CAPITOLO XIX.

Turpe mercato.

Quantunque la eccessiva stanchezza fisica e morale, che opprimeva la

nostra povera Bianca, l’avesse forzata — prima ancora che annottasse —

a gittarsi sul letto così vestita com’era ed a pigliarsi alcuni momenti

di sonno; questo era stato troppo breve, leggero ed intermittente,

perchè valesse a ritemprarle le forze estenuate. Ella ne aveva tuttavia

mestieri di molto e tranquillo e completo. Ed è però che — a pena donna

Costanza l’ebbe lasciata nuovamente sola — non indugiò un istante a

spogliarsi sin dell’ultimo indumento, com’era costume de’ tempi, ed

a corcarsi di ricapo, e questa volta, non sopra, sotto le lenzuola, e

quasi immediatamente si addormentò.

Quel mistero tutto psichico, che si chiama il sogno, imperscrutato

pur sempre, malgrado sia questa nostra l’età delle analisi e

delle esplicanze, volle aggiugnersi al sonno riparatore del corpo,

confortando lo spirito affievolito della gentile dormiente d’imagini

gioconde d’amore.

Ella sognava del suo Neruccio.

Sel mirava dinanzi sanato delle sue ferite, bello di tutta quella dolce

e pensosa bellezza, che — al primo vederlo — le aveva ispirato pensieri

tanto soavi. Egli le stringeva la destra, le fissava teneramente i

suoi due grandi occhi bruni negli occhi e — ricordandole le solenni

promesse tra loro scambiate nel tugurio del vecchio Rinolfo — le andava

mormorando sommesso:

— Il momento è venuto di mantenerle!

Cullata da sì deliziose illusioni, l’anima della giovinetta, immemore

delle patite sofferenze, aliava beata per mezzo un eliso tutto

splendori, inni, profumi. Un calore sottile sottile, un senso mite di

voluttà celestiale, le s’insinuava, le repeva, grado grado, per tutte

le fibre. Agitandosi mollemente sul fianco, ella scuopriva in parte di

sotto le coltri i tesori della sua vergine persona e — come volesse

riafferrare qualche amata e fuggevole visione — stendeva le braccia

frementi ed allungava le mani.

In uno di questi suoi moti incontrò alcunchè di morvido e di villoso,

che le fece ritrarre repugnante la mano e la svegliò di sobbalzo.

Si guardò attorno spaurita e scorse al suo fianco un uomo, cui, della

mano, aveva senza dubio sfiorato la barba.

Mezzo svestito, scalmanato in faccia, con le narici convulse, la bocca

semichiusa, il respiro callido e stridente; quell’uomo le stava sopra

piegato ad arco, figgendo su le parti svelate del suo bel corpo un

occhio iniettato di sangue e pregno di concupiscenza.

Quell’uomo era Pierluigi Farnese.

La fanciulla che — riconoscendo in lui il temerario, da cui era stata

inseguita su la piazza della cattedrale di Parma ed alle cui insidie

l’aveva sottratta il suo Neruccio — indovinò subito qual sorta di

pericolo la minacciasse; allibì di terrore nel rivederselo al fianco

e — come la mimosa, che, al più leggero contatto, raggrinza il pudico

fogliame — si aggomitolò frettolosa sotto le coperte e se le strinse

tremante sopra le spalle, mettendo un piccolo strido.

— Non strillare, sai, bella mia! — le intimò tosto il Farnese, mentre

studiavasi inutilmente d’insinuare le dita fra le lenzuola — se meni

romore, e’ sarà fiato sprecato per te e pazienza perduta per me, cose,

affè mia, nè gaie, nè profittevoli per tutti due!

E rintostò ne’ suoi tentativi.

— Angioli del paradiso — balbutì la giovinetta schermendosi — ma chi

siete voi?.... ma perchè qui?.... cosa volete.... cosa pretendete da

me?

— Chi mi sia non ti dèe premere — fece il duca, con un suo ghigno che

mal giungeva ad atteggiarsi a sorriso — un gentiluomo, un cavaliere,

per certo... mi si scorge in volto.... ho il naso ducale!.... e, quel

che più rileva, un uomo che t’ama, che è pazzo, farnetico, delirante

per te!.... cosa voglio?.... ingenua domanda, in mia fede!.... e cosa

posso volere da una bella, da una vaga, da una seducente creatura quale

tu sei?

— Angioli del paradiso — ripetè la fanciulla, tremando a verga e

cercando ravvilupparsi sempre più tra le coltri.

Ma Pierluigi era riuscito nel suo intento di cacciarvi sotto una mano;

sicchè — stringendone solidamente un lembo nel pugno le trasse a sè

con impeto sì violento, che la poverina — per non rotolare travolta giù

dal lettuccio, — dovette allentare la mano e lasciarsele strappare di

dosso.

Il duca le gittò lontano, in un canto.

Vedendosi così denudata sotto il fuoco di que’ sguardi procaci, al

contatto di quelle mani insolenti; la misera s’accosciò restringendosi

tutta sopra sè stessa e velatosi il volto, ruppe in singhiozzi.

Pareva la statua della disperazione.

Pregustando le ebrezze del suo trionfo, il Farnese la contemplava con

un sorriso di satanica gioia.

Era infernale a vedersi.

Ricordava Mefistofele dinanzi a Margherita.

Quello istesso piangere, quello istesso angosciarsi della sua vittima,

gli tornavano sovrammodo cari, perchè, in tal guisa, questa sempre più

si affiochiva e si rendeva inetta a resistergli.

Impaziente d’ogni maggiore indugio, fe’ un moto inanzi per stringersela

fra le braccia. Ma, in quel medesimo punto, qualcuno ne lo rattenne,

battendogli sovra una spalla.

Pierluigi si volse come tocco da un serpe.

Olimpia Marazzani gli stava di fronte.

— Tu qui? — sclamò egli stizzito ed interdetto.

— Ti dò noia, eh! — gli rispose quella, crollando il capo

melanconicamente — oh, cotesto è l’amore che tu m’impromettesti!...

io, per elezion del mio core.... ripeto parole tue.... non mi avrò

mai altra donna fuori che te!.... per quanto me lo consentano quelle

uggiose convenienze, que’ maladetti doveri, che m’impone il mio stato,

io non sarò mai che tuo, sempre tuo, tutto tuo!... ed ecco in qual

maniera adempi alle tue promesse!... qui, sotto lo istesso tetto che

ne ricovra, sotto i miei occhi medesimi, tu ne vagheggi, ne ricerchi

un’altra, mi preferisci un’altra, mi confetti con lo scherno il

disprezzo!

— Evvia! — fece il Farnese imbarazzato abbassando i suoi sotto gli

sguardi fulminanti di quella donna, che lo dominava — non pigliare le

cose per codesto verso.... tu cadi in abbaglio....

— Qualche menzogna, forse? — lo interruppe fieramente la sua ganza.

— No, no, — soggiuns’egli, forzandosi a sorridere, nella speranza di

volgere la faccenda in burletta — ma tu mi sospetti a torto.

Perocchè amore no se po vedere,

E no se tratta corporalemente.

come cantava Pier delle Vigne!

— Scherzi?

— Dico solo, che tu non sai mettere il debito divario fra amore e

capriccio.

— All’incontro ce ne metto uno immenso; ma quale il capriccio?....

quale l’amore?....

— Nol chiederesti, Olimpia, se ti fosse data maniera di contemplare te

stessa negli occhi.

— E perchè cotesto?

— Perchè in que’ tuoi occhi, che paiono diamanti, c’è dentro trasfusa

tutta l’anima tua.... un’anima grande, bella, robusta.... un’anima

di fuoco, che non cura gli ostacoli, che non teme i perigli, che, nel

caso, saprebbe tutto sfidare: la morte come l’infamia... ed è all’anima

soltanto che il vero amore si apprende... mel credi?....

E — in così dire — la ricinse del braccio e le stampò su le labra

un ardente bacio. — Amava dassenno e quasi ugualmente temeva quella

donna ancora sì giovine e già sì resolutamente determinata al male;

gl’ispirava un misto tra paura e rispetto, e però si avvolpacchiava

del suo meglio a mitigarne, con le blandizie, il troppo giusto

risentimento.

Ma non per questo Olimpia smise il corrucciato cipiglio. Anzi:

— Per la croce! — soggiunse, respingendolo — non intendo l’amore in

codesta maniera.... non ne accetto le speciose tue distinzioni fra

spirito e materia... per me vale tutt’uno: è uno assieme individuo,

che ha mestieri di questa quanto di quella... o dimmi: cos’è

altrimente?.... amor di spirito, platonismo insensato!.... amor di

materia, istintiva brutalità!.... dunque?....

— E allo istinto nulla concedi?

— Ah, cotesto solo ti muove?

— Questo solo, tel giuro!

Durante un cosiffatto colloquio, la misera Bianca, che — intravedendo

nella sopravvenuta un angelo tutelare — aveva ripreso un cotal

po’ di coraggio; trascinatasi ginocchione sino dappiè del letto,

dove giacevano le sue vesti su di una sedia, se n’era impadronita

furtivamente e se ne andava cuoprendo.

Olimpia, cui le proteste di Pierluigi parevano inclinare a più mite

consiglio, talchè si disponesse a lasciar secolui quella stanza, forse

per trarlo a la propria, volse fatalmente in quel punto gli sguardi

sopra di lei.

Il sentimento di pudicizia, che traspariva vivissimo dalle oneste

sembianze e da ogni moto dell’amabile giovinetta, mentre — con l’ansia

del naufrago, che tocchi della mano la proda salvatrice — si affrettava

ad occultare le proprie nudità; le produsse il medesimo effetto di una

rampogna. — Si sentiva umiliata da un sì modesto e verecondo contegno

tanto disforme da quello, ch’ella stessa aveva serbato in non dissimile

circostanza. — Quella fanciulla tanto tenera del proprio onore, da

ributtare gli amplessi di un uomo con sì disperata insistenza e da

sorridere di gioia alla sola speranza di poter sfuggire a’ suoi baci;

le pareva aver l’aria di volerle infliggere una severa e sferzante

lezione e — con la mobilità di affetti che è tutta propria delle nature

violenti — dimenticava lo sfregio sanguinoso, che il suo amante era

stato sul punto di farle; dimenticava la sua gelosia; dimenticava

lo stesso suo amore; per non risentirsi che di quella tacita ed

involontaria censura ed opporvi un odio profondo.

Sì; ella detestava mortalmente quella dolce ed incolpevole creatura,

solo perchè la riconosceva tanto migliore di sè. — Si pentiva

d’essere intervenuta ad impedire al suo amante che avesse il tempo di

contaminarla, di perderla per sempre. — Era tentata di scappar via da

sola, per abbandonarla di nuovo in balìa del suo destino. — La irritava

la parte di genio benefico, che, suo malgrado, era venuta ad assumere

verso di lei.

Un pensiero d’inferno le traversò, intanto, il cervello, e:

— Non era che un capriccio? — chiese ghignando al Farnese.

— Un capriccio, un mero capriccio soltanto! — le rispose questi

sollecito, rianimato da quel ghigno, che gli parve un sorriso.

— Ebbene — ella soggiunse — vuoi inaudita prova di amore?... io stessa

ti aiuterò a levartene il ruzzo!

— Tu? — sclamò strabiliando il Farnese.

Bianca, che — a malo stento — era pervenuta ad allacciarsi la gonna, si

arrestò, a quelle parole, come pietrificata. — Nel suo candido cuore,

nel suo vergine intelletto, non c’era posto per sì nefanda mostruosità:

si rifiutavano a capirla.

— Tu? — replicò il duca.

— Sì, sì — affermò Olimpia, fulminando la poveretta di una trionfante

occhiata di dileggio — io t’amo al punto, vedi!.... da volere tutto

quanto a te piaccia... e poi quella spigolistra mi è uggiosa....

l’aborro!.... sentirla fremere, palpitare, dibattersi inutilmente,

consumare i vani suoi sforzi sotto la stretta delle mie mani; è una

voluttà anche questa!... ed io ti aiuterò, sì.... ma ad un patto....

E si chinò a mormorargli alcune parole all’orecchio. — Quindi:

— Ah, per la croce! — soggiunse, scuotendo il capo in atto di sfida

— ella fa la ritrosa?... si estima da più del suo sesso?... minaccia

strillare?.... io ne soffocherò le grida, sta certo!....

E si avventò al letto come una belva.

Le parole da lei susurrate all’orecchio di Pierluigi erano queste:

— Ora tua, poi.... morta?.... me lo prometti?

Pierluigi aveva annuito del capo.

Si può dire, per conseguenza, ch’egli si accingeva a violare un

cadavere.

Terremoto · 第 35 / 98 题