Per forza.
Consegnata la sua padroncina alla contessa di Santafiora, il nostro
buon Terremoto altro pensiero non s’era più dato che di concedere
qualche po’ di riposo a quel suo poveraccio di corpo tutto ammaccato e
pesto dalle fatiche, ed una maragnuola giacente in un canto del cortile
glie ne aveva pòrto il comodo e l’occasione. — Addormitosi su quella,
poco dopo il suo giungere al castello, aveva tirato via un bravo sonno
da ghiro sino al calar della notte.
Imbruniva appunto, quando un calpestìo concitato lo risvegliò.
Volse l’occhio d’onde procedeva ed — in quel dormiveglia, che, dopo
un sonno durato oltre il comune, precede sempre il completo ridestarsi
— credette intravedere mastro Pellegrino di Leuthen, avviato verso il
portone d’uscita.
Era, infatti, il tedesco, che si rendeva al quartiere di Monte
Aguzzo, per informare il suo degno padrone dell’esito felice della sua
spedizione.
Il gigante — dopo un par di protendimenti e quattro sbadigli — stava
forse per voltar fianco sul suo giaciglio e fare a ripiglino con
Morfeo; quando un secondo calpestìo venne a mantenerlo sveglio e ad
attirare di nuovo la sua attenzione.
Questa volta partiva d’in su le scale e, sebben frettoloso, leggero
leggero come se di qualcuno che camminasse su la punta de’ piedi.
Aguzzò egli lo sguardo trammezzo il morente barlume e — con suo grande
stupore — vide sbucare di sotto il loggiato ed inoltrarsi alla sua
volta una paurosa figura d’uomo tutto scuro come la notte imminente e
con la buffa calata.
Era il Cavalier Nero, che discendeva dalla misteriosa sua visita alle
stanze di Olimpia.
Terremoto, messo in curiosità, si tenne quatto a suo luogo, sbirciando
di sottocchi il sopraggiunto. Il quale — attraversato il cortile in
tutta la sua ampiezza — si dètte a sguaraguardare d’ogn’intorno tra’
fessi della visiera, come se in busca di alcunchè, e ad aggirarsi da
destra a manca, sino a che venne a trovarsi sopra di lui.
Allora si curvò ad osservarlo.
Arcangelo Rinolfo chiuse gli occhi.
Quando li riaperse, vide che quello, reputandolo forse addormentato,
gli si sdraiava accanto su lo stesso suo cumulo di paglia.
Terremoto sentì un brivido corrergli per tutte le ossa.
Poco stante, il suo compagno di giaciglio prese, o finse prendere sonno
a sua volta e si mise a russar leggermente.
Il colosso non era niente tranquillo.
Malgrado il suo coraggio a tutte prove, dovuto per metà alla fenomenale
sua forza e, per l’altra allo strambo prognostico di Gerolamo Cardano;
era egli pure superstizioso e credenzone come i più del suo tempo e
quella specie di negro fantasma, che s’era andato a corcare al suo
fianco, non lasciava di suscitargli qualche cattivo pensieraccio per lo
capo.
Il demonio tendeva, a volte, di così brutte trappole!
Però decise di non recargli la minima noia, per quello adagio eredato
senza benefizio d’inventario da’ romani, che insegna a guardarsi dal
cane che dorme; ma e di tenersi in su l’allarme e di non chiudere più
occhio.
In tal modo, vide rientrare tutti quanti coloro ch’erano stati di fuori
alle bombanze dello sposalizio; e il cortile stivarsi alla lettera
di una calca di gente d’ogni cartiglia; ed i signori salire agli
appartamenti; poi, man mano, diradarsi anco gli altri per rendersi a’
respettivi dormitori; quindi — ai rintocchi del cuoprifuoco battuti
dalla campana del castello, cui facevano eco le altre diverse del borgo
— le scòlte dare il loro grido di veglia; cigolare le catene del ponte;
i lumi andare, venire, oscillare e, poco a poco, l’un dopo l’altro,
smarrirsi ed estinguersi; e finalmente tutto rientrare nelle tenebre e
nel silenzio.
Circa mezz’ora dopo, una ronda lo rasentò.
Un degli armigeri — non badando che a lui — chiese a un compagno:
— Chi è cotesto elefante?
L’altro rispose:
— Gli è il familio della signorina di Camia arrivata oggi stesso al
castello.
— Briaco?
— Non so: dorme da stamattina!
— Per Iddio.... peggio d’una marmotta!
E tirarono di lungo senza nemmanco avvertire l’altro dormiente.
Terremoto ne trasse argomento per pigliarne un sospetto anche maggiore
e — senza considerare come l’ombra istessa dello immane suo corpo
proiettata sul suo compagno di letto, fosse stata quella che aveva
nascosto costui agli occhi de’ soldati di ronda:
— Poffare! — andava mulinando fra sè — che, per costoro, e’ si sia
reso invisibile? gli è uno spediente cotesto, a cui il padrone di giù
ricorre assai volte... uno de’ mezzi meglio acconci... quello di non
vederlo!
E, intanto — biascicando fra i denti il _vade retro Satana_ — lo
dardeggiava di frequenti occhiate furtive.
In questa, l’oggetto delle sue paure parve scuotersi leggermente come
si risvegliasse in quel punto e, adagino adagino, curandosi di non
muovere il minimo rumore, si levò ritto su in piedi e lentamente, quasi
camminasse su le ova, s’avviò alla chiostrata, ch’era vestibolo alle
scale.
Ai sospetti, alle superstiziose apprensioni, tenne dietro, nell’animo
del giovine Rinolfo, una intensa, indomabile curiosità. — Quell’uomo
— seppur tale — che aspettava la quiete e il buio della notte per
rimettersi in moto, non poteva mirare a nulla di rassecurante. — Forse
quel suo cauto e sospettoso nottivagare racchiudeva un pericolo, una
minaccia per qualcuno. — Ned egli era di tempra da rimanersene in
panciolle ove reputasse altri bisognevoli di aiuto: e poi considerava
trovarsi albergato in casa di buoni amici degli ottimi suoi signori e
forse le tenebrose manovre dello incognito esser rivolte contro taluno
di quelli; e poi gli soccorreva un pensiero anche più spaventoso: ch’e’
fosse un Nicelli inteso a’ danni della istessa sua padroncina.
E — non vi reggendo — surse egli pure guardingo dal suo poltriccio e,
passo passo, si dètte a seguire su per le scale il Cavalier Nero.
Camminavano l’un dietro l’altro, a mo’ di due volpi, studiando,
misurando, pesando ogni lor più lieve mossa, rattenendo il respiro,
quasi fiutando l’aere.
Come toccarono il secondo piano e furono presso la stanza di Olimpia
Marazzani, il cui uscio semiaperto lasciava scappar fuora un largo
sprazzo di luce; il primo si arrestò a specularne lo interno dalla
socchiuditura e — non iscorgendovi nulla — si spinse inanzi resoluto.
La lampada da notte giacente sul tavolino era l’unico oggetto che
potesse testimoniare della presenza di Olimpia. — Del resto, tutto
trovavasi nell’ordine identico di quando egli vi aveva fatto la sua
prima incursione: non tocco il letto, non smossa una seggiola, non
solamente alterata una delle mille pieguzze de’ cortinaggi.
Il Cavalier Nero dovette probabilmente presumere che la donna ch’egli
cercava si fosse ritirata nello spogliatoio; poichè ne aperse l’uscio e
vi entrò.
Ma ivi pure tutto era immobilità e silenzio.
O fosse per spingere sino all’ultimo le proprie investigazioni, o
fosse per nascondervisi nell’attesa di Olimpia, dallo spogliatoio,
l’incognito si cacciò per quel contiguo andituccio, che appariva senza
sfogo e a tastoni ne toccò il fondo.
Intanto, Terremoto — posto a sua volta l’occhio alla semiapertura
dell’uscio esterno — stava inutilmente guatando ed origliando, senza
nulla gli riuscisse nè vedere, nè udire, che meritasse attenzione.
Quando d’un tratto, gli ferì all’orecchio un confuso mormorio di voci.
Sembrava procedere da una vicina stanza, cui pure si giungeva per lo
stesso loggiato su cui egli si teneva in vedetta.
Anche da quella stanza sfuggiva una sottile striscia di luce lunghesso
uno de’ stipiti, il che ne denotava l’uscio non chiuso.
Al bisbiglio successe uno strisciar di piedi, un cigolar di mobili,
come lo strepito di una lotta, ed un lamento, un lamento soffocato, un:
— Vergine Santa! — che gli fece dare un trabalzo al cuore.
In quelle due parole gli era parso riconoscere la voce della sua
giovine signora.
Non stette ad esitare più oltre e.... si slanciò.
Era, infatti, quello istesso momento in cui la svergognata concubina
del Farnese si avventava su Bianca ed — abbrancatala alle spalle — la
rovesciava supina sul letto; mentre l’infame suo amante le cacciava una
mano su la bocca per soffocarne gli strilli.
Un attimo ancora e la misera giovinetta sarebbe stata perduta, perduta
per sempre.
— Inutili squasilli! — le susurrava schernendo la feroce complice di
Pierluigi — o t’accheti, o ti stràngolo!
E questi:
— Bada che qui sono il padrone, che omai nessuno può più strapparti
dalle mie braccia!
— Eccetto me! — sclamò una voce in quel punto.
E i due scellerati rotolarono a un tempo sul pavimento, lasciando
libera Bianca.
Era Terremoto.
Balzato nella stanza al gemito della sua signora, egli aveva sferrato
i due pugni stretti delle sue enormi manacce sul petto di Olimpia e sul
capo di Pierluigi.
I due percossi rovinarono rovesci sul pavimento come se saettati da una
catapulta.
La donna, nel cadere, mise un lagno straziante e... svenne.
Il sangue le eruppe dalla bocca e dalle narici.
Pierluigi, per contro, non ne rimase che sbalordito, sicchè giunse
subito a raddrizzarsi ed a curvarsi sopra di lei, stendendole le
braccia per prestarle soccorso.
Ma una mano ne lo rattenne.
Si volse allora persuaso fosse di nuovo il gigante.
Ma s’ingannava.
Era, invece, il Cavalier Nero, entrato in quello istesso mentre,
per l’usciolino segreto, che — dal picciol àndito in cui lo vedemmo
impegnarsi — ammetteva alla stanza di Bianca.
La giovinetta — sottratta a pena ed in modo sì miracoloso alla propria
infamia — s’era gittata fra le braccia del suo salvatore, il quale —
sorreggendola:
— Scellerato! — sclamava, mostrando il pugno stretto al Farnese.
Il Cavalier Nero accorso al lamento della caduta e che — fuori di
questo — null’altro aveva inteso della scena precedente; alle parole ed
al gesto del colosso ed allo stesso atteggiarsi di Pierluigi sopra di
quella, suppose che il sangue e lo svenimento di Olimpia fossero dovuti
onninamente a quest’ultimo.
Laonde, scuotendogli bruscamente il braccio per cui lo aveva ghermito:
— Ah! — gli disse con voce sorda e minacciosa — messer Pierluigi si
sbizzarrisce nel recare oltraggio alle donne?.... ma bada, che l’esser
duca di Castro e di Nepi, e marchese di Novara, e gonfaloniere di Santa
Madre Chiesa, e spurio rigetto dello stesso pontefice... bada che non
potrebbe bastare a sottrarti alla mia vendetta!
— Strozzatelo, messere! — soggiunse il gigante, dando un passo inanzi —
se vi occorrono le mie mani, eccole tutte e due al vostro servizio.
— Ed io le accetto — fece il Cavalier Nero — ma solo per affidarlo alla
loro custodia.... a voi!
E lo invitò ad impadronirsi dell’altro braccio del duca, mentr’egli
si piegava a raccogliere Olimpia, che giaceva sempre svenuta sul
pavimento.
Intanto continuò a dire:
— Se, tuttavia, o tenta sfuggirvi o solo fa l’atto di mettere un grido;
nessuna misericordia.... servitevene come meglio vi aggrada!
— Oh, non istate in temenza, messere! — sclamò il colosso, stringendo
il braccio del principe sì da illividirgli le carni.
All’aspetto, agli atti, a’ propositi di rappresaglia e di morte di
que’ due sconosciuti, l’uno più misterioso e minacciante dell’altro; il
Farnese — sbiancato in viso quanto il pannolino della sua camiciuola —
si arretrò sgomento, girando intorno sguardi smarriti come in cerca di
refugio e di scampo.
Di prima giunta, gli aveva sorriso il progetto di acclamare a gran
voce i suoi due capitani o le scôlte e provarsi così a volgere in fuga
i suoi due aggressori; ma le ultime parole dirette dal mascherato
al gigante e la costui stretta brutale, glie ne fecero ben presto
abbandonare il pensiero.
Frattanto il primo dei due aveva deposto la caduta su l’uno de’
seggioloni e — con ogni maggiore sollecitudine — le si affaccendava
d’intorno, detergendole la schiuma sanguigna che le bruttava le labra e
studiandosi di richiamarla in sè stessa.
Ma Olimpia non dava cenno di vita.
Allarmato, ansioso, egli le situò una mano sul petto.
Stette in ascolto.
Il cuore le batteva.
Non era morta.
Allora si volse nuovamente a Terremoto e:
— Ditemi ora — gli chiese — cosa contate voi fare?
— Sono il suo servo — disse il gigante indicando la sua giovine signora.
— Oh, fuggire!.... fuggire!... — rispose questa, sostituendosi
premurosa al suo familiare.
— Sul momento?
— Oh, sì.... sì.... sul momento.
— Tale è pure il mio desiderio.... però è mestieri che costui ci serva
di salvocondotto!
— Io? — balbettò Pierluigi, meravigliando.
— Tu stesso — gli rispose il Cavaliere Nero, riafferrandolo per
l’altro braccio, mentre traeva di sotto il ferraiuolo un lungo ed acuto
pugnale.
Pierluigi allibì.
— Ho da lasciarlo? — interrogò Terremoto.
— Sì, basto io solo — gli rispose l’incognito, assumendo un fare più
altiero dacchè lo sapeva vassallo — e poichè la signora vostra può
reggersi in piede e sostenersi, senza uopo di voi, caricatevi madonna
sopra le spalle.
— Colei? — fe’ Terremoto segnando Olimpia.
— Appunto!.... voi mi seguirete con le due dame, io vi precederò con
costui!
— E che pretendete io mi faccia? — chiese tremando il Farnese.
— Oh, ben poco! — gli rispose il Cavalier Nero — ci guiderai sino
alla castellania e là... giovandoti del dominio tuo, come fratello
alla signora del luogo, darai ordine al castaldo di aprirci le porte e
scendere il levatoio.
— E null’altro? — osservò Pierluigi, già un po’ tranquillato dalla
speranza di cavarsene a sì buon patto.
— Noi ti faremo grazia della vita — continuò l’incognito — purchè tu ci
dia modo di uscire issofatto da questo maladetto castello.
— E sia pure.
— E purchè tu medesimo n’esca un tratto con noi.
— Io?
— Oh, so troppo con quale razza di astuti io m’abbia a fare, per
affidarmi alle tue concessioni e promesse!... non saremmo così
sull’impalcatura del ponte, che tu daresti contrordine di rialzarlo,
per precipitarci quanti siamo giù nella fossa, o ci sguinzaglieresti
alle calcagna le tue barbute per acchiapparci!.... ma da galeotto a
marinaro!.... i Farnesi e la volpe sono nati a un sol parto; ma, se
vuoi salva la pelle, dovrai accompagnarci sin dove a noi convenga
lasciarti, securi di poter proseguire il nostro cammino, senza paura di
frodi.... consenti?
— Per forza!
— E, bada, ve’!... non un tentativo di tradirci!... io ti camminerò di
costa con questo ferro sempre snudato nel pugno.... al minimo atto tu
faccia, che solo m’ispiri un dubio, un sospetto, e te lo pianto quanto
è lungo nel dosso.... m’intendi?
— Eh, gli è chiaro... ma, penso, ho a scendere, ho ad uscire in questo
arnese.... in semplice farsetto.... senza nulla in capo?.... lasciate
almanco....
— Oibò, oibò! — lo interruppe l’incognito, girandogli su le spalle il
proprio ferraiuolo — prenditi questo; tiratene il capperuccio sul capo,
e non pensar altro!... il verno è ancor lontano e non c’è rischio ti
buschi imbeccate!.... ti sta bene così?
— Eh, per forza! — replicò di malumore il Farnese, avviandosi fuor
della stanza, incalzato da presso dal Cavalier Nero.
Terremoto — trattasi in groppa Olimpia sempre priva de’ sensi —
tenne loro dietro, insieme a Bianca, che, intanto, erasi data cura di
completare il proprio abbigliamento.
Mille argomenti di dispetto s’accavalciavano nel torbido cervello
di Pierluigi: avrebbe pur voluto trovar maniera di uscire con manco
sfregio da quella umiliante sua situazione; ma comprese facilmente come
ogni resistenza gli tornasse impossibile, azzardoso e pieno di pericoli
ogni altro tentativo.
E si decise a subir rassegnato la propria sorte.
Scesero pian pianino ed in silenzio le scale e traversarono cauti il
loggiato fiancheggiante il cortile sino alla castellanìa.
Ivi Pierluigi chiamò sommesso il castaldo, il quale toltosi di letto e
fattosi in su l’uscio, agli ordini del possente fratello della signora,
non seppe opporre la menoma osservazione.
Abbassò il ponte e schiuse la porta.
Nell’uscire, il Farnese, dietro assenso del Cavalier Nero:
— Rientrerò fra due ore — gli disse — per segnale darò tre lunghi
fischi.... sta in guardia.
Ed uscirono tutti cinque all’aria aperta.