CAPITOLO XIII.

Amore.

Sul medesimo lettuccio, che accoglieva poco prima il cadavere della

madre di Terremoto, giaceva adesso il nostro Neruccio, che — nel

tragitto dal castello di Camia alla capanna dello antico castaldo — era

uscito di sentimento.

Al suo capezzale tenevasi seduta s’uno scannello Bianca della Staffa;

da’ piedi del letto, lo stesso castaldo.

Esaurita la prima parte della missione affidatagli dalla sua

padroncina, Terremoto erasi immediatamente riposto in cammino per

adempiere alla seconda: la ricerca del suo vecchio signore.

Nè Luca Rinolfo stette guari a seguirlo, per andarsi a situare come in

vedetta su la soglia della propria casipola.

A ciò lo aveva consigliato il figliuolo, suggerendogli che — qualora

vedesse accostarsi qualcuno in apparenza nimica — aiutasse il giovine

ferito a trarsi di letto ed, insieme a Bianca, lo facesse nascondere

entro una piccola grotta naturale, che s’incontrava a breve tratto al

di là della Chiappa sul piede di monte Osèro.

Per conseguenza, quando Neruccio — riavendo i sensi — aperse gli occhi

e li girò intorno meravigliati, si trovò solo con Bianca.

La vista della gentile donzella gli richiamò d’un subito alla memoria

tutte le traversìe della notte e di quella istessa mattina; onde —

giungendo le mani quasi in atto di rendimento di grazie:

— È, dunque, a voi, madonna — le disse, con tenera voce — che io vo’

debitore della mia salvezza?

— Tsitt! — fece la giovinetta, toccandosi con l’indice della mano

destra la punta del naso e profferendogli, con l’altra mano, una

ciòtola colma di un liquore giallastro — prima che vi fatichiate,

bevete di questo cordiale, che vi rimetterà in forze, e poi applicatevi

alla ferita queste filacciche imbevute di balsamo imperiale, che vi

saranno un tocca e sana.

E glie le porse, dopo ch’egli s’ebbe bevuto il cordiale. Indi continuò:

— Io non so davvero se quel nostro fedele di Terremoto, nel trasferirvi

qui, vi abbia più presto giovato che nociuto.... i miei intendimenti

non si spingevano tant’oltre; ma solo ad avere vostre contezze... è già

la seconda volta che voi mi rendete servigio, per cui vi sono legata da

un debito di riconoscenza, che mi tarda di solvere.... siete voi lieto

che vi si abbia tolto via di frammezzo a’ vostri?

— Non lieto: felice!

— Se la è così, tanto meglio, perocchè mi torni oltremodo piacevole il

potervi giovare.... ma voi soffrite della vostra ferita!

— Al contrario, madonna!.... oltre il balsamo imperiale che

v’è piaciuto offrirmi, ho, per sanarmi, il balsamo della vostra

presenza!.... se ho avuto uno schianto è stato quello di cadere laggiù,

senza potervi nè difendere, nè salvare; ma adesso, al fianco vostro io

sono così contento che mi sarebbe gioia il morire!

— O perchè dite.... perchè pensate codesto?

— Perchè la mia esistenza è sì misera e triste, che non merita nissun

rimpianto.

— Non più della mia, certo!

— Permettetemi di dubitarne.

— Ormai, sono tutta sola al mondo.

— Ed io, dunque?

— Voi pure?

— Non mi resta nemmanco il conforto della vendetta, cui avrei potuto

consacrare il mio intelletto ed il mio braccio, dove la reverenza

dovuta a un estinto non me lo avesse vietato.

— Avete, dunque, molto sofferto?

— Oh, tanto, tanto!

E qui il giovane soldato narrò per diffuso la dolorosa istoria delle

sue vicende alla vezzosa fanciulla, che — di rimpatto — gli espose le

sue.

C’era una strana e quasi fatale conformità ne’ casi di que’ due

giovinetti: orfani amendue, del paro allevati dalla loro terra natia,

del paro nati di gentilesco casato e man mano scesi così in basso, che

ormai la miseria rimaneva il loro unico retaggio.

Terminando la propria narrazione, Bianca si celò il volto tra le mani e

ruppe in singhiozzi.

— Perchè piangete, madonna? — le domandò con premura Neruccio ch’erasi,

nel frattempo, sollevato a sedere sul suo letticciuolo.

— Perchè piango? — gli rispose tra le lacrime la giovinetta — ma se

Terremoto non giunge a salvare il mio vecchio nonno come ha potuto fare

di voi; se i Nicelli me l’avessero ucciso, come mi hanno ucciso lo zio

Gilberto e lo zio Malvicino; cosa volete che avvenga di me?

— Non avete verun altro congiunto?

— Qui, che mi voglia bene, nissuno!.... de’ Camia ce n’è disseminati

per tutta la valle, ma la benvolenza e la predilezione del conte

Giovanni hanno fatto sì che m’invidiassero assai più che non mi

amino... oh, se il nonno mi manca io sono abbandonata!

— Badate, madonna, che Dio c’è per tutti!... so bene anch’io come le

parole di conforto e le promesse di assistenza, che un meschino ferito

pronunzia dal suo letto di dolori, non possano avere bastevole autorità

a tranquillarvi!... ma, fra non guari... lo spero almeno.... sarò

risanato, ed allora, quanto varranno queste mie due povere braccia, e

le poche capacità della mia mente, e i molti.... e tutti gli affetti

dell’animo mio; io ve li offro, madonna.... voi potrete disporne come

meglio vi paia opportuno.

— Oh, grazie, messere!... voi siete un nobile e generoso cuore!... ma,

a quale titolo.... ditemelo voi stesso... potrei io accettare coteste

vostre proposizioni?

— A quello che più vi tornasse gradito: sarò, per voi, un amico, un

fratello....

— Un fratello?....

— E vi amerò come tale.... e anche più, Bianca, inquantochè vi giuro,

per la santa memoria di mia madre, che... dal mio nascere sin qui...

nissuna donna valse mai ad ispirarmi i teneri e soavi sentimenti

che voi mi destaste... e sino dacchè c’incontrammo l’anno passato a

Parma.... il solo vedervi bastò per darmi come un trabalzo al core!....

mi pareva non fosse quella la prima volta che in voi m’imbattessi...

avervi visto altrove, non fosse che ne’ miei sogni di fanciulletto, ne’

miei dormiveglia di adolescente....

E Neruccio diceva il vero.

Sono misteri dello spirito umano codesti, mille volte osservati, ma

inesplicati sempre, che forniscono argomento a cui mette fede nella

palingenesi e nelle nuove dottrine di Alano Kardec e di Flammarion.

Certo che da essi non si giunge a trarre veruna diretta illazione;

sfuggono ad ogni analisi psichica e fisiologica e si smarriscono in

quello sterminato oceano che si chiama: il caso. Certo parimente,

tuttavia, che esercitano soventi una grandissima influenza su le umane

vicende.

Gli amori improvisi, subitanei, determinati da un semplice sguardo,

quasi scintilla determinante lo incendio, noi mal sappiamo spiegarceli,

se non per via di cosiffatti amori, i quali — nella genesi dell’amore —

sono come i tempi preistorici in quella dell’uomo.

Quando una di cotali donne, che — relativamente a voi potrebbesi

chiamare predestinata e fatale — vi cade la prima volta sott’occhio,

voi non avete più indagini a fare, nè dimande a rivolgere al vostro

cuore: amate già, amate quasi di un affetto antico, congenito: quella

donna pare che, in qualche guisa, o sia già stata o debba indubiamente

esser vostra, sicchè vi appartenga ad ogni modo; onde voi — da quel

primo istante — la seguite, pigliate interesse ad ogni suo moto, ad

ogni sua parola, ad ogni suo sguardo, non diversamente appunto che se

si trattasse di persona a voi legata dai vincoli più sacri.

Tanto era avvenuto di Neruccio a proposito di Bianca.

E la giovinetta subiva tanto più il fascino degli orizzonti affatto

nuovi e completamente ignorati, che le andavano schiudendo le calde

dichiarazioni del suo amatore, inquantocchè la situazione istessa

in cui si trovava rimpetto a lui, aggiugnesse loro irresistibili

attrattive.

La circostanza che glie lo aveva fatto incontrare la prima volta,

era stata di natura da legarla a lui con un nodo indissolubile:

quello della riconoscenza. Il transito da questo affetto, già per sè

medesimo sì dolce, a quello anche più dolce dell’amore — sovratutto

col valido efficente delle idee disperate che la predominavano — doveva

necessariamente operarsi spontaneo e rampollare come cosa da cosa.

L’isolamento da cui sentivasi minacciata, le paure che le ispirava

l’avvenire, non potevano che concorrere a spingerla tra le braccia

dell’uomo, che in tanta miseria le profferiva, come refugio, il suo

amore.

— Ebbene, sì — ella gli rispose, arrossendo — vi sono grata, messere,

de’ sentimenti vostri, e li accetto tanto maggiormente di cuore, che

non è più alla nepote invidiata del ricco e possente castellano, ma

alla povera orfanella, priva omai di tetto come di famiglia, che si

rivolgono le generose vostre proposizioni!... noi uniremo insieme i

nostri dolori, per formarne una gioia: quella del nostro reciproco

amore; poichè anch’io vi amo, Neruccio, ah, sì.... e anch’io sino da

quella sera funesta che fu l’origine di tutte le mie sventure.... ci

staccammo allora l’uno dall’altro e per sempre, e pure un’arcana voce

del core mi andava susurrando tratto tratto che vi avrei riveduto....

la vostra imagine mi stava sempre dinanzi!

— E così a me la vostra, madonna! io la serbava nel più intimo del

core, siccome reliquia di Terrasanta, e ogni giorno le inalzava una

prece, un voto, che in questo punto Dio mi concede la suprema gioia di

veder sodisfatta!

Con quelle rapide transizioni, a cui — auspice amore — si abbandona

così facilmente l’età giovanile, i due innamorati dimenticavano d’un

tratto, l’uno le proprie ferite, l’altra le proprie sventure, per

slanciarsi a volo nello sconfinato empireo de’ loro sogni amorosi ed

intessersi un avvenire tutto di fiori.

In simili affettuosi ragionari — sospesi solo un momento dal rientrare

del vecchio Ridolfo, che ammanì loro qualche poco di pasto — i

giovinetti trascorsero tutta quanta la giornata.

Neruccio contava — appena le sue ferite gli consentissero di trarsi

di letto — di pigliare ingaggio come capo bandiera negli eserciti

imperiali, che — malgrado la tregua — tornavano ad ingrossarsi per

le spedizioni contro de’ turchi e de’ barbareschi; e l’ardimentosa

fanciulla — qualora veramente il suo avolo fosse rimasto vittima dei

Nicelli — si proponeva seguirlo dovunque.

Nella loro miseria, nelle loro sventure, que’ due poveretti si

sentivano felici.

Tuttavia, man mano che s’inoltrava la notte, i tristi pensieri

riprendevano il sopravvento nell’animo trangosciato di Bianca, che, dal

prolungarsi dell’assenza di Terremoto, traeva i più funesti presagi.

Poco prima della mezzanotte e mentre le pupille del ferito cominciavano

a farsi pesanti sotto un sonno riparatore; il colosso — con l’aria

stravolta ed i segni del più profondo dolore impressi su le laide

sembianze irruppe finalmente nella stanzetta.

— Ebbene.... ebbene? — gli si fe’ incontro a chiedergli ansiosamente la

giovinetta.

— Ah, eccellenza, — le rispose, con voce rotta e tremante il suo fedele

vassallo — quale orrore, croce del Gesù benedetta!... io n’ho la pelle

anserina!...

— Il nonno, forse?... — interrogò quella con visibile trepidazione.

Terremoto rivolse i suoi occhioni cerulei al soffitto, mettendo un

fragoroso sospiro.

— Sola? — gemè la fanciulla accostandosi istintivamente a Neruccio,

che, ridesto di trabalzo al sopraggiungere del gigante, erasi rimesso a

sedere sul letto — sola!... non mi resta dunque, più nulla!

— E qui ci scotta, eccellenza! — riprese a dire Terremoto. — questo,

madonna, non è più luogo per voi.... bisogna ve ne allontaniate al più

presto!

— Perchè?

— Perchè i Nicelli hanno giurato di sterminare quanti avanzano di

vostra famiglia, di non darsi requie sinchè un Camia respira!

Terremoto · 第 24 / 98 题