CAPITOLO XX.

Per forza.

Consegnata la sua padroncina alla contessa di Santafiora, il nostro

buon Terremoto altro pensiero non s’era più dato che di concedere

qualche po’ di riposo a quel suo poveraccio di corpo tutto ammaccato e

pesto dalle fatiche, ed una maragnuola giacente in un canto del cortile

glie ne aveva pòrto il comodo e l’occasione. — Addormitosi su quella,

poco dopo il suo giungere al castello, aveva tirato via un bravo sonno

da ghiro sino al calar della notte.

Imbruniva appunto, quando un calpestìo concitato lo risvegliò.

Volse l’occhio d’onde procedeva ed — in quel dormiveglia, che, dopo

un sonno durato oltre il comune, precede sempre il completo ridestarsi

— credette intravedere mastro Pellegrino di Leuthen, avviato verso il

portone d’uscita.

Era, infatti, il tedesco, che si rendeva al quartiere di Monte

Aguzzo, per informare il suo degno padrone dell’esito felice della sua

spedizione.

Il gigante — dopo un par di protendimenti e quattro sbadigli — stava

forse per voltar fianco sul suo giaciglio e fare a ripiglino con

Morfeo; quando un secondo calpestìo venne a mantenerlo sveglio e ad

attirare di nuovo la sua attenzione.

Questa volta partiva d’in su le scale e, sebben frettoloso, leggero

leggero come se di qualcuno che camminasse su la punta de’ piedi.

Aguzzò egli lo sguardo trammezzo il morente barlume e — con suo grande

stupore — vide sbucare di sotto il loggiato ed inoltrarsi alla sua

volta una paurosa figura d’uomo tutto scuro come la notte imminente e

con la buffa calata.

Era il Cavalier Nero, che discendeva dalla misteriosa sua visita alle

stanze di Olimpia.

Terremoto, messo in curiosità, si tenne quatto a suo luogo, sbirciando

di sottocchi il sopraggiunto. Il quale — attraversato il cortile in

tutta la sua ampiezza — si dètte a sguaraguardare d’ogn’intorno tra’

fessi della visiera, come se in busca di alcunchè, e ad aggirarsi da

destra a manca, sino a che venne a trovarsi sopra di lui.

Allora si curvò ad osservarlo.

Arcangelo Rinolfo chiuse gli occhi.

Quando li riaperse, vide che quello, reputandolo forse addormentato,

gli si sdraiava accanto su lo stesso suo cumulo di paglia.

Terremoto sentì un brivido corrergli per tutte le ossa.

Poco stante, il suo compagno di giaciglio prese, o finse prendere sonno

a sua volta e si mise a russar leggermente.

Il colosso non era niente tranquillo.

Malgrado il suo coraggio a tutte prove, dovuto per metà alla fenomenale

sua forza e, per l’altra allo strambo prognostico di Gerolamo Cardano;

era egli pure superstizioso e credenzone come i più del suo tempo e

quella specie di negro fantasma, che s’era andato a corcare al suo

fianco, non lasciava di suscitargli qualche cattivo pensieraccio per lo

capo.

Il demonio tendeva, a volte, di così brutte trappole!

Però decise di non recargli la minima noia, per quello adagio eredato

senza benefizio d’inventario da’ romani, che insegna a guardarsi dal

cane che dorme; ma e di tenersi in su l’allarme e di non chiudere più

occhio.

In tal modo, vide rientrare tutti quanti coloro ch’erano stati di fuori

alle bombanze dello sposalizio; e il cortile stivarsi alla lettera

di una calca di gente d’ogni cartiglia; ed i signori salire agli

appartamenti; poi, man mano, diradarsi anco gli altri per rendersi a’

respettivi dormitori; quindi — ai rintocchi del cuoprifuoco battuti

dalla campana del castello, cui facevano eco le altre diverse del borgo

— le scòlte dare il loro grido di veglia; cigolare le catene del ponte;

i lumi andare, venire, oscillare e, poco a poco, l’un dopo l’altro,

smarrirsi ed estinguersi; e finalmente tutto rientrare nelle tenebre e

nel silenzio.

Circa mezz’ora dopo, una ronda lo rasentò.

Un degli armigeri — non badando che a lui — chiese a un compagno:

— Chi è cotesto elefante?

L’altro rispose:

— Gli è il familio della signorina di Camia arrivata oggi stesso al

castello.

— Briaco?

— Non so: dorme da stamattina!

— Per Iddio.... peggio d’una marmotta!

E tirarono di lungo senza nemmanco avvertire l’altro dormiente.

Terremoto ne trasse argomento per pigliarne un sospetto anche maggiore

e — senza considerare come l’ombra istessa dello immane suo corpo

proiettata sul suo compagno di letto, fosse stata quella che aveva

nascosto costui agli occhi de’ soldati di ronda:

— Poffare! — andava mulinando fra sè — che, per costoro, e’ si sia

reso invisibile? gli è uno spediente cotesto, a cui il padrone di giù

ricorre assai volte... uno de’ mezzi meglio acconci... quello di non

vederlo!

E, intanto — biascicando fra i denti il _vade retro Satana_ — lo

dardeggiava di frequenti occhiate furtive.

In questa, l’oggetto delle sue paure parve scuotersi leggermente come

si risvegliasse in quel punto e, adagino adagino, curandosi di non

muovere il minimo rumore, si levò ritto su in piedi e lentamente, quasi

camminasse su le ova, s’avviò alla chiostrata, ch’era vestibolo alle

scale.

Ai sospetti, alle superstiziose apprensioni, tenne dietro, nell’animo

del giovine Rinolfo, una intensa, indomabile curiosità. — Quell’uomo

— seppur tale — che aspettava la quiete e il buio della notte per

rimettersi in moto, non poteva mirare a nulla di rassecurante. — Forse

quel suo cauto e sospettoso nottivagare racchiudeva un pericolo, una

minaccia per qualcuno. — Ned egli era di tempra da rimanersene in

panciolle ove reputasse altri bisognevoli di aiuto: e poi considerava

trovarsi albergato in casa di buoni amici degli ottimi suoi signori e

forse le tenebrose manovre dello incognito esser rivolte contro taluno

di quelli; e poi gli soccorreva un pensiero anche più spaventoso: ch’e’

fosse un Nicelli inteso a’ danni della istessa sua padroncina.

E — non vi reggendo — surse egli pure guardingo dal suo poltriccio e,

passo passo, si dètte a seguire su per le scale il Cavalier Nero.

Camminavano l’un dietro l’altro, a mo’ di due volpi, studiando,

misurando, pesando ogni lor più lieve mossa, rattenendo il respiro,

quasi fiutando l’aere.

Come toccarono il secondo piano e furono presso la stanza di Olimpia

Marazzani, il cui uscio semiaperto lasciava scappar fuora un largo

sprazzo di luce; il primo si arrestò a specularne lo interno dalla

socchiuditura e — non iscorgendovi nulla — si spinse inanzi resoluto.

La lampada da notte giacente sul tavolino era l’unico oggetto che

potesse testimoniare della presenza di Olimpia. — Del resto, tutto

trovavasi nell’ordine identico di quando egli vi aveva fatto la sua

prima incursione: non tocco il letto, non smossa una seggiola, non

solamente alterata una delle mille pieguzze de’ cortinaggi.

Il Cavalier Nero dovette probabilmente presumere che la donna ch’egli

cercava si fosse ritirata nello spogliatoio; poichè ne aperse l’uscio e

vi entrò.

Ma ivi pure tutto era immobilità e silenzio.

O fosse per spingere sino all’ultimo le proprie investigazioni, o

fosse per nascondervisi nell’attesa di Olimpia, dallo spogliatoio,

l’incognito si cacciò per quel contiguo andituccio, che appariva senza

sfogo e a tastoni ne toccò il fondo.

Intanto, Terremoto — posto a sua volta l’occhio alla semiapertura

dell’uscio esterno — stava inutilmente guatando ed origliando, senza

nulla gli riuscisse nè vedere, nè udire, che meritasse attenzione.

Quando d’un tratto, gli ferì all’orecchio un confuso mormorio di voci.

Sembrava procedere da una vicina stanza, cui pure si giungeva per lo

stesso loggiato su cui egli si teneva in vedetta.

Anche da quella stanza sfuggiva una sottile striscia di luce lunghesso

uno de’ stipiti, il che ne denotava l’uscio non chiuso.

Al bisbiglio successe uno strisciar di piedi, un cigolar di mobili,

come lo strepito di una lotta, ed un lamento, un lamento soffocato, un:

— Vergine Santa! — che gli fece dare un trabalzo al cuore.

In quelle due parole gli era parso riconoscere la voce della sua

giovine signora.

Non stette ad esitare più oltre e.... si slanciò.

Era, infatti, quello istesso momento in cui la svergognata concubina

del Farnese si avventava su Bianca ed — abbrancatala alle spalle — la

rovesciava supina sul letto; mentre l’infame suo amante le cacciava una

mano su la bocca per soffocarne gli strilli.

Un attimo ancora e la misera giovinetta sarebbe stata perduta, perduta

per sempre.

— Inutili squasilli! — le susurrava schernendo la feroce complice di

Pierluigi — o t’accheti, o ti stràngolo!

E questi:

— Bada che qui sono il padrone, che omai nessuno può più strapparti

dalle mie braccia!

— Eccetto me! — sclamò una voce in quel punto.

E i due scellerati rotolarono a un tempo sul pavimento, lasciando

libera Bianca.

Era Terremoto.

Balzato nella stanza al gemito della sua signora, egli aveva sferrato

i due pugni stretti delle sue enormi manacce sul petto di Olimpia e sul

capo di Pierluigi.

I due percossi rovinarono rovesci sul pavimento come se saettati da una

catapulta.

La donna, nel cadere, mise un lagno straziante e... svenne.

Il sangue le eruppe dalla bocca e dalle narici.

Pierluigi, per contro, non ne rimase che sbalordito, sicchè giunse

subito a raddrizzarsi ed a curvarsi sopra di lei, stendendole le

braccia per prestarle soccorso.

Ma una mano ne lo rattenne.

Si volse allora persuaso fosse di nuovo il gigante.

Ma s’ingannava.

Era, invece, il Cavalier Nero, entrato in quello istesso mentre,

per l’usciolino segreto, che — dal picciol àndito in cui lo vedemmo

impegnarsi — ammetteva alla stanza di Bianca.

La giovinetta — sottratta a pena ed in modo sì miracoloso alla propria

infamia — s’era gittata fra le braccia del suo salvatore, il quale —

sorreggendola:

— Scellerato! — sclamava, mostrando il pugno stretto al Farnese.

Il Cavalier Nero accorso al lamento della caduta e che — fuori di

questo — null’altro aveva inteso della scena precedente; alle parole ed

al gesto del colosso ed allo stesso atteggiarsi di Pierluigi sopra di

quella, suppose che il sangue e lo svenimento di Olimpia fossero dovuti

onninamente a quest’ultimo.

Laonde, scuotendogli bruscamente il braccio per cui lo aveva ghermito:

— Ah! — gli disse con voce sorda e minacciosa — messer Pierluigi si

sbizzarrisce nel recare oltraggio alle donne?.... ma bada, che l’esser

duca di Castro e di Nepi, e marchese di Novara, e gonfaloniere di Santa

Madre Chiesa, e spurio rigetto dello stesso pontefice... bada che non

potrebbe bastare a sottrarti alla mia vendetta!

— Strozzatelo, messere! — soggiunse il gigante, dando un passo inanzi —

se vi occorrono le mie mani, eccole tutte e due al vostro servizio.

— Ed io le accetto — fece il Cavalier Nero — ma solo per affidarlo alla

loro custodia.... a voi!

E lo invitò ad impadronirsi dell’altro braccio del duca, mentr’egli

si piegava a raccogliere Olimpia, che giaceva sempre svenuta sul

pavimento.

Intanto continuò a dire:

— Se, tuttavia, o tenta sfuggirvi o solo fa l’atto di mettere un grido;

nessuna misericordia.... servitevene come meglio vi aggrada!

— Oh, non istate in temenza, messere! — sclamò il colosso, stringendo

il braccio del principe sì da illividirgli le carni.

All’aspetto, agli atti, a’ propositi di rappresaglia e di morte di

que’ due sconosciuti, l’uno più misterioso e minacciante dell’altro; il

Farnese — sbiancato in viso quanto il pannolino della sua camiciuola —

si arretrò sgomento, girando intorno sguardi smarriti come in cerca di

refugio e di scampo.

Di prima giunta, gli aveva sorriso il progetto di acclamare a gran

voce i suoi due capitani o le scôlte e provarsi così a volgere in fuga

i suoi due aggressori; ma le ultime parole dirette dal mascherato

al gigante e la costui stretta brutale, glie ne fecero ben presto

abbandonare il pensiero.

Frattanto il primo dei due aveva deposto la caduta su l’uno de’

seggioloni e — con ogni maggiore sollecitudine — le si affaccendava

d’intorno, detergendole la schiuma sanguigna che le bruttava le labra e

studiandosi di richiamarla in sè stessa.

Ma Olimpia non dava cenno di vita.

Allarmato, ansioso, egli le situò una mano sul petto.

Stette in ascolto.

Il cuore le batteva.

Non era morta.

Allora si volse nuovamente a Terremoto e:

— Ditemi ora — gli chiese — cosa contate voi fare?

— Sono il suo servo — disse il gigante indicando la sua giovine signora.

— Oh, fuggire!.... fuggire!... — rispose questa, sostituendosi

premurosa al suo familiare.

— Sul momento?

— Oh, sì.... sì.... sul momento.

— Tale è pure il mio desiderio.... però è mestieri che costui ci serva

di salvocondotto!

— Io? — balbettò Pierluigi, meravigliando.

— Tu stesso — gli rispose il Cavaliere Nero, riafferrandolo per

l’altro braccio, mentre traeva di sotto il ferraiuolo un lungo ed acuto

pugnale.

Pierluigi allibì.

— Ho da lasciarlo? — interrogò Terremoto.

— Sì, basto io solo — gli rispose l’incognito, assumendo un fare più

altiero dacchè lo sapeva vassallo — e poichè la signora vostra può

reggersi in piede e sostenersi, senza uopo di voi, caricatevi madonna

sopra le spalle.

— Colei? — fe’ Terremoto segnando Olimpia.

— Appunto!.... voi mi seguirete con le due dame, io vi precederò con

costui!

— E che pretendete io mi faccia? — chiese tremando il Farnese.

— Oh, ben poco! — gli rispose il Cavalier Nero — ci guiderai sino

alla castellania e là... giovandoti del dominio tuo, come fratello

alla signora del luogo, darai ordine al castaldo di aprirci le porte e

scendere il levatoio.

— E null’altro? — osservò Pierluigi, già un po’ tranquillato dalla

speranza di cavarsene a sì buon patto.

— Noi ti faremo grazia della vita — continuò l’incognito — purchè tu ci

dia modo di uscire issofatto da questo maladetto castello.

— E sia pure.

— E purchè tu medesimo n’esca un tratto con noi.

— Io?

— Oh, so troppo con quale razza di astuti io m’abbia a fare, per

affidarmi alle tue concessioni e promesse!... non saremmo così

sull’impalcatura del ponte, che tu daresti contrordine di rialzarlo,

per precipitarci quanti siamo giù nella fossa, o ci sguinzaglieresti

alle calcagna le tue barbute per acchiapparci!.... ma da galeotto a

marinaro!.... i Farnesi e la volpe sono nati a un sol parto; ma, se

vuoi salva la pelle, dovrai accompagnarci sin dove a noi convenga

lasciarti, securi di poter proseguire il nostro cammino, senza paura di

frodi.... consenti?

— Per forza!

— E, bada, ve’!... non un tentativo di tradirci!... io ti camminerò di

costa con questo ferro sempre snudato nel pugno.... al minimo atto tu

faccia, che solo m’ispiri un dubio, un sospetto, e te lo pianto quanto

è lungo nel dosso.... m’intendi?

— Eh, gli è chiaro... ma, penso, ho a scendere, ho ad uscire in questo

arnese.... in semplice farsetto.... senza nulla in capo?.... lasciate

almanco....

— Oibò, oibò! — lo interruppe l’incognito, girandogli su le spalle il

proprio ferraiuolo — prenditi questo; tiratene il capperuccio sul capo,

e non pensar altro!... il verno è ancor lontano e non c’è rischio ti

buschi imbeccate!.... ti sta bene così?

— Eh, per forza! — replicò di malumore il Farnese, avviandosi fuor

della stanza, incalzato da presso dal Cavalier Nero.

Terremoto — trattasi in groppa Olimpia sempre priva de’ sensi —

tenne loro dietro, insieme a Bianca, che, intanto, erasi data cura di

completare il proprio abbigliamento.

Mille argomenti di dispetto s’accavalciavano nel torbido cervello

di Pierluigi: avrebbe pur voluto trovar maniera di uscire con manco

sfregio da quella umiliante sua situazione; ma comprese facilmente come

ogni resistenza gli tornasse impossibile, azzardoso e pieno di pericoli

ogni altro tentativo.

E si decise a subir rassegnato la propria sorte.

Scesero pian pianino ed in silenzio le scale e traversarono cauti il

loggiato fiancheggiante il cortile sino alla castellanìa.

Ivi Pierluigi chiamò sommesso il castaldo, il quale toltosi di letto e

fattosi in su l’uscio, agli ordini del possente fratello della signora,

non seppe opporre la menoma osservazione.

Abbassò il ponte e schiuse la porta.

Nell’uscire, il Farnese, dietro assenso del Cavalier Nero:

— Rientrerò fra due ore — gli disse — per segnale darò tre lunghi

fischi.... sta in guardia.

Ed uscirono tutti cinque all’aria aperta.

Terremoto · 第 36 / 98 题