di Sopramuro, dove la cattedrale, il

palazzo del priorato e le case della famiglia Alfani.

Precedeva la numerosa accolta, lunga ed interminabile processione

d’uomini in bianco sacco, alla testa della quale cavalcava il priore,

messer Brunoro Crispolti, recando in mano, s’un guancialetto di

ormesino, le chiavi della città, e seguito dal vice priore, dai

Venticinque, dal podestà, dall’auditore di Rota, dai capitani dell’armi

e da molto numero di cavalieri e di gentildonne.

Fra queste notavasi la nostra Bianca. Ella camminava al fianco delle

sue due cugine, le figlie di messer Bartolomeo di Giovan Bernardino

della Staffa, uno de’ Venticinque, il più ricco, il più generoso, il

più influente ed insieme il più caldo dei ribelli.

Su la porta meridionale del duomo sorgeva un grande crocifisso di

legno nero collocatovi espressamente perchè servisse alla solenne

consacrazione della città e che attualmente può vedersi ancora entro

una speciale cappella di quel magnifico tempio: e fu verso di quello

che si diresse la folla processionante.

Ivi giunta, il priore smontò d’arcione e — riprese dal collega le

chiavi che gli aveva rimesso scavalcando — andò a deporle a’ piedi

della croce, indicando così come Perugia, che non voleva più saperne

del più o meno alto dominio di un sovrano di questa terra, imitava la

sublime sì, ma poco pratica idea mandata ad effetto tredici anni prima

da’ fiorentini, con lo affidarsi alla diretta tutela del Redentore.

Compiuta quella pia cerimonia e mentre gli uomini in cilicio si

genuflettevano salmodiando intorno intorno al crocefisso, uno dei

gentiluomini, che facevano codazzo ai Venticinque, balzò su la scalea,

che ammetteva alla chiesa e — voltosi al popolo affollato:

— Fratelli — gridò loro con accento ispirato — ascoltatemi!

Tutti gli si accalcarono in giro premurosamente.

Era egli il giovane Mario di Lucalberto Podiani d’una delle famiglie

meglio estimate della città.

— Ascoltatemi — ripetè egli, come s’avvide che gli si prestava

attenzione — giorno per noi più solenne, più decisivo di questo non

s’è mai dato!.... sinora i nostri anziani si sono limitati a piegar le

ginocchia, a pregare, a formolare proteste; ma, da questo giorno, noi

ci prepariamo a combattere e a combattere nel divino nome di Cristo!...

è una lotta a cui ci accingiamo: lotta ardita, disastrosa forse,

temeraria certo, ma sempre santa contro la più iniqua, la più odiosa

delle soverchierie!...... spregiando le nostre guarentige, sconoscendo

i nostri privilegi, soppeditando i nostri diritti, non la intangibile

persona del Sovrano Pontefice, ma i malvagi suoi consiglieri, ma quei

geni malefici sotto maschera sacerdotale, che Satanasso ha posto a’

fianchi della cattedra di San Pietro, perchè cospirino a sua rovina,

perchè lavorino a scredito, a detrimento, a sfacelo della religione de’

nostri padri: vogliono assolutamente farci curvare la testa, umiliarci,

avvilirci, calpestarci e, perchè noi, forti in coscienza del nostro

buon dritto, rifiutiamo sudditanza ed infrangiamo il violato patto

di fede ligia, e’ mettono assieme bandiere e battaglie di efferati

mercenarî da spingerci addosso e sperano dalla forza brutale ciò che la

ragione e la giustizia loro non consente!.... ma, per la croce d’Iddio,

quando s’è gustato un momento solo il soavissimo frutto della libertà,

ogni più rude sacrificio ha da sembrarci leggero per difenderne la

pianta e, nel santo nome del Redentore, noi la difenderemo!... l’onore

e il decoro nostro ci hanno ad importare anche più della vita, perocchè

in essi stiano il decoro e l’onor della patria! figuriamoci che cotesta

vendereccia accozzaglia di venturieri spagnuoli, italiani e tedeschi,

di ladroni d’ogni paese che la Rota Apostolica avventa contra di

noi, siano come que’ iattanti francesi che il superbo re Carlo VIII

voleva introdurre di viva forza in Fiorenza con l’arme inastata, e,

al paro del grande Piero Capponi gridiamo loro, a nostra volta: se voi

suonerete le vostre trombe, e noi daremo nelle nostre campane!...

Il popolo scoppiò in un urlo d’approvazione.

— Le città de’ dintorni — continuò l’oratore — Fuligno, Assisi,

Città-di-Castello, Città-della-Pieve, Nocera-Camellaria, Trevi, Todi,

Spoleti, stanno per imitare l’esempio nostro; gli osservandissimi

signori di Siena consentono a rifornirci del sale; Bologna c’inanima

alle difese e ci consiglia a non cedere; il serenissimo signor duca

di Fiorenza c’impromette suo aiuto; messer Ridolfo Baglioni non può

tardare a giungere con le sue genti di guerra; Cristo è con noi;

dunque.... coraggio, fratelli e quanti sentano carità cittadina, quanti

nutrano dignità d’uomini, quanti abbiano braccio non attrappito da

età, da malanni o da vergognosa paura, impugnino un’arme qual sia e si

dispongano a combattere, a morire per la loro terra natale!

Un altro grido entusiastico della folla accolse queste parole, con le

quali il giovine Podiani diè termine alla sua concione.

Nel punto istesso, un guerriero tutto in armi si slanciò al suo fianco

e — volgendosi a’ signori del Magistrato che si teneano in prima linea:

— Intanto — disse loro — io, che non sono perugino e cui non scalda

carità di patria, ma solo odio e vendetta, vengo ad offrirvi la mia

mano, la mia spada e il mio sangue!

— Voi? — sclamò attonito messer Brunoro Crispolti — e chi siete voi,

dunque?

— Uno straniero — soggiunse il sopravenuto — poco vi prema il mio nome

che nulla potrebbe impararvi... vi basti che io domando combattere con

voi e per voi contra dei vostri nemici!

— E se fosse uno spione — buccinò a fior di labra il cronista Boncambi,

forse il più meticoloso e prudente de’ Venticinque.

— No, messere — gli rispose subito lo sconosciuto, che se non inteso,

aveva indovinato il suo dubio — e a quiete e securtà vostra vi propongo

un mallevadore.

— Quale? — interrogò il capo del magistrato.

— La nepote d’uno de’ vostri maggiori — continuò lo straniero — madonna

Bianca della Staffa.

— Bianca — fece Bartolomeo della Staffa, dando un passo inanzi

allo udir profferire quel nome e, della mano, accennò alla nipote

d’accostarsi.

Questa si staccò dalle cugine e — tutta timorosa e confusa, perchè

vedevasi fatta oggetto della generale attenzione — si avanzò sino al

piede della scalea.

— Tu conosci costui? — le chiese allora lo zio, indicandole lo

straniero.

Bianca lo affisò in volto in atto di stupore e rimase alcuni istanti a

contemplarlo, senza far verbo.

I penitenti, genuflessi intorno alla croce, avevano smesso le loro

salmodie: il popolo s’era chiuso in quello ansioso silenzio che è tutto

particolare della aspettazione.

L’incognito frattanto sorrideva gentilmente del palese imbarazzo di

Bianca e:

— Non è dalle sembianze — ripigliò a dire — che madonna mi possa

riconoscere: ella non le ha mai scôrte che celate dal ferro di una

bruna visiera...

— Oh, sì, sì! — lo interruppe premurosa la giovinetta.

E — stringendo la mano a Bartolomeo, con una effusione di gioia, che le

si leggeva scritta su tutto il bel volto:

— È lui, zio! — soggiunse — quello istesso di cui vi dissi al mio

arrivo; quello istesso che m’ha aiutato a tormi di casa i Santafiora;

quello stesso, cui, non ha guari rinviaste il cavallo e la somma che

giovarono me ed il mio servo per trarre sin qui... è il mio salvatore:

il Cavalier Nero!

Un mormorio misto di ammirazione e di un non so che di misteriosa paura

percorse la folla.

Tutti gli occhi erano rivolti su lo sconosciuto.

Quel nome di _Cavalier Nero_, che rispondeva sì bene al bruno colore

della sua armatura ed alle fosche tinte della sua carnagione, non

mancava di produrre una profonda impressione, massime sul popolo minuto

sempre proclive allo strano ed al superstizioso.

— Ebbene — soggiunse allora Bartolomeo della Staffa superando la

breve distanza, che lo separava dallo straniero, e porgendogli la

mano — qualunque sia il vostro nome e la patria vostra, o messere, io

vi professo viva e schietta riconoscenza per quanto avete fatto per

quest’amatissima congiunta mia... chi adopera come voi, non può nodrire

che nobili sensi.... amico nostro voi lo siete di certo, poichè ce ne

porgeste già prova.... però il desiderio vostro sarà sodisfatto!

Ed elevando anche più la voce, acciò meglio lo intendessero ed i suoi

colleghi ed il popolo:

— Io stesso mi porto vostro mallevadore, e voi combatterete con noi e

per noi, per la più giusta e santa delle cause!

— Viva messer della Staffa! — strillò il popolo ad una voce.

— Grazie, messere! — fece l’incognito, inchinandosi — io non domando

che d’essere posto in prima linea, dove sia più caldo il pericolo.

— E così sarete! — s’intromise il priore — se i papalini sieguono,

com’è certo, la via di Fuligno, chi primamente n’ha a sostenere il

cozzo e gli attacchi dev’essere Castel Torsciano.... voi, con Andrea

d’Arezzo e Ascanio della Corgna, potrete esser terzo ad assumerne le

difese.... vi piace?

— Nulla saprei chiedere di meglio!

E data tale risposta — il Cavalier Nero si tolse al gruppo, che lo

circondava, e scese i gradini della scalea, per presentare i suoi

ossequi alla giovine Bianca ed alle sue cugine.

Gli uomini in cilicio ricominciarono ad intonare i monotoni loro canti.

Il fitto della popolaglia assembrata s’andò — poco a poco — diradando.

La solenne consacrazione di Perugia al Redentore era compiuta.

Terremoto · 第 45 / 98 题