Solo uno, ch’era pur esso sdraiato a terra e pisolava, o fingeva — al
reiterarsi di quelle grida strazianti — si levò su le ginocchia, e,
sguaraguardato sospettosamente in giro per farsi certo che nissuno lo
avertisse, strisciò carpone sino al ciglio del Barbarone e — dal filo
d’aqua che in esso correva — tanta ne attinse da ricolmarne una sua
borraccetta che portava a tracolla.
Con questa in mano, sempre catellon catellone, si avvicinò al
prigioniero, e:
— Bevete, padron mio! — gli susurrò a voce smessa — bevete!
E gli profferse il refrigerio.
Giovanni il Grosso piegò la faccia di sguincio, e, raffigurato il suo
Longino:
— Ah, sei tu Stefanaccio? — gli disse — ti ringrazio sai, il mio
figlioccio.... oh, ti ringrazio molto!
Ed avidamente pose le labra alla fiasca.
Stefanaccio non apparteneva alla geldra nicellesca. Era uno dei
navichieri della Nure, il quale — dopo aver aiutato il proprio padre
e uno zio traghettare i conquistatori del castello di Camia — aveva
lasciato i burchielli e mischiatosi loro un po’ per curiosità, ma molto
più per lo interesse grande che gl’ispirava il suo vecchio signore.
La sua famiglia era suddita di Giovanni il Grosso, ed egli
personalmente gli professava una particolar devozione, perchè s’era
degnato servirgli di padrino al fonte battesimale.
Stefanaccio godeva fama di briacone e malvagio. — Forse non l’era; ma
nissuno lo amava, nemmanco i suoi di famiglia ch’egli ripagava a misura
di carbone.
D’un unica virtù gli si faceva concessione, quella di attenere
scrupolosamente le promesse, quante volte lo avesse giurato per la
salvezza dell’anima sua.
Stefanaccio era sovrammodo superstizioso.
Bassotto, tarchiato, tozzo, con le gambe alquanto sbilenche e le
braccia più lunghe del convenevole e così male appiccicate alle spalle
che le gomita gli toccavano costantemente i fianchi, e con una faccia
olivigna, dalla fronte depressa, il naso camuso e le labra sottili
e sbiancate, quas’interamente offuscata da’ cerfuglioni della lunga
ed arruffata capellatura e dalle setole dell’ispida barba, che gli
rampollavano sin dal sommo de’ zigomi; tal’era l’uomo ch’erasi di
traforo accostato al prigioniero.
Come si fu dissetato:
— Figliuolo — soggiunse questi in tono insinuante di prece — io avrei
mestieri parlarti, dimandarti un servigio che confido non sarai per
niegarmi.
— Quando, santolo? — interrogò il navalestro.
— In su l’atto.... so io, per avventura, se mi avanzi solamente un’ora
di vita?
— Canchero, messere!.... ma come ho a fare adesso?.... mi sbirci solo
uno di que’ scampaforche, ed aggravignarmi e conciarmi per il dì delle
feste, e’ sarebbe tutt’uno.
— Ripóniti appanciolato a due passi da me, fingi dormire, e non temere
di nulla!... nessuno ti baderà!.... una tua risposta mi basta.... io
t’ho a richiedere di cosa, che non ti costerà nè fatica, nè scomodo, nè
timori, nè rischi.... mi giuri tu di compierla nel modo che t’indicherò
io?
— Sì, padrone.
— Per la salvezza dell’anima tua?
— Per la salvezza dell’anima mia.
— Bene! dammi retta! ormai non ti domando altro!
Stefanaccio s’avvoltolò due volte per lo lungo su di sè stesso tanto
da scostarsi un cotal poco dal vecchio Camia e s’acconciò in sorta da
parere addormentato.
— Io non mi fo’ illusioni — cominciò questi allora, tenendo la bocca
rivolta verso di lui e soffiando, per così dire, le parole sul suolo
— tra poco, dacchè il Nicelli da Monte Ochino sia di ritorno, io avrò
cessato di vivere.... ho i miei settanta ben conti e di tribolazioni
a questo mondo ne ho già patito più che nol comportasse misura....
la morte, dunque, può canzonarmi di poco!.... ma ho un segreto,
figlioccio, un segreto del più alto momento, il quale mi pesa abbia
a scendere sotterra con me!.... però badami bene!.... a pena non ci
sia proprio più scampo.... e non ce ne può essere! e che tu mi vegga
e mi sappia finito; renditi difilato presso di Arcangelo Rinolfo....
tu lo conosci; Terremoto, il figlio del nostro antico castaldo.... lo
rinverrai alla Chiappa, in casa del suo vecchio padre.... trovatolo,
piglialo a quattr’occhi, ma così bene in disparte, che nissuno, manco
l’aria, possa rubarti una sillaba, e ripetigli quanto adesso avrai
udito da me.... sai dov’è che si sta costruendo la Torre Farnese?
— Lo so, padrone — mormorò Stefanaccio — lo so!
— Finora — continuò Giovanni il Grosso — non ne sono che gittate
le fondamenta; ma a destra e sinistra vi si trovano già praticate
due brevi ed anguste scalucce, le quali menano sotto i vôlti di
sostruzione, che hanno a servire di casematte.... ebbene: che Terremoto
lasci venire la notte, poi vi si rechi guardingo e scenda per quella
a destra, verso mezzodì.... giunto al piè della scala, si ponga ritto
con le calcagna proprio rasente l’alzata dell’ultimo gradino e dia
cinque passi misurati in avanti in linea dritta al suo naso.... al fine
di questi, si pieghi e troverà vicino allo zoccolo della muraglia una
pietra riquadra del pavimento più larga delle altre e con un piccolo
foro nel mezzo... vi conficchi un ferro auncinato.... gli basterà un
grosso chiodo alquanto ricurvo in punta.... e tiri a sè con tutta forza
chè la pietra non mancherà di venire.... bada bene a non dimenticare la
minima indicazione!.... ripeti!
— La torre Farnese...
— La scaletta a destra...
— Noverare dal suo pie’ cinque passi....
— In linea diritta...
— Chinarsi presso il muro e trovare una pietra dello impiantito più
larga dell’altre...
— E con un bucherello nel mezzo...
— Piantarvi dentro un rampino e tirare a sè.
— Bene!... e allora, prenda su ciò che vi troverà sotto: è un
cofanetto di legno di rosa con capocchiette di argento.... lo porti
seco gelosamente e, subito subito, senza darsi un attimo di riposo,
lo vada a consegnare a donna Costanza di Santafiora, contessa di
Castell’Arquato, e le dica solo: questo, eccellenza, è il cofano di cui
voi tenete la chiave.... hai inteso?
Ma Stefanaccio non gli dètte risposta. Un nugolo di polve ed un
confuso bisbigliare lo aveva in quel punto avvertito del retrocedere
dei Nicelli e — per scansare ogni rischio — s’era stimato in dovere
di sbiettare quatto quatto dal suo posto per ritornarsi a sdraiare sul
margine del Barbarone.
Giovanni Camia mise un profondo sospiro.
A un grido di allerta dell’uomo in vedetta verso mezzogiorno, i
dormienti si scossero e balzarono in piedi in subbuglio, stirandosi e
sbadigliando mentre riafferravano le armi.
I loro compagni riedevano sminuiti di numero e maledettamente rabbiosi
per quanto era loro intervenuto nella rôcca di Camia.
Il conte Giovanni Ochino li capitanava sempre.
Scorgendo il prigioniero:
— A costui adesso! — gridò.
E, fattoglisi vicino, gli assestò un formidabile calcio alle costole.
— Non vi sapessi di ritorno — gemè il meschino mal trattato in tal
guisa — e me lo annunzierebbe codesto vostro nobile tratto, conte di
Monte Ochino!
— Per la croce! — sclamò questi ghignando — non mi stimare in uzzoli da
badare alle tue ciance!... ormai dobbiamo intenderci e non altro....
E — come aveva fatto la prima volta — gli si piegò ginocchioni presso,
dopo averlo rivoltolato con la faccia allo insù.
— Sai che t’ho detto — continuò abbassando la voce — o rivelarmi
dov’hai riposto quel tuo còfano, o preparati a subire le più atroci
torture.
— Sono pronto.... disponete!
— T’incocci assolutamente al silenzio?
— Ve lo ripeto: io so nulla di quanto esigete da me.
— Per non rimetterci di coscienza, ti vuo’ anzitutto particolareggiare
quanto ho in animo di farti patire; poi ti deciderai!... spogliato che
ti avremo di quelle tue vesti, ti farò vergare a sangue.... la pena de’
valletti, a te, nobiluomo!....
— Fate! fate! sono pronto!
— Quindi, così ignudo, impiccare pei piedi ad un albero, e strappare
ad una ad una le ugne, ed applicarti il fuoco dove più ci senti e
mazzerare in ogni parte del corpo....
— Fate! fate! sono pronto!
— Infine.... gloriati!.... configgere per le mani e pei piedi ad un
legno come Gesù Salvatore e così, a poco a poco, scorticar vivo!
La voce morì in un rantolo tra le fauci infuocate del misero,
sottoposto in prevenzione a quella tortura morale.
Non ebbe forza di rispondere una terza volta:
— Fate! fate! sono pronto!
Tuttavia non mutò avviso.
Tacque.
— Ebbene! — soggiunse fra’ denti, dopo la pausa di un momento, il Monte
Ochino — la tua risposta definitiva!
— Fate!.... sono pronto!.... — susurrò a fior di labra il vecchio Camia.
E chiuse gli occhi.
Il Monte Ochino si rizzò in piedi e, voltosi, con impeto, a un gruppo
de’ suoi:
— Un po’ di svago, figliuoli — gridò loro, con un cachinno infernale —
martirizziamo costui!
Quegli uomini — come un’orda di demoni — si slanciarono sul disgraziato
Camia, gli sciolsero le braccia, lo denudarono completamente e — dietro
gli ordini del loro signore — cominciarono a menarne il più orribile
strazio.
È strano che un essere umano potesse tollerare, senza piegarsi, sevizie
tali, che oggi lo stesso narratore nemmanco ha l’animo di esporre, sì
che la penna gli sfugge inorridita di mano.
Ma tanto potevano i tempi.
L’assuefazione alle cose atroci, come attutiva il sentimento — per quel
misterioso legame che aggiugne al fisico il morale — doveva eziandio
rafforzare sì fattamente le fibre da renderle suscettive di patimenti,
che oggi farebbero cedere o perire chiunque.