Il Crocefisso.
Nel proposito di attendere all’altra parte della grave missione che
gli era stata imposta da Bianca; Terremoto — subito dopo aver posto in
salvo Neruccio — erasi affrettatamente allontanato dal casolare paterno
e risospintosi di nuovo nella rôcca di Camia, passando per la via
sotterranea, della quale inanzi tutto ebbe cura di richiudere il pozzo
traditore.
Ma la rôcca di Camia era completamente deserta. — Gli stessi feriti non
giacevano più su i sacconi del dormitorio de’ servi.
Conveniva ammettere che i Nicelli avessero definitivamente abbandonato
quel luogo per far ritorno ai loro covili.
Questa volta, però, invece di scendere al basso verso tramontana, e’
s’inerpicò a monti verso mezzodì, nella ferma fiducia che queglino pure
avessero dovuto prendere la medesima direzione.
Varie circostanze concomitavano a ribadirlo in simile persuadimento.
In prima linea, lo aver divinato come fossero eglino istessi che
avevano rasentato le ruine di San Savino, nella tremenda notte in cui
egli faceva ricerca del proprio padre; in seconda, le indicazioni di
Pellegrino di Leuthen, udite ripetere durante il suo soggiorno alla
rôcca, secondo le quali designavasi Castel Canafurone siccome il luogo
de’ loro convegni.
Rimontò, quindi, il corso della Nure, costeggiandone la ripa sino
a Cogno San Savino, poi — divergendo alla propria destra traverso i
ricchi pascoli di Vediceto e Mareto — guadò le sorgenti della Lobbia
e si lanciò su gli aspri pinacoli di monte Acereto, che — frammezzo i
bruni cespugli di lichene islandico onde si rivestono i suoi versanti
meridionali tra Metteglia e Ciregna — lo condussero alla mèta della sua
escursione.
Ma — al paro della rôcca di Camia — anche Castel Canafurone era muto e
deserto.
S’aggirò allora pe’ dintorni, spingendosi — da un lato — su le rive
della Trebbia sino alla stradicciuola bordata dal narcotico giusquiamo
che mena a quella chiesetta dell’Ozzola che Lanfranco da Parma arricchì
poi de’ tesori del suo pennello; — dall’altro — fra le nude rocce, e
gli sfiancati burroni delle Ferriere, alle falde di Monte Nero, al
Roccone dell’Orso e, su su, sino a Cassimoreno, dove nidificano le
aquile e si rintanano i lupi.
Ma tutto inutilmente.
La natura selvaggia di quelle inospiti regioni pareva aver cacciato
in bando gli uomini, che pure, su quegli alti cacumi, avrebbero dovuto
credere d’essere tanto più vicini a Dio. — Ma forse è legge che l’uomo
cerchi sempre di allontanarsene.
Nella lunga sua corsa, il gigante non s’era imbattuto che in pochi
villani nessuno de’ quali aveva saputo rispondere alle sue domande.
Solo — mentre rifaceva la sua via a capo chino come il segugio quando
ha smarrito la pesta del selvaggiume — una vecchia comare, che saliva
dalla pianura, potè dargli qualche vago indizio de’ Nicelli che —
diceva lei — da parecchi giorni tenevano in isgomento e mettevano a
soquadro tutta quanta la valle. — Un navichiero della Nure le aveva
narrato molte brutte faccende di loro e che si trovavano tutti insino
all’ultimo raccolti ed accampati ne’ pressi di San Giovanni di Bettola.
Terremoto non chiedeva di più.
Ripigliò la strada tra le gambe e ridiscese frettoloso al piano.
Ma, nel lungo e faticoso suo viaggio, aveva sciupato la massima parte
della giornata; poi — a Cogno San Bassano — s’era dovuto arrestare
a refocilarsi in una grama tavernaccia, chè si sentiva affiochire
di fame; per cui, quando girò di nuovo intorno intorno alla rôcca di
Camia, per recarsi a Borgo San Bernardino; la notte era scesa da più
ore.
Più s’accostava al punto, dove — secondo altre notizie raccolte nella
taverna — aveva ragione di supporre che si trovassero radunati i
nicelleschi; e più un malessere indefinibile, una malinconia profonda
s’impadroniva di lui.
Era stanchezza?... era quella misteriosa sospensione dell’animo, che
ingombra quasi sempre chi si trova nottivago per le campagne deserte e
silenti?... era presentimento di non lontana sciagura?
Chissà!
Il dabben Terremoto mancava del necessario spirito di analisi non che
per spiegare, per dimandare a sè stesso le recondite cagioni di quel
suo strano turbamento.
Procedeva lento insieme ed ansioso: lento, perchè una voce intuitiva
del core, lo avvertiva che, alla meta delle sue perlustrazioni, lo
attendeva qualche terribile colpo; ansioso, perchè lo premeva il
desiderio vivissimo di uscire dalla febrile incertezza che lo divorava.
Guadata la Nure, senza ricorrere a navalestri, e prima ancora che
toccasse Borgo San Bernardino, intravide lontan lontano come due
occhi di brage scintillanti nella notte, che rompevano funestamente le
tenebre con sprazzi di luce fumigosa e sanguigna.
Que’ sinistri fulgori assorbivano tutta la sua attenzione. Egli vi
tenne fiso immobilmente lo sguardo come un giorno su l’orsa minore il
navigatore fenicio. Non badò più ad altro e — raddoppiando il passo —
tirò via per scorciatoie, traverso rigagnoli, stoppie e malafitte.
Man mano si avvicinava e — al chiarore di quei due fuochi, che
spandevano in giro come una nebia luminosa — una scena spaventevole e
ributtante gli si parava inanzi agli occhi.
Tra que’ due punti infiammati, che altro non erano chè torce a vento,
s’ergeva una rozza croce formata di un giovine faggio sfogliato e
sbroccato nel luogo istesso in cui metteva radice, orizontalmente al
quale era stato confitto per lo mezzo un grosso ramo di abete.
Da quella croce pendeva un corpo umano, anzi un cadavere, un lurido e
schifoso cadavere d’uomo.
Col respiro strozzato tra le fauci, gli occhi smisuratamente sbarrati,
le gambe vacillanti; Terremoto gli si accostò da vantaggio, si sollevò
su la punta de’ piedi, protese inanzi il collo ed — acuendo le proprie
facoltà visive — affisò a lungo quel cadavere in volto.
Riconoscerlo, impossibile, tanto era sformato.
Lo indovinò.
Era il cadavere del suo signore, di Giovanni il Grosso conte di Camia.
Gli sgherri del Monte Ochino — eseguendo gli ordini scellerati del loro
capitano — avevano fatto subire al misero vegliardo tutti que’ tormenti
che la feroce civiltà de’ tempi fornisse di più doloroso.
L’atroce tortura durò dalle prime ore del mattino sino al cader della
notte.
Di tratto in tratto, il conte di Monte Ochino, si appressava al
paziente e con tono misto di minaccia e di scherno:
— Vuoi tu confessarmi alla per fine dov’hai celato quel còfano? — gli
susurrava all’orecchio.
— Mai! mai! — gli rispondeva invariabilmente il paziente.
E i tormenti ricominciavano.
In ultimo, quand’ebbero esaurito tutti que’ raffinamenti della ferocia
che il fanatismo, l’esaltamento dell’odio avesse potuto suggerire
a quell’orda scatenata di demoni, il Monte Ochino commise loro di
preparare una croce.
Fu presto fatto.
Lo sciagurato Camia, spoglio d’ogni indumento e rizzato in alto a forza
di braccia, venne chiovato su que’ legni conserti per le due mani ed i
piedi.
Egli s’accasciò giù penzolone, boccheggiante, spirante.
Il capo de’ Nicelli volle tentare anco una volta la prova e gli ripetè
la dimanda del còfano.
— Mai! — gemè di nuovo il vegliardo.
— E tu muori come un cane, dannato che sei! — urlò il suo implacabile
nemico.
E fece un cenno a’ suoi sgherri.
A quel cenno, due di costoro s’avventarono sul corpo livido e mutilato
del crocefisso e, con un largo coltello da caccia, fattagli una
profonda incisione sul sommo del capo, cominciarono a strappargli dalle
carni la pelle.
Un’ora dopo, l’infelice era scuoiato vivo sino alla cintola.
A un ultima stratta, die’ un tremito convulso di ribrezzo in tutte le
fibre e... spirò.
Una orrenda bestemmia de’ suoi tormentatori accompagnò l’estremo suo
anelito.
Que’ sanguinari — inebriati dallo istesso scempio che avevano menato sì
nefandamente di lui — sentivano, con rabbia, sfuggire dalle palpitanti
e dilaniate sue membra quel soffio animatore che, sino a quel punto,
avea loro servito per noverarne, misurarne, assaporarne le inenarrabili
sofferenze.
Il loro còmpito da macellaio veniva interrotto dall’angelo della morte.
E ne provavano dispetto.
Il Monte Ochino confisse allora sul tronco del faggio patibolare una
larga scheggia di legno, su la quale — con lo istesso sangue della sua
vittima — vergate le seguenti parole:
A QUANTI ANCORA RESPIRANO DE’ CAMIA
MEDESIMO FINE.