Dacchè la furberia sacerdotale ebbe studiato lo espilatorio sistema
delle decime, dacchè — vale a dire — la vecchia terra gira intorno a’
suoi poli e che esistono sudditi e governi, le principali scaturigini
del malcontento di quelli verso di questi, crediamo noi abbiano sempre
risieduto ne’ publici gravami; e tanto più esclusivamente se risaliamo
a quando certi sentimenti di nazionale amore e d’individuale dignità
ed i conseguenti diritti a libertà ed uguaglianza non erano tampoco in
germe nel cervello umano.
Di que’ giorni pròtasi di tutte le ribellioni furono quasi sempre i
balzelli.
Ed uno — il soprassello sul sale — lo era appunto stato de’ gravi
avvenimenti che Perugia andava incubando.
La vetusta città dell’Umbria, che le sacre consuetudini edilizie della
estrusca lucumonìa, ond’era stata duodena frazione, avevano eretto
a cavaliero di due colli tra il Tevere e il Trasimeno; non aveva
assolutamente voluto saperne di quello aumento di gravezza, «fermamente
deliberata — come i suoi _patres artium_ ne scrivevano a’ spoletini —
prima supportare ogni estremo supplicio, che condescendere all’impie
voglie, et injuste dimande, che universalmente i populi aggravano.»
A più riprese — come il vedemmo — i perugini avevano spedito oratori
al pontefice, affinchè — in considerazione de’ loro privilegi — li
esonerasse da quella nova gabella; ma — non approdando mai ad aversi in
risposta che minatori comandamenti e censure — finirono a perdere ogni
pazienza e a buttarsi per quella via che doveva brevemente condurli
all’aperta rivolta.
Profittando, intanto, della minchioneria del vicelegato Aligerio,
ch’era bonario oltre del convenevole gli proposero il partito, ch’egli
assentì, di convocare un consiglio generale, il quale nominasse cinque
rappresentanti per ognuno de’ cinque rioni della città deputati a
trattare del rincarimento del dazio.
E il 26 marzo, raunatosi il popolo nelle chiese principali delle cinque
porte, ch’erano: San Domenico, per porta San Pietro, San Fiorenzo,
per porta Sole, Sant’Agostino, per porta Sant’Angelo, San Francesco
per porta Santa Susanna, e Santa Maria de’ Servi, per porta Borgne,
e fatte le votazioni; riuscirono eletti, pel primo rione: Giovanni
Oraziani, Lorenzo Maria Baglioni, Bartolomeo di Monte Vibiano, Ciancio
Ceccarini e Benedetto Tucci, detto _il capitano Bettuccio_; pel
secondo: il dottore Pier Filippo Mattioli, Bernardino Montesperelli,
Malatesta Ranieri, Nicolò Tei ed Alberto di Guidantonio; pel terzo:
Vincenzo degli Arcipreti e della Penna, Cornelio degli Oddi-Novelli,
Mariano Felice de’ Bizzocchetti, Cesare de’ Merciari e Bartolomeo
della Staffa e degli Armanni — lo zio della nostra Bianca: pel quarto:
Francesco Maria degli Oddi, Giulio della Corgna, Tindaro degli Alfani,
Bernardo Dionigi e Giangirolamo, detto _il Guascone de’ Franchi_; e pel
quinto: il dottor Marcantonio Bartolini, Annibale Signorelli, Polidoro
Baglioni, Borgia Sulpizj e Marco Barigianni, che fu poi sostituito da
Marco di Boncambio Boncambi.
Il dabben prolegato, che s’era avuta la stoltizia d’annuire a simile
popolare manifestazione, s’accorse bentosto d’essersi scavata da
sè medesimo la fossa. — I Venticinque, che — non a pena eletti —
s’erano pomposamente fregiati del clamoroso titolo di _difensori
della giustizia di Perugia_, s’addestrarono subito a scalzarlo d’ogni
autorità: pretesero consegnasse loro le chiavi della città; vollero
aprire e leggere prima di lui gli stessi messaggi governativi a lui
personalmente diretti; attalchè il pover’uomo, sopraffatto dallo
impreveduto, sbigottito dalla mala piega che pigliavan le cose, conscio
omai di aver incapato in un grosso sproposito; giudicò prudente
allontanarsi alla chetichella dalla città e tôrsi così via dal
ginepraio.
I Venticinque, rimbalditi, s’insediarono nella Udienza della Mercanzia
e del Cambio, ch’era in piazza di Sopramuro nel pianterreno del palazzo
del Priorato e scrissero a Fuligno, a Todi, ad Assisi, a Trevi, a
Spoleto, eccitandone i cittadini a collegarsi loro per «resistere
alle tyranniche voglie;» ma null’altro conseguirono che vane parole.
L’ultima delle mentovate città spinse anzi la mala parata sino ad
inviarne la lettera allo stesso pontefice.
Non però i Venticinque si disanimarono. — Sbalzato di seggio il capo
de’ priori Alfano Alfani e tratto in carcere il dottor Giambattista
Petrucci da Bevagna, perchè — nella loro prudenza — s’erano chiariti
avversi alla sedizione; posto in luogo di quello Brunoro Crispolti,
con Cecchino Perinelli secondo priore; mutarono di sana pianta le
istituzioni della città; non lasciarono che uno solo dei tre uditori di
Rota: ordinarono che i delitti si riconoscessero dal Priorato col loro
istesso concorso e le pene a publico benefizio; riavvocarono l’entrate
del Chiusi e del Trasimeno, delegandovi ministri e controllori a nome
del comune; nominarono un tesoriere ed un sindaco e coniarono que’
ducati e quattrini con da una parte, Sant’Ercolano, patrono della
città, e dall’altra il simbolo della croce fiorita, che nella leggenda
portavano scritto PERUSIA CIVITAS CRISTI, come a significare il
carattere divino ch’erasi voluto dare alla rivolta.
Da un lato, un pontefice che, — prevalendosi degli attributi suoi
di buono e solerte pastore — voleva ad ogni costo le pecorelle
smarrite rientrassero all’ovile, per aver agio di tonderle bellamente
e magariddio scorticarle e — siccome, malgrado i suoi richiami,
s’impuntavano a brucare errabonde per l’erta dei colli — che
s’apprestava a sguinzagliar loro addosso i suoi bravi mastini, bigi
tanto da scambiarsi facilmente co’ lupi, e li aizzava così che —
a’ fatti — dovevano parer tali daddovero e non badare pel minuto,
se, nel rincorrere le agnella riottose, talune ne addentassero e ne
sbranassero anche. — E tutto ciò nel nome del Signore, _ad majorem Dei
gloriam_, per una gretta question di quattrini, per la incocciatura
di un miserabile soprassello, ch’egli stesso dovette quindi a poco
abbandonare, per sostituirvi la imposta diretta del _sussidio_, che già
gli spagnuoli avevano intromesso a Milano, col nome di _mensuale_, ed
a Napoli, con quello di _donativo_. — E mentre oggi e si strilla e si
strepita, e si protesta, quasi ci levassero gli occhi o ci scuoiassero
vivi, perchè — se non paghiamo le tasse — un percettore laico ci
manda ad appignorare il mobilio, a sequestrare le merci, ad ipotecare
gli stabili, e ce li vende al publico incanto, e null’altro ci fa —
alla resa de’ conti — se non costringerci con bel garbo, a compiere
il nostro dovere di buoni cittadini, senza nè un rimbrotto, nè uno
sfregio, nè una villania, nè tampoco quel bricciolino di carcere,
che forse ci meriteremmo; allora un rappresentante in terra di quel
Dio, che le pagine vangeliche ci dicono tutto amore, misericordia,
perdono, non solamente scaraventava contro i suoi sudditi morosi ogni
flagello di guerra, ma li malediceva eziandio in loro stessi, ne’ loro
ascendenti, ne’ loro discendenti, sino alla decima generazione.
Dall’altro, un popolo che invocava in aiuto Cristo contro il governo
del suo Vicario.
Antitesi strane d’irreligione e di fede!
Ma non s’era più a’ tempi di papa Gregorio VII, quando una scomunica
maggiore sbalestrata dalle soglie della basilica vaticana era bastevole
per addurgli a’ piedi umile e guagnolante, come cagnuolo frustato, un
possente imperator di Lamagna, che — scalzo, nudo il capo, co’ ginocchi
tra la neve — ne implorava per tre giorni consecutivi il perdono.
Già, dugento anni prima il figlio della siciliana Costanza, quel
Federico II di Hohenstauffen, che — italiano di cuore come di nascita
— gittava le prime radici del nostro dolcissimo idioma, poetando
con Ciullo d’Alcamo, co’ suoi sterponi Enzo e Manfredi e col suo
protonotario Pier delle Vigne; aveva cominciato ad aprir gli occhi
delle popolazioni mercè i tanti studi disseminati per la penisola
ed appreso loro in qual conto si dovessero tenere le minacce e le
ire papali, egli che scriveva al pontefice: «Tu vivi unicamente per
mangiare; su i vasi e le coppe d’oro hai scritto _io bevo, tu bevi_;
e così spesso ripeti il passato di questo verbo, che quasi rapito al
terzo Cielo, parli ebraico, greco, latino; piena l’epa, ricolmo il
sacco, allora ti credi seduto su l’ali dei venti, e che l’impero ti sia
sottomesso, e che i re della terra ti portino doni, e che ti servano
tutte le genti:» egli che al sentirsi dichiarato da papa Innocenzo IV
ateo, epicureo, sacrilego ed eretico, scomunicato e scaduto dal trono,
chiese gli si recasse la corona e — come sei secoli dopo il primo
napoleonide — se la pose in capo, sclamando: «Guai a chi me la tocca!»;
egli che a Nocera de’ Pagani fece diroccare una chiesa per erigervi
sopra un palazzo, e, dov’era l’altare maggiore, ivi aprir le latrine.
Ed a’ giorni di cui ragioniamo l’autorità spirituale de’ papi era
però sì scassinata e pencolante che ben conveniva puntellarla con le
picche de’ fanti italiani, gli scoppietti de’ raitri e gli archibugi
de’ lanzichenecchi, se la si voleva tuttavia far servire a’ temporali
interessi.
Ed ecco il come i buoni perugini osassero ribellarsi, ed il perchè papa
Farnese si raccomandasse alla persuasione delle armi per recondurli a
far senno.
I Venticinque — risaputo dello avvicinarsi di Pierluigi — spedirono il
dottore Giulio Oradini e Girolamo Comitoli a sollecitare l’imperatore
Carlo V, che trovavasi in Anversa a sedare, a sua volta, la ribellione
flaminga, perchè s’intromettesse mediatore di pace; ma il proverbio
che lupo non mangi lupo era probabilmente in onore anche a que’
giorni, sicchè l’astuto monarca fece le orecchie da mercante e se ne
lavò le mani. — Unico ausilio de’ perugini rimaneva, quindi, il loro
compatriota e fuoruscito Ridolfo Baglioni, che tenevasi al soldo di
Cosimo de’ Medici, duca di Firenze. Annibale Signorelli si recò presso
di lui in nome de’ compaesani scongiurandolo ad accettare il generalato
delle loro forze. Ned egli si fece troppo pregare. Senonchè pose tre
condizioni, su per giù quelle famose del Triulzio, armi, vettovaglie e
paghe sicure, che torna a dire: danari, danari, e poi danari.
Per metterne assieme il maggior dato possibile, i Venticinque
si appigliarono ad ogni maniera spedienti: mandarono a pegno le
suppellettili e gli argenti del Magistrato; imposero straordinari
balzelli, il che fece dire al popolino essere scampati da Scilla
per precipitare in Cariddi, e riuscirono così a raggruzzolare un
cinquantamila di scudi.
Ma intanto Pierluigi Farnese, col legato monsignor Cristoforo
Jacobacci, era giunto a Fuligno.