Contro a Neruccio ed alla sua protetta, che si trovavano allo estremo
del corridoio parallelo alle stanze di costei, si slanciarono — in uno
col Monte Ochino — il capitano Villa, il da Ebbio ed il marchese di
Cattaragna; ma fortunatamente per lui, l’angustia del luogo non permise
loro di schierarsi tutti quattro su d’una fila: egli però non s’ebbe di
fronte che i due primi, e — siccome soltanto il capitano portava una
face e che i soldati, nell’arruffarsi, erano scesi tumultuariamente,
dall’alto della scala, sin giù nel cortile — venne a trovarsi con
Bianca quasi nascosto nella penombra.
Comprendendo di quanto maggiore vantaggio gli avrebbero potuto tornare
le tenebre complete, assestò, senza indugio, un vigoroso manrovescio
sul braccio sinistro del Villa; gli fece scappar di pugno la torcia e
ne spense col piede la vampa.
La notte li avvolse.
Traendo seco la fanciulla, che, in pari tempo, gli serviva di
guida, indietreggiò rapidamente ed — infilati, prima il corridoio
settentrionale, e, poi, quello a ponente — si propose di toccare il
ramo della scala opposto a quello che aveva dato sfogo alla mischia de’
sgherri, prima che i suoi quattro avversari gli fossero alle calcagna.
Nè fallì nel suo intento.
I quattro — rimasi inopinatamente al buio — si impacciavano a vicenda:
dovettero abbassare le armi per non correre il rischio di bucarsi l’un
l’altro; procedere confusamente tastone lasciare che, intanto, Neruccio
si slontanasse.
Seguendo le indicazioni di Bianca, questi, infatti, aveva attinto e
superato il primo rampante della scala e già stava per profittare del
tumulto dominante il cortile, per tentare d’attraversarlo inosservato;
quando — ad un richiamo del Monte Ochino — i suoi scherani, che —
sotto il comando del conte di Niceto — erano pervenuti ad aver ragione
de’ ribelli; si riversarono in massa nel vestibolo e gli sbarrarono
improvisamente il passaggio.
Dinanzi, una fitta siepe di spade, di picche, di partigiane, tutte
pronte a ferire; dietro, i suoi quattro inseguitori che s’avacciavano
alla riscossa e de’ quali s’udiva già il calpestìo. Neruccio si
riconobbe perduto e, stringendo con effusione la mano della fanciulla,
in pro’ della quale s’era così temerariamente esposto:
— Il vostro nome, madonna! — le susurrò a bassa voce — che, prima di
morire, io sappia almeno per chi do questa mia povera vita!
— Oh, non mi parlate in tal modo! — gli rispose ella con tenerezza — io
mi chiamo Bianca della Staffa; ma questo nome mi diverrebbe odioso, se
non dovessi più udirmelo ripetere da voi!
— O Bianca! Bianca! — ripetè egli in uno slancio di sublime entusiasmo
e, sollevatala sul braccio, mosse resoluto per gittarsi contro la
barriera vivente che gl’impediva la via e schiudersi, ad ogni costo, un
passaggio.
Ma non aveva così mutato un passo che dovette abbandonar la fanciulla,
la quale lo vide vacillare, incespicare, cadere: un terribile colpo di
punta ammenatogli alle spalle lo fece stramazzar boccone e ruzzolare
sino a pie’ della scala, rigando i gradini di una striscia di sangue.
Era il Monte Ochino, che — sopravvenuto in quel punto — lo aveva
conciato in tal guisa.
Povero Neruccio!
Bianca mise uno strido d’orrore e, sentendosi mancar sotto le gambe,
s’abbrancò a’ balaustri della scala per non cadere a sua volta; ma il
feroce Nicelli le fu subito sopra e — malgrado ogni sua riluttanza — se
la tolse in braccio e la levò alto come trofeo. Poi sceso con gli altri
nel vestibolo:
— Ed ora — gridò in tono di trionfo a’ suoi cagnotti — un tanto di
saccheggio per vostro sollazzo e compenso!
L’agognata proposta venne accolta con un urlo di gioia selvaggia da
quella immonda accozzaglia di farabutti, i quali — ringuainati i ferri
e gittate l’armi più pesanti in un fascio — s’affrettarono a porsi in
moto per l’opera di spogliazione che formava il precipuo obbiettivo del
loro ladro mestiere.
In quella, un essere strano, meraviglioso, quasi fantastico, apparve
improvisamente tra loro, come se sbucato di sotto terra.
Era un uomo di forme atletiche, di smisurate proporzioni, dal volto
diforme e la testa, le braccia e le gambe completamente ignude, il
quale — presentatosi appena e senz’altro profferire che una specie di
sordo grugnito — s’avventò d’un balzo sul Monte Ochino e gli strappò
Bianca della Staffa di braccio.
— Miserabile! — sbraitò questi, traballando per l’urto ricevuto e dando
indietro di un passo.
— Ammazza! ammazza! — soggiunse il capitano Villa, precipitandosi con
una picca in pugno sul nuovo giunto, il quale rinculava frettoloso tra
le due branche della scala.
— Terremoto! Terremoto! — mormorarono sommesso i più paurosi de’ birri
ritraendosi in disparte; mentre que’ molti de’ loro compagni, che o nol
conoscevano, o non lo avevano ravvisato, inanimiti dalle grida e dallo
esempio del capitano, correvano eglino pure sopra di lui.
Terremoto, con la sua preda in braccio, trovavasi già sul vano della
postierla, che ammetteva a’ sotterranei, quando il Villa gli giunse
presso e gli misurò un colpo della sua picca.
Il gigante, in luogo di continuare a retrocedere, spiccò un salto
inanzi, stese il braccio destro che solo gli rimaneva libero ed,
afferrata l’arma a mezz’asta mentre scendeva, glie la svelse di mano:
poi, ghermitolo al petto, lo sollevò di peso come fosse un bambino e
lo scaraventò contro l’onda d’armigeri, che giungeva in seconda linea
con le spade appuntate. — Il corpo del capitano, rovinando sconciamente
sopra di loro, produsse il medesimo effetto d’una granata: molti ne fe’
tentennare, molti cascare a terra, tutti li sbaragliò.
E Terremoto riprese la sua marcia regressiva.
A ritentare la prova sì mal riuscita al capitano, si fece inanzi il
conte da Niceto, con una daga nell’una ed una pertugiana nell’altra
mano, e — raggiuntolo quando già dispariva ne’ sotterranei — gli si
gittò sopra, con tutta violenza, e con l’armi in resta, nella fiducia
di trapassarlo fuor fuora. Ma il colosso — come il dicemmo — ad una
forza eccezionale accoppiava una felina destrezza; per cui nè cercò
sfuggirgli, nè fargli resistenza, ma — deposta a terra Bianca e
respintala garbatamente da parte — si lasciò cader boccone subito al di
là della soglia della postierla.
Tratto dalla irruenza della propria corsa, il da Niceto inciampò di tal
guisa nell’ostacolo imprevisto, che, a sua volta, andò a dar del naso
su’ gradini della scala, fracassandosi la faccia.
Terremoto allora — risorgendo d’un salto nel tempo stesso che quello
tracollava — lo aggavignò con la mano destra alle reni, mentre con
l’altra risollevava la donzella, e mantenendosi dinanzi il corpo di
lui maniera di scudo — tornò a retrocedere, camminando a ritroso e sul
fianco sinistro, sino allo sbocco del secreto cuniculo, rimasto aperto
e senza presidio.
Malgrado ciò, i nicelleschi si misero ad aormarlo passo passo, nel
persuadimento che una volta pervenuto a quello sbocco, o dovesse
arrestarsi, o, qualora ne uscisse, offrir loro il modo di attaccarlo di
ricapo.
Ma il Monte Ochino, che incoraggiava i suoi alla impresa, confortandoli
di simile speranza, anco nello intento di liberare il congiunto;
mostrava di non conoscere ancora con qual sorta d’uomo si avesse a che
fare.
Costui, infatti, giunto allo estremo della intercapedine e senza punto
uscirne, tornò a far sdrucciolare Bianca a terra; quindi — preso per
così dire, il rincorso — rinnovò l’esperimento già sì felicemente
tentato col corpo del Villa, lanciando quello del da Niceto contro
i suoi medesimi difensori. Poscia, dato di piglio agli enormi massi,
che costoro istessi avevano smosso dal froldo per schiudersi il varco
e quante altre grosse pietre trovò a portata di mano nell’alveo del
torrente, cominciò a fulminarli con tanto impeto e frequenza, che,
non solo li costrinse a fermarsi ed a rinculare; ma ebbe in breve
nuovamente otturato la foce della via sotterranea.
Allora si tolse in braccio anco una volta la sua giovine signora e
— traverso stoppie e brugaie — si ricondusse al suo diserto casolare
della Chiappa.