Prime gesta di Terremoto.
All’apparire di Bianca, il Monte Ochino mise come un ruggito di gioia
selvaggia e, chinandosi su la balaustrata, gridò al vecchio prigioniero
che i suoi trasportavano altrove:
— Sai, vecchio barbagianni?... ci ho qui anche la tua colombina, che
viene a cacciarsi di sua sponte tra gli artigli del nibbio!... ah, ah,
povera colombina!
E, ghignando d’un infernale cachinno, si lanciò contro la vezzosa
fanciulla, che già s’arretrava atterrita, e:
— Fermati, fermati! — le intimò — e che non ti sorgesse mai per lo
capo di opporci resistenza, o di commuoverci co’ tuoi squasilli!...
e’ ti tornerebbe come il fare la zuppa nel paniere!... siamo Nicelli,
intendi? Nicelli, conti e cavalieri, anco, se vuoi.... ma stanotte,
tutt’altro che disposti a metterci in vena nè di cavalleria, nè tampoco
di misericordia!
— Ah, messere! — sclamò Bianca, continuando a indietreggiare — le sono
ben sconce parole coteste per la bocca d’un gentiluomo!
— Non sono in vena, ti replico.
— Ma del conte Giovanni, del mio povero nonno, cosa ne avete voi fatto?
— Fatto?... nulla!... è anco presto!... e’ viaggia carina!... oh, non
pigliarti fastidio di lui! — stà riposata che, sinora, è il meglio sano
di tutti!
— E mio zio Gilberto?
— Vedilo laggiù, che scoppietta come un lucignolo annaffiato.... oh, ce
n’ha ancora per poco!... due guizzi e.... buonanotte!
— Santi del paradiso! — fece la giovinetta, incrociando le mani in
segno d’orrore e mutando un ultimo passo indietro.
— Basta! — continuò il Monte Ochino, incalzandola — non cercar di
fuggire!...
E stese il braccio per ghermirla.
— E voi, messere, non cercate toccarla! — gl’ingiunse una voce,
armoniosa a un tempo, ma e resoluta, mentre una mano aperta gli si
appoggiava sul petto ed un giovine soldato gli sbarrava la via.
Era il nostro Neruccio.
— Per la croce di Dio! — tuonò il Monte Ochino, rinculando di un passo
e squadrando minaccioso il temerario, che lo arrestava in tal guisa — e
d’onde vieni, e chi sei tu, traditore, perchè ti basti l’animo di dire:
non voglio! ove io dico il converso e di levarmi sopra le mani?
— Ero al vostro soldo, messere — gli rispose tranquillamente Neruccio —
ma, da questo momento, non più! combatto i miei pari, ma non presto il
mio braccio contro femine imbelli.... anzi: le difendo; non le lascio
oltraggiare sotto a’ miei occhi!... sono un uomo, come voi, come quanti
vi attorniano, messere, e vi ripeto: non toccate a madonna, o vivaddio
ve ne avrete pentire!
— Oh, grazie! — mormorò Bianca, riparandosi dietro di lui — qui, come a
Parma, sarete voi che mi avrete salvato.
Con vivo sentimento di gioia, Neruccio riconobbe da quelle sole parole,
come alla nobile donzella non fossero tornate nuove le sue sembianze,
nè caduto di memoria il poco già fatto per lei. — In esse trovava un
primo compenso a’ generosi suoi sforzi un maggiore eccitamento al suo
coraggio.
— Ed io ti dico — gli gridò intanto il Nicelli — che, se non mi
ti levi, e subito, da’ piedi; io ti fo pigliare a vergate da’ miei
valletti ed impiccare al più alto merlo di questo nido di gufi.
E mise mano alla spada.
Neruccio fece altrettanto.
— Animo, animo! — soggiunse allora inframmettendosi, il capitano
Lorenzo Villa — lasciamo andare le baggianate!
E rivoltosi a Neruccio:
— Che roba è cotesta? — continuò — io t’ho ingaggiato a’ confini,
insieme ad altri, che venivate dal genovese, d’onde il signor marchese
del Vasto, dopo la tregua, ha licenziato gli avveniticci... e vi ho
forse taciuto di che si trattasse?.... no, eh?.... servire i magnifici
signori Nicelli contro de’ Camia loro nemici, e di costoro forzare le
castella ed ammazzarne quanti più si potesse.... patti: due ducati
il giorno, le razioni e, in caso di sacco, bazza alle mani lunghe!
chi piglia, piglia!.... o, dunque, cosa ci hai tu a sindacare, se a
messer Giovanni, mio buon padrone, talenta per sua parte cotesta tua
schifalpoco?
— Ci ho a sindacare — rimbeccò animoso il giovine soldato — che io
conosco personalmente madonna, che le sono ligio e divoto e che non
lascerò mai, me presente e me vivo le si arrechi fastidio di sorta.
— Fulmini del cielo! — urlò il Monte Ochino, facendo l’atto di
avventargli addosso e dibattendosi tra le mani del Villa, che il
ratteneva.
— Bella gloria — seguitò imperterrito Neruccio — e degna dassenno
di così nobili sèri e di tanto apparecchio d’armi e di armati!....
vincere e vilipendere una misera ed innocente fanciulla, che null’altro
saprebbe opporvi se non le sue preghiere ed il suo pianto!.... ma che
nessuno di voi abbia nè sorelle, nè figlie?... io faccio bastevole
conto degli stessi uomini che vi hanno venduto il loro braccio per
non supporre che molti di loro debbano dividere i miei sentimenti e la
repugnanza che m’ispira il vostro procedere!
— Sì, sì — esclamarono arditamente taluni, facendosi inanzi — hai
ragione! ben detto!
Erano que’ medesimi, ch’egli s’era avuto commilitoni in Piemonte, i
quali — per la sua valentia ed il suo alto sapere — s’erano abituati a
tenerlo in conto più di superiore chè di semplice compagno.
Avvalorato dalla loro adesione, egli si accingeva già a concionarli,
per raffermarne sempre più i favorevoli intendimenti; quando il Monte
Ochino, che più non sapeva frenarsi, spigliatosi dalle strette del
capitano:
— Una rivolta? — gridò — a me! a me!.... diamo una buona lezione a
cotesti marrani!
E gli rovinò addosso, brandendo ferocemente la spada, mentre
gli sgherri fidati della sua famiglia s’avventavano alla cernite
raccogliticce che s’erano pronunziate per lui.
Ne nacque un’altra orribile mischia.