Il cofanetto dello abate di San Savino.
Il punto nel quale i nicelleschi — dopo la presa della rôcca di Camia
— avevano posto il loro bivacco, era una sorta di forra desolata,
tutta paduli e fratte rimbrullite, schiusa tra Borgo San Bernardino e
Roncovero sul margine di un picciol rivo, che sbocca nella Nure e che —
d’allora in appresso — assunse il nome di _Barbarone_.
Quando — per lo allarme recato da’ tre corbellati da Terremoto — il
grosso dell’orda si restituì tumultuariamente al castello con alla
testa il Monte Ochino ed il marchese di Cattaragna, pochi scherani
soltanto rimasero a custodia del prigioniero, che giaceva sempre nel
bel mezzo del campo, steso boccone e co’ polsi allacciati alle reni.
Le fatiche della notte e — più ancora — il caldo della stagione che
— sin dalle prime ore del giorno — si manifestava soffocante; aveva
indotto il più di quegli uomini a sdraiarsi in su l’erba, dove l’un
dopo l’altro, non istettero molto a cadere immersi nel sonno.
Due soli — a mo’ di sentinelle avanzate — teneansi ritti, dando
le terga allo accampamento, l’uno rivolto a mezzodì, l’altro a
settentrione.
Costretto dalla sua scomoda postura a premere il suolo col buzzo enorme
ed a pungersi la faccia contro i brocchi e le ortiche; Giovanni il
Grosso penava crudelmente. — In giunta, un raggio obliquo del primo
sole lo feriva in pieno nel mezzo del capo che aveva scoperto e nudo
così di cappello come di capelli.
A breve andare, si sentì divorare da una sete ardente, e cominciò a
rangolare, chiedendo a bere in carità, prima con calma e dignitosa
preghiera, indi con alto e disperato vociare.