Gli affari di Stato.
Dalla riva sinistra dell’Arda, i nostri tre fuggiaschi, con Pierluigi
Farnese come mallevadore e Olimpia sempre recata in collo da Terremoto,
presero a ponente, per un angusto sentieruolo che, dopo non quattro
miglia di cammino, li condusse a breve tratto da Vigolo de’ Marchesi,
su la destra della Chiavenna.
Al di là di questo torrentello sorge un chiostro di Benedettini
erettovi nel secolo XI da Oberto II Pallavicino.
Un uomo stava sdraiato a piedi di una grossa quercia che velava del
suo fogliame uno de’ fianchi di quel monistero, ed al cui tronco erano
allacciati per le briglie due cavalli insellati.
Giunto su la sponda del torrente e messo piede nel suo alveo, che,
in quella stagione, trovavasi completamente a secco; il Cavalier Nero
mandò fuori dal taglio della celata un acutissimo sibilo, inteso a pena
il quale, l’individuo corcato si rizzò di repente e, staccati i cavalli
dall’albero, s’avanzò in direzione della Chiavenna, menandoli a mano.
Il Cavalier Nero si volse quindi al Farnese ed:
— Eccoci giunti! — gli disse — ora sfido te, sfido i tuoi cagnotti,
sfido l’inferno, ad aver mie novelle.
— E son libero? — domandò Pierluigi con ansia.
— Sì — gli rispose quello — puoi ritornarne al tuo covo.
E — strappatogli il ferraiuolo di dosso — lo respinse con piglio
disdegnoso.
Il Farnese divorò il suo maltalento per tema di peggio e — senz’altro
aggiugnere — si avacciò a ribattere la strada percorsa per restituirsi
a Castell’Arquato.
IL Cavalier Nero lo segui dello sguardo sin che gliel permise la notte,
poscia, volgendosi a Bianca:
— E voi, madonna — le chiese — per qual parte sareste diretta?
Incerta della risposta, la fanciulla guardò trepidamente il suo
familiare quasi per dimandare il consiglio.
— Eh, messere — sclamò allora costui, invitato a rompere il silenzio da
quello sguardo della sua signora — egli è che qui madonna la non ci può
rimanere, poichè quel satanasso non istarebbe dal rimetterle le unghie
sopra, e che nemmanco a casa sua la ci può ritornare, poichè vi si
trovino altri suoi malevoli forse ancor peggio a temersi: per cui e’ mi
sembra uno imbroglio, ma di que’ più maladettamente arruffati che mai
si diano da distrigare!
— Altro di meglio io non saprei — interloquì in quel mentre la stessa
Bianca — chè ricovrare presso li miei zii di Perugia.... e’ sono omai i
soli congiunti che tuttavia mi rimangano.
— E voi corrervi tosto, madonna — cominciò a dire con grande animo il
dabben Terremoto — ed io sempre servirvi di guida....
Ma s’arrestò d’un tratto perplesso e:
— Gli è, piuttosto — soggiunse con voce raumiliata — gli è ch’io ci
vedo di mezzo due grandi e grosse difficoltà!
— Quali? — interrogò il Cavalier Nero.
— La prima che non c’è a contare madonna possa trascinarsi sin là, così
appoggiata al mio braccio, alla bella pedona.... e la seconda....
— La seconda?
— Eh, la seconda che nè lei ned io abbiamo intorno nemmanco la croce di
una baiocchella.
— Per inquanto a ciò — fece nobilmente l’incognito, togliendosi di
scarsella quella medesima borsa, d’onde aveva tratto le monete date
alla vecchia camerista ed offrendola a Bianca — madonna non vorrà farmi
lo sfregio di rifiutare....
— Oh, messere... volle interromperlo la giovinetta.
Ma quello prosegui:
— Posso conoscere il vostro nome?
— Bianca della Staffa — gli rispose la fanciulla.
— Nepote a messer Giovanni di Camia — aggiunse premuroso il gigante.
— Ebbene, madonna Bianca — conchiuse il Cavalier Nero — que’ vostri
zii, presso cui intendete recarvi non mancheranno, vuo’ credere di
sodisfare il picciol debito che vi propongo contrarre verso di me.
— E a chi dovranno spedire il valsente? — dimandò Bianca, accettando
questa volta la borsa, che le veniva profferta in modo tanto squisito.
— Al Cavalier Nero — rispose l’incognito — nella torre di Gropparello.
— Sarà fatto, messere! — asseverò Bianca.
— Ed in quanto al modo di viaggiare — continuò quello accennando
all’uomo, che s’era, intanto avvicinato con le cavalcature — io
dispongo di due corridori; ma, siccome madonna è tuttavolta svenuta,
l’uno non m’è più necessario e di buon cuore ve l’offro.
— Oh, messere.... — sclamò Bianca confusa da tanta cortesia, volendo
forse affacciargli qualche obiezione.
Ma quello:
— Me lo rimanderete con la persona che si avrà incarico di riportarmi
il danaro.
— A codesto patto — fece la giovinetta — nol saprei rifiutare....
accetto e ve ne ringrazio.
— Ed ora, — riprese quello, balzando in arcione — non più indugiare un
momento!
E, voltosi a Terremoto:
— Datemi in braccio madonna — gli disse.
Il gigante eseguì l’ordine e del suo miglior garbo s’ingegnò di
adagiargli sul davanti della sella Olimpia de’ Marazzani sempre fuori
de’ sensi.
L’uomo venuto da’ pressi del convento s’era di nuovo allontanato.
— Dio vi governi! — sclamò allora il Cavalier Nero e, dato di sproni,
si gittò verso mezzogiorno traverso le agate che ingemmano il rio
Rimore e le madrepore disseminate fra la Chiavenna ed il Chero sino in
riva al Vezzeno, nel piccolo villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad
una casa de’ marchesi Tedaldi.
Rimasti soli, Terremoto aiutò la sua giovine signora a salire in groppa
dell’altro cavallo, poi — montatovi sopra a sua volta — lo spinse di
trotto in tutta opposta direzione, fra Vigostano e la Sforzesca, verso
la grossa terra di Fiorenzuola.
Avventurosamente per Pierluigi, quando fece ritorno alla rôcca di
Castell’Arquato le tenebre erano ancora profonde e tutti più che mai
immersi nel sonno. — Dètte egli i convenuti tre fischi, in seguito a’
quali gli venne calato il levatoio, attalchè potè restituirsi al suo
quartiere senza che — ad eccezione del castaldo, cui pose in mano varie
monete di oro insegnandogli cosa dovesse rispondere se interrogato —
nissun’altro sapesse di quella notturna sua uscita.
La facilità somma con la quale, prima in compagnia, poi solo, aveva
potuto andarsene, e ritornare, era naturalmente tutta dovuta alle
speciali circostanze del momento, al trovarsi la terra in festa ed il
castello popolato da tanto numeroso stuolo di dame e cavalieri, amici
e congiunti de’ castellani. — Altrimenti il solo stridore delle catene
del ponte avrebbe bastato per attirare l’attenzione delle vedette e
degli uomini d’arme ed assoggettare lui e le persone cui forzatamente
aveva giovato di salvocondotto e di scorta al più rigoroso controllo.
Malgrado la rabbia che lo divorava, era tanta la stanchezza indottagli
dalle emozioni della giornata e particolarmente dalla lunga gita
coatta allora fornita che, — a pena in camera — si gittò sul letto e si
addormentò.
L’indomani non riaperse gli occhi che a giorno alto e quando tutto il
castello era già in subbuglio per la improvvisa sparizione delle due
fanciulle.
Donna Costanza, non veggendole apparire in onta dell’ora già tarda,
aveva spedito alle loro stanze le due minori sue figlie, Giulia e
Faustina, le quali l’erano ritornate pallide in viso e tutte tremanti,
dicendole non solo quelle stanze deserte, ma sfatto il lettucciulo di
Bianca e quello di Olimpia no, gli usci d’ingresso e di comunicazione,
aperti, spalancati, le lampane tuttora accese e scoppiettanti consunte.
Donna Costanza inquisì quanto servidorame trovavasi nel castello;
ma nessuno valse a darle il minimo schiarimento. — Fece ricerca
del familio che aveva accompagnato la giovine della Staffa. — Tutti
rammentavano averlo visto dormire s’un mucchio di paglia nel cortile;
ma di raccapezzarlo non ci fu verso. — Chiamò allora il castaldo. —
Indettato da Pierluigi, costui rispose, durante la notte, non essere
uscito e rientrato chè il signor duca di Castro.
Donna Costanza non sapeva più che pensare, e le inevitabili versioni
di un genio malefico, di un gran diavolo sceso dall’alto del mastio,
e scappato via pel fumaiuolo, soffolcendo ciascuna delle due fanciulle
disparse con una delle sue ali da pipistrello, cominciavano a circolare
tra il minutame de’ valletti e delle fantesche.
Pierluigi, che già mulinava entro sè di muovere a questo e quello
dimande, per tentare se pure gli riuscisse scuoprire chi fossero i due
temerari, che lo avevano in modo sì umiliante oltraggiato e schernito,
— non a pena ebbe sentore del turbamento e dell’agitazione della
sorella, che vi renunziò, per tema di non richiamarne i sospetti su di
sè stesso.
Nullostante, non volendo renunziare del paro al desiderio che lo
pungeva e di riavere Olimpia sua, e d’impadronirsi di Bianca, e di
vendicarsi de’ suoi insultatori; chiamò nuovamente a sè Pellegrino
di Leuthen, il solo che alcunchè di chiaro travedesse in quella buia
faccenda, e gli espose per filo e per segno tutto quanto gli era
accaduto.
Com’ebbe terminato la sua narrazione:
— _Jesus mein god!_ — sclamò il tedesco, giugnendo le mani in atto di
estremo stupore — quanto crante diafole foi afere puttate terre con
pugno, intofinare, intofinare.... essere Derremote, antiche serfitore
pofere Ciofanne li Camie... ma quanto ome fisciere galate, niente
capire... niente sapere fostre penefolensce matonne Olimbia!
— Ed è di costui in particolar modo — fece biecamente il Farnese — che
m’importa conoscere il volto, il nome, la dimora... due cose io voglio:
recuperare Olimpia ed anco quella vostra leziosa nepote dei Camia....
non patirò mai che una meschina feminuccia possa menar vanto d’essersi
in simil guisa fatta giuoco di me: mai!... l’altra: avere in mie mani e
vendicarmi di que’ due manigoldi.... oh, come pagheranno caro il loro
ardimento!... e voi solo, Pellegrino mio, voi solo potete giovarmi a
raggiungere il mio duplice scopo.
— Pellecrine sempre umilissime serfe fostre eccellensce!
— Voi avete l’odorato del segugio, l’occhio della lince, la furberia
della volpe....
— Troppo pone, eccellensce!
— Vi lancerete subito su le loro tracce.... il mio Trentacoste con le
sue barbute verrà con voi, obbedirà ciecamente ai vostri ordini, ed io
non dubito....
— Troppo pone, eccellensce!.... io fare tilicentemente, foi precare Tio
pone risultamente mia spetiscione.
Poco stante, col più lungo e lanternuto dei due capitani di Pierluigi
e una serqua d’armigeri, mastro Pellegrino di Leuthen lasciò la rôcca
per battere le circostanti campagne, promettendo al suo nobile signore,
che, dove gli tornasse di metter la mano su qualcuno degli evasi, o
solo di averne indizio, non mancherebbe di spedirgli tosto un pedone a
dargliene lo annunzio.
Tormentato a un tempo dal livore contro gli sconosciuti che gli
avevano inflitto tanto vilipendio, dal rammarico della sua Olimpia e
dalla foia bestiale, che la vista e il contatto di Bianca gli avevano
eccitato, Pierluigi Farnese — anima cupa e vendicativa se mai ve ne
fu — si contorceva, per così dire, sotto l’ansie cocenti di un’attesa
febrile. — Al più leggero calpestìo di chi entrasse nel cortile, al
minimo rumore che salisse in direzione delle sue stanze, egli supponeva
dover’essere un inviato di Pellegrino che gli apportasse le sospirate
novelle.
Così trascorse tutta la giornata.
A tarda sera, battuto già il coprifuoco, si udì improvisamente il suono
di un corno. Pierluigi trasalì.
Era, senza dubio, l’emissario di Pellegrino.
Il sopravenuto chiedeva, infatti, di lui.
Era una staffetta.
Ma, in luogo di giungere da’ dintorni, come il duca confidava,
procedeva direttamente da Roma ed era apportatrice di una lettera del
Santo Padre.
Paolo III faceva vive istanze al figliuolo di restituirsi
immediatamente a Roma, dove la sua presenza era richiesta da _gravi
affari di Stato_.
Addio amori e vendette!
Comunque di malincuore, — Pierluigi dovette decidersi ad obbedire.
Lasciando presso la sorella i figliuoli e la nuora, che, lo avrebbero
raggiunto più tardi; egli parti da Castell’Arquato, con l’alba del
dì successivo, accompagnato solamente dal suo segretario Apollonio
Filareto e dall’altro suo capitano Alessandro da Terni.
Trentacoste e le barbute rimanevano in giro con Pellegrino di Leuthen
senza che egli potesse averne nissuna contezza. Ed era ciò che
maggiormente il cuoceva.