L’Anguissola — quasi uscito di senno — gittò il ferro sanguinolento sul
desco, corse alle scuderie, inforcò il suo cavallo e si evase.
Poche ore dopo l’abate spirò.
Ma corse voce che — prima di spirare — egli consegnasse in segreto
e gelosamente raccomandasse al Camia un cofanetto di sandalo,
borchiellato d’argento, entro il quale indubiamente custodito un
tesoro. — Chi diceva diamanti e zaffiri e smeraldi a dovizie già
appartenenti a quello infelice Zizimo fratello di Bajazet II, che
vuolsi papa Alessandro VI facesse avvelenare; chi preziosi amuleti e
talismani, riportati di Terra Santa da un Ugo Marazzano, che aveva
seguito Carlo d’Angiò all’ultima crociata; chi, finalmente, lo
specifico infallibile per fare la _grande opera_.
Già il modo di fabbricare _oro ispanico_ era divenuto il segreto di
Pulcinella. — Conveniva riporre due galli vecchi tra i dodici e i
quindici anni entro una camera sotterranea tutta di pietra, con due
finestruole, per cui appena si vedesse traverso, ed ingrassarli di
guisa che prendessero caldo ed accoppiatisi insieme facessero ova.
A covare queste ova — tolti via i galli — mettere rospi, nutrendoli
di mollica di pane, sicchè ne nascessero pulcini maschi, come quei
delle chiocce, ai quali, in capo a sei o sette giorni, spuntavano
code di serpente. — Questi erano basilischi. — Si pigliavano allora,
s’intromettevano in certe bombole di rame a bucherelli, che si
sotterravano, lasciando che i basilischi si nodrissero di terra per sei
mesi consecutivi: quindi si traevano e, circondate le bombole di fuoco,
si faceva che vi abbrustolissero dentro. Macinati poi, vi si misturava
aceto, sangue umano e rame rosso, — e l’_oro ispanico_ era fatto.
Ma molti vi si erano cimentati, senza a nulla approdare.
Più de’ gioielli, più delle reliquie di Terra Santa, sarebbe quindi
stato prezioso il contenuto di quel cofanetto, se realmente avesse
potuto insegnare la vera ricetta per fabricare quell’oro.
Qualunque fosse, d’altronde, tutti convenivano nello attribuirgli
uno immenso valore, epperò tra le mire del Monte Ochino eravi appunto
quella di venirne in possesso.
Vinti completamente i Camia, allontanato ogni pericolo di nuove
sorprese, sua prima cura fu, dunque, rovistare da capo a fondo la
rôcca, facendo man bassa su tutto quanto gli parve valerne la pena.
Ma il cofanetto non giunse a trovarlo.
Chiese allora di Giovanni Camia e — risaputo come un drappello de’
suoi gli avesse fatto traghettare la Nure e trascinatolo nell’aperta
campagna poco stante da Borgo San Bernardino — vi accorse con tutti gli
altri, non lasciando a guardia della rôcca che i tre soli sgherri, che
vedemmo sì bene mistificati da Terremoto.
Giunto in sul luogo dove trovavasi il Camia, steso boccone su la nuda
terra e con le mani legate al dorso, cominciò a punzecchiarlo con la
punta della spada alle reni gridandogli brutalmente:
— Ehi, maledetto stregone, sono qui, perchè regoliamo i nostri
conti.... e ne abbiamo di assai vecchi ed infogniti!
— Datemi la morte! — gli rispose pacato il vegliardo — io non vi chiedo
altro!
— Ma io ti chiedo di più — gli mormorò all’orecchio il Nicelli, che,
per far questo, erasi posto su le ginocchia.
— E che mai?
— Ti chiedo dove tu abbia riposto quel famoso còfano, che ti venne
consegnato prima ch’egli morisse, da monsignor abate di San Savino....
che il Signore abbia in gloria.
— Il còfano?.... e quale còfano?.... io di còfani mi so nulla!
— Bada! — ruggì il Monte Ochino — bada che, di grosso che ti si chiama
e che sei daddovero, io ti fo divenire sì mingherlino ed allampanato da
passare a tuo agio pel taglio delle catene di un ponte!... bada che, se
non mi indichi, e subito, dove posso raccapezzare quel còfano, io ti
faccio soffrire tali e così acerbe torture, che quelle della Corte di
Giustizia.... cosa dico?.... gli stessi spasimi dello inferno, saranno
carezze al paragone.
— E voi obedite alla collera vostra, conte Giovanni; ma non isperate
con ciò darmi possibilità di sodisfare il vostro desiderio.... di
quanto voi dite, ve lo replico, conte.... io so nulla!
— Tu menti per la gola, come un dannato di facitore d’ubbìe, che tu sei!
— Dio mi ascolta e mi giudica!
— Invoca Dio a tutore dell’anima tua scellerata, non delle tue menzogne.
— Conte, io vi dico il vero.
— Sei ben deciso al silenzio?
— Non posso fare altrimenti.
— Preparati, dunque...
— A morire?
— No, ma a penare, come fosti tra le ugne di Satanasso.
E, profferite fra’ denti queste tremende parole, il Monte Ochino si
raddrizzò in atto d’impartire a’ suoi birri qualche iniquo comando.
Ma in quel medesimo punto, giunsero correndo dalla banda del torrente i
tre, che Terremoto aveva sì felicemente burlato.
Alle dimande che rivolse loro il Monte Ochino, e’ risposero con
le esclamazioni di chi sa d’aver fatto una triste figura e vuole
non apparire dappoco, e narrarono, esagerando, come fossero stati
sovraccolti da uno spaventoso gigante tutto ricoperto di piastre di
ferro, il quale li aveva ghermiti, ad uno ad uno, pel collo e lanciati
venti passi al di là del ponte; poi — sollevato questo quasi per
incanto — precluso loro il reingresso.
La tema di qualche imprevisto tentativo e d’una sorpresa in sul meglio
del ballo da parte degli altri Camia, o de’ loro parziali; fece sì
che il Nicelli smettesse, pel momento, i suoi crudeli propositi contro
Giovanni il Grosso e, col maggior nerbo de’ suoi, si riconducesse alla
rôcca.
Prevedendo, per altro, quali ostacoli gli convenisse superare per
rientrarvi — transitando pel casolare di Borgo San Bernardino, dove
giaceva grosso deposito di materiali edilizî e di arnesi da guerra,
destinati alla costruzione ed al munimento di una torre, che papa
Paolo III faceva erigere lì presso, per albergarvi i suoi commessarî di
giustizia — eccitò taluni de’ suoi birri a provedersi di tavole e scale
e a pigliar su una petriera e trascinarsela dietro a forza di braccia.
Sul luogo, la caricarono sino all’orifizio della sua tromba, con la
polvere che ciascuno teneva nel fiaschino e con pietre raccattate
intorno intorno; poi, — lanciate le scale e le tavole sul fossato — ve
la spinsero sopra sino a farla combaciare della bocca co’ ritti della
serracinesca, ed allora le misero fuoco.
Fu lo scoppio di quella bombarda che mandò in fascio la porta e che
sorprese Terremoto, nel mentre usciva dal dormitorio col suo giovine
ferito sovra le spalle.
Al vederlo, i nicelleschi, che il riconobbero perchè teneva la visiera
ancora alta:
— Dàlli! dalli! — si misero a urlare.
E gli corsero sopra in massa serrata.
Terremoto comprese d’un tratto come non potesse lottare contro tanto
nugolo di gente, senza esporre — se non sè stesso — il suo protetto ad
inevitabile morte.
Unico scampo, gittarsi di nuovo per quella via sotterranea, che già una
volta gli aveva servito per trarre a salvamento la sua signora.
E non esitò.
Ma la foce esterna di quella via, egli stesso l’aveva nuovamente
otturata.
Consci di ciò:
— Bene! meglio! — sclamavano intanto molti dei suoi avversarî — il lupo
s’accalappia da sè medesimo!... lo sfogo è ristoppato!.... addosso!
addosso!
E si cacciarono inanzi con maggiore irruenza.
Ma — perchè giorno chiaro — non avvisarono di procacciarsi lume, e
dentro quel cunicolo, angusto così, che due costa a costa penavano ad
inoltrarvisi, regnava il buio cieco della notte.
Malgrado ciò, proseguirono animosi ad accalcarsi sotto la sua volta
depressa, tra le sue umide pareti, pigiandosi l’un l’altro alle reni,
nell’ansia che animava gli ultimi di raggiungere i primi.
Alle grida clamorose, era susseguito un bisbigliare sommesso, quasi il
silenzio.
Era il portato delle tenebre.
Quella infornata di carne umana spariva lenta lenta per l’entratura
della intercapedine. — Si capiva che i primi procedevano tastoni.
— Ormai non rimaneva più al di fuori che una coda di pochi, i quali
_marcavano il passo_, scalpicciando come i cavalli impazienti.
Quando improvisamente si manifestò un moto regressivo e come di
regurgito.
Al riguardoso pissi pissi tornò a succedere il clamore; ma questa volta
non erano più voci di collera e di minaccia: erano strida di spavento,
d’orrore.
Cos’era accaduto?
Giunto a capo della via, senza che — per una ragione che non tarderemo
a spiegarci — i suoi aggressori fossero pervenuti a raggiungerlo;
Terremoto aveva, con bel garbo, deposto a terra Neruccio, indi erasi
dato a sgomberarne l’uscita, col trarre a sè e gittarsi a tergo le
grosse pietre, ch’egli stesso — poche ore prima — vi aveva accumulato.
In breve n’ebbe remosse già tante da schiudersi un primo varco, pel
quale uno impaziente guizzo di luce s’insinuò nella via sotterranea e —
lambendone il terroso pavimento — la rischiarò, come pallido raggio di
luna, sino all’opposto lato su cui scendeva la scala.
Un’orribile vista si affacciò allora a quel tanto di nicelleschi che
tuttavia vi si accalcava.
Nello spazio che li divideva da Terremoto, spalancavasi una nera
voragine, entro la quale erano andati man mano precipitando tutti
coloro che li avevano preceduti.
Quella voragine era un pozzo riquadro, coperto d’una specie di
cateratta collegata a cerniera ad uno de’ suoi cigli e che — facendo
girare sopra sè stesso un caviglione di ferro infisso alla parete — gli
cascava nello interno, tutto irto di larghe lame ricurve a mo’ di falci
fienaie suggellate alla camicia e co’ taglienti e le punte rivolti allo
insù.
Era il così detto _pozzo delle cento taglie_, del quale, Luca Rinolfo
aveva confidato il segreto al figliuolo, anche prima che questi
s’introducesse la prima volta nella rôcca, ma senza che allora se ne
fosse potuto servire, e perchè incalzato troppo da vicino, e perchè
con ambe le mani occupate, l’una nel sostenere Bianca della Staffa,
l’altra, il da Niceto.
In compenso se n’era valuto adesso e con qual esito è facile imaginarlo.
Il primo de’ suoi inseguitori erasi improvisamente trovato a mettere un
piede in fallo e traboccare nel vuoto. Chi gli stava alle reni aveva
necessariamente dovuto fare altrettanto: poi un terzo, un quarto,
un quinto, e via via. — Le falci — ingegnosamente alternate così da
non lasciar passare nè trattenere alcunchè — facevano il resto: li
squarciavano, li mutilavano, li affettavano. — E tutti vi sarebbero
andati a finire come pecore di Panurgio, se la provida striscia di
luce, inviata loro dallo stesso Terremoto, non fosse giunta in tempo da
trattenere i sopravenienti, che arretrarono esterrefatti.
Un moto istintivo di paura li respinse fuori del sotterraneo a cercare
l’aria libera, la chiara luce del sole. — Ivi si chiamarono a nome
l’un l’altro, si noverarono: ventun di loro mancavano all’appello;
altrettanti doveva averne inghiottito il baratro traditore.
Scemato tuttavia il primo terrore, un sentimento di vergogna a un
tempo e un desiderio di vendetta, li animò a tentare la riscossa. — Le
tavole, su le quali avevano valicato la fossa circuente il castello,
potevano medesimamente servire per traversare l’orifizio del pozzo. —
Accorsero a munirsene e scesero di nuovo nella via sotterranea.
Ma troppo tardi.
Il colosso, nel frattempo, ne aveva sgombro completamente lo sfogo
esterno e se l’era dato a gambe trasportando seco il loro commilitone
ferito.