— Sono io! — rispos’egli al loro appello — sono un uomo che non ha
nissuno intendimento di arrecarvi male; patto siate secolui compiacenti
e rispondiate esatto ad una sua domanda.
— Quale? — balbettò uno dei due.
— Che mi diciate chi sia e come si nomini colui de’ vostri compagni,
che giace là, alla vostra mancina.... quello che adesso mi guarda fiso
e che ha la corazza di bufalo tutta imbrodolata di sangue.
— Io?... — domandò con flebile voce lo stesso Neruccio.
— Appunto voi, messere, se non vi dispiace — fece placidamente il
colosso.
— E perchè cotesta dimanda? — tornò a chiedere il ferito, sollevandosi
a gran fatica su l’uno dei gomiti.
— Perchè? — gli rispose Terremoto — oh, il perchè lo saprete, ma lo
saprete a suo luogo, messere!... per adesso tanto, comanda chi può e
obbedisce chi deve: questo vi basti!... e ditemi solo: siete voi, o non
siete, un tale ser Neruccio Nerucci?
Il ferito non ebbe mestieri di rispondere.
Il vivo incarnato di cui si soffusero improvisamente le sue pallide
guance, ne constatavano a bastanza la identità, perchè il gigante
— malgrado la sua corta intelligenza — avesse duopo di prove più
evidenti.
— Lo siete, dunque — egli soggiunse.
— Ebbene? — gli dimandò timidamente l’altro dei due scherani.
— Oh, un nonnulla, figliuoli.... sono venuto a pigliarlo e me lo porto
con me!
E — senz’altro attendere — Terremoto girò alla sua sinistra, dov’era
l’ingresso del dormitorio, e vi si cacciò dentro resolutamente.
I due non fecero altri moti, che per slontanarsi da lui; non mutarono
altri passi, che per indietreggiare sin contro la parete opposta alla
porta d’entrata.
Il terrore li rendeva imbecilli.
— È lui, è lui! — si andavano susurrando l’un l’altro all’orecchio — è
Terremoto.... che Gesù buono e la Madonna Santissima ci scampi!
E osavano a pena guardarlo.
Il figlio di Luca Ridolfo, addatosi — siccome si era — della
battisoffia che la sua presenza aveva incusso ne’ suoi nemici, stimò
prudente ribadirgliela viemmeglio in corpo col distruggere ogni avanzo
di dubio che loro potesse restare sul conto di lui. Nello entrare, si
alzò, per conseguenza, la visiera mettendo in luce le sue sgraziate
sembianze, cui le cicatrici del naso e della bocca davano impronta di
ributtante ferocia.
Quindi si avvicinò al pagliariccio, sul quale il giovine soldato erasi
lascialo ricadere supino, e, situando un ginocchio a terra:
— Messere — gli disse, con voce sovrattenuta così che gli altri nol
potessero udire — io vengo a voi, per ordine e conto di madonna Bianca
della Staffa, mia ottima signora e padrona.
Ad un tal nome, le guance di Neruccio tornarono ad imporporarsi e:
— Salva.... — mormorò egli sommessamente, rizzandosi di nuovo sul
fianco — ella è salva?...
— La è stata, messere; la è stata, mercè il Dio buono, che ha voluto
assistere e secondare gli sforzi di questo indegno suo servitore... e
com’ella lo è, vuole che voi pure, per mio mezzo, lo siate!
— Che dite mai?... ella vuole?...
— Vi trovate voi tante forze che bastino a sostenere gli strapazzi di
un trasporto da qui a più di un miglio di distanza?
— Oh, sì, sì... l’un di costoro m’ha assai valentemente medicato le mie
ferite e.... pur che qualcuno mi sorregga....
— Ma io stesso, messere, vi porterò su le mie braccia.
— Voi?
— Oh, non temiate che vi lasci cascare.
— Non è codesto.... ma una sì rude fatica per voi?
— Croce del Gesù benedetta!... ma non sapete ch’ei mi parerà d’avermi
in collo un marmocchino da latte?
— Quando così vogliate.
— Siete pronto?
— Pronto ed ansioso!
Terremoto si rimise su le sue due gambe, poi — come appunto una mamma
avrebbe potuto farlo col proprio poppante — sollevò il giovine soldato
dal suo pagliariccio e delicatamente se lo recò su le spalle.
In quella, uno scoppio fragoroso rintronò pe’ chiostri del cortile e
gli tenne dietro un confuso vociare.
I due birri si rincantucciarono anche più allibiti di spavento; il
capitano Villa strabuzzò gli occhi e il da Niceto uscì in una truce
bestemmia, mentre l’altro ferito mormorava una preghiera.
Costoro pure avevano raffigurato Terremoto, e s’imaginavano fosse il
vanguardo de’ Camia, che ritornassero alla riscossa.
Il gigante, tuttavia — col suo umano fardello tra le braccia — erasi
affrettato ad uscire, per raggiungere la porta maggiore.
Suo intendimento era quello di riabbassare il levatoio e di trarsi
dalla rôcca.
Ma, a pena nel cortile, s’avvide d’aver fatto male i suoi calcoli.
La porta — giusto in quel momento — cedendo al formidabile impeto
di una bombarda, volava in schegge e — per la breccia — una mano di
nicelleschi, capitanati dal Monte Ochino in persona e dal marchese di
Cattaragna, erompevano furibondi nel cortile, brandendo ferocemente le
spade e mettendo urla bestiali.