Il pozzo dalle cento taglie.
Diciamo un tratto come fossero andate le cose.
Vendicare la morte del cugino Stefano — se il principale — non
era stato l’unico movente del conte di Monte Ochino, il quale —
impadronendosi della rôcca di Camia — mirava eziandio ad altro scopo e
— come si suol dire — a pigliare due colombi ad una fava.
In quell’anno medesimo, tutta la valle erasi vivamente commossa
per un’atroce scena di sangue, ond’era stata teatro l’abazia di San
Savino, discosta un tiro di freccia da quelle ruine, entro cui vedemmo
Terremoto rinvenire legato ed abbavagliato il proprio genitore.
Reggeva quell’abazia un conte Giambattista Marazzani, uomo bisbetico
ed originale che — al dire de’ valligiani — occupavasi più assai di
scienze occulte e d’alchimia che non del proprio breviario, e nelle
quali occupazioni aveva spesso compagno e confidente il conte Giovanni
il Grosso de’ Camia.
Col Marazzani conviveva una giovine donna — non bellissima — ma
sovrammodo piacevole ed attraente, ch’egli faceva passare come propria
sorella, ma che le dicerie de’ villici accusavano di ben altro.
Malgrado ciò, uno de’ meglio illustri e valenti cavalieri piacentini,
il conte Giovanni Anguissola, erasi così perduto di amore per lei, da
porre in dimenticanza il livore antico che — per ragioni di parte —
divideva la sua famiglia da’ Marazzani, e destreggiarsi in ogni più
acconcio modo per rendersi propizio l’abate ed insinuarsi in sua casa.
I loro buoni rapporti non ebbero tuttavia che la durata dell’ignoranza
dell’ultimo circa i veri motivi che gli traevano l’altro sì di
frequente tra’ piedi.
Come li indovinò, provide subito a’ casi propri, allontanando
segretamente da sè la sorella ed affidandola alla custodia di donna
Costanza di Santafiora, contessa di Castell’Arquato, senza che anima
viva ne trapelasse e senza mutare però il suo contegno verso del nuovo
amico.
Ma altrettanto non accadde dell’Anguissola.
Com’era consueto fare un giorno almeno ogni decade, costui si rese una
volta ancora all’abazia, nello esclusivo intento di rivedere l’adorata
sua Olimpia, — che tale era il nome della sorella.... o quel che altro
fosse del Marazzani. — L’abate lo accolse con l’ordinaria benevolenza,
gli fece festa, lo convitò anche, ma di Olimpia non gli tenne parola.
Olimpia non c’era.
L’altro attese paziente l’ora del desinare, persuaso che, a questo,
non dovesse mancare d’intervenire. — E l’ora ne giunse, e la campana
refettoriale l’annunziò con la sua chiama, e i vari convitati, tra’
quali Giovanni Camia, si assisero a mensa. — Ma non un segno di
Olimpia; nemmanco la posata al suo solito posto.
Decisamente Olimpia non c’era.
Messo in sospetto e desioso in pari tempo di uscire d’incertezza,
l’Anguissola si volse all’abate, che gli siedeva presso, e francamente
glie ne chiese. — L’abate, sbirciandolo di sottecchi con uno sguardo
maligno, tutto suo peculiare, crollò un momento la testa in aria
beffarda, poi gli rispose Olimpia trovarsi così lontana, che neppure
su l’ippogrifo del mago Merlino avrebbe potuto raggiungerla, e si
togliesse bene dal capo la matta speranza di mai più rivederla.
Tale risposta risvegliò tutto l’antico e mal sopito odio gentilizio nel
cuore dell’Anguissola e gli fece montare il sangue al cervello. — Non
disse verbo, non mise fiato; ma — sgranando tanto d’occhi spiritati e
digrignando i denti — si scagliò su l’abate e — trattosi di cintura il
pugnale — glie lo immerse replicatamente nel petto.
Il Marazzani dètte uno strillo e cadde rovescio.