CAPITOLO XIV.

Il cofanetto dello abate di San Savino.

Il punto nel quale i nicelleschi — dopo la presa della rôcca di Camia

— avevano posto il loro bivacco, era una sorta di forra desolata,

tutta paduli e fratte rimbrullite, schiusa tra Borgo San Bernardino e

Roncovero sul margine di un picciol rivo, che sbocca nella Nure e che —

d’allora in appresso — assunse il nome di _Barbarone_.

Quando — per lo allarme recato da’ tre corbellati da Terremoto — il

grosso dell’orda si restituì tumultuariamente al castello con alla

testa il Monte Ochino ed il marchese di Cattaragna, pochi scherani

soltanto rimasero a custodia del prigioniero, che giaceva sempre nel

bel mezzo del campo, steso boccone e co’ polsi allacciati alle reni.

Le fatiche della notte e — più ancora — il caldo della stagione che

— sin dalle prime ore del giorno — si manifestava soffocante; aveva

indotto il più di quegli uomini a sdraiarsi in su l’erba, dove l’un

dopo l’altro, non istettero molto a cadere immersi nel sonno.

Due soli — a mo’ di sentinelle avanzate — teneansi ritti, dando

le terga allo accampamento, l’uno rivolto a mezzodì, l’altro a

settentrione.

Costretto dalla sua scomoda postura a premere il suolo col buzzo enorme

ed a pungersi la faccia contro i brocchi e le ortiche; Giovanni il

Grosso penava crudelmente. — In giunta, un raggio obliquo del primo

sole lo feriva in pieno nel mezzo del capo che aveva scoperto e nudo

così di cappello come di capelli.

A breve andare, si sentì divorare da una sete ardente, e cominciò a

rangolare, chiedendo a bere in carità, prima con calma e dignitosa

preghiera, indi con alto e disperato vociare.

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