CAPITOLO XXI.

Gli affari di Stato.

Dalla riva sinistra dell’Arda, i nostri tre fuggiaschi, con Pierluigi

Farnese come mallevadore e Olimpia sempre recata in collo da Terremoto,

presero a ponente, per un angusto sentieruolo che, dopo non quattro

miglia di cammino, li condusse a breve tratto da Vigolo de’ Marchesi,

su la destra della Chiavenna.

Al di là di questo torrentello sorge un chiostro di Benedettini

erettovi nel secolo XI da Oberto II Pallavicino.

Un uomo stava sdraiato a piedi di una grossa quercia che velava del

suo fogliame uno de’ fianchi di quel monistero, ed al cui tronco erano

allacciati per le briglie due cavalli insellati.

Giunto su la sponda del torrente e messo piede nel suo alveo, che,

in quella stagione, trovavasi completamente a secco; il Cavalier Nero

mandò fuori dal taglio della celata un acutissimo sibilo, inteso a pena

il quale, l’individuo corcato si rizzò di repente e, staccati i cavalli

dall’albero, s’avanzò in direzione della Chiavenna, menandoli a mano.

Il Cavalier Nero si volse quindi al Farnese ed:

— Eccoci giunti! — gli disse — ora sfido te, sfido i tuoi cagnotti,

sfido l’inferno, ad aver mie novelle.

— E son libero? — domandò Pierluigi con ansia.

— Sì — gli rispose quello — puoi ritornarne al tuo covo.

E — strappatogli il ferraiuolo di dosso — lo respinse con piglio

disdegnoso.

Il Farnese divorò il suo maltalento per tema di peggio e — senz’altro

aggiugnere — si avacciò a ribattere la strada percorsa per restituirsi

a Castell’Arquato.

IL Cavalier Nero lo segui dello sguardo sin che gliel permise la notte,

poscia, volgendosi a Bianca:

— E voi, madonna — le chiese — per qual parte sareste diretta?

Incerta della risposta, la fanciulla guardò trepidamente il suo

familiare quasi per dimandare il consiglio.

— Eh, messere — sclamò allora costui, invitato a rompere il silenzio da

quello sguardo della sua signora — egli è che qui madonna la non ci può

rimanere, poichè quel satanasso non istarebbe dal rimetterle le unghie

sopra, e che nemmanco a casa sua la ci può ritornare, poichè vi si

trovino altri suoi malevoli forse ancor peggio a temersi: per cui e’ mi

sembra uno imbroglio, ma di que’ più maladettamente arruffati che mai

si diano da distrigare!

— Altro di meglio io non saprei — interloquì in quel mentre la stessa

Bianca — chè ricovrare presso li miei zii di Perugia.... e’ sono omai i

soli congiunti che tuttavia mi rimangano.

— E voi corrervi tosto, madonna — cominciò a dire con grande animo il

dabben Terremoto — ed io sempre servirvi di guida....

Ma s’arrestò d’un tratto perplesso e:

— Gli è, piuttosto — soggiunse con voce raumiliata — gli è ch’io ci

vedo di mezzo due grandi e grosse difficoltà!

— Quali? — interrogò il Cavalier Nero.

— La prima che non c’è a contare madonna possa trascinarsi sin là, così

appoggiata al mio braccio, alla bella pedona.... e la seconda....

— La seconda?

— Eh, la seconda che nè lei ned io abbiamo intorno nemmanco la croce di

una baiocchella.

— Per inquanto a ciò — fece nobilmente l’incognito, togliendosi di

scarsella quella medesima borsa, d’onde aveva tratto le monete date

alla vecchia camerista ed offrendola a Bianca — madonna non vorrà farmi

lo sfregio di rifiutare....

— Oh, messere... volle interromperlo la giovinetta.

Ma quello prosegui:

— Posso conoscere il vostro nome?

— Bianca della Staffa — gli rispose la fanciulla.

— Nepote a messer Giovanni di Camia — aggiunse premuroso il gigante.

— Ebbene, madonna Bianca — conchiuse il Cavalier Nero — que’ vostri

zii, presso cui intendete recarvi non mancheranno, vuo’ credere di

sodisfare il picciol debito che vi propongo contrarre verso di me.

— E a chi dovranno spedire il valsente? — dimandò Bianca, accettando

questa volta la borsa, che le veniva profferta in modo tanto squisito.

— Al Cavalier Nero — rispose l’incognito — nella torre di Gropparello.

— Sarà fatto, messere! — asseverò Bianca.

— Ed in quanto al modo di viaggiare — continuò quello accennando

all’uomo, che s’era, intanto avvicinato con le cavalcature — io

dispongo di due corridori; ma, siccome madonna è tuttavolta svenuta,

l’uno non m’è più necessario e di buon cuore ve l’offro.

— Oh, messere.... — sclamò Bianca confusa da tanta cortesia, volendo

forse affacciargli qualche obiezione.

Ma quello:

— Me lo rimanderete con la persona che si avrà incarico di riportarmi

il danaro.

— A codesto patto — fece la giovinetta — nol saprei rifiutare....

accetto e ve ne ringrazio.

— Ed ora, — riprese quello, balzando in arcione — non più indugiare un

momento!

E, voltosi a Terremoto:

— Datemi in braccio madonna — gli disse.

Il gigante eseguì l’ordine e del suo miglior garbo s’ingegnò di

adagiargli sul davanti della sella Olimpia de’ Marazzani sempre fuori

de’ sensi.

L’uomo venuto da’ pressi del convento s’era di nuovo allontanato.

— Dio vi governi! — sclamò allora il Cavalier Nero e, dato di sproni,

si gittò verso mezzogiorno traverso le agate che ingemmano il rio

Rimore e le madrepore disseminate fra la Chiavenna ed il Chero sino in

riva al Vezzeno, nel piccolo villaggio di Tavasca, dove si arrestò ad

una casa de’ marchesi Tedaldi.

Rimasti soli, Terremoto aiutò la sua giovine signora a salire in groppa

dell’altro cavallo, poi — montatovi sopra a sua volta — lo spinse di

trotto in tutta opposta direzione, fra Vigostano e la Sforzesca, verso

la grossa terra di Fiorenzuola.

Avventurosamente per Pierluigi, quando fece ritorno alla rôcca di

Castell’Arquato le tenebre erano ancora profonde e tutti più che mai

immersi nel sonno. — Dètte egli i convenuti tre fischi, in seguito a’

quali gli venne calato il levatoio, attalchè potè restituirsi al suo

quartiere senza che — ad eccezione del castaldo, cui pose in mano varie

monete di oro insegnandogli cosa dovesse rispondere se interrogato —

nissun’altro sapesse di quella notturna sua uscita.

La facilità somma con la quale, prima in compagnia, poi solo, aveva

potuto andarsene, e ritornare, era naturalmente tutta dovuta alle

speciali circostanze del momento, al trovarsi la terra in festa ed il

castello popolato da tanto numeroso stuolo di dame e cavalieri, amici

e congiunti de’ castellani. — Altrimenti il solo stridore delle catene

del ponte avrebbe bastato per attirare l’attenzione delle vedette e

degli uomini d’arme ed assoggettare lui e le persone cui forzatamente

aveva giovato di salvocondotto e di scorta al più rigoroso controllo.

Malgrado la rabbia che lo divorava, era tanta la stanchezza indottagli

dalle emozioni della giornata e particolarmente dalla lunga gita

coatta allora fornita che, — a pena in camera — si gittò sul letto e si

addormentò.

L’indomani non riaperse gli occhi che a giorno alto e quando tutto il

castello era già in subbuglio per la improvvisa sparizione delle due

fanciulle.

Donna Costanza, non veggendole apparire in onta dell’ora già tarda,

aveva spedito alle loro stanze le due minori sue figlie, Giulia e

Faustina, le quali l’erano ritornate pallide in viso e tutte tremanti,

dicendole non solo quelle stanze deserte, ma sfatto il lettucciulo di

Bianca e quello di Olimpia no, gli usci d’ingresso e di comunicazione,

aperti, spalancati, le lampane tuttora accese e scoppiettanti consunte.

Donna Costanza inquisì quanto servidorame trovavasi nel castello;

ma nessuno valse a darle il minimo schiarimento. — Fece ricerca

del familio che aveva accompagnato la giovine della Staffa. — Tutti

rammentavano averlo visto dormire s’un mucchio di paglia nel cortile;

ma di raccapezzarlo non ci fu verso. — Chiamò allora il castaldo. —

Indettato da Pierluigi, costui rispose, durante la notte, non essere

uscito e rientrato chè il signor duca di Castro.

Donna Costanza non sapeva più che pensare, e le inevitabili versioni

di un genio malefico, di un gran diavolo sceso dall’alto del mastio,

e scappato via pel fumaiuolo, soffolcendo ciascuna delle due fanciulle

disparse con una delle sue ali da pipistrello, cominciavano a circolare

tra il minutame de’ valletti e delle fantesche.

Pierluigi, che già mulinava entro sè di muovere a questo e quello

dimande, per tentare se pure gli riuscisse scuoprire chi fossero i due

temerari, che lo avevano in modo sì umiliante oltraggiato e schernito,

— non a pena ebbe sentore del turbamento e dell’agitazione della

sorella, che vi renunziò, per tema di non richiamarne i sospetti su di

sè stesso.

Nullostante, non volendo renunziare del paro al desiderio che lo

pungeva e di riavere Olimpia sua, e d’impadronirsi di Bianca, e di

vendicarsi de’ suoi insultatori; chiamò nuovamente a sè Pellegrino

di Leuthen, il solo che alcunchè di chiaro travedesse in quella buia

faccenda, e gli espose per filo e per segno tutto quanto gli era

accaduto.

Com’ebbe terminato la sua narrazione:

— _Jesus mein god!_ — sclamò il tedesco, giugnendo le mani in atto di

estremo stupore — quanto crante diafole foi afere puttate terre con

pugno, intofinare, intofinare.... essere Derremote, antiche serfitore

pofere Ciofanne li Camie... ma quanto ome fisciere galate, niente

capire... niente sapere fostre penefolensce matonne Olimbia!

— Ed è di costui in particolar modo — fece biecamente il Farnese — che

m’importa conoscere il volto, il nome, la dimora... due cose io voglio:

recuperare Olimpia ed anco quella vostra leziosa nepote dei Camia....

non patirò mai che una meschina feminuccia possa menar vanto d’essersi

in simil guisa fatta giuoco di me: mai!... l’altra: avere in mie mani e

vendicarmi di que’ due manigoldi.... oh, come pagheranno caro il loro

ardimento!... e voi solo, Pellegrino mio, voi solo potete giovarmi a

raggiungere il mio duplice scopo.

— Pellecrine sempre umilissime serfe fostre eccellensce!

— Voi avete l’odorato del segugio, l’occhio della lince, la furberia

della volpe....

— Troppo pone, eccellensce!

— Vi lancerete subito su le loro tracce.... il mio Trentacoste con le

sue barbute verrà con voi, obbedirà ciecamente ai vostri ordini, ed io

non dubito....

— Troppo pone, eccellensce!.... io fare tilicentemente, foi precare Tio

pone risultamente mia spetiscione.

Poco stante, col più lungo e lanternuto dei due capitani di Pierluigi

e una serqua d’armigeri, mastro Pellegrino di Leuthen lasciò la rôcca

per battere le circostanti campagne, promettendo al suo nobile signore,

che, dove gli tornasse di metter la mano su qualcuno degli evasi, o

solo di averne indizio, non mancherebbe di spedirgli tosto un pedone a

dargliene lo annunzio.

Tormentato a un tempo dal livore contro gli sconosciuti che gli

avevano inflitto tanto vilipendio, dal rammarico della sua Olimpia e

dalla foia bestiale, che la vista e il contatto di Bianca gli avevano

eccitato, Pierluigi Farnese — anima cupa e vendicativa se mai ve ne

fu — si contorceva, per così dire, sotto l’ansie cocenti di un’attesa

febrile. — Al più leggero calpestìo di chi entrasse nel cortile, al

minimo rumore che salisse in direzione delle sue stanze, egli supponeva

dover’essere un inviato di Pellegrino che gli apportasse le sospirate

novelle.

Così trascorse tutta la giornata.

A tarda sera, battuto già il coprifuoco, si udì improvisamente il suono

di un corno. Pierluigi trasalì.

Era, senza dubio, l’emissario di Pellegrino.

Il sopravenuto chiedeva, infatti, di lui.

Era una staffetta.

Ma, in luogo di giungere da’ dintorni, come il duca confidava,

procedeva direttamente da Roma ed era apportatrice di una lettera del

Santo Padre.

Paolo III faceva vive istanze al figliuolo di restituirsi

immediatamente a Roma, dove la sua presenza era richiesta da _gravi

affari di Stato_.

Addio amori e vendette!

Comunque di malincuore, — Pierluigi dovette decidersi ad obbedire.

Lasciando presso la sorella i figliuoli e la nuora, che, lo avrebbero

raggiunto più tardi; egli parti da Castell’Arquato, con l’alba del

dì successivo, accompagnato solamente dal suo segretario Apollonio

Filareto e dall’altro suo capitano Alessandro da Terni.

Trentacoste e le barbute rimanevano in giro con Pellegrino di Leuthen

senza che egli potesse averne nissuna contezza. Ed era ciò che

maggiormente il cuoceva.

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