Turpe mercato.
Quantunque la eccessiva stanchezza fisica e morale, che opprimeva la
nostra povera Bianca, l’avesse forzata — prima ancora che annottasse —
a gittarsi sul letto così vestita com’era ed a pigliarsi alcuni momenti
di sonno; questo era stato troppo breve, leggero ed intermittente,
perchè valesse a ritemprarle le forze estenuate. Ella ne aveva tuttavia
mestieri di molto e tranquillo e completo. Ed è però che — a pena donna
Costanza l’ebbe lasciata nuovamente sola — non indugiò un istante a
spogliarsi sin dell’ultimo indumento, com’era costume de’ tempi, ed
a corcarsi di ricapo, e questa volta, non sopra, sotto le lenzuola, e
quasi immediatamente si addormentò.
Quel mistero tutto psichico, che si chiama il sogno, imperscrutato
pur sempre, malgrado sia questa nostra l’età delle analisi e
delle esplicanze, volle aggiugnersi al sonno riparatore del corpo,
confortando lo spirito affievolito della gentile dormiente d’imagini
gioconde d’amore.
Ella sognava del suo Neruccio.
Sel mirava dinanzi sanato delle sue ferite, bello di tutta quella dolce
e pensosa bellezza, che — al primo vederlo — le aveva ispirato pensieri
tanto soavi. Egli le stringeva la destra, le fissava teneramente i
suoi due grandi occhi bruni negli occhi e — ricordandole le solenni
promesse tra loro scambiate nel tugurio del vecchio Rinolfo — le andava
mormorando sommesso:
— Il momento è venuto di mantenerle!
Cullata da sì deliziose illusioni, l’anima della giovinetta, immemore
delle patite sofferenze, aliava beata per mezzo un eliso tutto
splendori, inni, profumi. Un calore sottile sottile, un senso mite di
voluttà celestiale, le s’insinuava, le repeva, grado grado, per tutte
le fibre. Agitandosi mollemente sul fianco, ella scuopriva in parte di
sotto le coltri i tesori della sua vergine persona e — come volesse
riafferrare qualche amata e fuggevole visione — stendeva le braccia
frementi ed allungava le mani.
In uno di questi suoi moti incontrò alcunchè di morvido e di villoso,
che le fece ritrarre repugnante la mano e la svegliò di sobbalzo.
Si guardò attorno spaurita e scorse al suo fianco un uomo, cui, della
mano, aveva senza dubio sfiorato la barba.
Mezzo svestito, scalmanato in faccia, con le narici convulse, la bocca
semichiusa, il respiro callido e stridente; quell’uomo le stava sopra
piegato ad arco, figgendo su le parti svelate del suo bel corpo un
occhio iniettato di sangue e pregno di concupiscenza.
Quell’uomo era Pierluigi Farnese.
La fanciulla che — riconoscendo in lui il temerario, da cui era stata
inseguita su la piazza della cattedrale di Parma ed alle cui insidie
l’aveva sottratta il suo Neruccio — indovinò subito qual sorta di
pericolo la minacciasse; allibì di terrore nel rivederselo al fianco
e — come la mimosa, che, al più leggero contatto, raggrinza il pudico
fogliame — si aggomitolò frettolosa sotto le coperte e se le strinse
tremante sopra le spalle, mettendo un piccolo strido.
— Non strillare, sai, bella mia! — le intimò tosto il Farnese, mentre
studiavasi inutilmente d’insinuare le dita fra le lenzuola — se meni
romore, e’ sarà fiato sprecato per te e pazienza perduta per me, cose,
affè mia, nè gaie, nè profittevoli per tutti due!
E rintostò ne’ suoi tentativi.
— Angioli del paradiso — balbutì la giovinetta schermendosi — ma chi
siete voi?.... ma perchè qui?.... cosa volete.... cosa pretendete da
me?
— Chi mi sia non ti dèe premere — fece il duca, con un suo ghigno che
mal giungeva ad atteggiarsi a sorriso — un gentiluomo, un cavaliere,
per certo... mi si scorge in volto.... ho il naso ducale!.... e, quel
che più rileva, un uomo che t’ama, che è pazzo, farnetico, delirante
per te!.... cosa voglio?.... ingenua domanda, in mia fede!.... e cosa
posso volere da una bella, da una vaga, da una seducente creatura quale
tu sei?
— Angioli del paradiso — ripetè la fanciulla, tremando a verga e
cercando ravvilupparsi sempre più tra le coltri.
Ma Pierluigi era riuscito nel suo intento di cacciarvi sotto una mano;
sicchè — stringendone solidamente un lembo nel pugno le trasse a sè
con impeto sì violento, che la poverina — per non rotolare travolta giù
dal lettuccio, — dovette allentare la mano e lasciarsele strappare di
dosso.
Il duca le gittò lontano, in un canto.
Vedendosi così denudata sotto il fuoco di que’ sguardi procaci, al
contatto di quelle mani insolenti; la misera s’accosciò restringendosi
tutta sopra sè stessa e velatosi il volto, ruppe in singhiozzi.
Pareva la statua della disperazione.
Pregustando le ebrezze del suo trionfo, il Farnese la contemplava con
un sorriso di satanica gioia.
Era infernale a vedersi.
Ricordava Mefistofele dinanzi a Margherita.
Quello istesso piangere, quello istesso angosciarsi della sua vittima,
gli tornavano sovrammodo cari, perchè, in tal guisa, questa sempre più
si affiochiva e si rendeva inetta a resistergli.
Impaziente d’ogni maggiore indugio, fe’ un moto inanzi per stringersela
fra le braccia. Ma, in quel medesimo punto, qualcuno ne lo rattenne,
battendogli sovra una spalla.
Pierluigi si volse come tocco da un serpe.
Olimpia Marazzani gli stava di fronte.
— Tu qui? — sclamò egli stizzito ed interdetto.
— Ti dò noia, eh! — gli rispose quella, crollando il capo
melanconicamente — oh, cotesto è l’amore che tu m’impromettesti!...
io, per elezion del mio core.... ripeto parole tue.... non mi avrò
mai altra donna fuori che te!.... per quanto me lo consentano quelle
uggiose convenienze, que’ maladetti doveri, che m’impone il mio stato,
io non sarò mai che tuo, sempre tuo, tutto tuo!... ed ecco in qual
maniera adempi alle tue promesse!... qui, sotto lo istesso tetto che
ne ricovra, sotto i miei occhi medesimi, tu ne vagheggi, ne ricerchi
un’altra, mi preferisci un’altra, mi confetti con lo scherno il
disprezzo!
— Evvia! — fece il Farnese imbarazzato abbassando i suoi sotto gli
sguardi fulminanti di quella donna, che lo dominava — non pigliare le
cose per codesto verso.... tu cadi in abbaglio....
— Qualche menzogna, forse? — lo interruppe fieramente la sua ganza.
— No, no, — soggiuns’egli, forzandosi a sorridere, nella speranza di
volgere la faccenda in burletta — ma tu mi sospetti a torto.
Perocchè amore no se po vedere,
E no se tratta corporalemente.
come cantava Pier delle Vigne!
— Scherzi?
— Dico solo, che tu non sai mettere il debito divario fra amore e
capriccio.
— All’incontro ce ne metto uno immenso; ma quale il capriccio?....
quale l’amore?....
— Nol chiederesti, Olimpia, se ti fosse data maniera di contemplare te
stessa negli occhi.
— E perchè cotesto?
— Perchè in que’ tuoi occhi, che paiono diamanti, c’è dentro trasfusa
tutta l’anima tua.... un’anima grande, bella, robusta.... un’anima
di fuoco, che non cura gli ostacoli, che non teme i perigli, che, nel
caso, saprebbe tutto sfidare: la morte come l’infamia... ed è all’anima
soltanto che il vero amore si apprende... mel credi?....
E — in così dire — la ricinse del braccio e le stampò su le labra
un ardente bacio. — Amava dassenno e quasi ugualmente temeva quella
donna ancora sì giovine e già sì resolutamente determinata al male;
gl’ispirava un misto tra paura e rispetto, e però si avvolpacchiava
del suo meglio a mitigarne, con le blandizie, il troppo giusto
risentimento.
Ma non per questo Olimpia smise il corrucciato cipiglio. Anzi:
— Per la croce! — soggiunse, respingendolo — non intendo l’amore in
codesta maniera.... non ne accetto le speciose tue distinzioni fra
spirito e materia... per me vale tutt’uno: è uno assieme individuo,
che ha mestieri di questa quanto di quella... o dimmi: cos’è
altrimente?.... amor di spirito, platonismo insensato!.... amor di
materia, istintiva brutalità!.... dunque?....
— E allo istinto nulla concedi?
— Ah, cotesto solo ti muove?
— Questo solo, tel giuro!
Durante un cosiffatto colloquio, la misera Bianca, che — intravedendo
nella sopravvenuta un angelo tutelare — aveva ripreso un cotal
po’ di coraggio; trascinatasi ginocchione sino dappiè del letto,
dove giacevano le sue vesti su di una sedia, se n’era impadronita
furtivamente e se ne andava cuoprendo.
Olimpia, cui le proteste di Pierluigi parevano inclinare a più mite
consiglio, talchè si disponesse a lasciar secolui quella stanza, forse
per trarlo a la propria, volse fatalmente in quel punto gli sguardi
sopra di lei.
Il sentimento di pudicizia, che traspariva vivissimo dalle oneste
sembianze e da ogni moto dell’amabile giovinetta, mentre — con l’ansia
del naufrago, che tocchi della mano la proda salvatrice — si affrettava
ad occultare le proprie nudità; le produsse il medesimo effetto di una
rampogna. — Si sentiva umiliata da un sì modesto e verecondo contegno
tanto disforme da quello, ch’ella stessa aveva serbato in non dissimile
circostanza. — Quella fanciulla tanto tenera del proprio onore, da
ributtare gli amplessi di un uomo con sì disperata insistenza e da
sorridere di gioia alla sola speranza di poter sfuggire a’ suoi baci;
le pareva aver l’aria di volerle infliggere una severa e sferzante
lezione e — con la mobilità di affetti che è tutta propria delle nature
violenti — dimenticava lo sfregio sanguinoso, che il suo amante era
stato sul punto di farle; dimenticava la sua gelosia; dimenticava
lo stesso suo amore; per non risentirsi che di quella tacita ed
involontaria censura ed opporvi un odio profondo.
Sì; ella detestava mortalmente quella dolce ed incolpevole creatura,
solo perchè la riconosceva tanto migliore di sè. — Si pentiva
d’essere intervenuta ad impedire al suo amante che avesse il tempo di
contaminarla, di perderla per sempre. — Era tentata di scappar via da
sola, per abbandonarla di nuovo in balìa del suo destino. — La irritava
la parte di genio benefico, che, suo malgrado, era venuta ad assumere
verso di lei.
Un pensiero d’inferno le traversò, intanto, il cervello, e:
— Non era che un capriccio? — chiese ghignando al Farnese.
— Un capriccio, un mero capriccio soltanto! — le rispose questi
sollecito, rianimato da quel ghigno, che gli parve un sorriso.
— Ebbene — ella soggiunse — vuoi inaudita prova di amore?... io stessa
ti aiuterò a levartene il ruzzo!
— Tu? — sclamò strabiliando il Farnese.
Bianca, che — a malo stento — era pervenuta ad allacciarsi la gonna, si
arrestò, a quelle parole, come pietrificata. — Nel suo candido cuore,
nel suo vergine intelletto, non c’era posto per sì nefanda mostruosità:
si rifiutavano a capirla.
— Tu? — replicò il duca.
— Sì, sì — affermò Olimpia, fulminando la poveretta di una trionfante
occhiata di dileggio — io t’amo al punto, vedi!.... da volere tutto
quanto a te piaccia... e poi quella spigolistra mi è uggiosa....
l’aborro!.... sentirla fremere, palpitare, dibattersi inutilmente,
consumare i vani suoi sforzi sotto la stretta delle mie mani; è una
voluttà anche questa!... ed io ti aiuterò, sì.... ma ad un patto....
E si chinò a mormorargli alcune parole all’orecchio. — Quindi:
— Ah, per la croce! — soggiunse, scuotendo il capo in atto di sfida
— ella fa la ritrosa?... si estima da più del suo sesso?... minaccia
strillare?.... io ne soffocherò le grida, sta certo!....
E si avventò al letto come una belva.
Le parole da lei susurrate all’orecchio di Pierluigi erano queste:
— Ora tua, poi.... morta?.... me lo prometti?
Pierluigi aveva annuito del capo.
Si può dire, per conseguenza, ch’egli si accingeva a violare un
cadavere.